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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

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Italiani di fatto

Cercherò di non essere ideologico, perché – come al solito – la ragione non sta tutta da una parte e, se pure così fosse, non è detto che quella parte sia per forza la nostra. Prevedere un tetto per gli alunni stranieri in una classe non è, in sé, un’idea folle, perché chi ha bazzicato alcune scuole di certe zone d’Italia (non la terza liceo classico dei Parioli, per intenderci, ma magari una seconda media di Mantova) non può scandalizzarsi se Mariastella Gelmini parla del “diritto allo studio degli studenti italiani”: provaci tu a leggere Ariosto in una classe dove metà dei tuoi compagni non capisce l’italiano corrente. Ma c’è un ma, naturalmente. Anzi, ce ne sono parecchi. Il primo è di ordine pratico: se in una zona i figli di immigrati superano il 30%, dove li mando a studiare? Se sei in città, vai nella scuola accanto (ammesso che lì il tetto non sia stato superato); se sei fuori, è più complicato. In ogni caso, mi pare evidente che respingere le iscrizioni dei bambini (e dirottarli altrove, magari in posti non facilmente raggiungibili) sia un incentivo enorme alla dispersione scolastica: se mandare a scuola mio figlio è troppo complicato, insomma, lo tengo a casa. Non è giusto, naturalmente, ma accadrebbe, soprattutto in famiglie con bassa scolarità, e mi piacerebbe sapere come il governo intenda risolvere il problema. Poi c’è un’altra cosa che mi viene in mente, e magari è una fesseria ma ormai l’ho pensata: va bene il problema linguistico dei bimbi stranieri, ma non deve essere facile leggere Ariosto neppure nel rione Sanità, dove i guai con l’italiano corrente derivano dal fatto che metà dei bambini pensa, parla, scrive e sogna solo in napoletano. La questione seria, dunque, non è il tuo luogo di nascita o la tua origine familiare, ma piuttosto il tuo livello di alfabetizzazione: un concetto semplice semplice, che il povero Marco Campione sta cercando di spiegare da una vita sul suo blog e che ogni volta gli tocca rispiegare, perché evidentemente in viale Trastevere Champ’s version non si legge. Come parli italiano, caro Abdul? E tu, caro Gennarino? Non è che ci voglia molto a scoprirlo: a Torino, per dire, lo fanno già da tempo, e dividono le classi in base a questo criterio, cercando in ognuna un equilibrio tra competenze linguistiche diverse. Anziché prendere esempio da quello che funziona già, il ministro ha introdotto la categoria generica di studenti stranieri, per poi accorgersi subito dopo che non stava in piedi: dalla quota del 30%, ha spiegato ieri a Lucia Annunziata, vanno esclusi i bambini che sono nati in Italia, perché tra loro e gli italiani-di-razza non c’è nessuna differenza. Ho dovuto rileggere la frase sulle agenzie tre o quattro volte, perché non ci credevo: senza accorgersene, la Gelmini ha ammesso che chi nasce e cresce in Italia è di fatto un italiano, indipendentemente dalla provenienza geografica di mamma e papà. Che poi è quello che la nostra proposta di legge sulla cittadinanza sostiene da tempo, ma che il testo base presentato da Isabella Bertolini ignora. Già in Commissione Cultura, se ricordate, li mandammo sotto con una maggioranza trasversale, aiutati dalla presidente Valentina Aprea che definì i minori “una specie diversa”; ora che anche il ministro dell’Istruzione si è convertito allo ius soli, ho commentato oggi in un’intervista sulla Stampa, il Centrodestra non può più far finta di niente.

Sul crocifisso

Uno dei passaggi fondamentali della Torah, per i nostri fratelli ebrei, è lo Shemà: pochi versetti del Deuteronomio, al capitolo 6, che nel contesto biblico fanno parte del discorso di Mosè al suo popolo, subito dopo aver ricevuto le tavole dei comandamenti. Leggeteli piano piano, con calma:

“Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città”.

