Archivi tag: ong

Regali di Natale

Volevo raccontarvi di Cortona, dove oggi avrei dovuto partecipare all’incontro di Area democratica, ma la neve mi ha bloccato dentro casa e quindi vi parlerò d’altro. Dei regali di Natale, visto che è l’ultimo sabato buono per gli acquisti: quelli che vi consiglio e quelli che abbiamo ricevuto noi alla Camera. Perché la tradizione è che ogni gruppo faccia un regalo ai propri parlamentari, come si usa nelle aziende con i propri dirigenti. Mi obietterete che un partito non è un’azienda e fondamentalmente vi darò ragione, perché i partiti campano con i soldi delle tasse di tutti, ma tant’è. Indovinate chi ha fatto il regalo più costoso? Domanda retorica, lo so. Se fossi stato un deputato del Pdl, mi sarei portato a casa un televisore Samsung full hd da 23 pollici, che si aggiunge al computer portatile Acer ricevuto l’anno scorso; per correttezza, però, devo aggiungere che non so se sia un regalo del gruppo (dunque pagato con i soldi pubblici) o del presidente Berlusconi (dunque pagato con i suoi soldi privati). Al secondo posto, ma staccati di un bel po’, i parlamentari dell’Udc, che sotto l’albero hanno trovato un paio di gemelli da polso (per gli uomini) o di orecchini (per le donne); più o meno sullo stesso livello l’Italia dei valori, che ha regalato ai propri deputati due bottiglie di champagne, ed il gruppo misto, che ha optato per un buono di una cinquantina d’euro da spendere in libreria. La Lega è solitamente parca: l’anno scorso una chiavetta usb, quest’anno una spilletta simil-Swaroski con il Sole delle alpi ed una targa di legno con la scritta “Lega nord”. E il Partito democratico? L’anno scorso nulla, perché abbiamo devoluto i soldi all’Unicef ed al progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio; quest’anno, invece, ancora nulla, perché abbiamo destinato tutto a Libera e Telethon. La cosa mi rende naturalmente orgoglioso e mi piacerebbe che in giro si sapesse: è un piccolo gesto, d’accordo, ma testimonia una comunità di persone attenta agli ultimi. Tra l’altro – lo dico per chi storce il naso, pensando ad una mossa propagandistica – è una scelta avvenuta in silenzio, senza strombazzamenti: parlarne in pubblico è una decisione solo mia, che rientra nell’operazione trasparenza avviata con questo blog un anno e mezzo fa. A proposito di Natale solidale, ho anche io una proposta da farvi: un aiuto al progetto Casa Mamae Margarida del Vides, una ong di suore salesiane che conosco da molti anni. Mamae Margarida è una struttura che accoglie bambine brasiliane strappate alla prostituzione o agli abusi sessuali: alcune di loro, purtroppo, sono già mamme a 9-10 anni. Per maggiori informazioni, andate qui; per donare con carta di credito, andate qui; se preferite un bonifico (Iban IT75F0358901600010570106534), intestatelo a Vides e scrivete nella causale “Casa mamae Margarida”. Se poi avete voglia di regalare un libro a qualcuno, non ho dubbi: prendete “Porto il velo, adoro i Queen” della mia amica Sumaya Abdel Qader, pubblicato da Sonzogno. Regalatelo a qualche amico leghista o falco pidiellino, così da chiarirgli un po’ le idee sui concetti di patria, integrazione e cittadinanza.

