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Affari sociali

Dalla Commissione Cultura alla Commissione Affari Sociali: per cavarmela con una battuta, potrei dire che sto pagando i primi effetti dell’uscita di Francesco Rutelli dal Pd. Con l’abbandono di Donato Mosella e Marco Calgaro, andati via dal nostro gruppo, i deputati del Pd in Affari Sociali eravano rimasti solo 14; così, visto che in Cultura eravamo in 16, si cercava qualcuno disponibile a cambiare Commissione. Hanno pensato a me, per due motivi: il primo è che, in effetti, ad inizio legislatura avevo messo nelle prime scelte proprio gli Affari Sociali (e mi avevano spedito alla Trasporti!); il secondo è che, in questo anno e mezzo, le tematiche sociali sono sempre state al centro del mio impegno politico. Avrei anche potuto rifiutare – tanto più che in Cultura mi trovavo bene e stavo facendo cose interessanti – ma mi sono messo al servizio del gruppo ed ho accettato, sperando di non andare a fare troppi danni. La notizia è di un paio di giorni fa, ma ve la sto dando solo ora perché aspettavo l’esordio. Che è avvenuto proprio oggi, in coincidenza con il voto sugli emendamenti alla Finanziaria. Prima di parlarvene, devo fare una premessa: da che mondo è mondo, la discussione della Finanziaria si caratterizza per la pratica dell’assalto alla diligenza; con le nuove modalità introdotte da Tremonti – e gliene va dato atto – il criterio geografico dei finanziamenti a pioggia (un ponte in Veneto, una strada in Trentino, una fontana in Umbria, un campo sportivo in Calabria) è praticamente sparito. Rimane, però, la pressione legittima che ogni Commissione cerca di fare sul governo perché vengano messi soldi in alcuni ambiti che le stanno a cuore: alla Trasporti diranno che vanno finanziate la banda larga o le autostrade del mare, in Cultura premeranno per l’edilizia scolastica o la ricerca, alla Lavoro chiederanno fondi aggiuntivi per disoccupati e precari, e così via. In Affari Sociali ci si occupa essenzialmente di povertà e di esclusione sociale, ma anche di sanità: le nostre richieste, dunque, potete facilmente immaginarle. Per senso di responsabilità (e di realismo, visto che i soldi sono pochi) abbiamo ridotto il numero degli emendamenti ad una cinquantina: la maggioranza ce li ha respinti quasi tutti, ma su alcuni siamo riusciti a convincerli. Bocciato, tanto per fare un esempio, l’innalzamento del reddito per l’esenzione dal ticket: il limite attuale (36151,98 euro) è quello fissato nel 1993, ma nel frattempo parecchi che erano esenti oggi non lo sono più, a causa del tasso di inflazione. Fra le battaglie vinte – ma non è neppure detto che lo siano, e dopo vi spiego perché – c’è invece il rimborso alle famiglie più povere delle spese sostenute per latte artificiale e pannolini, oppure l’aiuto alle case-famiglia, attraverso l’istituzione del Fondo per il sostegno delle comunità di tipo familiare. E ancora: la possibilità di detrarre il 19% delle erogazioni in denaro a favore dei programmi di assistenza dei disabili gravi; i 400 milioni di euro da destinare al Fondo per le non autosufficienze; i 100 milioni per il Fondo “Dopo di noi”, che aiuterà i disabili gravi rimasti senza un adeguato sostegno familiare; la proroga del bonus straordinario alle famiglie, ai lavoratori pensionati ed alle persone non autosufficienti. Infine, il 5 per mille, che sembrava sul punto di saltare ed invece rimarrà: il contribuente potrà destinarlo al finanziamento della ricerca (scientifica e sanitaria), al sostegno delle attività sociali svolte dai Comuni oppure alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Buone notizie, allora? Non è detto, dicevo prima: perché tutti gli emendamenti approvati dalle Commissioni passano ora all’esame della Bilancio, che dovrà verificare se le coperture finanziarie da noi ipotizzate siano praticabili oppure no. Faremo la conta dei superstiti e vi terrò aggiornati.