È un brano su cui ho pregato parecchie volte, perché mi spiega in poche righe tutto il senso della testimonianza di un credente. Che inizia, come potete leggere, dall’adesione personale: la legge di Dio, spiega Mosè ai suoi, deve innanzitutto “stare nel cuore”, cosa che a molti teofurb presenti in Parlamento non è ancora chiara. Da monsignor Calderoli in giù, per tanti di loro la fede è, nel migliore dei casi, una tradizione culturale: non dunque una verità da cercare in profondità, e quindi da proporre, ma piuttosto un’arma da brandire. Come mi disse quel mio collega della Lega, parlando proprio dei crocifissi: “Da noi non li toglieremo mai, perché dobbiamo appenderci i musulmani”. Oggi la Carfagna si è dimostrata più raffinata di lui, parlando della sentenza della Corte europea per i diritti umani, ma la linea è sempre quella: “Il problema non è il crocifisso, ma il burqa”. Smascherate le posizioni strumentali, comunque, la domanda resta: è giusto o no togliere il crocifisso dalle scuole? Ritorno al Deuteronomio: dopo aver inchiodato al cuore i suoi valori, un credente se li deve legare ai polsi e mettere come pendagli in mezzo agli occhi (gli ebrei ortodossi lo fanno tuttora), perché la scelta del cuore sia visibile anche all’esterno. Come la fede nuziale che portiamo al dito, come il tilaka (la goccia rossa) sulla fronte delle donne indiane sposate, come appunto il velo in testa o il crocifisso al collo: tranne i politici francesi che approvarono la nefasta legge sulla laicità, mi pare che nessuno consideri tutte queste manifestazioni del proprio essere un attentato alla libertà degli altri. “Li scriverai sugli stipiti della tua casa”, dice il Deuteronomio, ed anche qui spero che nessuno abbia nulla da obiettare, ma poi aggiunge “e sulle porte della tua città”. Su cosa voglia dire, per un credente, scrivere i propri valori sulle porte della città si potrebbe discutere parecchio; potrebbe significare tappezzare di santini i segnali stradali (anziché “Comune denuclearizzato”, che tra l’altro non è un granché, ci si potrebbe mettere roba tipo: “Comune consacrato al cuore di Maria”), e forse la maggioranza attuale lo farebbe pure; potrebbe anche voler dire qualcosa di più profondo, e cioè fare in modo che, già dall’esterno (le porte, appunto), la propria società (la città) sia riconoscibile per i valori in cui crede: sia riconoscibile, cioè, per la felicità dei suoi abitanti, per l’accoglienza verso gli stranieri, per la carità che domina i rapporti umani. Invece, scriveva Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della sera del 30 aprile scorso, parlando dell’infelicità dei giovani, in Italia sta accadendo tutto il contrario:

“La famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai. Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia. Se, infatti, padri e madri – come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima, che però priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno”.

Sono sicuro, dunque, che un crocifisso in più o in meno non risolva il problema: non è questo il punto. “Qualche volta il buonsenso finisce per essere vittima del diritto”, ha commentato oggi Pierluigi Bersani, aggiungendo che “un’antica tradizione religiosa non può essere offensiva per nessuno”, ed io la vedo allo stesso modo: ci vedo pure il rischio che, con la pretesa del politically correct, d’ora in poi non passerà più nulla che non sia asettico, neutrale. Che finiremo come in Gran Bretagna, dove sui biglietti di Natale non trovi più scritto buon Natale, per non offendere nessuno, ma “Season’s greetings“. Sbrigatevi a togliere quel crocifisso, allora: io non farò le barricate davanti a Montecitorio e voi mi direte che ho dato prova di laicità. Poi, però, dovrete pure spiegarmi che cosa ci avrà guadagnato l’Italia.

Di peggio in male

I bookmakers l’avrebbero quotata almeno 20 a 1 ed io, onestamente, non me la sarei giocata: la possibilità di riuscire a convincere la maggioranza che la Gelmini stava facendo una follia era veramente molto bassa. Invece, dopo essere stati salvati ieri pomeriggio dall’arbitro Lupi (ricordo che, per un calcio di rigore non concesso domenica scorsa contro il Milan, Rosetti non arbitrerà più la Roma per tutto l’anno: ci basterebbero le regole del calcio, mica chiediamo tanto!), i nostri colleghi si sono miracolosamente ricondotti alla ragione. Un po’ perché avevano paura di finire ancora sotto, un po’ perché abbiamo spiegato loro che sarebbero piovuti sui giudici del lavoro milioni di ricorsi, oggi Pdl e Lega hanno accettato di riformulare quel famigerato comma 1. Il testo originale, che avete nel post di ieri, era un omaggio all’inferno dantesco (“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”), alla vecchia saggezza popolare (“Chi nasce tondo non muore quadrato”) ed alla dottrina indù: un precario è destinato a rimanere tale in questa vita, ma in base ai meriti accumulati – che non gli serviranno qui, sia chiaro – potrà sperare di reincarnarsi, nella prossima, in un docente di ruolo. Vi prego di rileggerlo, per piacere, e poi confrontatelo con la nuova versione: 

“I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze (…), in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, si trasformano in rapporto di lavoro a tempo indeterminato solo nel caso di immissioni in ruolo, ai sensi delle disposizioni vigenti ed in base alle graduatorie previste dalla presente legge (…)”.

