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L’aborto obbligatorio

Dopo l’incontro di Obama con il Papa e la conseguente promessa del presidente americano di ridurre gli aborti negli Usa, attraverso politiche di aiuto alla maternità, l’Udc ha preso la palla al balzo per portare la discussione in Parlamento. Lo ha fatto attraverso l’unico strumento disponibile per la minoranza: una mozione che impegnava il governo a promuovere, in sede Onu, una risoluzione contro l’utilizzo dell’aborto come metodo di controllo demografico in vari Paesi del mondo. Meglio di me può spiegarlo l’intervento di Rocco Buttiglione, questa mattina in Aula:

ROCCO BUTTIGLIONE. Prendiamo posizione contro tutti coloro che impongono alle donne di abortire, mettendo insieme due principi che, troppe volte, si sono scontrati nel dibattito interno del nostro Paese: il diritto della libertà di scelta e il diritto alla vita. Lo facciamo in un momento in cui questo tema è drammaticamente attuale nel mondo, perché, non dimentichiamolo, metà dell’umanità, in un modo o in un altro, non vede riconosciuto il diritto della donna di dare alla luce il bambino che ha concepito. Esistono Paesi, che abbracciano un quarto dell’umanità, in cui l’aborto, al secondo figlio, è obbligatorio. Esistono Paesi, che abbracciano forse un altro quarto dell’umanità, in cui è possibile per la donna essere ricattata con l’offerta di aiuti a condizione di abortire. Questo ha generato nel mondo uno squilibrio drammatico, tra l’altro a danno delle bambine. Mancano ai conti della demografia forse cento milioni di bambine che sono state abortite unicamente per il fatto di essere di sesso femminile. Nei Paesi in cui è consentito un solo figlio questo fenomeno si aggrava potentemente, perché se il primo figlio è di sesso femminile la tendenza è di farlo morire. (…) È difficilissimo, forse impossibile, difendere il bambino contro la madre. Bisogna difendere il bambino insieme alla madre, rafforzando l’alleanza tra la madre e il bambino. Qui noi prendiamo posizione a livello mondiale, non nelle vicende interne italiane, su legislazioni le quali spezzano questo legame contro la vita del bambino e contro la libertà della madre. Questo è il tema della giornata di oggi, il tema sul quale io mi auguro che ancora sia possibile esprimere una unanimità morale di questo Parlamento e della nazione italiana.

Il testo dell’Udc, a mio parere, affrontava il problema in maniera molto seria e non ideologica, partendo da quanto enunciato nell’articolo 1 della legge 194: dal concetto, cioè, che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”. Eppure, come capita sempre in questi casi, anziché cercare un accordo sul testo – con eventuali aggiustamenti – si è dato il via ad una serie di mozioni parallele: una del Pdl, condivisa anche dalla Lega, che ricopiava quella dell’Udc cambiando solo le parole; una dell’Idv; una del Pd; una della delegazione radicale. Le sfumature potete immaginarle: l’Idv chiedeva che si inserissero nei programmi di cooperazione internazionale anche le campagne per la contraccezione (e qui mi sono astenuto, perché mi pare che il primo problema della cooperazione internazionale non sia oggi l’educazione sessuale), i radicali arrivavano ad auspicare “la libera diffusione, senza ricetta medica, degli strumenti di contraccezione d’emergenza”, ossia della pillola del giorno dopo (e qui ho votato contro, perché – come ebbi a dire anche al Lingotto – il freno d’emergenza del treno sta bene lì dov’è, dentro un vetro da rompere, e non va dato in mano ad ogni passeggero insieme ai salatini). Rispetto alle altre mozioni, quella del Pd – che ho votato e che condivido – metteva più l’accento sulla libertà di scelta della donna, ma complessivamente non si differenziava molto dal dispositivo finale che è stato accettato dal governo: l’impegno, cioè, a “promuovere, ricercando a tal fine il consenso necessario alla presentazione, una risoluzione che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”. Per motivi a mio parere più ideologici che reali, il mio partito ha deciso di astenersi. Io no: non vedendo contraddizioni tra il nostro testo e quello del governo ho votato a favore, insieme ad altri colleghi, e lo rifarei ancora.