La romanella

Dalla comunità di Sant’Egidio ho sentito ripetere più volte che dietro il degrado si nasconde un disagio: non ha senso combattere il primo senza affrontare l’altro. Il degrado, a differenza del disagio, è visibile ad occhio nudo, come una macchia di umidità sulla parete; ma se mi limito ad una mano di bianco – dico una ma possono essere anche due o tre ed il risultato non cambia – prima o poi la chiazza rispunta fuori. Se invece scavo, faccio intercapedini e metto la carta catramata – se vado, cioè, alle radici di quel degrado – ho serie possibilità che la parete finalmente si asciughi: a quel punto sì che do una bella mano di bianco (o due, o tre…) e sistemo il tutto. Già nel ddl Carfagna sulla prostituzione – quello, per intenderci, che è finito in un cassetto e che a naso ci resterà, chissà perché – si capiva quale fosse, in materia, l’approccio del governo: una bella romanella e via. La romanella è quell’aggiustatina che il carrozziere ti dà alla macchina quando vuoi spendere poco: appena la ritiri ti sembra nuova, ma dopo un mesetto rispuntano fuori i vecchi difetti. D’altra parte, il tuo uomo era stato onesto: “Dotto’, famo ‘na cosa seria o ‘na romanella?”, ti aveva chiesto, e tu – guardandoti nel portafoglio – avevi optato per la seconda scelta. Come il ddl Carfagna, dicevo, che per combattere la prostituzione aveva lanciato una grande operazione di decoro urbano: l’importante non è che si prostituiscano (o meglio: che siano, nella maggior parte dei casi, costrette a farlo), ma che almeno non si veda. Sulla stessa linea si muove l’ordinanza del sindaco Alemanno, stabilendo una multa di 100 euro per i lavavetri ai semafori e per i giocolieri, che ne sono un po’ l’evoluzione artistica. “I vigili urbani – scriveva l’Ansa di lunedì scorso – hanno fatto sette multe e dieci sequestri di attrezzature. Tre lavavetri sono riusciti a sfuggire ai vigili abbandonando i secchi e le spazzole”. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: come ha giustamente sottolineato Angelo Bonelli, dei Verdi, questa non è lotta alla povertà, ma lotta ai poveri. È un’altra operazione di decoro urbano, insomma: un’altra romanella, che per qualche settimana farà sparire i poveri dai semafori e li manderà a suonare nei vagoni della metropolitana o a spostare carrelli negli spiazzi dei supermercati oppure a distribuire santini all’uscita delle chiese. A proposito di Chiesa: l’ordinanza di Alemanno ha provocato pure la reazione del cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, che non è certamente un barricadero ma che non ha potuto (né voluto) tacere al sindaco il malessere del mondo cattolico. Cito testualmente dal comunicato ufficiale del vicariato: “La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare non può  non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa”. E ancora: “Il cardinale Vallini, pur consapevole della complessita’ del problema, ha invitato il sindaco ad individuare iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti”. Se no, a che cosa serve la politica?

Il vento del nord

Gli allergici alle statistiche si turino il naso, perché oggi vi rimbambisco di numeri: quelli su povertà e disagio in Italia, che ho ascoltato stamattina in un convegno a Napoli. C’era D’Alema, è vero, ma siccome non ha parlato di gossip politico non credo che i tg nazionali se ne occuperanno: tranne una battuta su Berlusconi (“Essendo cattolico, può confessarsi e quindi si concede parecchi peccati”) ed una su Bassolino (“Non lo esaltavo prima, non lo demonizzo ora”), i giornalisti alla ricerca di schermaglie dialettiche non hanno avuto molto da portare a casa. Peccato, perché il tema merita una riflessione seria. E la meritano soprattutto le cifre dell’Istat, a cominciare da quel 13,6% di famiglie sotto la soglia di povertà che significa – più o meno – mille euro al mese per un nucleo di due persone. Pochi i bisognosi al nord, qualcuno di più al centro, tantissimi al sud: in Europa, cari amici leghisti, l’Italia detiene infatti il tristissimo primato della disparità territoriale, spaziando dal 7,3% di poveri in Lombardia al 47% in Sicilia. Si risponderà che regioni ricche e regioni povere esistono dappertutto, ma anche qui i numeri parlano da soli: in Spagna si va dal 6,7% di bisognosi in Catalogna al 27% in Andalusia; in Belgio si oscilla tra l’8% dei fiamminghi poveri al 18% dei valloni. Eppure – ha notato Gianni La Bella, della Comunità di Sant’Egidio – da noi si sta facendo strada una “nouvelle vague negazionista della questione meridionale”. Invece, cifre alla mano, si scopre che nel nord nascono più figli e si vive più a lungo, oppure che il centro-nord riceve il 72% della previdenza, che tra l’altro occupa quasi tutto il budget della nostra spesa sociale. Proprio sulla spesa sociale, D’Alema ha ricordato che siamo un punto sotto la media europea (27,5% del Pil), tre punti sotto la Francia, tre e mezzo sotto la Svezia. Al capitolo “famiglia più infanzia” destiniamo appena l’1,2% del Pil, ai disabili l’1,5%, al reinserimento dei disoccupati lo 0,5%, alle politiche abitative addirittura lo 0,1%: la decima parte della media Ue. Il governo attuale ha definanziato tutte le leggi di spesa per la lotta alla povertà (compresi l’assegno per il terzo figlio, il prestito d’onore ed il credito d’imposta, nonché la 328 per il terzo settore) e le ha sostituite con la social card, che sarà certamente un atto caritatevole ma che risolve ben poco. Il Pd – ha annunciato D’Alema – presenterà quindi un disegno di legge a prima firma Livia Turco, perché venga avviato un piano nazionale di lotta alla povertà: servono 3 miliardi di euro e non sono pochissimi, ma al bilancio statale l’abolizione dell’Ici è costata di più. Chiudo con un dato ed una riflessione, entrambi sulla Campania. Il dato – fornito dal prefetto Alessandro Pansa – è quello sui lavoratori in nero o sui disoccupati, che a Napoli rappresentano il 60,5% del totale: l’economia sommersa sembra inarrestabile ed i suoi effetti perversi, perché le imprese che non dichiarano il proprio fatturato non riescono ad accedere ai finanziamenti bancari, finendo per rivolgersi all’usura. La riflessione, invece, è ancora di Gianni La Bella, che ha elencato alcuni episodi di cronaca dell’ultimo periodo: gli incendi ai campi rom di Ponticelli, la strage contro i nigeriani a Castel Volturno, l’aggressione agli srilankesi a Mergellina, le due ragazze rom annegate a Torregaveta e lasciate sulla sabbia nell’indifferenza dei bagnanti. E poi ha chiuso con una domanda, che vi rigiro:“È arrivato il vento del nord?”.