Anche qui l’italiano è abbastanza chiaro, ma lo metto in prosa perché ancora mi pare impossibile: dopo ore di battaglia, sia in Aula che nel comitato dei nove, siamo riusciti a salvare le graduatorie ad esaurimento, vale a dire la fatica pregressa di 232.048 lavoratori, che sui punteggi costruiti nel corso degli anni basano le speranze di una vita. Inoltre, rispetto al testo originariamente presentato, abbiamo ottenuto che la platea delle supplenze brevi fosse estesa anche ai precari con 180 giorni di servizio nell’ultimo anno scolastico, più un’altra misura tecnica che non sto a spiegarvi in dettaglio ma che consentirà l’immissione a pieno titolo nella graduatoria dei precari che avevano ottenuto l’abilitazione con riserva ai sensi del decreto ministeriale 21/05. Infine, abbiamo ottenuto che la relatrice ritirasse un emendamento per posticipare di un mese (dal 31 luglio al 31 agosto) il termine delle operazioni di avvio dell’anno scolastico. Tutto bene, allora? No, perché innanzitutto questo è un provvedimento che non aggiunge un euro alle risorse della scuola, dopo i tagli dell’anno scorso; inoltre, perché gli aspiranti supplenti iscritti nelle graduatorie di istituto, in tutto circa 80 mila, non sono minimamente tenuti in considerazione e verranno probabilmente tagliati fuori dal mondo del lavoro, peraltro senza ammortizzatori sociali. Per metterci una pezza, il governo chiede alle Regioni di avviare progetti a loro spese, sapendo benissimo che i bilanci regionali sono ormai in rosso da un bel po’. Non possiamo essere contenti, dunque, di come è finita. Ma senza l’opposizione, potete credermi, stavolta sarebbe andata molto peggio.

Colpo di grazia

Con il decreto che abbiamo cominciato a votare oggi in Aula, il governo ha dato il via alla stabilizzazione dei precari della scuola: non nel senso classico del termine, che significherebbe assumerli, ma in quello gelminiano, che vuol dire lasciarli precari a vita. È la seconda mazzata al sistema dell’istruzione, dopo gli 8 miliardi di euro ed i 132 mila posti di lavoro tagliati l’anno scorso; per centinaia di migliaia di persone, però, sarà il colpo di grazia alle speranze ed ai sacrifici di una vita. Il decreto 134, ufficialmente denominato “Disposizioni urgenti per garantire la continuità del sistema scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, è un provvedimento piccolo piccolo, con due sole firme (Berlusconi e Gelmini) ed un misero articolo; ma a volte basta un comma per produrre conseguenze devastanti, ed in questo caso è il primo:

 “I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze (…), in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo”.

L’italiano è abbastanza chiaro, ma voglio ugualmente metterlo in prosa. Tutte quelle persone che, nel corso degli anni, sono andate avanti di supplenza in supplenza (a volte anche malpagate o addirittura gratis pur di acquisire punteggio, come dimostrò un’inchiesta di Report) continueranno ad essere supplenti a vita, a meno di vincere un concorso di cui vi parlerò tra poco. Il loro stipendio non potrà avere scatti di anzianità, contrariamente a quanto afferma il contratto collettivo e nonostante la diversa disciplina vigente per alcuni colleghi: è il caso dei docenti di religione, che fino al 2003 non potevano essere di ruolo ma che comunque avevano scatti di anzianità; quando la Moratti li immise in ruolo, non toccò (giustamente) la maturazione dell’anzianità da parte dei precari, considerandola un diritto acquisito. La decisione folle di abolire questi scatti retributivi, in un provvedimento che parla di tutti gli altri docenti, sta producendo dunque una disparità che non sta in piedi: tanto è vero che il Tar ha già dato ragione a parecchi insegnanti (non di religione) che dall’entrata in vigore del decreto hanno già fatto ricorso, con la motivazione che questi diritti (peraltro legittimi) vanno estesi a tutti. L’altro aspetto a cui accennavo riguarda l’inutilità del punteggio ai fini dell’entrata in ruolo, nonostante a centinaia di migliaia di docenti sia stato chiesto un corso di abilitazione (una trentina di esami, oltre tremila euro di spesa) della durata di due anni: tra non molto, infatti, il governo avvierà un nuovo sistema di reclutamento, sulla base di concorsi indetti a livello locale, direttamente dalle singole scuole o da reti di scuole, e nel ddl Aprea – che stiamo discutendo proprio in Commissione Cultura – dei punteggi acquisiti non c’è traccia. Poi aprono la bocca Tremonti e Berlusconi, ti parlano del valore del posto fisso e tu ti senti un po’, diciamolo pure, preso per il culo.

