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Scommettiamo?

Il dibattito sull’aggressione al premier è arrivato in Aula, con l’informativa del ministro dell’Interno ed un intervento per gruppo. E sarebbe questa la notizia di oggi, se poco dopo Fini non avesse deciso di mandarci tutti a casa, con una sfuriata senza precedenti. Non so se andremo a casa davvero, ma a questo punto non mi stupirei delle elezioni anticipate: Fini parlava ed alcuni deputati della maggioranza si alzavano e se ne andavano in segno di protesta, come avevano fatto poco prima durante il discorso di Di Pietro sull’aggressione a Berlusconi. Parto da Fini, allora, e dalle sue parole durissime contro il governo per la decisione di porre la ventisettesima fiducia dall’inizio della legislatura: dopo aver ricordato che da parte delle opposizioni non c’era stato nessun ostruzionismo e che nulla avrebbe impedito di arrivare al voto entro i tempi previsti, il presidente della Camera ha definito la decisione di Palazzo Chigi “deprecabile” e l’ha attribuita ai difficili rapporti politici all’interno del Centrodestra. La maggioranza, in breve, chiede alcuni emendamenti alla Finanziaria, ma il governo non è disponibile a cambiare una virgola, e per evitare che vengano votati dall’Aula ha congelato il testo con la fiducia: l’ennesima conferma dell’impotenza del Parlamento, l’ennesima prova di debolezza da parte di una coalizione che evidentemente non regge il confronto interno. Eppure, pochi minuti prima i miei colleghi sembravano compattissimi, direi quasi monolitici, nel difendere il presidente del Consiglio dai mandanti dell’attacco di piazza Duomo: il gruppo editoriale Repubblica-Espresso, Il Fatto Quotidiano (“un mattinale delle procure”), la trasmissione Annozero, Marco Travaglio (“un terrorista mediatico”), i giudici che vanno nei talk show a demonizzare Berlusconi, l’Italia dei valori (“sta evocando la violenza, quasi voglia tramutare lo scontro politico in guerra civile”) e pure il Pd (anche se Fabrizio Cicchitto, titolare di tutti questi virgolettati, si è fermato a citare “qualche settore giustizialista” del nostro partito). Altro che toni bassi, insomma: il Pdl, come temevamo, ci sguazza, negando ogni responsabilità della maggioranza nell’avvelenamento dei toni e facendo la vittima, come testimonia anche la lettera dello stesso Cicchitto e di Quagliariello su Libero di oggi. Peccato, perché Pierluigi Bersani aveva teso la mano in maniera molto intelligente, dando prova di grande responsabilità.

PIER LUIGI BERSANI. Signor Presidente, ribadisco intanto qui la solidarietà e l’augurio al Presidente del Consiglio, che ho potuto trasmettergli ieri personalmente; ribadisco qui la condanna senza altre parole di quel gravissimo gesto di violenza e di aggressione.  (…) Il rischio è che qualcuno si vesta da pompiere per fare l’incendiario e che cominci un gioco di criminalizzazione reciproca fra noi oltre il segno. Respingo tale modo di discutere e non voglio entrare nel merito di affermazioni che non condivido, che adesso ha pronunciato l’onorevole Cicchitto. Mi accosto con cautela a questa discussione, perché credo che discutere genericamente sul clima non ci convenga, credo che ci convenga discutere più precisamente sui comportamenti: sui comportamenti che riguardano tutti, noi stessi, senza attaccare però a questo chiodo un filo che porta fino alle azioni criminali, perché le azioni criminali non sono in nessun modo giustificabili (Applausi). Vediamo, invece, in un’occasione così drammatica l’opportunità di riflettere su comportamenti, anche nostri, che possono portare ad uno spaesamento, ad uno sbandamento e ad una regressione della pubblica opinione e quindi ad un indebolimento della coscienza democratica. Questo tocca a noi e su questo una riflessione non è inutile e deve riguardare tutti. Non è inutile ricordare, almeno per me, che in democrazia ognuno ha il suo compito: l’opposizione deve opporsi, ma insieme costruire la ragionevole fiducia in un’alternativa positiva, senza mai scommettere su scorciatoie nel processo democratico. Il Governo deve governare (…), ma il suo mestiere non è quello di attaccare l’opposizione ma è quello di governare (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). (…) Davvero la maggioranza pensa di poter lavorare per cinque lunghi anni nel cercare di rendere senza voce, impotente e frustrata la minoranza, l’opposizione? Davvero quello che c’è nel Paese anche in termini di protesta, di difficoltà e di proposta non deve avere mai una risposta, neanche minima? (…) Pensiamo di andare avanti cinque anni al ritmo di ventisei voti di fiducia all’anno (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)? (…) È un’aria che preoccupa tutti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori – Congratulazioni).

