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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

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John e gli altri

La vicenda di Rosarno è finita anche in Vaticano: l’Angelus di oggi, con il richiamo di Benedetto XVI al rispetto verso gli immigrati, è certamente un fatto importante. Ma il discorso più importante della giornata, il Papa mi perdoni, l’ha fatto un umile parroco calabrese che non passerà alla storia. Si chiama don Pino Varrà, e tra pochi giorni – quando sarà passata ‘a nuttata – ritornerà nell’anonimato della sua parrocchia di Rosarno, San Giovanni Battista, e della mensa Caritas che continuerà a dirigere, se gli saranno rimaste bocche da sfamare dopo la cacciata dei mille. Gli si è svuotata pure la chiesa, ha fatto notare stamattina durante l’omelia: un discorso da brividi, che vi riporto da uno stralcio della cronaca di Repubblica:

“Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano”, spiega il sacerdote. “E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani”. Il parroco lascia l’altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. “Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto”. Allarga le braccia, sorride: “Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.
E’ il culmine dell’omelia. E’ il momento dell’appello. E del rimprovero: “Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo”.
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: “Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare”. Il sacerdote indica il presepe: “Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli”.

Dopo il cardinale Tettamanzi, insomma, un altro pericoloso imam. E chissà quanti altri, dispersi nelle parrocchie di tutta Italia. Ma oggi non è il giorno delle polemiche con la Lega, perché voglio guardare più in alto: grazie a don Pino Varrà, ed alla sua omelia di stamattina, oggi è il giorno del mio orgoglio cristiano.

Rosarno altrove

La cronaca dice che, per fortuna, siamo agli sgoccioli: qualche pallettone, qualche sasso e qualche spranga si sono fortuitamente scontrati con il corpo degli immigrati ancora presenti a Rosarno, ma il grosso se n’è andato con i pullman diretti a Bari e Crotone, provvidenziali nel sottrarre carne fresca ai propositi di vendetta. Un anno fa, di questi tempi, Rosarno era a Guidonia, in provincia di Roma, dove uno stupro aveva scatenato la pulizia etnica nei confronti di rumeni ed albanesi: i primi perché alcuni loro connazionali avevano violentato una ragazza del posto, i secondi perché abundare è sempre meglio che deficere. A settembre, e parliamo solo di quattro mesi fa, Rosarno era a Rovato, in provincia di Brescia, dove un altro stupro aveva portato ad un corteo anti-immigrati, e questo a sua volta era degenerato in violenze a casaccio: due muratori kosovari che non avevano nessuna colpa, tranne quella di essere nati nel posto sbagliato e di trovarsi in quello peggiore, finirono la giornata di lavoro all’ospedale per le botte ricevute. E ve lo ricordate, un anno e mezzo fa, quando Rosarno era a Ponticelli, periferia di Napoli? Lì ne fecero le spese i rom, cacciati mentre i loro campi bruciavano per vendicare un presunto furto di bambino che, in realtà, non avvenne mai. L’anno prossimo, se il clima non cambia, Rosarno sarà altrove: è ormai un format itinerante, tipo il karaoke di Fiorello, con un soggetto molto trendy (la guerra tra poveri, naturalmente) ed una sceneggiatura adattabile ad ogni circostanza. Sulla Stampa di oggi, guarda un po’, Cesare Martinetti si chiede quante siano le Rosarno d’Italia: leggetelo fino alla fine, per piacere.

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia (‘ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l’intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore.
A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l’afflusso incontrollato di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.

Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.

