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Italiani di fatto

Cercherò di non essere ideologico, perché – come al solito – la ragione non sta tutta da una parte e, se pure così fosse, non è detto che quella parte sia per forza la nostra. Prevedere un tetto per gli alunni stranieri in una classe non è, in sé, un’idea folle, perché chi ha bazzicato alcune scuole di certe zone d’Italia (non la terza liceo classico dei Parioli, per intenderci, ma magari una seconda media di Mantova) non può scandalizzarsi se Mariastella Gelmini parla del “diritto allo studio degli studenti italiani”: provaci tu a leggere Ariosto in una classe dove metà dei tuoi compagni non capisce l’italiano corrente. Ma c’è un ma, naturalmente. Anzi, ce ne sono parecchi. Il primo è di ordine pratico: se in una zona i figli di immigrati superano il 30%, dove li mando a studiare? Se sei in città, vai nella scuola accanto (ammesso che lì il tetto non sia stato superato); se sei fuori, è più complicato. In ogni caso, mi pare evidente che respingere le iscrizioni dei bambini (e dirottarli altrove, magari in posti non facilmente raggiungibili) sia un incentivo enorme alla dispersione scolastica: se mandare a scuola mio figlio è troppo complicato, insomma, lo tengo a casa. Non è giusto, naturalmente, ma accadrebbe, soprattutto in famiglie con bassa scolarità, e mi piacerebbe sapere come il governo intenda risolvere il problema. Poi c’è un’altra cosa che mi viene in mente, e magari è una fesseria ma ormai l’ho pensata: va bene il problema linguistico dei bimbi stranieri, ma non deve essere facile leggere Ariosto neppure nel rione Sanità, dove i guai con l’italiano corrente derivano dal fatto che metà dei bambini pensa, parla, scrive e sogna solo in napoletano. La questione seria, dunque, non è il tuo luogo di nascita o la tua origine familiare, ma piuttosto il tuo livello di alfabetizzazione: un concetto semplice semplice, che il povero Marco Campione sta cercando di spiegare da una vita sul suo blog e che ogni volta gli tocca rispiegare, perché evidentemente in viale Trastevere Champ’s version non si legge. Come parli italiano, caro Abdul? E tu, caro Gennarino? Non è che ci voglia molto a scoprirlo: a Torino, per dire, lo fanno già da tempo, e dividono le classi in base a questo criterio, cercando in ognuna un equilibrio tra competenze linguistiche diverse. Anziché prendere esempio da quello che funziona già, il ministro ha introdotto la categoria generica di studenti stranieri, per poi accorgersi subito dopo che non stava in piedi: dalla quota del 30%, ha spiegato ieri a Lucia Annunziata, vanno esclusi i bambini che sono nati in Italia, perché tra loro e gli italiani-di-razza non c’è nessuna differenza. Ho dovuto rileggere la frase sulle agenzie tre o quattro volte, perché non ci credevo: senza accorgersene, la Gelmini ha ammesso che chi nasce e cresce in Italia è di fatto un italiano, indipendentemente dalla provenienza geografica di mamma e papà. Che poi è quello che la nostra proposta di legge sulla cittadinanza sostiene da tempo, ma che il testo base presentato da Isabella Bertolini ignora. Già in Commissione Cultura, se ricordate, li mandammo sotto con una maggioranza trasversale, aiutati dalla presidente Valentina Aprea che definì i minori “una specie diversa”; ora che anche il ministro dell’Istruzione si è convertito allo ius soli, ho commentato oggi in un’intervista sulla Stampa, il Centrodestra non può più far finta di niente.

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Di peggio in male

I bookmakers l’avrebbero quotata almeno 20 a 1 ed io, onestamente, non me la sarei giocata: la possibilità di riuscire a convincere la maggioranza che la Gelmini stava facendo una follia era veramente molto bassa. Invece, dopo essere stati salvati ieri pomeriggio dall’arbitro Lupi (ricordo che, per un calcio di rigore non concesso domenica scorsa contro il Milan, Rosetti non arbitrerà più la Roma per tutto l’anno: ci basterebbero le regole del calcio, mica chiediamo tanto!), i nostri colleghi si sono miracolosamente ricondotti alla ragione. Un po’ perché avevano paura di finire ancora sotto, un po’ perché abbiamo spiegato loro che sarebbero piovuti sui giudici del lavoro milioni di ricorsi, oggi Pdl e Lega hanno accettato di riformulare quel famigerato comma 1. Il testo originale, che avete nel post di ieri, era un omaggio all’inferno dantesco (“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”), alla vecchia saggezza popolare (“Chi nasce tondo non muore quadrato”) ed alla dottrina indù: un precario è destinato a rimanere tale in questa vita, ma in base ai meriti accumulati – che non gli serviranno qui, sia chiaro – potrà sperare di reincarnarsi, nella prossima, in un docente di ruolo. Vi prego di rileggerlo, per piacere, e poi confrontatelo con la nuova versione: 

“I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze (…), in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, si trasformano in rapporto di lavoro a tempo indeterminato solo nel caso di immissioni in ruolo, ai sensi delle disposizioni vigenti ed in base alle graduatorie previste dalla presente legge (…)”.