Annunci

Le crepe nascoste

Nell’overdose di immagini e di interviste che stanno arrivando dal G8, c’è un video che difficilmente vedrete in tv. Lo ha girato Action aid, una ong impegnata nella lotta alla povertà, partendo dalla domanda più banale: l’Italia, che in sede internazionale non ha mai i soldi per rispettare gli impegni già firmati, ha risparmiato davvero nello spostamento del vertice all’Aquila? E quali vantaggi – oltre a quello innegabile di immagine per il governo stesso – ne deriveranno per i terremotati? E quanto effettivamente si è speso? Non voglio raccontarvi tutto in anticipo (qui sopra trovate la versione integrale del video, che vi consiglio; su questo link, invece, la versione breve), ma c’è un’intervista al sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, che fa riflettere. Così come fa riflettere l’immagine del terremotato che dorme nella cuccetta del treno, soprattutto confrontandola con le immagini sfavillanti del vertice in corso: “stridono l’agio, i doni e le cene riservate ai leader – nota anche Avvenire, stamattina – quando a pochi passi migliaia di persone sono sfollate nelle tendopoli”. Il messaggio che Berlusconi cerca di far passare in questi giorni – ripetutomi pure da alcuni colleghi del Pdl, con gli occhi spalancati – è che il governo abbia fatto un miracolo. Ed è questa la vulgata che si sta affermando: dopo l’invito del presidente Napolitano ad abbassare i toni nei giorni del vertice, poi, figuriamoci se noi ci mettiamo a fare polemiche proprio ora. Ma Action aid, che non è legata a nessun partito politico, ci offre con questo video parecchi spunti di riflessione sulla totale mancanza di trasparenza nell’organizzazione del G8: tanto in Sardegna come in Abruzzo. Per quanto riguarda la Maddalena, il progetto in sé era ottimo, ma il suo affidamento alla Protezione civile (tanto per cambiare) ha significato l’adozione di procedure straordinarie e discrezionali, fra le quali l’apertura di una contabilità speciale che ha fatto perdere il conto dei fondi stanziati. 327 milioni di euro sono stati assegnati senza una gara pubblica: tanto per fare un esempio, la Mita resort di Emma Marcegaglia si è aggiudicata tutta l’area dell’ex arsenale senza sfidanti. Inoltre, si è attinto come sempre dal bancomat dei Fas, i Fondi europei per le aree sottoutilizzate, come se fosse un pozzo senza fondo: lo testimoniano i 60 milioni di euro spesi per la Residenza Carlo Felice, che non si capisce ancora a cosa verrà destinata. Arriva il terremoto e Berlusconi cambia la sede del G8. Ma non cambiano, purtroppo, le procedure: ancora una volta l’organizzazione del vertice finisce nelle mani della Protezione civile, ancora una volta si perde il conto dei soldi e la trasparenza sugli appalti. Il vertice è ormai al terzo giorno, ma l’Italia non sa quanto siano costati l’allargamento dell’aeroporto, la nuova strada, la ristrutturazione della caserma di Coppito; quanto agli appalti, la chiarezza latita anche qui: lo testimonia la gara informale (e sottolineo informale) con cui la Protezione civile ha assegnato quello per le piastre antisismiche, costato oltre 100 milioni di euro. Action aid non dice che Berlusconi si sia messo i soldi in tasca, e neppure lo dubita. Dice soltanto, tra le righe ma non troppo di questo video, che un Paese chiamato a presiedere il vertice dei Grandi abbia innanzitutto il dovere della trasparenza. Altrimenti, quando ci sentiremo rispondere – come è accaduto proprio ieri a me, in Aula – che mancano i soldi per rispettare gli impegni presi in sede internazionale nella lotta alla povertà, non crederemo più a nessuno.

