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John e gli altri

La vicenda di Rosarno è finita anche in Vaticano: l’Angelus di oggi, con il richiamo di Benedetto XVI al rispetto verso gli immigrati, è certamente un fatto importante. Ma il discorso più importante della giornata, il Papa mi perdoni, l’ha fatto un umile parroco calabrese che non passerà alla storia. Si chiama don Pino Varrà, e tra pochi giorni – quando sarà passata ‘a nuttata – ritornerà nell’anonimato della sua parrocchia di Rosarno, San Giovanni Battista, e della mensa Caritas che continuerà a dirigere, se gli saranno rimaste bocche da sfamare dopo la cacciata dei mille. Gli si è svuotata pure la chiesa, ha fatto notare stamattina durante l’omelia: un discorso da brividi, che vi riporto da uno stralcio della cronaca di Repubblica:

“Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano”, spiega il sacerdote. “E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani”. Il parroco lascia l’altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. “Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto”. Allarga le braccia, sorride: “Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati”.
E’ il culmine dell’omelia. E’ il momento dell’appello. E del rimprovero: “Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo”.
Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: “Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare”. Il sacerdote indica il presepe: “Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli”.

Dopo il cardinale Tettamanzi, insomma, un altro pericoloso imam. E chissà quanti altri, dispersi nelle parrocchie di tutta Italia. Ma oggi non è il giorno delle polemiche con la Lega, perché voglio guardare più in alto: grazie a don Pino Varrà, ed alla sua omelia di stamattina, oggi è il giorno del mio orgoglio cristiano.

Colpo di scena

Vi aggiorno sulla cittadinanza, perché ci sono delle novità importanti, e comincio dalla fine: subito dopo la Finanziaria, la legge arriva in Aula alla Camera. Il che significherà, probabilmente, iniziare la discussione poco prima di Natale e cominciare le votazioni degli emendamenti a gennaio. Su quale testo ancora non si sa, perché nel comitato ristretto della I Commissione i lavori non sono ancora finiti e forse neppure finiranno in tempo: se così fosse, se ne discuterà direttamente in Aula e per me sarebbe anche meglio, visto che – non essendo membro della Commissione Affari Costituzionali – non posso partecipare ai lavori del comitato ristretto. Mentre mi ero ormai rassegnato allo slittamento post-Regionali, Dario Franceschini si è impuntato durante la conferenza dei capigruppo ed ha chiesto che il provvedimento venisse calendarizzato subito; a quel punto, Pdl e Lega hanno tentato di opporsi, dicendo appunto che la Commissione non aveva ancora concluso i lavori, ma Dario ha insistito sul diritto di chiedere la calendarizzazione nella quota riservata alla minoranza e si è rivolto al presidente della Camera. Ce lo vedete Fini che, dopo tutto il casino armato in questi mesi sulla cittadinanza, si prende addirittura la responsabilità di non farla arrivare in Aula, quando l’opposizione lo ha chiesto? No, non ce lo vedete: infatti, Fini ha acconsentito, spiegando che il presidente della Camera non ha il potere di interferire nelle scelte della minoranza rispetto alle sue quote. Si comincia, insomma, e per me saranno settimane infinite: ho intenzione di seguire tutta la discussione generale, dal primo all’ultimo intervento, e di fare in modo che la strada lunga del dialogo vinca sulla scorciatoia degli arroccamenti. Per ora, le posizioni sono le seguenti. Pdl: non è un’urgenza, meglio rimandare, aspettiamo che la Commissione decida un testo comune, nel frattempo riuniamo il nostro comitato direttivo ma prima ancora facciamo esaminare i vari testi in esame dalla nostra Consulta interna per le riforme ed i problemi dello Stato. Lega: noi questa roba qui non la vogliamo, ma se il Pdl la fa passare prima delle Regionali siamo contenti lo stesso perché così ci ritroviamo un milione di voti in più (capite allora perché il Pdl temporeggia? spaccature interne e paura della Lega). Udc, Idv, Pd: pronti a votarla subito, con una serie di sfumature che vanno dalla richiesta dello ius soli secco fino all’apertura dell’Udc alla proposta del ministro Sacconi (per ora solo uno slogan, visto che non c’è niente di scritto) di introdurre la cittadinanza a punti. In tutto questo – e non lo dico perché l’ho proposta io – la Sarubbi-Granata, secondo me, resta un punto di mediazione piuttosto credibile: non so come andrà a finire con gli adulti, ma sono certo che la soluzione per i ragazzi delle seconde generazioni non potrà discostarsi troppo dalla nostra linea di ius soli temperato. Anche chi fa la faccia feroce, infatti, viene disarmato dall’innocenza dei bambini nati e cresciuti qui: tanto più che, dopo le parole di ieri del Papa sulle seconde generazioni, il Centrodestra non avrà più scuse da accampare, se non vuole perdere punti con la Chiesa. Per chi non lo avesse sentito, Benedetto XVI ha detto che “ai figli degli immigrati deve essere data la possibilità di frequentare la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro”, ricordando la necessità di “un ambiente sociale che consenta e favorisca il loro sviluppo fisico, culturale, spirituale e morale”. Il suo ministro per i Migranti, mons. Vegliò, si è spinto ancora più in là: “Quando un migrante è in Italia già da un po’ di tempo, ha un lavoro regolare, paga le tasse, ha figli che parlano italiano e vanno alla scuola italiana, qual è la difficoltà a dargli la cittadinanza?”. Già, qual è la difficoltà? Se lo faccia spiegare, se ci riesce, dai novelli baluardi dell’identità cristiana: quelli che a Brescia, domenica scorsa, distribuivano per strada il crocifisso.