P.S. Un’annotazione di tattica parlamentare. L’emendamento soppressivo del decreto è stato bocciato dalla maggioranza per due soli voti (271 a 269), dopo che la votazione precedente era stata vinta da noi di dieci voti. Che cosa è successo nel frattempo? Che il presidente di turno, Maurizio Lupi, ha fatto di tutto per perdere tempo, dando la parola anche a chi non ne aveva diritto, mentre venivano chiamati di corsa gli assenti del Pdl, e solo quando ne sono entrati una quindicina ha dato il via libera al voto. È stato un episodio davvero vergognoso, come non ne avevo mai visti dall’inizio della legislatura, ma nessuno ne parlerà: domani i giornali diranno che la colpa del decreto ammazzaprecari è delle assenze del Pd.

L’ora di Islam

Se l’intento è quello di finire sui giornali, l’ora di religione islamica per i bambini musulmani mi sembra una mossa azzeccatissima. Come il no al burqa nelle scuole di cui parlavo l’altro giorno, oppure – che so – un bel dibattito sul diritto al couscous nei distributori automatici di merendine, che nessuno finora ha avviato ma che suggerisco caldamente, perché in effetti potrebbe appassionare la stampa per un paio di settimane. Se invece vogliamo parlare sul serio, il discorso è un po’ più complesso. Parto dall’esempio della letteratura che ognuno di noi ha studiato al liceo: abbiamo letto qualcosa di Shaskespeare e di Mills, di Baudelaire e di Hugo, di Goethe e di Novalis, ma nulla è paragonabile, nemmeno lontanamente, alle ore che abbiamo passato su Dante e Manzoni (nel mio caso, un anno intero sui Promessi Sposi e tre sulla Divina Commedia, non so voi). Lo stesso vale pure per la geografia insegnata alle elementari (ai miei tempi, si dedicava un anno allo studio dell’Italia ed un altro anno a tutto il resto del mondo) o per la storia, o – nel caso dell’università – per il diritto. Tornando alla letteratura, comunque, il discorso è chiaro: è giusto ed auspicabile sapere ciò che germoglia nel resto del mondo – e non farlo abbastanza, a mio parere, è uno dei limiti della nostra scuola – ma è innanzitutto fondamentale, per la formazione dei cittadini del futuro, conoscere in profondità (direi quasi sviscerare, come nel caso di Dante e Manzoni) ciò che è alla base della nostra cultura e della nostra società. Rapportato all’ora di religione, il discorso non cambia: va bene sapere cosa è l’Islam e quali sono i suoi precetti, quali influenze ha sullo stile di vita dei cittadini nei Paesi in cui è maggioritario, come funziona il Ramadan e cosa rappresenta, qual è il ruolo della donna, perché si mangia la carne halal, in cosa si differenziano sciiti e sunniti e così via; va bene – anzi, è auspicabile – formare i ragazzi anche sull’ebraismo che (insieme al cristianesimo) costituisce la spina dorsale della cultura europea, o sul buddismo in continua espansione tra i nostri ceti più istruiti, oppure sulle stesse religioni animiste dell’Africa subsahariana, che svuotate del senso originario si sono trasformate da noi in pratiche magiche e superstizione pura. Io, per esempio, in quarto ginnasio ho avuto un insegnante di religione eccezionale, che ancora ricordo con gratitudine per aver saputo coltivare in me la curiosità di sapere. Ma non sarei onesto se non ribadissi qui, a costo di essere impopolare, che tra le varie religioni non c’è nulla di paragonabile al cristianesimo (al cattolicesimo, addirittura) in quanto a peso specifico nella formazione della nostra cultura, ed è naturale che – nell’ora di religione – tutto questo venga studiato a fondo. A fondissimo, anzi: come Dante e Manzoni, appunto, come Foscolo e Petrarca, come Leopardi e l’Ariosto. E la cosa vale anche per i ragazzi musulmani, mi sento di dire, perché nelle lezioni di geografia ed in quelle di storia non seguono un programma a parte: alle elementari studiano l’Abruzzo, non la Cabilia; studiano il Risorgimento, non i califfati arabi. Studiano, ci tengo a ripetere il verbo, perché non vorrei che qualcuno pensasse che dietro tutto questo ci sia un tentativo maldestro di conversione: studiare non significa aderire, ma soltanto conoscere. Studiare l’Islam, dunque, mi va benissimo, ma a queste due condizioni: la prima, appunto, è che si dia il giusto peso all’incidenza delle singole religioni nella formazione della nostra cultura, così come avviene per le opere letterarie; la seconda è che si studino le varie religioni tutti insieme, e non divisi a seconda del credo di appartenenza, perché se no diventa davvero una caricatura del catechismo e si ottiene l’effetto contrario a quello auspicato dal termine religione, che etimologicamente richiama – lo ricordo – all’arte di unire, di mettere insieme, non certo di dividere. Ho scritto molto (ignorando, tra l’altro, il capitolo dei docenti di religione, sul quale torneremo in maniera specifica) ma permettetemi ancora un’osservazione: perché, anziché affrontare il tema dell’integrazione a mozzichi e bocconi (una volta mi invento la polemica sul velo, un’altra propongo lo studio del Corano, un’altra ancora caldeggio il diritto di voto) non lo si affronta nel suo complesso? Perché, in presenza di una proposta di legge bipartisan sulla cittadinanza depositata prima dell’estate ed ancora pendente in Commissione Affari Costituzionali, si preferisce inseguire le polemiche del momento anziché sedersi seriamente attorno allo stesso tavolo e trovare una soluzione?