Armiamoci e partite

Ve la riassumo brevemente, perché ho pietà di voi, ma mi costerebbe meno fatica copia-incollarvi tutto il resoconto della discussione di stamattina o rimandarvi al video, che – nei limiti dell’argomento, ça va sans dire – è pure divertente. In pieno G8, nella giornata dedicata proprio alla lotta alla povertà, un giovane deputato del Pd discute in Aula un’interpellanza urgente che ha depositato la settimana scorsa: l’ha preparata con l’aiuto di alcune ong impegnate sul campo e l’ha fatta firmare, come da regolamento, ad una trentina di colleghi, fra i quali Walter Veltroni e Savino Pezzotta. È un’interpellanza che chiede al governo di spiegare che fine abbiano fatto gli impegni assunti in sede internazionale, quando l’Italia (eravamo a Dakar, nel 2000) promise che avrebbe destinato risorse importanti alla campagna globale per l’educazione: che avrebbe fatto la sua parte, cioè, perché tutti i bambini del mondo potessero andare a scuola, indipendentemente dal Paese di nascita e dalle condizioni socio-economiche della propria famiglia. Qualche governo prese sul serio quell’impegno, qualcun altro no: poco male se sei il Paese della pizza e del mandolino, ma quando ti trovi anche a presiedere l’organismo che si occupa di verificare quegli impegni (EFA-FTI, che sta per Education for all – Fast track initiative) la cosa diventa un tantino imbarazzante. Se sei presidente, ad esempio, ma non figuri nella top five dei Paesi donatori, e nemmeno nella top ten, e neppure nella top fifteen o nella top twenty: l’Italia, dice l’ultimo rapporto della Campagna globale per l’educazione, è al ventiduesimo posto. Espongo tutti questi argomenti con una certa veemenza, dopodiché prende la parola il sottosegretario Scotti e mi spiega, in politichese, che il ventiduesimo posto sarà anche l’obiettivo della prossima stagione; quanto alla presidenza dell’EFA-FTI, la tratta come un’influenza di stagione: è vero, ce l’abbiamo, ma passerà presto, perché Canada e Francia sono già pronti a rimpiazzarci. Su una cosa, però, non mi può smentire: sulle briciole che diamo alla cooperazione internazionale, che grazie al governo in carica ha toccato quest’anno il minimo storico. Dopo il quarto d’ora concessomi per illustrare l’interpellanza e dopo la risposta del governo, ho diritto a dieci minuti di replica. Che non mi sono potuto preparare, non sapendo in anticipo che cosa mi avrebbe detto il sottosegretario, e che dunque improvviso, non in politichese. Questa, almeno, ve la leggete tutta:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per l’onestà che ha dimostrato. Di questi tempi è una grande virtù e lei è stato molto onesto nel non contestare i miei dati sulla cooperazione internazionale, sul tracollo che in generale stiamo subendo. Tra l’altro, il 6 giugno scorso il Governo ha annunciato che taglierà gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo di un ulteriore 10 per cento nel 2010, in aggiunta alla riduzione del 56 per cento decisa nel dicembre scorso. Quindi, siamo a dei livelli abbastanza ridicoli, se tale aggettivo mi è consentito in questa Aula così importante. In ogni caso, qui non stiamo parlando dell’onestà intellettuale del sottosegretario Scotti, che conosciamo tutti, né stiamo parlando di quello che il sottosegretario Scotti farebbe se fosse Presidente del Consiglio, perché sappiamo anche quanto lei è sensibile, sottosegretario, a questi temi della cooperazione internazionale. Allo stesso modo, però sappiamo che, purtroppo, lei non ha in mano il portafoglio. Mi duole dirle e ricordarle – perché certamente sarà una ferita aperta sulla sua pelle – che, purtroppo, i suoi colleghi di Governo finora hanno deciso diversamente. Colgo l’imbarazzo che lei ha – non sono un insensibile – quando lei, in sostanza, mi dice: onorevole Sarubbi, compatibilmente con le risorse che abbiamo a disposizione, manterremo quello che abbiamo stabilito finora.
Io mi pregio solo di ricordarle quanto ho detto poco fa nella mia esposizione, cioè che, nella classifica dei Paesi donatori, noi eravamo nel 2008 diciannovesimi; poi è arrivato il Governo Berlusconi e siamo diventati addirittura ventiduesimi. Quindi, se lei mi dice che ci teniamo stretti il ventiduesimo posto con i denti, io dico: va bene, se questo vi basta, se questo significa esercitare un’autorità internazionale, essere riconosciuti come un Paese affidabile… a me questo non sembra. A me non sembra che possiamo dire frasi del tipo: continueremo a dare quei pochi spiccioli che gli abbiamo dato, perché intanto glieli abbiamo dati. Infatti, quando poco fa le ho rammentato che servono 18 milioni di insegnanti nuovi – sottolineo la cifra di 18 milioni – e 9 miliardi di dollari solo per mandare a scuola i bambini di tutto il mondo, 16 miliardi se vogliamo raggiungere tutti e sei gli obiettivi fissati dall’Education for all Fast track initiative, allora le dico che probabilmente serve qualcosa di più. Probabilmente, un Paese che, in questi giorni, è chiamato a parlare di povertà al mondo, potrebbe fare qualcosa di più. Lei dice che non verrà fatto. Anche questo è un dato di fatto.