Il resto lo sapete: appena stava prendendo la parola Di Pietro, i deputati del Pdl hanno lasciato l’Aula. Sono rimasti in una quarantina, tra persone ragionevoli (per lo più finiani) e contestatori che volevano togliersi lo sfizio di finire sui resoconti parlamentari per avere interrotto il leader dell’Idv. Quando Di Pietro ha finito il suo intervento – il solito disco rotto, tutto populismo e zero senso di responsabilità – sono tornati dentro, compatti come un sol uomo: sembrava, in quel momento, che la legislatura sarebbe durata altri 25 anni. Poi ha parlato Fini ed i bookmakers hanno riaperto le quote.

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Mano armata

Mi chiamerete trombone: non mi interessa. Anzi, alcuni di voi lo stanno già facendo da ieri, quando ho pubblicato un comunicato stampa dai toni preoccupati: scrivevo che l’avversario non va mai confuso con il nemico e che il cammino del confronto, per quanto tortuoso possa essere, non deve mai cedere il passo alla scorciatoia dell’odio. Non sapevo ancora che l’aggressore fosse un malato di mente, né che fosse un elettore del Pd: circostanze che, in queste ore, vengono utilizzate dall’una e dall’altra parte a seconda delle convenienze, ma che non cambiano una virgola delle mie idee al riguardo. E le mie idee voi che frequentate questo blog le conoscete già, ma oggi non fa male ripeterle. Il più grande errore di Silvio Berlusconi, siamo d’accordo, è stato quello di personalizzare il suo ruolo istituzionale, arrivando persino a distinguere – nei suoi sproloqui sui sondaggi – il gradimento personale da quello dell’intero governo; arrivando a confondere i problemi della giustizia con i suoi problemi giudiziari; arrivando a sostituire i rapporti diplomatici tra Stati sovrani con la politica del cucù, di cui il Nostro è contemporaneamente attore e regista; arrivando a tollerare malamente – come ha notato nei giorni scorsi lo stesso presidente della Camera, suo alleato – la presenza di altre istituzioni, percepite come un ostacolo alla propria azione di governo. Tutto ciò lo sappiamo, lo abbiamo sempre detto e continueremo a ripeterlo, senza sentirci per questo antiberlusconiani: al centro delle critiche c’è sempre il comportamento istituzionale, mai la persona. Eppure – perché c’è un eppure – a volte noi cadiamo nello stesso errore che rimproveriamo al premier: quello di ridurre l’opposizione ad una guerra contra personam, come se al governo Berlusconi ci fosse andato con un colpo di Stato e non con 15 milioni di voti che dobbiamo rispettare. Di più: con 15 milioni di elettori che, almeno in parte, dobbiamo convincere, se non vogliamo passare il resto della nostra vita all’opposizione. E così, ad esempio, le Mille piazze mi hanno convinto molto più del No B day, che – per quanta buona fede avessero i suoi partecipanti – aveva commesso l’errore imperdonabile di sbagliare titolo, mettendo al centro della nostra azione politica la solita B. Che ieri si è presa una statuetta in faccia, ed ora se ne sta in ospedale con diverse fratture, mentre il teatrino della politica gli balla intorno. Il Pdl, è chiaro, ci sguazza e ci sguazzerà ancora a lungo: la foto del premier insanguinato vale una milionata di voti, la notizia che lo psicopatico era un elettore Pd ne vale altri 200 mila, le dichiarazioni a caldo di Di Pietro (smentito dal suo stesso capogruppo alla Camera, Donadi) almeno altrettanti, e così via. Formigoni ha iniziato e finito la sua campagna elettorale con lo speciale Tg1 di ieri sera: a questo punto, o si trova un candidato Pd che si faccia sprangare da uno psicopatico di destra oppure la Lombardia va al Pdl di diritto, senza passare per la noiosa formalità della chiamata alle urne. Capezzone lo ha già detto: la mano di Tartaglia l’abbiamo armata noi. La statuetta del duomo gliel’ha data Tettamanzi, aggiungerà presto la Lega. Ma pure il popolo di sinistra, mannaggia la miseria, non è che ci stia dando una mano: quella mia nota su Facebook ieri sera è stata sommersa dagli insulti, tutti ruotanti attorno al concetto di inciucio. Difendevo Berlusconi, insomma, perché volevo tenermi stretta la poltrona. Non capivo, invece, che si è trattato di un gesto comprensibile, perché “chi semina odio raccoglie tempesta”, come molti hanno scritto anche sulla bacheca del neonato fan club di Tartaglia. A proposito: durante l’ultima manifestazione dei lavoratori ex Eutelia, in piazza dell’Esquilino, ho visto con i miei occhi Di Pietro prendere il megafono e dire che “se capita  qualcosa di brutto, se capitano violenze, io vi capisco, perché siete esasperati”. Ma per fortuna quei lavoratori, che avevano scelto fino ad allora la strada della responsabilità, non lo hanno preso sul serio. Molti dei nostri elettori, invece, continuano a dargli ragione, attaccando il Pd perché ha dimostrato di essere, in queste ore, una forza politica matura. La dico tutta: e se cambiassimo gli elettori, anziché cambiare noi?