P.S. A fine seduta ho preso la parola, rivolgendomi allo stesso Buttiglione che, in quel momento, era il presidente di turno:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, non so quanto sia rituale il mio intervento, dal momento che lei, in questo momento, ricopre la carica di Vicepresidente della Camera. Mi rivolgo quindi non al Presidente ma all’onorevole Buttiglione, per ringraziarla dell’opera che ha svolto in sede di presentazione della mozione che abbiamo discusso questa mattina concernente l’aborto e per il lavoro che è stato fatto. Non sono intervenuto a titolo personale per non appesantire i lavori d’Aula e per non alimentare polemiche, però mi è dispiaciuto – vorrei che restasse agli atti – che non si sia raggiunto un voto unanime della Camera sul dispositivo che, a mio parere, il Governo aveva approntato in maniera accettabile da tutti.

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Armiamoci e partite

Ve la riassumo brevemente, perché ho pietà di voi, ma mi costerebbe meno fatica copia-incollarvi tutto il resoconto della discussione di stamattina o rimandarvi al video, che – nei limiti dell’argomento, ça va sans dire – è pure divertente. In pieno G8, nella giornata dedicata proprio alla lotta alla povertà, un giovane deputato del Pd discute in Aula un’interpellanza urgente che ha depositato la settimana scorsa: l’ha preparata con l’aiuto di alcune ong impegnate sul campo e l’ha fatta firmare, come da regolamento, ad una trentina di colleghi, fra i quali Walter Veltroni e Savino Pezzotta. È un’interpellanza che chiede al governo di spiegare che fine abbiano fatto gli impegni assunti in sede internazionale, quando l’Italia (eravamo a Dakar, nel 2000) promise che avrebbe destinato risorse importanti alla campagna globale per l’educazione: che avrebbe fatto la sua parte, cioè, perché tutti i bambini del mondo potessero andare a scuola, indipendentemente dal Paese di nascita e dalle condizioni socio-economiche della propria famiglia. Qualche governo prese sul serio quell’impegno, qualcun altro no: poco male se sei il Paese della pizza e del mandolino, ma quando ti trovi anche a presiedere l’organismo che si occupa di verificare quegli impegni (EFA-FTI, che sta per Education for all – Fast track initiative) la cosa diventa un tantino imbarazzante. Se sei presidente, ad esempio, ma non figuri nella top five dei Paesi donatori, e nemmeno nella top ten, e neppure nella top fifteen o nella top twenty: l’Italia, dice l’ultimo rapporto della Campagna globale per l’educazione, è al ventiduesimo posto. Espongo tutti questi argomenti con una certa veemenza, dopodiché prende la parola il sottosegretario Scotti e mi spiega, in politichese, che il ventiduesimo posto sarà anche l’obiettivo della prossima stagione; quanto alla presidenza dell’EFA-FTI, la tratta come un’influenza di stagione: è vero, ce l’abbiamo, ma passerà presto, perché Canada e Francia sono già pronti a rimpiazzarci. Su una cosa, però, non mi può smentire: sulle briciole che diamo alla cooperazione internazionale, che grazie al governo in carica ha toccato quest’anno il minimo storico. Dopo il quarto d’ora concessomi per illustrare l’interpellanza e dopo la risposta del governo, ho diritto a dieci minuti di replica. Che non mi sono potuto preparare, non sapendo in anticipo che cosa mi avrebbe detto il sottosegretario, e che dunque improvviso, non in politichese. Questa, almeno, ve la leggete tutta:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per l’onestà che ha dimostrato. Di questi tempi è una grande virtù e lei è stato molto onesto nel non contestare i miei dati sulla cooperazione internazionale, sul tracollo che in generale stiamo subendo. Tra