Vorrei dire molte cose. Iniziamo ad analizzare la sua seconda risposta. La traduco per come l’ho capita. Signor sottosegretario, lei dice che è vero che vi è un seggio in più disponibile per un Paese del G8, tuttavia, non ce la sentiamo di assumerlo per sempre – non sia mai – e lo divideremo con tutti coloro che, di volta in volta, assumeranno la Presidenza del G8. Quindi, ora lo «teniamo caldo» fino al 31 dicembre 2009, poi, arriveranno il Canada, la Francia, e un giorno, forse, arriveranno anche la Spagna o il Regno Unito, che magari, invece, avranno già un seggio permanente. In quel caso cosa faremo? L’Italia scomparirebbe.
Noi speriamo che questo G8 e questo 2009 passino in fretta: come dicevo prima, ci nascondiamo all’ultimo banco, speriamo che il professore non ci scopra e continuiamo a copiare i compiti. In altre parole, continuiamo a non dare un centesimo alla cooperazione internazionale, sperando che questo riflettore si spenga presto, perché stare sotto i riflettori è un po’ una fatica quando non si ha la coscienza a posto.
Signor sottosegretario, mi limito a dirle che nessuna carica è a costo zero. Sarebbe ridicolo far parte del consiglio direttivo di una qualsiasi azienda – ma anche di un circolo di golf o, potrei dire, di una bocciofila, visto che, come partito, siamo in fase congressuale – e, poi, non rispettarne le regole interne.
Presidente Bindi, lei è stata eletta, ormai, lo scorso anno (tra l’altro, anche con il mio voto, e ne sono fiero). Pensi cosa accadrebbe se un giorno arrivasse qui in Aula e dicesse: il Regolamento vale solo per voi deputati e non per me. L’intero Ufficio di Presidenza le si rivolterebbe contro, così come noi deputati; credo che, per primi, sarebbero gli stessi funzionari a farle notare questa contraddizione: ma come? Lei presiede un’istituzione come la Camera e, poi, è la prima a non rispettare le regole?
Ebbene, quello che in questa sede sembrerebbe fuori dal mondo, accade in sede internazionale: l’Italia continua a farlo. Abbiamo la Presidenza di turno anche dell’iniziativa in discussione, Education for all, peròsiamo i primi a non rispettare le regole. Vi è una battuta di Totò, da cui, poi, è stato tratto un film: «Armiamoci e partite». Non credo che «armiamoci e partite» sia una strategia internazionale di ampio respiro. Prendiamo esempio dagli altri Paesi, dove c’è la crisi come da noi eppure non si lamentano. Tanto più che si parla di percentuali di PIL: se cala il PIL, in percentuale, cala anche il contributo che diamo (non parliamo dei termini assoluti). Facciamo le persone serie!
Fare le persone serie significa anche non tirare in ballo il Papa, se proprio non serve. Ieri, il Ministro Bondi ha fatto riferimento all’enciclica del Papa, come termine di paragone per la politica economica italiana ed ha aggiunto (mi viene da ridere): speriamo che gli altri Capi di Governo accolgano questo grande contributo rappresentato dai 12 punti – le chiama le 12 tavole – di Tremonti. Potrei ironizzare a lungo su questo tentativo di accostare il Ministro dell’economia a Benedetto XVI, ricordando, ad esempio, che l’anno scorso mancava poco che qualcuno dicesse che il Papa avesse copiato l’enciclica dal libro di Tremonti.
Non insisto per non infierire. Tuttavia, mi limito a far presente che il Papa, pochi giorni fa, ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, Presidente di turno del G8, chiedendogli di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. Mi sembra che il sottosegretario Scotti, anziché preoccuparsi del potenziamento di questo aiuto, non abbia resistito alla tentazione di soffermarsi sull’alibi: l’inciso «compatibilmente con le esigenze finanziarie» la dice tutta. Gli altri Paesi, come dicevo prima, non hanno mai utilizzato tale alibi, pur sperimentando gli effetti della crisi come tutti noi.
Signor sottosegretario, questo è un altro dei vari motivi per cui non posso ritenermi soddisfatto della sua risposta, ma non solo io. Non è un problema di appartenenza politica. Nell’elenco delle associazioni italiane che fanno parte dell’Education for all Fast track initiative, fa parte anche Save the Children e ActionAid, che ha una parte attiva. Vi è una campagna globale per l’educazione: queste non sono persone che cantano «bandiera rossa» in mezzo alla strada. Sono persone che dedicano tutta la loro vita ad appianare le differenze tra ricchi e poveri. Qui non è un problema di politica: quando capirete che la cooperazione internazionale non è di sinistra? Quando lo capirete? Questo è ciò che mi preoccupa di più!
In ogni caso, visto che la sua risposta non mi soddisfa – ma non per colpa sua, signor sottosegretario: lei è un «bravo cuoco», ma deve fare il menù con gli ingredienti che le hanno fornito – e visto che non mi soddisfa in generale l’atteggiamento del Governo, mi richiamo all’articolo 138 del nostro Regolamento, che al comma 2 afferma: «qualora l’interpellante non sia soddisfatto e intenda promuovere una discussione sulle spiegazioni date dal Governo, può presentare una mozione». Per questo motivo, credo che ci rivedremo presto per una mozione, se il Presidente Fini e l’Ufficio di Presidenza la calendarizzeranno. La prego di portarsi dietro il Ministro Tremonti, così magari riusciamo a fare un discorso anche con lui.

