Archivi tag: sanità

Prendere o lasciare

Avevamo scherzato, abbiate pazienza. Mentre in Umbria, nelle ultime 48 ore, l’unico candidato esistente è stato affiancato da altri due, in Campania è accaduto l’esatto contrario: gli altri due si sono fatti da parte (uno ritirando la propria candidatura, l’altro non presentandola proprio) e ne è rimasto in ballo uno solo, dunque le primarie non si faranno. La tentazione sarebbe di dedicare questo post alla dietrologia, spiegandovi perché il candidato bassoliniano si è tolto di mezzo lasciando campo libero all’avversario di Bassolino, ma ho una concezione così alta della politica che mi sentirei di perdere tempo e, soprattutto, di farlo perdere a voi. Mi limito dunque ai fatti, ed i fatti dicono che il candidato del Pd alla Regione Campania è il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Prendere o lasciare. De Luca, in realtà, non è soltanto il candidato del Pd: lo sostengono anche rutelliani e Verdi, mentre l’Udc sembra più interessata a strappare al Centrodestra la promessa dell’assessorato alla Sanità e l’Idv – che certo in Campania non può dare lezioni di moralità a nessuno – si rifiuta di appoggiarlo per i processi in corso a suo carico. Anche su questo argomento ci sarebbe da aprire un bel capitolo, ma vi rimando al video qui sopra, in cui è lo stesso De Luca a spiegare lo stato dell’arte. Ora toccherà avviare una difficile trattativa con gli alleati – che hanno rinunciato anche loro a partecipare alle primarie di coalizione: la paura di perdere fa brutti scherzi – ed un confronto, ancora più difficile, con i bassoliniani, che allo stato attuale delle cose preferirebbero farsi tagliare un dito piuttosto che mettere la croce sul nome di colui che, in questi anni, non ha risparmiato critiche impietose al governatore. Ieri, nella sua prima uscita pubblica da candidato del Pd, De Luca ha cercato di ricucire almeno sul piano personale, ricordando che Bassolino è stato il protagonista del Rinascimento napoletano, ma nella sua analisi politica della gestione attuale non ci è andato leggero. Come quando ha detto di voler “riportare i primari in sala operatoria, togliendoli dalle sale d’attesa dei partiti”, o quando ha ricordato che una Regione “deve fare leggi e programmare e non preoccuparsi di dare i contributi alle Pro Loco”, oppure quando si è impegnato a “sfruttare ogni euro dell’Unione europea non per i marciapiedi, ma per grandi macroprogetti”. E poi giù mazzate contro il clientelismo, la “cultura della raccomandazione”, la latitanza delle istituzioni “nelle zone a nord di Napoli e della provincia di Caserta, dove dopo le 19 è in vigore il coprifuoco”. De Luca ha un linguaggio duro, para-leghista, e ieri ad un certo punto – quando ha annunciato di voler “premiare le eccellenze e perseguitare i fannulloni” – sembrava di sentir parlare Brunetta; è quanto di più distante dalla concezione comune del politico campano (figura mitologica che la gente spesso assimila, per dire, a Mastella), e proprio questo è secondo me il suo punto di forza. Se il Pdl ha scelto Caldoro, perché aveva bisogno di un candidato che non disturbasse il trend elettorale crescente, noi per la ragione opposta dovevamo puntare su un uomo di rottura profonda. Vincenzo De Luca lo è – se mi consentite, paradossalmente lo è ancor più di Caldoro, ex ministro socialista del terzo governo Berlusconi – e di certo saprà riportare al voto tanti nostri elettori delusi. Se i suoi avversari interni sapranno dimostrare maturità, non remandogli contro, e se l’Idv – dopo qualche seduta di autoanalisi – capirà finalmente cosa vuole dalla vita, l’inverosimile potrebbe accadere. Sul serio.