l’altro, il 6 giugno scorso il Governo ha annunciato che taglierà gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo di un ulteriore 10 per cento nel 2010, in aggiunta alla riduzione del 56 per cento decisa nel dicembre scorso. Quindi, siamo a dei livelli abbastanza ridicoli, se tale aggettivo mi è consentito in questa Aula così importante. In ogni caso, qui non stiamo parlando dell’onestà intellettuale del sottosegretario Scotti, che conosciamo tutti, né stiamo parlando di quello che il sottosegretario Scotti farebbe se fosse Presidente del Consiglio, perché sappiamo anche quanto lei è sensibile, sottosegretario, a questi temi della cooperazione internazionale. Allo stesso modo, però sappiamo che, purtroppo, lei non ha in mano il portafoglio. Mi duole dirle e ricordarle – perché certamente sarà una ferita aperta sulla sua pelle – che, purtroppo, i suoi colleghi di Governo finora hanno deciso diversamente. Colgo l’imbarazzo che lei ha – non sono un insensibile – quando lei, in sostanza, mi dice: onorevole Sarubbi, compatibilmente con le risorse che abbiamo a disposizione, manterremo quello che abbiamo stabilito finora.
Io mi pregio solo di ricordarle quanto ho detto poco fa nella mia esposizione, cioè che, nella classifica dei Paesi donatori, noi eravamo nel 2008 diciannovesimi; poi è arrivato il Governo Berlusconi e siamo diventati addirittura ventiduesimi. Quindi, se lei mi dice che ci teniamo stretti il ventiduesimo posto con i denti, io dico: va bene, se questo vi basta, se questo significa esercitare un’autorità internazionale, essere riconosciuti come un Paese affidabile… a me questo non sembra. A me non sembra che possiamo dire frasi del tipo: continueremo a dare quei pochi spiccioli che gli abbiamo dato, perché intanto glieli abbiamo dati. Infatti, quando poco fa le ho rammentato che servono 18 milioni di insegnanti nuovi – sottolineo la cifra di 18 milioni – e 9 miliardi di dollari solo per mandare a scuola i bambini di tutto il mondo, 16 miliardi se vogliamo raggiungere tutti e sei gli obiettivi fissati dall’Education for all Fast track initiative, allora le dico che probabilmente serve qualcosa di più. Probabilmente, un Paese che, in questi giorni, è chiamato a parlare di povertà al mondo, potrebbe fare qualcosa di più. Lei dice che non verrà fatto. Anche questo è un dato di fatto.
Vorrei dire molte cose. Iniziamo ad analizzare la sua seconda risposta. La traduco per come l’ho capita. Signor sottosegretario, lei dice che è vero che vi è un seggio in più disponibile per un Paese del G8, tuttavia, non ce la sentiamo di assumerlo per sempre – non sia mai – e lo divideremo con tutti coloro che, di volta in volta, assumeranno la Presidenza del G8. Quindi, ora lo «teniamo caldo» fino al 31 dicembre 2009, poi, arriveranno il Canada, la Francia, e un giorno, forse, arriveranno anche la Spagna o il Regno Unito, che magari, invece, avranno già un seggio permanente. In quel caso cosa faremo? L’Italia scomparirebbe.
Noi speriamo che questo G8 e questo 2009 passino in fretta: come dicevo prima, ci nascondiamo all’ultimo banco, speriamo che il professore non ci scopra e continuiamo a copiare i compiti. In altre parole, continuiamo a non dare un centesimo alla cooperazione internazionale, sperando che questo riflettore si spenga presto, perché stare sotto i riflettori è un po’ una fatica quando non si ha la coscienza a posto.
Signor sottosegretario, mi limito a dirle che nessuna carica è a costo zero. Sarebbe ridicolo far parte del consiglio direttivo di una qualsiasi azienda – ma anche di un circolo di golf o, potrei dire, di una bocciofila, visto che, come partito, siamo in fase congressuale – e, poi, non rispettarne le regole interne.
