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C’è posta per te

La lettera del Papa a Berlusconi, in vista del prossimo G8, mi lascia due sensazioni contrastanti. La prima è di soddisfazione, perché – non sentendo nulla da un po’ – cominciavo a temere che il grande sforzo di Giovanni Paolo II per la cancellazione del debito estero fosse rimasto lì, appeso al vuoto; mi conforta, invece, vedere che Benedetto XVI ne segue la scia, chiedendo ufficialmente ai Grandi di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. La seconda sensazione, però, è quella di scoramento: il Papa fa benissimo a dire quello che dice, ma nel mio Paese ideale un governo non dovrebbe aver bisogno degli appelli pontifici per darsi una mossa; dovrebbero essergli sufficienti gli inviti dell’opposizione, che in questi quattordici mesi non sono certamente mancati. Sugli aiuti allo sviluppo, come molti di voi sanno, li stiamo martellando da tempo: io stesso chiamai l’esecutivo in Aula per un question time, ma la risposta fu ridicola. Così ridicola che, da allora, ho deciso di non votare più per il finanziamento delle missioni internazionali, indipendentemente dal merito: mi asterrò, o voterò addirittura contro, fino a quando il governo non rispetterà gli impegni presi con la comunità internazionale alla firma degli Obiettivi del millennio. Siamo indietro rispetto agli altri Paesi europei, ai partner del G8, alle nostre stesse promesse: la scusa è sempre quella della crisi, ma le altre Nazioni – pur vivendo difficoltà analoghe – hanno fatto scelte più coraggiose. Germania, Francia, Regno Unito, Usa, Giappone: dappertutto, gli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo vengono confermati ed incrementati; da noi, nel 2009, addirittura dimezzati, andando a toccare il minimo storico delle ultime tre legislature. Io non credo che la cooperazione internazionale debba essere un tema di sinistra: al contrario, come ho già detto in più occasioni, mi pare un argomento molto leghista, perché si sposa a meraviglia con l’idea di “aiutarli a casa loro”. Eppure, le statistiche degli ultimi anni parlano chiaro: nei 5 anni di Centrosinistra, dal 1996 al 2001, i fondi per la cooperazione salgono; dal 2001 al 2006, nei due governi Berlusconi, prima continuano a salire un po’ ma poi scendono di brutto; nel 2006 ritorna il Centrosinistra, con Prodi, e ricomincia la salita; nel 2008 tocca ancora al Centrodestra e gli aiuti allo sviluppo vengono praticamente cancellati. Avrei mille cose da dire, ma mi limito a due. Innanzitutto, se la crisi internazionale ha un impatto sull’Occidente, figuriamoci sui Paesi in via di sviluppo: alla fine di quest’anno, il mondo avrà 53 milioni di persone costrette a vivere in povertà assoluta e destinate a non uscirne mai più; sarà cresciuto in modo esponenziale il numero di bambini morti di denutrizione (circa 300 mila l’anno, in media, da qui al 2015); molti ragazzi in questi mesi stanno smettendo di andare a scuola, per cercare di portare a casa un pezzo di pane (in Bangladesh, per esempio, accade già in due famiglie su tre). Infine, dobbiamo smetterla di considerare la cooperazione internazionale come un capitolo di politica estera, perché i problemi di accesso alle risorse in varie parti del mondo sono destinati necessariamente a ripercuotersi anche sulla nostra stabilità interna e sulla nostra sicurezza: se non lo vogliamo fare per loro, insomma, almeno facciamolo per noi. Non ve l’ho mai raccontato, perché alle classifiche non do mai un grande valore, ma nelle settimane scorse è uscito uno studio di Action Aid sull’impegno dei parlamentari italiani nella lotta alla povertà. Ai primi tre posti, altrettanti membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato: d’altra parte, è naturale che ogni mozione o interpellanza sul tema passi di lì. Al quarto posto, che su un migliaio non è male, indovinate un po’? Ebbene sì: la medaglia di legno è mia. Aspetto l’antidoping per i primi tre e poi, magari, salgo pure sul podio.

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