L’opposizione possibile

La teoria. In una Repubblica parlamentare – quale è e resterà l’Italia, almeno fino a quando Berlusconi non cambierà la Costituzione da solo e gli italiani gli daranno ragione con un referendum – il compito di fare le leggi spetta al Parlamento. A meno che non esistano i requisiti di necessità e di urgenza: nel qual caso, il governo vara un decreto che poi va convertito in legge dal Parlamento stesso, entro 60 giorni, pena la sua decadenza. Convertire in legge, nell’intenzione dei padri costituenti, non significa ratificare e basta: significa, al contrario, esaminare il testo e cercare di migliorarlo, apportando delle modifiche (emendamenti). Lo può fare la Camera, lo può fare il Senato: il testo continua a fare la navetta tra Montecitorio e Palazzo Madama fino a quando le due Camere non ne approvano un’identica versione, che a quel punto diventa una legge della Repubblica.
La pratica. Dall’inizio della legislatura, il governo si è di fatto sostituito al Parlamento. Ha varato decreti su decreti ed ha ridotto l’attività delle Camere ad un lavoro di conversione: gli emendamenti sono una merce rara, perché la maggioranza – in ossequio alla ragion di Stato – evita di presentarne, anche quando non è d’accordo su un provvedimento; se proprio non riesce a resistere, perché il decreto è una schifezza, il governo risponde mettendoci sopra la fiducia e tanti saluti a tutti. Per quanto riguarda l’opposizione, che chiaramente non ha i numeri per cambiare i decreti da sola, noi continuiamo a presentare emendamenti che regolarmente vengono bocciati. Tra l’altro, anche con un certo fastidio da parte della maggioranza, che ci accusa di rallentare i lavori e far perdere tempo a tutti.
L‘opposizione in Parlamento. In questa situazione, cosa può fare l’opposizione, visto che non ha i numeri? Sostanzialmente, due cose. La prima è mettere paura alla maggioranza con la minaccia di ostruzionismo: in sostanza, come ha detto ieri in Aula Antonello Soro, se non ci date retta su nulla e se non approvate nessuna delle nostre richieste migliorative dei decreti, sappiate che possiamo tirarla per le lunghe. Non abbiamo fretta di andare a casa, abbiamo tante cose da dirvi e ve le diremo tutte, con calma, anche durante la notte di Natale e il cenone di Capodanno, e magari riusciremo pure a far decadere i provvedimenti, anche se ci rendiamo conto che per alcune categorie interessate sarebbe un problema non da poco. Se la minaccia di far decadere i decreti non li spaventa troppo, perché ci sarebbe sempre l’extrema ratio del voto di fiducia, l’idea di lavorare a Capodanno li terrorizza molto di più, e per questo dalla giornata di ieri abbiamo cominciato a spaventarli un po’.
L’opposizione fuori dal Parlamento. L’altra arma che abbiamo – e che ha dato i suoi frutti proprio in queste ore, con la retromarcia del governo sul maestro unico e sul tempo pieno – è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica, di mobilitare la società civile e di minare le basi del consenso a Berlusconi: non è un caso che il presidente del Consiglio, dopo aver sbeffeggiato per mesi le nostre richieste sulla scuola, abbia deciso di tornare indietro perché i sondaggi lo vedevano in crollo. Anche se in via indiretta, dunque, questo dietrofront è una nostra vittoria.
La domanda. Perché allora, considerate tutte queste cose, si continua ad accusare il Pd di fare un’opposizione troppo morbida?