P.S. Proprio sull’appello del Papa mi ha intervistato La discussione. Se vi interessa, ecco qui.

Guerra e fame

È curioso che sia proprio Silvio Berlusconi a chiedere date certe per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo: proprio il suo governo, che poi sarebbe anche il nostro, sta infatti disattendendo tutti gli impegni presi in sede internazionale sul rispetto dei Millennium goals, gli obiettivi del Millennio che l’Onu si è data da qui al 2015. Ne ho parlato decine di volte e non ci tornerò sopra, anche perché dell’incontro di oggi alla Fao non mi sembra questa la notizia principale: la notizia, a mio modo di vedere, è che tutti – dal Papa al segretario generale delle Nazioni Unite – hanno concordato sul fatto che la fame nel mondo non si combatte con le politiche demografiche, ma con la redistribuzione delle risorse. Che ci sono per tutti. Finché lo dice il Vaticano, nulla di nuovo; che fosse d’accordo anche il Palazzo di vetro, invece, non me ne ero mai accorto. Dire che le risorse ci sono significa, secondo me, almeno due cose. La prima è che materialmente esistono, nel senso che la terra è già in grado di sfamare i suoi abitanti: Benedetto XVI citava, per condannarla, la pratica di distruggere le derrate alimentari per tenere alto il prezzo sul mercato, ma allo stesso modo potremmo aggiungere che basterebbe una dieta meno carnivora e più vegetariana – come diversi economisti sottolineano da anni – per fare in modo che, con gli stessi metri quadri di terra coltivata, si riescano a sfamare molte più persone (non sarebbe difficile arrivare a 7 volte tanto). Il secondo aspetto della vicenda è che le risorse – e qui non mi riferisco a pomodori e cereali, ma più in generale alle risorse economiche – vengono spesso destinate ad altro scopo: basta guardare la spesa globale per gli armamenti, che nell’ultimo anno non ha conosciuto nessuna crisi e che vede l’Italia ben (o mal, dipende dai punti di vista) piazzata nella classifica mondiale. Se gli Stati Uniti non spendevano così tanto dai tempi della seconda guerra mondiale, noi non siamo da meno: 40,6 miliardi di dollari nel 2008, pari al 2,8% della spesa mondiale. Ben sopra l’India, che pure non è uno staterello e che, invece di confinare con la neutrale Svizzera, ha la frontiera in comune con il Pakistan Colpa dei ricchi, come al solito? No, non solo. Perché anche i Paesi in cui si vive con un dollaro al giorno spendono, in media, oltre 200 dollari pro capite per gli armamenti, e perché il Brasile delle favelas è diventato la vera potenza militare dell’America Latina. Ma pensiamo un attimo all’Italia, ottavo Paese nel mondo per volume di spese nel settore: da noi la spesa pro capite per le armi è di circa 480 euro l’anno, che per coincidenza è esattamente l’importo della social card. Con le aziende in crisi e le famiglie alla terza settimana, forse un problema di distribuzione delle risorse esiste anche da noi.