La guerra tra poveri

Mi spiace ricominciare con una polemica, soprattutto se di mezzo c’è il terremoto. Cercherò, allora, di andarci delicato: l’idea del 5 per mille all’Abruzzo è una cagata pazzesca. Otto righe di riassunto: dal 2006 si può destinare mezzo centesimo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, indipendentemente da quello che si decide di fare con il proprio 8 per mille. I fondi raccolti (per un tetto massimo di 380 milioni di euro) possono servire: al sostegno del volontariato, delle onlus, delle associazioni di promozione sociale, delle fondazioni, di altre associazioni riconosciute; al finanziamento della ricerca scientifica e delle università; al finanziamento della ricerca sanitaria; dal 2008, anche ai Comuni di residenza, per sostenerne le attività sociali, ed alle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. In una parola, attraverso questi soldi scorre il sangue del terzo settore, che senza quei fondi sarebbe ancora di più nei guai: io stesso, per dire, destino il mio ad una onlus, il Vides, che senza il 5 per mille non potrebbe realizzare parecchi progetti di solidarietà. L’idea geniale di Tremonti è quella di canalizzare  il 5 per mille verso l’Abruzzo, per aiutare i terremotati. Che hanno bisogno di aiuto, ci mancherebbe, e che certamente sull’onda emotiva della tragedia riceverebbero (fra tre anni, visti i tempi tecnici di questo meccanismo) parecchie donazioni: tutte quelle che verrebbero tolte alla ricerca sul cancro, alle associazioni di famiglie con disabili, alle strutture di accoglienza di minori in difficoltà eccetera eccetera. È un concetto di solidarietà un po’ strano, quello di Tremonti: come se, per sfamare il mendicante che chiede i soldi sotto alla Rinascente, andassi a rapinare il venditore di fiori al semaforo. Se fate un giro sulla rete, trovate le comprensibili reazioni del terzo settore, che parla di “guerra tra poveri” e che giudica l’iniziativa del governo “inquietante e demagogica”. Anche perché un canale privilegiato per i terremotati esiste già, ed è proprio l’8 per mille: la quota destinata allo Stato, spiega il decreto del 1998 che lo istituì, deve essere ripartita tra “gli interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali”. In particolare, “gli interventi per calamità naturali sono diretti all’attività di realizzazione di opere, di lavori o di interventi concernenti la pubblica incolumità o al ripristino di quelli danneggiati o distrutti a seguito di avversità della natura, di incendi o di movimenti del suolo. Tra detti interventi rientrano quelli di ricerca finalizzata, monitoraggio, ricognizione, sistemazione e consolidamento del territorio”. Possibile che Tremonti non lo sappia? Lo sa, lo sa. Ma il problema è che, in questi anni, l’8 per mille è diventato un bancomat milleusi: dalle falle di bilancio alle missioni militari in Afghanistan, quando serve è lì che si pesca. Con buona pace del terzo settore, che pure qualche credito lo vanterebbe: progetti non finanziati per 20-25 miliardi di euro, sostiene un’inchiesta del settimanale Vita, confermata dai calcoli del Sole 24 ore. No profit? No party.