Visti in tv

 

Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie, la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul “chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa”. Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche. Se questo blog fosse uno strumento di propaganda, insomma, oggi avrei diverse mazzate da tirare; non lo faccio perché voglio ancora bene al Pd, e così mi concentro su ciò che – di tutti e tre i candidati – mi ha convinto di più. In ordine di mozione, naturalmente.

Pierluigi Bersani. Sulle questioni economiche ha dimostrato di essere decisamente una spanna sopra a tutti (in Parlamento gli tengono testa solo Cazzola e Tabacci, nel Pd nessuno): il passaggio sulla crisi e sulle tre soluzioni (sostegno ai redditi medio bassi, fondi di garanzia per le piccole e medie imprese, grande piano di piccole opere pubbliche) è stato di una lucidità impressionante. Allo stesso modo, quando ha parlato di previdenza è stato l’unico capace di contestualizzare l’innalzamento dell’età pensionabile all’interno di una riforma più ampia, in funzione dei giovani. Mi è piaciuto anche il passaggio sulla giustizia che non va, e sul fatto che ogni riforma necessaria venga condizionata dagli interessi personali del presidente del Consiglio. Bersani è un solido uomo di Stato.

Dario Franceschini. Bene sul pluralismo all’interno del Pd: il fatto che occorra votare sulle questioni controverse non è in discussione, ma non si può imporre la disciplina su tutto. Condivido anche il suo approccio sulle unioni civili, per le quali devono esserci limiti ben chiari: il no alle adozioni ai single ed alle coppie gay potrebbe costarmi l’accusa di essere singlofobo ed omofobo, ma mi rimetto al vostro buon cuore. Il suo discorso sul bipolarismo da conservare con i denti (non regaliamo una parte del Pd al centro, non deleghiamo all’Udc la rappresentanza dei moderati) mi pare saggio, così come la sua idea di partito aperto agli elettori e lontano dai caminetti. Franceschini è un uomo equilibrato e coraggioso.

Ignazio Marino. Perfetta la prima risposta, quella sulla sanità: per un chirurgo come lui, era una specie di domanda a piacere, ma devo riconoscere che è stato bravissimo. In due minuti, è riuscito a parlare di tutto: l’esodo dal sud al nord, le lunghe attese, le condizioni degli ospedali, le stesse candidature con Bersani di due campioni mondiali dell’intreccio fra politica e sanità come Bassolino e Loiero. Buono anche il passaggio sul merito come motore dell’istruzione e della ricerca, lontano dalla tentazione di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale. Sacrosanto il discorso sulle correnti che bloccano il rinnovamento della classe politica e l’avanzamento dei giovani all’interno del Pd. Infine, sottoscrivo il suo approccio sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sul voto alle amministrative per chi paga le tasse qui. Marino è un uomo nuovo, con un approccio politico e non politicante.

Le critiche le lascio a voi, ma con una preghiera: non scanniamoci, perché da qui al 25 è ancora lunga e potremmo farci molto male.