Una questione di metodo

Il mio primo progetto di legge, depositato a poche settimane dall’inizio di questa legislatura, è arrivato in Aula e verrà approvato giovedì. In sé, naturalmente, è una buona notizia, anzi, ottima: sebbene in ritardo di 6 anni, infatti, riusciamo finalmente a ratificare una convenzione internazionale sui residuati bellici esplosivi. La proposta di legge è la mia, parola per parola, con una sola modifica nella copertura finanziaria; del mio lavoro, però, non resterà nessuna traccia, perché il governo l’ha copiata ed incollata in un suo disegno di legge. E così, nel mio intervento in Aula gliel’ho fatto notare.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, do per scontato l’assenso mio e del mio gruppo parlamentare – il gruppo del Partito democratico – a questo disegno di legge, che il relatore ci avrebbe voluto illustrare con dovizia di particolari se ne avesse avuto il tempo, ma che, insomma, ci ha illustrato già a sufficienza, e ora vorrei utilizzare questi 8 minuti, ma in realtà anche meno, per una riflessione non sul merito, che immagino troverà tutti d’accordo, ma sul metodo seguito, che suscita in me più di una osservazione.
Innanzitutto, arriviamo a questa discussione con 6 anni di ritardo. È dal 28 novembre del 2003, infatti, che l’Italia sa di avere un obbligo, in quanto Stato firmatario della Convenzione di Ginevra: l’obbligo, appunto, di ratificare questo Protocollo relativo ai residuati bellici esplosivi, che affronta il problema degli ordigni inesplosi ed abbandonati. Come tutti sappiamo, i territori di guerra – basti pensare al Corno d’Africa, ai Balcani, al Medio Oriente, allo stesso Afghanistan che in queste ore ci provoca così tanto dolore – sono pieni di mine antiuomo, che chiaramente rimangono lì anche quando la guerra è finita: basta metterci un piede sopra e, nel migliore dei casi, si perde una gamba. Nel peggiore, si può anche perdere la vita: cosa che accade non di rado, anche se ormai non fa più notizia.
Nel 2003, gli Stati membri della Convenzione di Ginevra adottano questo Protocollo, in cui ci si assumono delle responsabilità per migliorare la protezione dei civili e per ridurre i pericoli. A quel punto, però, la palla passa ai singoli Paesi, che ad uno devono ratificare il testo e a questo punto cominciano le note dolenti, perché – mentre 55 Parlamenti hanno già fatto il loro dovere – noi ci siamo ridotti a settembre 2009 e le cose sarebbero andate ancora più per le lunghe se il relatore Franco Narducci, vicepresidente della Commissione Esteri, non avesse avviato un pressing sul Governo negli ultimi 6 mesi.
Non voglio dire che l’Italia sia disinteressata al tema dei diritti umani: ci mancherebbe, né che ci interessi poco il problema nello specifico. Il nostro Parlamento, infatti, è stato il primo al mondo a dotarsi di uno strumento contro le mine, approvando già nel 1992 una risoluzione per lo sminamento del Kurdistan. Quello che mi preme sottolineare – e mi preme farlo in quest’Aula, signor Presidente, davanti al rappresentante del Governo – è che dal novembre 2003 ad oggi si sono avvicendati quattro governi (Berlusconi