La nave sbagliata

La nave dei veleni è arrivata in Aula, grazie ad un’interrogazione a risposta immediata – proposta da Ermete Realacci e firmata, tra gli altri, anche da me – che abbiamo discusso nel question time di oggi. La storia dovreste conoscerla, anche se i problemi del Pdl e quelli della Rai le hanno tolto spazio nei giornali, e mi limito quindi a riassumerla brevemente. Fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, decine di navi affondano misteriosamente nei punti più profondi del Mediterraneo; i loro carichi sono spesso sospetti e le associazioni ambientaliste si attivano per denunciarlo, ma le inchieste non fanno luce sulle vicende. Il 31 agosto, però, i tg segnalano una forte contaminazione radioattiva in un’area molto vasta della Calabria, tra la provincia di Cosenza e quella di Catanzaro: il dipartimento calabrese per la salute denuncia aumenti esponenziali dei tumori, dovuti “alla presenza di contaminanti ambientali”. Prende corpo l’ipotesi di una discarica sottomarina: e così, quando sabato scorso si scopre un mercantile sul fondale davanti a Cetraro, viene il dubbio che sia la Cursky, una nave che trasportava 10 fusti di materiale tossico e che – sostiene un pentito di ‘ndrangheta – venne fatta sparire grazie all’aiuto di una cosca. Tutte le indagini di questi anni confermano l’esistenza di una rete criminale per lo smaltimento illegale dei rifiuti radioattivi, sia in mare che nelle montagne a ridosso delle coste calabresi e lucane. Nella nostra interrogazione abbiamo chiesto al governo quali iniziative intenda adottare per far luce sulla vicenda e per verificare l’esistenza di rischi per le popolazioni residenti, nonché se intenda avviare un piano di bonifica ed una campagna di monitoraggio nei siti marini dove si presume siano avvenuti gli affondamenti delle navi. Ci aspettavamo in Aula Stefania Prestigiacomo o Roberto Maroni, ma al posto del ministro dell’Ambiente o dell’Interno è venuto quello dei Rapporti con il Parlamento, che ha pure sbagliato nave: anziché parlare della Cursky, ci ha detto che il governo segue con interesse la vicenda della Rigel, affondata nel 1987 a Capo Spartivento. Dopodiché, ribadita la tolleranza zero per i reati ambientali, ci ha raccontato di una riunione avvenuta ieri, in cui si sono decisi nuovi accertamenti sulla terraferma. Non una parola sul traffico di rifiuti tossici: come se si trattasse solo di un problema ambientale e la questione delle ecomafie non esistesse. Nella replica, Realacci lo ha sottolineato ed ha ricordato che sui rifiuti tossici i mandanti la fanno franca, mentre in Campania – dopo il decreto monnezza –si va in galera se lasci un materasso per strada. E poi ha chiuso con un dialogo tra due boss della ‘ndrangheta, riportato in un dossier di Legambiente: ad uno che, in un rigurgito di coscienza, chiede se sia il caso di sfregiare per sempre il mare calabrese, l’altro ribatte che, con i soldi guadagnati, il mare lo troveranno altrove. Ma per fortuna oggi, dopo il ddl anti-intercettazioni, conversazioni così poco eleganti non le ascolteremo più.