Presidente Bindi, lei è stata eletta, ormai, lo scorso anno (tra l’altro, anche con il mio voto, e ne sono fiero). Pensi cosa accadrebbe se un giorno arrivasse qui in Aula e dicesse: il Regolamento vale solo per voi deputati e non per me. L’intero Ufficio di Presidenza le si rivolterebbe contro, così come noi deputati; credo che, per primi, sarebbero gli stessi funzionari a farle notare questa contraddizione: ma come? Lei presiede un’istituzione come la Camera e, poi, è la prima a non rispettare le regole?
Ebbene, quello che in questa sede sembrerebbe fuori dal mondo, accade in sede internazionale: l’Italia continua a farlo. Abbiamo la Presidenza di turno anche dell’iniziativa in discussione, Education for all, peròsiamo i primi a non rispettare le regole. Vi è una battuta di Totò, da cui, poi, è stato tratto un film: «Armiamoci e partite». Non credo che «armiamoci e partite» sia una strategia internazionale di ampio respiro. Prendiamo esempio dagli altri Paesi, dove c’è la crisi come da noi eppure non si lamentano. Tanto più che si parla di percentuali di PIL: se cala il PIL, in percentuale, cala anche il contributo che diamo (non parliamo dei termini assoluti). Facciamo le persone serie!
Fare le persone serie significa anche non tirare in ballo il Papa, se proprio non serve. Ieri, il Ministro Bondi ha fatto riferimento all’enciclica del Papa, come termine di paragone per la politica economica italiana ed ha aggiunto (mi viene da ridere): speriamo che gli altri Capi di Governo accolgano questo grande contributo rappresentato dai 12 punti – le chiama le 12 tavole – di Tremonti. Potrei ironizzare a lungo su questo tentativo di accostare il Ministro dell’economia a Benedetto XVI, ricordando, ad esempio, che l’anno scorso mancava poco che qualcuno dicesse che il Papa avesse copiato l’enciclica dal libro di Tremonti.
Non insisto per non infierire. Tuttavia, mi limito a far presente che il Papa, pochi giorni fa, ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, Presidente di turno del G8, chiedendogli di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. Mi sembra che il sottosegretario Scotti, anziché preoccuparsi del potenziamento di questo aiuto, non abbia resistito alla tentazione di soffermarsi sull’alibi: l’inciso «compatibilmente con le esigenze finanziarie» la dice tutta. Gli altri Paesi, come dicevo prima, non hanno mai utilizzato tale alibi, pur sperimentando gli effetti della crisi come tutti noi.
Signor sottosegretario, questo è un altro dei vari motivi per cui non posso ritenermi soddisfatto della sua risposta, ma non solo io. Non è un problema di appartenenza politica. Nell’elenco delle associazioni italiane che fanno parte dell’Education for all Fast track initiative, fa parte anche Save the Children e ActionAid, che ha una parte attiva. Vi è una campagna globale per l’educazione: queste non sono persone che cantano «bandiera rossa» in mezzo alla strada. Sono persone che dedicano tutta la loro vita ad appianare le differenze tra ricchi e poveri. Qui non è un problema di politica: quando capirete che la cooperazione internazionale non è di sinistra? Quando lo capirete? Questo è ciò che mi preoccupa di più!
In ogni caso, visto che la sua risposta non mi soddisfa – ma non per colpa sua, signor sottosegretario: lei è un «bravo cuoco», ma deve fare il menù con gli ingredienti che le hanno fornito – e visto che non mi soddisfa in generale l’atteggiamento del Governo, mi richiamo all’articolo 138 del nostro Regolamento, che al comma 2 afferma: «qualora l’interpellante non sia soddisfatto e intenda promuovere una discussione sulle spiegazioni date dal Governo, può presentare una mozione». Per questo motivo, credo che ci rivedremo presto per una mozione, se il Presidente Fini e l’Ufficio di Presidenza la calendarizzeranno. La prego di portarsi dietro il Ministro Tremonti, così magari riusciamo a fare un discorso anche con lui.