bis, Berlusconi ter, Prodi bis e Berlusconi quater) e tre legislature (XIV, XV e XVI). È possibile – mi chiedo, ma lo chiedo anche a nome del cittadino che ci sta seguendo su Gr Parlamento, su Radio radicale o sul canale satellitare della Camera – che ci vogliano quattro Governi e tre legislature per ratificare una Convenzione su cui siamo tutti d’accordo? E perché ci vuole un intervento del Governo, quando in Parlamento è presente da anni una proposta di legge di ratifica di questo Protocollo?
Ci sono aspetti, in questa vicenda parlamentare, che mi risultano davvero incomprensibili. Faccio, a questo proposito, un passo indietro. Domenica 18 maggio 2008, il Papa dedica il suo post-Angelus alla messa al bando delle munizioni a grappolo; contemporaneamente, alcuni esponenti istituzionali di diverse confessioni religiose inviano una lettera aperta ai Governi, sempre sullo stesso tema.
Proprio in quei giorni io – fresco deputato, erano passati più o meno una ventina di giorni dall’inizio della legislatura – scopro che il nostro Parlamento non ha ancora ratificato il Protocollo, nonostante diverse proposte di legge giacenti da diverse legislature: ripropongo così quella presentata dal senatore Martone, nella XV legislatura, e raccolgo 35 firme tra i diversi schieramenti.
La proposta di legge A.C. n. 1076, Sarubbi ed altri, viene assegnata alla Commissione esteri ad aprile di quest’anno: quasi un anno dopo! Da allora, si apre una discussione in cui – come spiegavo poco fa – il relatore, l’onorevole Narducci, ricorda periodicamente al Governo la necessità di questa ratifica «senza ritardi», l’espressione che utilizzano le Nazioni Unite in una risoluzione del 6 dicembre 2006 che, fra l’altro, è stata approvata anche con il voto dell’Italia. Ogni volta in Commissione, a cominciare dall’8 aprile 2009, il rappresentante del Governo risponde – cito il sottosegretario Stefania Craxi, dal resoconto di quella seduta – «che il Governo sta ultimando la procedura finalizzata alla presentazione di un disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del protocollo in oggetto», come dire: tranquilli, ci pensiamo noi. La scena si ripete a maggio, con il sottosegretario Alfredo Mantica, che però preannuncia una novità: dimenticatevi i 50 mila euro per la copertura finanziaria dello sminamento, perché al massimo ne tireremo fuori 15 mila. A luglio, un altro rinvio, ma stavolta il Consiglio dei Ministri ha deliberato il disegno di legge di ratifica; quanto ai fondi stanziati nel testo rimangono i 15 mila, che certamente non basteranno (servono sì e no per una conferenza), ma almeno per il 2009 una soluzione c’è: si potrà infatti attingere al Fondo per lo sminamento previsto nel «decreto missioni». Mi auguro che ciò valga pure per il prossimo «decreto missioni», altrimenti nel 2010 dovremo riaffrontare il discorso da capo.
Un’ultima annotazione sempre riguardo al metodo seguito. È vero che stiamo parlando di politica estera (un’abitudine che la Camera non ha e che, in un momento come questo, sarebbe il caso di adottare) e capisco pure, signor sottosegretario, che il Governo ci tenga a fare bella figura, anche se – viste le critiche odierne dell’Alto commissariato dell’ONU sui diritti umani, riguardo ai respingimenti – l’operazione mi appare difficile. Però quando si toglie all’opposizione (non dico ad Andrea Sarubbi: questo mi interessa fino ad un certo punto) anche la paternità delle idee più nobili ed assolutamente
bipartisan, come in questo caso, più che un segnale di forza mi pare un segnale di debolezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