Il vento del nord

Gli allergici alle statistiche si turino il naso, perché oggi vi rimbambisco di numeri: quelli su povertà e disagio in Italia, che ho ascoltato stamattina in un convegno a Napoli. C’era D’Alema, è vero, ma siccome non ha parlato di gossip politico non credo che i tg nazionali se ne occuperanno: tranne una battuta su Berlusconi (“Essendo cattolico, può confessarsi e quindi si concede parecchi peccati”) ed una su Bassolino (“Non lo esaltavo prima, non lo demonizzo ora”), i giornalisti alla ricerca di schermaglie dialettiche non hanno avuto molto da portare a casa. Peccato, perché il tema merita una riflessione seria. E la meritano soprattutto le cifre dell’Istat, a cominciare da quel 13,6% di famiglie sotto la soglia di povertà che significa – più o meno – mille euro al mese per un nucleo di due persone. Pochi i bisognosi al nord, qualcuno di più al centro, tantissimi al sud: in Europa, cari amici leghisti, l’Italia detiene infatti il tristissimo primato della disparità territoriale, spaziando dal 7,3% di poveri in Lombardia al 47% in Sicilia. Si risponderà che regioni ricche e regioni povere esistono dappertutto, ma anche qui i numeri parlano da soli: in Spagna si va dal 6,7% di bisognosi in Catalogna al 27% in Andalusia; in Belgio si oscilla tra l’8% dei fiamminghi poveri al 18% dei valloni. Eppure – ha notato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – da noi si sta facendo strada una “nouvelle vague negazionista della questione meridionale”. Invece, cifre alla mano, si scopre che nel nord nascono più figli e si vive più a lungo, oppure che il centro-nord riceve il 72% della previdenza, che tra l’altro occupa quasi tutto il budget della nostra spesa sociale. Proprio sulla spesa sociale, D’Alema ha ricordato che siamo un punto sotto la media europea (27,5% del Pil), tre punti sotto la Francia, tre e mezzo sotto la Svezia. Al capitolo “famiglia più infanzia” destiniamo appena l’1,2% del Pil, ai disabili l’1,5%, al reinserimento dei disoccupati lo 0,5%, alle politiche abitative addirittura lo 0,1%: la decima parte della media Ue. Il governo attuale ha definanziato tutte le leggi di spesa per la lotta alla povertà (compresi l’assegno per il terzo figlio, il prestito d’onore ed il credito d’imposta, nonché la 328 per il terzo settore) e le ha sostituite con la social card, che sarà certamente un atto caritatevole ma che risolve ben poco. Il Pd – ha annunciato D’Alema – presenterà quindi un disegno di legge a prima firma Livia Turco, perché venga avviato un piano nazionale di lotta alla povertà: servono 3 miliardi di euro e non sono pochissimi, ma al bilancio statale l’abolizione dell’Ici è costata di più. Chiudo con un dato ed una riflessione, entrambi sulla Campania. Il dato – fornito dal prefetto Alessandro Pansa – è quello sui lavoratori in nero o sui disoccupati, che a Napoli rappresentano il 60,5% del totale: l’economia sommersa sembra inarrestabile ed i suoi effetti perversi, perché le imprese che non dichiarano il proprio fatturato non riescono ad accedere ai finanziamenti bancari, finendo per rivolgersi all’usura. La riflessione, invece, è ancora di Gianni La Bella, che ha elencato alcuni episodi di cronaca dell’ultimo periodo: gli incendi ai campi rom di Ponticelli, la strage contro i nigeriani a Castel Volturno, l’aggressione agli srilankesi a Mergellina, le due ragazze rom annegate a Torregaveta e lasciate sulla sabbia nell’indifferenza dei bagnanti. E poi ha chiuso con una domanda, che vi rigiro:“È arrivato il vento del nord?”.

Parla la Lega

L’altro giorno, durante la fiducia sul decreto anticrisi, ha assistito al dibattito alla Camera una delegazione di artisti per protestare contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo. C’era anche un giovane attore emergente, che è rimasto colpito più degli altri: “Non avevo mai ascoltato la Lega dal vivo – ci ha detto – e non pensavo si arrivasse a tanto”. In effetti, i deputati di Bossi non parlano tantissimo: soprattutto ora che sono al governo, fanno generalmente il loro dovere – che è quello di schiacciare il pulsante al momento del voto – delegando ai loro ministri il compito di difendere gli interessi padani. Da qualche giorno, però, la minaccia di un Pdl spaccato ed il rischio di perdere l’Mpa hanno riportato l’attenzione della maggioranza sul Sud: proprio in Aula, venerdì, gli uomini di Lombardo hanno accusato la strategia nordista del governo, annunciando d’ora in poi un atteggiamento meno morbido. E così, stamattina, la Lega ha replicato, durante la discussione generale sul Dpef. Da un anno, l’opposizione contesta al governo l’utilizzo dei fondi europei, che dovrebbero essere destinati per l’85% al Sud e che questa maggioranza gestisce come un bancomat; ci è stato risposto che, alla fine, chi paga le tasse in Italia sono loro e quindi possono farne ciò che vogliono.

MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, vogliamo ricordare chi paga il FAS. Se si considera il rapporto tra quanto paghiamo – cioè, tra i tributi raccolti da Stato e regioni – e quanto, invece, viene investito, si riscontrano delle cifre «tranquille». Ogni cittadino della Campania prende in più – senza le risorse del FAS, lasciamole perdere – duemila euro. Si tratta di una somma che tutti gli anni consegniamo, non troppo contenti, in questa opera di redistribuzione del reddito in cui crediamo, ai cittadini della Campania. Consegniamo una somma un po’ più alta ai cittadini della Calabria – tremila euro – esortando ad usarla. Sarebbe anche il caso di dare questi soldi ad personam, in modo che vi sia un rapporto diretto, per cui il cittadino del nord sa chi è la persona che sostiene economicamente. Questo sarebbe un rapporto molto bello. Sarebbe molto bello poterci scambiare gli auguri di Natale e dire: come va? Come sta la famiglia? Potremmo anche chiedere: come vanno i tuoi rifiuti, li portiamo su?

Credo che anche voi, come me, siate schifati dal tono sprezzante. Ma su una cosa, onestamente, non riesco a dar torto alla Lega: sul fatto, cioè, che nel Sud il Fas sia stato spesso utilizzato “a pioggia” e non per opere strategiche. Polledri ha citato vari esempi, tra cui anche quello di Palermo, ma si è naturalmente dilungato sulle Regioni amministrate dal Centrosinistra, mettendole a confronto con l’efficienza del Centrodestra in Lombardia.

MASSIMO POLLEDRI. Si parla di 180 miliardi di euro in dieci anni, quando il nord ne ha ricevuti 30. Ma è migliorata la vita degli amici del sud con questi soldi? È migliorata di «un centimetro»? Vivono meglio negli ospedali? Ricevono una migliore qualità di servizi? Non facciamo ridere, non scherziamo! Più soldi diamo alla sanità della Calabria, più soldi diamo alla sanità di Napoli e quant’altro, più persone muoiono. Vogliamo ricordarci che la sanità della Lombardia distribuisce il 55 per cento dei fondi di solidarietà? Costa estremamente meno e cura il doppio delle persone.

La tattica della Lega è piuttosto chiara: voi (il Pd, l’Mpa, l’Idv e l’Udc) ci rimproverate di aver sottratto soldi al Mezzogiorno; alcuni parlamentari del Pdl, addirittura, minacciano di dar vita ad un nuovo partito del Sud, per fare ulteriori pressioni sul governo ed ottenere risorse aggiuntive, che poi verranno sprecate allo stesso modo. Ma noi non cederemo e non daremo al Sud un centesimo in più, perché il problema non è dei soldi in cassa ma di chi li amministra:

MASSIMO POLLEDRI. C’è bisogno di un cambio strutturale – forse generazionale, non lo so – all’interno della politica e degli uomini di responsabilità del Sud. Se c’è un partito del Sud che deve nascere, propongo un simbolo molto semplice: una scarpa con la punta. Perché dico questo? Perché non è stato il nord che non ha cacciato Bassolino o la Jervolino; al nord li avremmo già cacciati da anni, e invece sono rimasti lì e sono sempre loro che girano: una volta uno fa il ministro da una parte, un’altra volta, magari, si candida al Parlamento europeo. Abbiamo politici di vecchio corso, persone che sono state riabilitate, che hanno dato un contributo, come Calogero Mannino, oppure gli «intramontabili», come De Mita. Il nord, in qualche modo, ha cambiato la classe politica e non potete dire che il cambio della classe politica possa essere rappresentato da un Grillo, una Serracchiani. Scusatemi, ma una Serracchiani… Lo dico da emiliano-romagnolo: ridateci 100 mila volte D’Alema! Ridateci 100 mila volte Bersani! Sotto il caschetto, niente. Ma è questo il nuovo della classe politica che viene avanti? Oltretutto, scusate, è «barbosissima», se va bene ci fa vedere La corazzata Potemkin (Commenti dei deputati dei gruppo Partito Democratico). Ma ridateci D’Alema, con cui possiamo parlare, che ha fatto delle riforme.

Vi chiederete cosa c’entri la Serracchiani con i Fas, cosa c’entri Grillo, cosa c’entri con il Dpef il nostro Congresso, che da qualche giorno viene costantemente preso di mira dal Centrodestra. Non lo so, non l’ho capito neanche io. Ma ho capito per chi farà il tifo la Lega il 25 ottobre, e per amore del Pd preferisco non avventurarmi in un’analisi più profonda.