Le crepe nascoste

Nell’overdose di immagini e di interviste che stanno arrivando dal G8, c’è un video che difficilmente vedrete in tv. Lo ha girato Action aid, una ong impegnata nella lotta alla povertà, partendo dalla domanda più banale: l’Italia, che in sede internazionale non ha mai i soldi per rispettare gli impegni già firmati, ha risparmiato davvero nello spostamento del vertice all’Aquila? E quali vantaggi – oltre a quello innegabile di immagine per il governo stesso – ne deriveranno per i terremotati? E quanto effettivamente si è speso? Non voglio raccontarvi tutto in anticipo (qui sopra trovate la versione integrale del video, che vi consiglio; su questo link, invece, la versione breve), ma c’è un’intervista al sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, che fa riflettere. Così come fa riflettere l’immagine del terremotato che dorme nella cuccetta del treno, soprattutto confrontandola con le immagini sfavillanti del vertice in corso: “stridono l’agio, i doni e le cene riservate ai leader – nota anche Avvenire, stamattina – quando a pochi passi migliaia di persone sono sfollate nelle tendopoli”. Il messaggio che Berlusconi cerca di far passare in questi giorni – ripetutomi pure da alcuni colleghi del Pdl, con gli occhi spalancati – è che il governo abbia fatto un miracolo. Ed è questa la vulgata che si sta affermando: dopo l’invito del presidente Napolitano ad abbassare i toni nei giorni del vertice, poi, figuriamoci se noi ci mettiamo a fare polemiche proprio ora. Ma Action aid, che non è legata a nessun partito politico, ci offre con questo video parecchi spunti di riflessione sulla totale mancanza di trasparenza nell’organizzazione del G8: tanto in Sardegna come in Abruzzo. Per quanto riguarda la Maddalena, il progetto in sé era ottimo, ma il suo affidamento alla Protezione civile (tanto per cambiare) ha significato l’adozione di procedure straordinarie e discrezionali, fra le quali l’apertura di una contabilità speciale che ha fatto perdere il conto dei fondi stanziati. 327 milioni di euro sono stati assegnati senza una gara pubblica: tanto per fare un esempio, la Mita resort di Emma Marcegaglia si è aggiudicata tutta l’area dell’ex arsenale senza sfidanti. Inoltre, si è attinto come sempre dal bancomat dei Fas, i Fondi europei per le aree sottoutilizzate, come se fosse un pozzo senza fondo: lo testimoniano i 60 milioni di euro spesi per la Residenza Carlo Felice, che non si capisce ancora a cosa verrà destinata. Arriva il terremoto e Berlusconi cambia la sede del G8. Ma non cambiano, purtroppo, le procedure: ancora una volta l’organizzazione del vertice finisce nelle mani della Protezione civile, ancora una volta si perde il conto dei soldi e la trasparenza sugli appalti. Il vertice è ormai al terzo giorno, ma l’Italia non sa quanto siano costati l’allargamento dell’aeroporto, la nuova strada, la ristrutturazione della caserma di Coppito; quanto agli appalti, la chiarezza latita anche qui: lo testimonia la gara informale (e sottolineo informale) con cui la Protezione civile ha assegnato quello per le piastre antisismiche, costato oltre 100 milioni di euro. Action aid non dice che Berlusconi si sia messo i soldi in tasca, e neppure lo dubita. Dice soltanto, tra le righe ma non troppo di questo video, che un Paese chiamato a presiedere il vertice dei Grandi abbia innanzitutto il dovere della trasparenza. Altrimenti, quando ci sentiremo rispondere – come è accaduto proprio ieri a me, in Aula – che mancano i soldi per rispettare gli impegni presi in sede internazionale nella lotta alla povertà, non crederemo più a nessuno.