C’è posta per te

La lettera del Papa a Berlusconi, in vista del prossimo G8, mi lascia due sensazioni contrastanti. La prima è di soddisfazione, perché – non sentendo nulla da un po’ – cominciavo a temere che il grande sforzo di Giovanni Paolo II per la cancellazione del debito estero fosse rimasto lì, appeso al vuoto; mi conforta, invece, vedere che Benedetto XVI ne segue la scia, chiedendo ufficialmente ai Grandi di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. La seconda sensazione, però, è quella di scoramento: il Papa fa benissimo a dire quello che dice, ma nel mio Paese ideale un governo non dovrebbe aver bisogno degli appelli pontifici per darsi una mossa; dovrebbero essergli sufficienti gli inviti dell’opposizione, che in questi quattordici mesi non sono certamente mancati. Sugli aiuti allo sviluppo, come molti di voi sanno, li stiamo martellando da tempo: io stesso chiamai l’esecutivo in Aula per un question time, ma la risposta fu ridicola. Così ridicola che, da allora, ho deciso di non votare più per il finanziamento delle missioni internazionali, indipendentemente dal merito: mi asterrò, o voterò addirittura contro, fino a quando il governo non rispetterà gli impegni presi con la comunità internazionale alla firma degli Obiettivi del millennio. Siamo indietro rispetto agli altri Paesi europei, ai partner del G8, alle nostre stesse promesse: la scusa è sempre quella della crisi, ma le altre Nazioni – pur vivendo difficoltà analoghe – hanno fatto scelte più coraggiose. Germania, Francia, Regno Unito, Usa, Giappone: dappertutto, gli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo vengono confermati ed incrementati; da noi, nel 2009, addirittura dimezzati, andando a toccare il minimo storico delle ultime tre legislature. Io non credo che la cooperazione internazionale debba essere un tema di sinistra: al contrario, come ho già detto in più occasioni, mi pare un argomento molto leghista, perché si sposa a meraviglia con l’idea di “aiutarli a casa loro”. Eppure, le statistiche degli ultimi anni parlano chiaro: nei 5 anni di Centrosinistra, dal 1996 al 2001, i fondi per la cooperazione salgono; dal 2001 al 2006, nei due governi Berlusconi, prima continuano a salire un po’ ma poi scendono di brutto; nel 2006 ritorna il Centrosinistra, con Prodi, e ricomincia la salita; nel 2008 tocca ancora al Centrodestra e gli aiuti allo sviluppo vengono praticamente cancellati. Avrei mille cose da dire, ma mi limito a due. Innanzitutto, se la crisi internazionale ha un impatto sull’Occidente, figuriamoci sui Paesi in via di sviluppo: alla fine di quest’anno, il mondo avrà 53 milioni di persone costrette a vivere in povertà assoluta e destinate a non uscirne mai più; sarà cresciuto in modo esponenziale il numero di bambini morti di denutrizione (circa 300 mila l’anno, in media, da qui al 2015); molti ragazzi in questi mesi stanno smettendo di andare a scuola, per cercare di portare a casa un pezzo di pane (in Bangladesh, per esempio, accade già in due famiglie su tre). Infine, dobbiamo smetterla di considerare la cooperazione internazionale come un capitolo di politica estera, perché i problemi di accesso alle risorse in varie parti del mondo sono destinati necessariamente a ripercuotersi anche sulla nostra stabilità interna e sulla nostra sicurezza: se non lo vogliamo fare per loro, insomma, almeno facciamolo per noi. Non ve l’ho mai raccontato, perché alle classifiche non do mai un grande valore, ma nelle settimane scorse è uscito uno studio di Action Aid sull’impegno dei parlamentari italiani nella lotta alla povertà. Ai primi tre posti, altrettanti membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato: d’altra parte, è naturale che ogni mozione o interpellanza sul tema passi di lì. Al quarto posto, che su un migliaio non è male, indovinate un po’? Ebbene sì: la medaglia di legno è mia. Aspetto l’antidoping per i primi tre e poi, magari, salgo pure sul podio.