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Mano armata

Mi chiamerete trombone: non mi interessa. Anzi, alcuni di voi lo stanno già facendo da ieri, quando ho pubblicato un comunicato stampa dai toni preoccupati: scrivevo che l’avversario non va mai confuso con il nemico e che il cammino del confronto, per quanto tortuoso possa essere, non deve mai cedere il passo alla scorciatoia dell’odio. Non sapevo ancora che l’aggressore fosse un malato di mente, né che fosse un elettore del Pd: circostanze che, in queste ore, vengono utilizzate dall’una e dall’altra parte a seconda delle convenienze, ma che non cambiano una virgola delle mie idee al riguardo. E le mie idee voi che frequentate questo blog le conoscete già, ma oggi non fa male ripeterle. Il più grande errore di Silvio Berlusconi, siamo d’accordo, è stato quello di personalizzare il suo ruolo istituzionale, arrivando persino a distinguere – nei suoi sproloqui sui sondaggi – il gradimento personale da quello dell’intero governo; arrivando a confondere i problemi della giustizia con i suoi problemi giudiziari; arrivando a sostituire i rapporti diplomatici tra Stati sovrani con la politica del cucù, di cui il Nostro è contemporaneamente attore e regista; arrivando a tollerare malamente – come ha notato nei giorni scorsi lo stesso presidente della Camera, suo alleato – la presenza di altre istituzioni, percepite come un ostacolo alla propria azione di governo. Tutto ciò lo sappiamo, lo abbiamo sempre detto e continueremo a ripeterlo, senza sentirci per questo antiberlusconiani: al centro delle critiche c’è sempre il comportamento istituzionale, mai la persona. Eppure – perché c’è un eppure – a volte noi cadiamo nello stesso errore che rimproveriamo al premier: quello di ridurre l’opposizione ad una guerra contra personam, come se al governo Berlusconi ci fosse andato con un colpo di Stato e non con 15 milioni di voti che dobbiamo rispettare. Di più: con 15 milioni di elettori che, almeno in parte, dobbiamo convincere, se non vogliamo passare il resto della nostra vita all’opposizione. E così, ad esempio, le Mille piazze mi hanno convinto molto più del No B day, che – per quanta buona fede avessero i suoi partecipanti – aveva commesso l’errore imperdonabile di sbagliare titolo, mettendo al centro della nostra azione politica la solita B. Che ieri si è presa una statuetta in faccia, ed ora se ne sta in ospedale con diverse fratture, mentre il teatrino della politica gli balla intorno. Il Pdl, è chiaro, ci sguazza e ci sguazzerà ancora a lungo: la foto del premier insanguinato vale una milionata di voti, la notizia che lo psicopatico era un elettore Pd ne vale altri 200 mila, le dichiarazioni a caldo di Di Pietro (smentito dal suo stesso capogruppo alla Camera, Donadi) almeno altrettanti, e così via. Formigoni ha iniziato e finito la sua campagna elettorale con lo speciale Tg1 di ieri sera: a questo punto, o si trova un candidato Pd che si faccia sprangare da uno psicopatico di destra oppure la Lombardia va al Pdl di diritto, senza passare per la noiosa formalità della chiamata alle urne. Capezzone lo ha già detto: la mano di Tartaglia l’abbiamo armata noi. La statuetta del duomo gliel’ha data Tettamanzi, aggiungerà presto la Lega. Ma pure il popolo di sinistra, mannaggia la miseria, non è che ci stia dando una mano: quella mia nota su Facebook ieri sera è stata sommersa dagli insulti, tutti ruotanti attorno al concetto di inciucio. Difendevo Berlusconi, insomma, perché volevo tenermi stretta la poltrona. Non capivo, invece, che si è trattato di un gesto comprensibile, perché “chi semina odio raccoglie tempesta”, come molti hanno scritto anche sulla bacheca del neonato fan club di Tartaglia. A proposito: durante l’ultima manifestazione dei lavoratori ex Eutelia, in piazza dell’Esquilino, ho visto con i miei occhi Di Pietro prendere il megafono e dire che “se capita  qualcosa di brutto, se capitano violenze, io vi capisco, perché siete esasperati”. Ma per fortuna quei lavoratori, che avevano scelto fino ad allora la strada della responsabilità, non lo hanno preso sul serio. Molti dei nostri elettori, invece, continuano a dargli ragione, attaccando il Pd perché ha dimostrato di essere, in queste ore, una forza politica matura. La dico tutta: e se cambiassimo gli elettori, anziché cambiare noi?