Il presidente paragnosta

Non so Berlusconi, ma io con i rifugiati ho lavorato a lungo. Ho cominciato come volontario a 17 anni, verso la fine degli anni Ottanta, mentre lui era impegnato a discutere con Craxi di cose più importanti: lui dormiva all’Hotel Rafael, io passavo una notte a settimana nel dormitorio di San Saba, che ospitava una sessantina di richiedenti asilo. Erano per lo più del Corno d’Africa, all’epoca, ma poi – con l’inizio degli anni Novanta – arrivarono a frotte dai Balcani. Facevo volontariato al Centro Astalli, dove poi ho svolto anche il servizio civile, al termine del quale ho continuato a collaborare con il Jesuit Refugee Service, occupandomi della traduzione di un bollettino che metteva insieme notizie dai campi profughi e dalle frontiere calde di tutto il mondo. Poi, tra Radio Vaticana ed “A sua immagine”, sono tornato ad affrontare il tema decine di volte, sia con l’Acnur che con il Cir. Sono un esperto della materia? Non direi. Ma una cosa, una cosa sola, ho capito in tutti questi anni: che lo screening dei rifugiati non si può fare ad occhio nudo, perché dietro ogni persona c’è una storia complicatissima e, talora, il confine tra la persecuzione politica ed i motivi umanitari è molto sottile. Penso al mio amico Leonardo, che faceva il funzionario in un ministero dell’Angola ed era militante nel partito di opposizione: scappò ai tempi della guerra, lasciando moglie e bimbo piccolo, ma a causa della mancanza di alcuni documenti la Commissione non gli riconobbe mai lo status di rifugiato politico. Eppure, riuscì a restare in Italia perché gli venne rilasciato – come spesso capita, e forse Berlusconi lo dimentica – un permesso di soggiorno per motivi umanitari, perché si riconobbe che il rientro nel suo Paese di origine sarebbe stato pericoloso. Così, a prima vista, io non ho ancora imparato a distinguere un possibile rifugiato da un immigrato comune e mi domando come possa un presidente del Consiglio – a meno che non si tratti di un presidente paragnosta, naturalmente – essere così superficiale, affermando che nei barconi respinti non c’è nessun rifugiato vero. “Sono portati in Italia dalla tratta”, dice Berlusconi, e probabilmente ha ragione: ma come pensa che arrivino qui i cosiddetti “rifugiati veri”? Con un volo di linea? “Le statistiche mi danno ragione”, continua. Ma quali statistiche? Quelle del Tavolo asilo – cartello che comprende associazioni e ong italiane attive in questo settore – sostengono l’esatto contrario: e cioè che, nel caso di sbarchi, una persona su due è un richiedente asilo politico. E nessuna chiacchiera da bar, neppure se  il bar è quello di Palazzo Chigi, può ignorare che la richiesta di asilo di per sé pone l’immigrato su un altro piano: la tua permanenza sul territorio italiano non ha nulla a che fare con studio e lavoro (anzi, per i primi 6 mesi non ti è proprio concesso di lavorare) ed è legata all’accertamento di alcuni requisiti. Che forse avrai e forse no, ma nel frattempo sei protetto. E torniamo allora alle statistiche: è vero che nel 2007 soltanto il 10,42% dei richiedenti ha visto riconosciuto lo status di rifugiato, ma un altro 46,77% ha avuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, come il mio amico Leonardo. La somma fa 57,19%: in tutto, oltre la metà dei richiedenti asilo non viene rimandata a casa, perché non potrebbe tornarci senza correre rischi per la propria stessa vita. È di pochi minuti fa (la sto leggendo proprio ora) la notizia che l’Acnur ha scritto al governo italiano per protestare contro i nostri respingimenti, trattandosi di “individui che cercano protezione internazionale”. Bisognerebbe regalare un paragnosta anche all’Onu, oppure mandarci il nostro, se se lo pigliano.