Annunci

Vecchio film

Ogni volta che si toccano i temi etici, si aprono guerre di religione. È così anche stavolta, con il dibattito sulla RU486, che vede protagonisti a colpi di slogan i cattolici del Pdl ed i laici del Pd: le due categorie rimaste invece sullo sfondo – i laici del Pdl ed i cattolici del Pd – sono paradossalmente le uniche a cercare spiegazioni meno grossolane, perché quando sei in minoranza nel tuo partito devi sempre precisare, argomentare, giustificare. Ed è una fatica enorme, perché – parlo del mio caso, quello del cattolico Pd – la base vorrebbe sentirti inneggiare alla libertà di autodeterminazione della donna, con buona pace dell’etica, mentre la Chiesa si aspetta una tua dichiarazione pubblica sui valori non negoziabili, con buona pace della politica. Per sgombrare il campo dagli equivoci, allora, dico subito come la penso: l’aborto è una sconfitta dell’uomo, non una vittoria della civiltà; la libertà di autodeterminazione c’entra a metà, perché in questo caso (cosa che non avviene con il testamento biologico, per esempio) c’è di mezzo anche la vita di un altro; la legge 194 è un compromesso necessario ma doloroso, che nell’Italia di oggi non può essere messo in discussione ma che, a mio parere, dovrebbe essere applicato interamente, a cominciare dai primi 6 articoli sulla prevenzione. Non solo, ma vado pure oltre: quando vedo durante una festa del Pd (e purtroppo mi è capitato) un banchetto che raccoglie firme per vendere la pillola del giorno dopo senza ricetta medica, onestamente mi chiedo se ho sbagliato festa io o se ha sbagliato ospite chi mi ha invitato. Ma torniamo alla RU486, che – pur non essendo un contraccettivo, sia chiaro – ha il merito di risparmiare alla donna l’intervento chirurgico: in queste ore si discute, tra un urlo e l’altro, se sia giusto o meno lo stop della Commissione Sanità del Senato all’immissione in commercio della RU486, perché l’Aifa non avrebbe verificato la compatibilità della pillola con la 194. Uno, in particolare, sarebbe il punto controverso: nella normativa vigente, l’interruzione della gravidanza deve avvenire all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, mentre con la RU486 – sostiene la maggioranza – c’è il rischio che ciò non avvenga, perché una donna potrebbe facilmente prendere la pillola in ospedale ma poi, dopo aver firmato il modulo di dimissioni volontarie, se ne andrebbe ad abortire a casa propria, con tutti i rischi del caso. Il governo vuole dunque una nuova delibera dell’Aifa, perché vengano messi i puntini sulle i. Da un punto di vista etico, lo scrupolo mi appare condivisibile; da un punto di vista politico, invece, non posso fare a meno di denunciarne la strumentalità. Perché l’Aifa, in effetti, prevede già il ricovero “dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica della completa espulsione del prodotto del concepimento” (scusate, ma questa ultima espressione mi fa davvero ribrezzo): basterebbe dunque vigilare sul rispetto di questa delibera e la compatibilità con la 194 sarebbe garantita. Tutto il resto è cinema, da una parte e dall’altra, e la sceneggiatura è ormai vecchia di trent’anni.

Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

La legge antifannulloni

Fino a ieri odiavo il bicameralismo perfetto, che consideravo una mera perdita di tempo: perché, mi chiedevo, Camera e Senato devono fare le stesse identiche cose, esaminare le stesse identiche leggi, ripetere due volte la stessa scontata votazione? La risposta l’ho avuta nell’esame del disegno di legge Brunetta, che avrebbe un titolo di 38 parole (alla faccia dell’ottimizzazione!) ma che i giornali hanno ribattezzato sbrigativamente “legge antifannulloni”: un insieme di norme concepite con l’obiettivo di migliorare la pubblica Amministrazione. La risposta, dicevo, l’ho avuta solo ieri, quando qui alla Camera siamo riusciti a mandare sotto la maggioranza un paio di volte e dunque – cosa più importante – a far passare due emendamenti che il Senato aveva invece bocciato. Ma andiamo con ordine. Il lato buono di questo ddl, che ha visto coinvolte le Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro, è che si valorizza il ruolo dei dirigenti pubblici, responsabilizzandoli e colpendo chi non fa la propria parte. Parallelamente, si semplifica anche il provvedimento disciplinare nei confronti dei dipendenti pubblici che commettessero violazioni. Il lato cattivo è che, alla fine, questa legge continua a disciplinare l’impiego pubblico come se fosse una cosa sola: noi, invece, ribadendo che un soldato, un insegnante ed un medico svolgono lavori diversi, chiedevamo per loro regole diverse, lasciandone la disciplina alla contrattazione anziché alla legge. Nel provvedimento c’era poi un altro grande difetto, che per fortuna abbiamo corretto già al Senato: non si diceva, infatti, come fare a stabilire l’efficienza di un’amministrazione pubblica, perché mancavano criteri di valutazione. Così abbiamo proposto l’istituzione di un’agenzia per la valutazione, che siamo riusciti a far passare. Altri due correttivi – e qui rientra in ballo il discorso sul bicameralismo perfetto, che facevo poco fa – li abbiamo invece apportati in seconda lettura, qui alla Camera: in maniera inaspettata, siamo riusciti a far passare due nostri emendamenti grazie alle assenze tra i deputati del Centrodestra, il che – trattandosi proprio della legge antifannulloni – rende il piatto ancora più saporito. Il primo riguarda i medici, che Brunetta (per il problema di cui sopra: il governo vede la pubblica Amministrazione come un tutto indistinto) voleva trattare come tutti gli altri dirigenti, legando buona parte del loro salario alla produttività. Idea pericolosa, abbiamo risposto noi, e ne sanno qualcosa le donne che hanno avuto cesarei inutili o le famiglie che hanno visto respingere dalle strutture malati in attesa di operazioni rischiose: l’efficienza di un buon dirigente medico non può essere misurata con i criteri che valgono per l’amministratore di un’azienda municipalizzata. Così abbiamo chiesto di escludere dall’articolo in questione i medici, e ci siamo riusciti. Il secondo emendamento riguardava, invece, il pensionamento discrezionale dei dirigenti che avessero raggiunto i 40 anni di contributi, indipendentemente dalla loro anzianità di servizio: in sostanza, per Brunetta anche un 55 enne che avesse riscattato la laurea, le specializzazioni ed il servizio militare avrebbe potuto essere messo in pensione, a discrezione dello Stato; il che, detto in parole povere, significa che mi tengo i dirigenti politicamente affini e mando a casa quelli che mi danno fastidio. Con il nostro emendamento, abbiamo innalzato il dispositivo da 40 anni di contributi a 40 anni di anzianità lavorativa: ferma restando la disciplina attuale (se ho gli anni di contributi e voglio andare in pensione, posso ancora farlo) il governo può obbligare alla pensione solo chi ha 40 anni di anzianità.  Alla fine, nonostante questo ddl contenesse anche qualche proposta condivisibile, il Pd ha deciso di votare contro: un po’ per le ragioni di cui sopra, un po’ perché – durante la discussione nelle Commissioni e la votazione in Aula – il Centrodestra ha respinto tutti i nostri emendamenti, indipendentemente dal merito. Tranne quelli che siamo riusciti a far passare da soli, appunto, grazie alle loro assenze. A proposito: ma i fannulloni non dovevano essere tutti di sinistra?

Le parole che non gli ho detto

Lo so che il cittadino medio ha problemi più urgenti delle riforme istituzionali, ma quando il governo pone per l’ennesima volta la fiducia e fa saltare il dibattito parlamentare mi arrabbio lo stesso. Non tanto perché avrei dovuto parlare io – per carità, il discorso me l’ero preparato e ci avevo perso tempo, per cui mi avrebbe fatto piacere dire qualcosa sul nuovo decreto – quanto perché, in questo momento, non c’è nessuno che controlli il guidatore: non i giudici (lodo Alfano, do you remember?), non il Parlamento (finché si procede a colpi di fiducia, se la suonano e se la cantano da soli). E non battano il tasto della fretta, perché le regole – dal semaforo alla paletta, dalla configurazione della monoposto alla safety car – esistono anche in Formula 1 e nessun pilota se ne è mai lamentato. Il decreto in questione reca “disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali”, ma il contenuto è molto meno convincente del titolo. Ecco qui il testo dell’intervento che avrei voluto pronunciare, ma che – a causa della fiducia, appunto – mi è rimasto in gola:

ANDREA SARUBBI. Diciamo le cose come stanno: questo provvedimento è una delle tante toppe che il governo sta cercando di mettere al buco provocato dall’abolizione dell’Ici. Che cosa accade ai Comuni quando rimangono senza risorse? Lo stiamo vedendo in questi giorni: o lo Stato centrale si rende conto dell’errore commesso togliendo le risorse agli enti locali, e fa marcia indietro, oppure i cittadini rischiano di trovarsi senza i servizi essenziali.
L’anteprima di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi in tutta Italia si sta già vedendo a Messina, dove da alcuni giorni non partono più gli autobus, perché mancano i soldi per pagare i dipendenti dell’azienda di trasporto pubblico locale… e temiamo che casi simili si possano ripetere anche altrove. A meno che, come spiega bene l’articolo 5 di questo decreto, il Comune non sia stato amministrato da un amico personale del presidente del Consiglio: nel qual caso, il governo utilizzerà volentieri il Fondo per le aree sottosviluppate, che pure dovrebbe servire a tutt’altro. Invece, si legge nel testo che stiamo esaminando oggi, i debiti accumulati a Catania dal sindaco Scapagnini, medico personale di Silvio Berlusconi, potranno essere attinti dal Fas. Con buona pace dei campani, dei calabresi, dei lucani e dei pugliesi, o dei catanesi stessi, che contavano su queste risorse per costruire strade, realizzare infrastrutture e sostenere imprese disposte ad investire nello sviluppo: quei 140 milioni di euro regalati alle casse dell’amministrazione di Catania, per ripianare il buco di una gestione finanziaria “caviale e champagne”, sono uno scandalo che ha fatto alzare la voce anche al sindaco di Milano, Letizia Moratti. Solo la Lega continua a chinare la testa, come tante altre volte dall’inizio della legislatura: avranno fatto i loro calcoli, ora dovranno spiegare ai loro elettori come si fa ad essere federalisti al nord e poi avallare una pastetta del genere al sud. Diranno che, in cambio, hanno ottenuto sconti sulla benzina in quattro regioni del nord, come prevede l’articolo 2-ter… ma comunque non è un problema nostro. Noi, che non abbiamo partecipato a questo scempio, possiamo solo prendere atto di un dato numerico: i 140 milioni di euro destinati a Catania – città che amiamo davvero, con tutto il cuore, ma che avrebbe meritato un sindaco migliore di Scapagnini e magari anche una consulente per lo sviluppo industriale più qualificata dell’ex miss Eritrea, la cui prestazione professionale è costata ai cittadini 24 mila euro – sono esattamente i soldi che il governo ha appena tolto agli asili non statali: quelli comunali e quelli parificati, frequentati da un bambino italiano su tre.
Voglio essere maligno e tentare un’analisi politica di questo provvedimento, considerando che ai 140 milioni di Catania bisogna aggiungere i 500 milioni stanziati per Roma. 640 milioni tolti al Fas, complessivamente, significano almeno 540 milioni tolti al sud, visto che il Fondo viene utilizzato per l’85 per cento dalle Regioni meridionali. Questo significa, come dicevo un attimo fa, che ci saranno meno infrastrutture in Calabria, Campania, Basilicata e Puglia, a vantaggio dei bilanci di Roma e Catania. Dov’è la malignità? Sta nel fatto che, mentre Roma e Catania sono amministrate dal Centrodestra ed hanno sindaci eletti da poco, dunque con un lungo mandato davanti e tante possibilità di fare bella figura con i soldi del Fas, le altre 4 Regioni meridionali che citavo sono tutte amministrate dal Centrosinistra, per di più con governatori prossimi alla scadenza di mandato. Non voglio neppure pensare che si utilizzi il Fas come un’arma elettorale, ma purtroppo non ho elementi certi per poterlo escludere.
C’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare: quello contenuto nell’articolo 1 bis, che sposta da qui a 4 anni il termine per adattare gli ospedali alla disciplina
intra moenia. Al momento, infatti, mancano ancora le condizioni per permettere ai medici di esercitare la propria attività privata all’interno delle strutture pubbliche, cosa che da un lato garantisce la continuità di cura per il paziente e dall’altro controlla che i medici impegnati negli ospedali rispettino il limite di prestazioni fissato per la loro attività privata, che non può essere superiore a quella pubblica. Il decreto non prevede nessun premio per le Regioni virtuose, nessuna penalizzazione per quelle non virtuose; non c’è nessun monitoraggio per verificare se gli ospedali effettivamente si stanno adeguando alle norme… il rischio, e lo diciamo in tempi non sospetti, è che si vada verso un boicottaggio dell’attività intra moenia, che dà fastidio a parecchi studi privati e che diversi manager sanitari (soprattutto nel centrosud, bisogna dirlo) cercano di ostacolare. Ci limitiamo a ricordare – come ha già fatto il collega Burtone, citando anche un’indagine conoscitiva del Senato – che le visite private effettuate all’interno degli ospedali sono più controllabili anche da un punto di vista fiscale, e che i soldi spesi per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche alla disciplina intra moenia verrebbero recuperati proprio limitando l’evasione.
Una nota di metodo, tanto per far sapere ai cittadini che ci seguono via radio oppure in tv come funzionano le cose in questa legislatura. Mercoledì scorso, quando si è aperta la discussione sulle linee generali di questo provvedimento, il primo a parlare è stato naturalmente il relatore, Roberto Simonetti. Che ha detto, in sostanza, una cosa di questo tipo: “Gli emendamenti presentati dalla Lega e dall’opposizione sono condivisibili, anzi, migliorerebbero un decreto che poteva anche essere scritto meglio… ma noi li bocciamo tutti, perché non abbiamo tempo: il decreto scade tra poco e non possiamo fare un’altra navetta in Parlamento”. Ecco, questo è esattamente il film della legislatura: nel nome dell’efficienza – ma di quale efficienza, poi? Quella della Finanziaria in 9 minuti e mezzo? – si scavalca regolarmente il Parlamento, che non viene percepito come un interlocutore indispensabile, ma come uno di quei parenti lontani, anche un po’ pedanti, che sei costretto a vedere per le feste di precetto. Non puoi proprio farne a meno, ma appena puoi te la squagli. È l’ennesimo decreto, è l’ennesima volta che in quest’Aula ci sentiamo dire “non c’è tempo per discutere”. È vero, io sono appena arrivato in Parlamento e quindi non so come andassero le cose prima, ma la democrazia che avevo studiato sui libri di storia, dall’antica Grecia in poi, era completamente diversa da questa esibizione muscolare a cui assistiamo da 7 mesi.