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La religione senza Dio

Il titolo l’ho rubato da Ilvo Diamanti, perché non avrei saputo inventarmene uno all’altezza, e la tentazione sarebbe quella di copia-incollarvi tutta la sua riflessione, perché merita di essere letta. Parliamo naturalmente delle accuse leghiste al cardinale Dionigi Tettamanzi, colpevole di aver criticato gli sgomberi degli accampamenti rom e, per questo motivo, definito dalla Padania imam. Parola che nel vocabolario italiano significa ministro del culto islamico, ma in quello padano è un insulto. Lì per lì, pensavo ad una faccenda scappata di mano alla Lega, ad un’esagerazione giornalistica non autorizzata dai vertici del partito: mi aspettavo, a stretto giro di posta, un intervento di qualche ministro padano per ricorreggere il tiro, come fece Berlusconi con Feltri nel tentativo di calmare la Cei dopo il caso Boffo. L’intervento, in effetti, c’è stato, ma anziché correggere il tiro, Roberto Calderoli ci ha messo il carico da undici: Tettamanzi è un vescovo che non rappresenta le opinioni dei milanesi, dunque non lo riconosciamo. Doveva difendere il crocifisso, invece ha difeso i rom. È l’equivalente di “un prete mafioso in Sicilia”, e via così. Se avete tempo da perdere, andate in libreria e chiedete – con la faccia un po’ supplicante, perché sicuramente sarà fuori commercio – un libro scritto nel 1995 da un giovanotto rampante, che non avrebbe immaginato di finire in Parlamento 13 anni dopo: si intitola “La Lega qualunque”, è pubblicato da Armando editore, ed al suo interno ha un capitolo sui rapporti fra la Lega delle origini e la Chiesa. Non esistevano ancora le battaglie per il crocifisso (al contrario, c’era tutta la liturgia del dio Po), ma si sentiva già l’esigenza – da parte di un partito che mirava a conquistare le regioni bianche – di cercare una sponda nel cattolicesimo benpensante. Dio non c’entra nulla, naturalmente, né c’entra l’amore per il Vangelo: la Lega – scrive Diamanti nella sua analisi odierna – “si è proposta essa stessa alla guida di una religione senza Chiesa – e senza Dio. I cui valori, simboli, luoghi vengono fatti rientrare dentro i confini dell’identità territoriale”. Ma l’analisi più graffiante è quella di Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine, che se continua così mi iscrivo a FareFuturo:

“Questo succede quando la politica si arroga il diritto di utilizzare la religione come carta d’identità, come facile strumento per riempire la propria vuotezza. Questo succede quando la politica prende in prestito la fede per farne uno strumento di odio e di divisione. Quando si confonde la croce con un simbolo di partito. Questo succede: si arriva a pretendere che la religione si adegui alle regole perverse della politica, perda l’universalità per occuparsi del contingente, perde l’altruismo per rifugiarsi nel più bieco individualismo. È la politica che diventa giudice della buona e della cattiva religione in funzione degli interessi di un partito. E così i demagoghi mandano via il prete dall’altare, ne prendono il posto, fanno un comizio e la chiamano predica”.

Come potete immaginare, questo è un tema su cui sono particolarmente sensibile: l’idea di “svuotare il cristianesimo della sua essenza – qui sto citando Pierluigi Castagnetti – e farne una mera religio, cioè una tradizione di fatto solo culturale e possibilmente politica” è quanto di più lontano dal mio modo di vivere la fede. Preferirei – e stimerei di più, sono sincero – una Lega laicista, pagana, dissacrante ed anticlericale, anziché questa caricatura di Partito dei crociati che ci troviamo davanti e che danneggia profondamente il dibattito attuale sulla laicità ed in ultima istanza la Chiesa stessa.