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Cervelli in fuga

Abbiamo pensato di fare un regalo a Rita Levi Montalcini, per il suo centesimo compleanno: una proposta di legge per favorire il rientro dei cervelli italiani fuggiti all’estero. L’abbiamo presentata oggi alla Camera, insieme ad alcuni talenti nostrani che hanno trovato spazio altrove: un ricercatore del CNRS di Parigi, uno di Oxford, il coordinatore del centro di diritto comunitario al King’s college di Londra. Testimonial dell’iniziativa, un altro cervello italiano che ha trovato gloria oltreconfine: Adriano Aguzzi, direttore dell’istituto di Neuropatologia all’Università di Zurigo, che ha ricevuto il cosiddetto Nobel svizzero ed un riconoscimento analogo in Germania, ma che da noi conoscono solo gli addetti ai lavori. È una proposta di legge innovativa: tanto per i firmatari (deputati Pd eletti all’estero, Laura Garavini in testa, ed alcuni dei nostri trenta-quarantenni, dei quali faccio parte anch’io) quanto per il modo in cui è stata scritta. Si è utilizzato, infatti, il metodo wiki, in collaborazione con diversi ricercatori italiani nel mondo, e ne è venuta fuori una sintesi delle migliori prassi in giro per l’Europa. Neppure troppo costosa, per la verità: la legge obbliga solo il governo a devolvere al rientro dei cervelli le somme già stanziate nel Fondo finanziario ordinario ed a decidere ogni anno, in occasione della Finanziaria, quanto spendere per questo obiettivo. Dopo dieci anni, il Parlamento valuta i risultati raggiunti e decide se continuare o meno. Il resto lo fa la nascitura fondazione Prime (Per una Ricerca Italiana di Merito ed Eccellenza), promossa dal Ministero, che mette insieme contributi pubblici e privati, locali, nazionali ed europei. I privati disponibili a finanziare borse di studio beneficeranno di incentivi fiscali, gli stessi docenti assunti nei vari progetti destineranno il 5 per cento del loro reddito alla promozione di nuovi talenti. Per ora, il progetto di legge si rivolge a due tipologie di candidati: i ricercatori under 35, che abbiano conseguito un dottorato al massimo da 7 anni e che abbiano lavorato almeno 3 anni all’estero, oppure i dottori di ricerca che abbiano esercitato ricerca all’estero almeno 5 anni. Abbiamo sentito, nella conferenza stampa, delle storie da sbattere la testa al muro. Riccardo Spezia, ricercatore del CNRS, è rimasto a lavorare a Parigi per il contratto a tempo indeterminato, che in Italia è un miraggio e in Francia fanno già agli under 30. Giandomenico Iannetti, PhD ad Oxford, è scappato dall’Italia alla fine del dottorato: a luglio fece una domanda su Internet per un seminario che si teneva ad ottobre, a novembre era già a lavorare in Gran Bretagna con un assegno di ricerca. Andrea Biondi, docente al King’s college, ha raccontato la sua carriera universitaria a Londra (tempi certi, criteri trasparenti, sostegno economico adeguato) e l’ha paragonata al sistema italiano, che con la sua chiusura è l’antitesi del principio di libera circolazione dei lavoratori europei. Infine, Adriano Aguzzi, che ha definito la ricerca “l’investimento più redditizio a lungo termine”: non è un caso che la piccola Svizzera (che i cervelli li importa addirittura) si trovi ai primi posti del mondo, sia per premi Nobel che per finanziamenti alla ricerca. Se lo sente Berlusconi, ritira fuori la storia del barbiere e della polmonite.

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Un tesoro sprecato

cordone-ombelicale
Nel tritacarne del decreto milleproroghe, oggi al voto della Camera, finisce un po’ di tutto… tranne gli emendamenti, naturalmente, perché anche stavolta il governo ci ha messo la fiducia. Quel minimo di dibattito si sposta dunque sugli ordini del giorno, che mai come in questo caso spaziano da un argomento all’altro. Insieme a due colleghi dell’Italia dei valori, Antonio Palagiano e Silvana Mura, ne ho firmato uno che ha poco a che fare con la politica e molto con la vita di ognuno di noi: chiedevamo la possibilità per tutti di conservare il cordone ombelicale, oggi concessa solo a pochi. Parto dalla mia esperienza personale: volevo donare il cordone di Mattia e quello di Assia al Policlinico Gemelli, dove si fa ricerca sulle staminali, ma la clinica convenzionata in cui mia moglie ha partorito non ce lo ha permesso, né era attrezzata alla raccolta: attualmente in Italia lo è meno del 10 per cento degli ospedali. Esperienze simili hanno avuto quasi tutte le persone che conosco: tanto è vero che, nel 2007, sono state conservate solo 2500 unità di sangue cordonale su circa 570 mila nascite. Un cordone su 228, insomma. Ultimamente va di moda la conservazione autologa, che in Italia è vietata e che, probabilmente, è meno utile di quanto si creda (un caso su 20 mila, dicono oggi gli esperti): si tratta di conservare il sangue del cordone nell’eventualità che serva per il bambino stesso o per i familiari. Lo ha fatto Ambra Angiolini, lo ha fatto Stefania Rocca, può farlo chi è in condizione di andare a San Marino e lasciarci 2 mila euro, versando poi un canone annuale di circa 200. Anche nell’ultimo punto dell’ordine del giorno c’era un riferimento alla conservazione autologa (semplicemente invitando il governo a valutare l’opportunità di reintrodurla o meno), ma la proposta mirava soprattutto a costituire una rete nazionale di banche di raccolta, per evitare l’attuale spreco di cordoni: tutto sangue placentare molto prezioso, già usato nella cura di alcune malattie diffuse e potenzialmente utile (se la ricerca lo confermerà) anche per la ricostruzione di organi e tessuti danneggiati. La cosa strana è che una rete di questo tipo dovrebbe già essere in piedi da tempo, secondo quanto stabilito nel 2007 dal governo Prodi, ma si continua a rinviare l’emanazione del decreto ministeriale che dovrebbe definirne nei dettagli l’attuazione: tenendo fede al suo nome, il milleproroghe sposta ulteriormente i termini (per ora il 31 dicembre, ma è probabile che si rimandi ancora) e nel frattempo la banca nazionale del cordone non si fa. Peccato, perché con i 227 cordoni buttati su 228 si curerebbero molti leucemici, anemici e talassemici e si potrebbe fare parecchia ricerca. A costo zero? No, naturalmente. E allora pollice verso: la Camera respinge.