Il dottor sceriffo

Incredibile non averci pensato prima: visto che il cimitero arriva effettivamente troppo tardi, quale luogo migliore del pronto soccorso, per un censimento rapido e definitivo dei clandestini? Per il clandestino maschio, c’è l’imbarazzo della scelta: fratture multiple (quelli che lavorano in nero nei cantieri edili), ustioni o tagli (quelli impiegati nelle cucine dei ristoranti), strappi muscolari (quelli che raccolgono pomodori a 5 euro l’ora), ernie varie (quelli che ogni notte vanno a scaricare i camion nei mercati generali). Per il clandestino femmina, il modo più semplice è aspettare che venga a partorire; altrimenti, si può sempre sperare in qualche colpo della strega (per le badanti), qualche incidente domestico (per le colf) o al limite anche qualche postumo di violenza, sessuale e non (per le prostitute). L’uovo di Colombo, insomma, la scoperta dell’acqua calda: stupisce anzi che la Lega ci abbia pensato solo ora, dopo aver passato al governo 5 degli ultimi 7 anni. L’emendamento presentato al Senato sul ddl sicurezza da 5 parlamentari leghisti chiede di eliminare l’articolo 5 del Testo Unico sull’immigrazione, in base al quale “l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione alle autorità”. Il ragionamento padano è piuttosto semplice: se ai cittadini italiani viene chiesto un documento quando arrivano al Pronto soccorso, lo stesso va fatto con gli stranieri; se non ce l’hanno, dopo essersi curati passano al posto di polizia e ritirano, insieme al referto medico, il foglio di via obbligatorio. Come in tutti gli altri provvedimenti di questo governo, anche qui si brandisce l’arma del rispetto delle regole; anche qui si individua una categoria di presunti privilegiati e si scatena l’indignazione dell’opinione pubblica. Posto che sono un obiettore di coscienza ma non un anarchico eversivo, e dunque il rispetto di regole certe non può che trovarmi d’accordo, sul punto in questione ho due obiezioni da fare. La prima è quella del buonsenso, e non merita altre spiegazioni. La seconda è quella mossa anche dalla Società italiana di medicina delle migrazioni: “il rischio di denuncia contestuale alla prestazione sanitaria spingerebbe ad una clandestinità sanitaria pericolosa per l’individuo, ma anche per la popolazione italiana in materia di malattie trasmissibili”. Ma la Lega non si ferma qui e cerca anche un altro appiglio: agli immigrati clandestini andrebbe negata la prestazione di pronto soccorso, in quanto non iscritti al Servizio sanitario nazionale. Una logica apparentemente di ferro, che però – come ricorda l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – “cozza con l’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, garantendo cure gratuite agli indigenti”. La novità non è che noi la pensiamo in un modo e la maggioranza nell’altro. La novità è che in Transatlantico – mentre discutevo del più e del meno con i miei colleghi del Pd – è arrivata da me, furiosa, una parlamentare del Centrodestra, chiedendomi di fare qualcosa, di alzare un polverone, di chiamare il Papa e non so chi altro perché dicessero qualcosa contro questo emendamento vergognoso. Del Centrodestra, appunto.