Obiezione cosciente

Chi mi segue da un po’, o magari chi ha dato un’occhiata al mio curriculum, sa che sono obiettore di coscienza. Ma è una scelta personale, che deve fare i conti con il mio ruolo pubblico di legislatore: non mi sarei mai arruolato nell’esercito, né prenderò mai il porto d’armi, ma ciò non significa che guardi con i paraocchi all’impiego delle nostre Forze armate. I soldati italiani in Afghanistan, per esempio, svolgono un ruolo importantissimo di protezione dei civili e – nonostante la missione sia partita su iniziativa della Nato e non dell’Onu, che si è aggiunta dopo – direi che l’Italia fa bene a tenerli lì. Lo stesso vale per il Libano, naturalmente. Eppure, mercoledì non ho votato a favore del rifinanziamento, né lo farò la prossima volta, perché – come vi dicevo anche ieri – c’è un problema di risorse sottratte alla cooperazione , un problema di impegni  presi in sede internazionale (e non rispettati) dal Paese che quest’anno presiede il G8. Un problema etico ed insieme politico-economico che, per la mia coscienza, viene prima di tutto. Per questo motivo, oggi ho preso un impegno con le Ong italiane: finché questo governo non porterà l’Italia nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio (0,51 per cento del Pil destinato alla cooperazione entro il 2010, 0,7 per cento entro il 2015) non voterò a favore del finanziamento delle missioni militari. A meno che non siano le stesse Organizzazioni non governative a chiedermelo. Se avete pazienza di leggere la lettera, eccola qui.

Carissimi,
lo scorso mercoledì alla Camera dei Deputati è stata votata la conversione del decreto-legge 30 dicembre 2008 n. 209 riguardante la proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali. Il provvedimento è passato con 485 voti a favore, 2 contrari e 4 astenuti, fra cui il sottoscritto. Nonostante infatti io creda nell’impegno della comunità internazionale per contribuire a risolvere alcune delicate situazioni di crisi, quello che mi ha spinto ad agire in questo modo è l’atteggiamento del Governo – dal suo insediamento fino ad oggi – nei confronti della cooperazione internazionale. La retromarcia dell’esecutivo che, a seguito delle Vostre pressioni e di quelle di molti di noi parlamentari, ha deciso di rifinanziare in parte i 110 milioni di euro tolti inizialmente ai progetti di cooperazione (45 milioni di euro stanziati per i primi 6 mesi dell’anno con l’impegno di fare altrettanto nel secondo semestre) mi sembra opportuna ma non sufficiente; nasconde una miopia di fondo sul modo di concepire e di investire sulla cooperazione internazionale come strumento elettivo di politica estera. Per questa ragione ho deciso di astenermi sul provvedimento in questione ma, più in generale, la mia intenzione è di non votare a favore di nessuna missione internazionale finché questo Governo non porterà l’Italia nei parametri stabiliti dai Millennium Goals o, quanto meno, fino al momento in cui le Ong non si dichiareranno soddisfatte delle risorse stanziate per la cooperazione.

Ribadendovi la mia amicizia e la mia stima, resto a disposizione per qualsiasi iniziativa riterrete utile per raggiungere un obiettivo difficile ma che non per questo mi rassegno a ritenere impossibile.

Un caro saluto.
Andrea Sarubbi