Anche qui l’italiano è abbastanza chiaro, ma lo metto in prosa perché ancora mi pare impossibile: dopo ore di battaglia, sia in Aula che nel comitato dei nove, siamo riusciti a salvare le graduatorie ad esaurimento, vale a dire la fatica pregressa di 232.048 lavoratori, che sui punteggi costruiti nel corso degli anni basano le speranze di una vita. Inoltre, rispetto al testo originariamente presentato, abbiamo ottenuto che la platea delle supplenze brevi fosse estesa anche ai precari con 180 giorni di servizio nell’ultimo anno scolastico, più un’altra misura tecnica che non sto a spiegarvi in dettaglio ma che consentirà l’immissione a pieno titolo nella graduatoria dei precari che avevano ottenuto l’abilitazione con riserva ai sensi del decreto ministeriale 21/05. Infine, abbiamo ottenuto che la relatrice ritirasse un emendamento per posticipare di un mese (dal 31 luglio al 31 agosto) il termine delle operazioni di avvio dell’anno scolastico. Tutto bene, allora? No, perché innanzitutto questo è un provvedimento che non aggiunge un euro alle risorse della scuola, dopo i tagli dell’anno scorso; inoltre, perché gli aspiranti supplenti iscritti nelle graduatorie di istituto, in tutto circa 80 mila, non sono minimamente tenuti in considerazione e verranno probabilmente tagliati fuori dal mondo del lavoro, peraltro senza ammortizzatori sociali. Per metterci una pezza, il governo chiede alle Regioni di avviare progetti a loro spese, sapendo benissimo che i bilanci regionali sono ormai in rosso da un bel po’. Non possiamo essere contenti, dunque, di come è finita. Ma senza l’opposizione, potete credermi, stavolta sarebbe andata molto peggio.

Colpo di grazia

Con il decreto che abbiamo cominciato a votare oggi in Aula, il governo ha dato il via alla stabilizzazione dei precari della scuola: non nel senso classico del termine, che significherebbe assumerli, ma in quello gelminiano, che vuol dire lasciarli precari a vita. È la seconda mazzata al sistema dell’istruzione, dopo gli 8 miliardi di euro ed i 132 mila posti di lavoro tagliati l’anno scorso; per centinaia di migliaia di persone, però, sarà il colpo di grazia alle speranze ed ai sacrifici di una vita. Il decreto 134, ufficialmente denominato “Disposizioni urgenti per garantire la continuità del sistema scolastico ed educativo per l’anno 2009-2010”, è un provvedimento piccolo piccolo, con due sole firme (Berlusconi e Gelmini) ed un misero articolo; ma a volte basta un comma per produrre conseguenze devastanti, ed in questo caso è il primo:

 “I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze (…), in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo”.

L’italiano è abbastanza chiaro, ma voglio ugualmente metterlo in prosa. Tutte quelle persone che, nel corso degli anni, sono andate avanti di supplenza in supplenza (a volte anche malpagate o addirittura gratis pur di acquisire punteggio, come dimostrò un’inchiesta di Report) continueranno ad essere supplenti a vita, a meno di vincere un concorso di cui vi parlerò tra poco. Il loro stipendio non potrà avere scatti di anzianità, contrariamente a quanto afferma il contratto collettivo e nonostante la diversa disciplina vigente per alcuni colleghi: è il caso dei docenti di religione, che fino al 2003 non potevano essere di ruolo ma che comunque avevano scatti di anzianità; quando la Moratti li immise in ruolo, non toccò (giustamente) la maturazione dell’anzianità da parte dei precari, considerandola un diritto acquisito. La decisione folle di abolire questi scatti retributivi, in un provvedimento che parla di tutti gli altri docenti, sta producendo dunque una disparità che non sta in piedi: tanto è vero che il Tar ha già dato ragione a parecchi insegnanti (non di religione) che dall’entrata in vigore del decreto hanno già fatto ricorso, con la motivazione che questi diritti (peraltro legittimi) vanno estesi a tutti. L’altro aspetto a cui accennavo riguarda l’inutilità del punteggio ai fini dell’entrata in ruolo, nonostante a centinaia di migliaia di docenti sia stato chiesto un corso di abilitazione (una trentina di esami, oltre tremila euro di spesa) della durata di due anni: tra non molto, infatti, il governo avvierà un nuovo sistema di reclutamento, sulla base di concorsi indetti a livello locale, direttamente dalle singole scuole o da reti di scuole, e nel ddl Aprea – che stiamo discutendo proprio in Commissione Cultura – dei punteggi acquisiti non c’è traccia. Poi aprono la bocca Tremonti e Berlusconi, ti parlano del valore del posto fisso e tu ti senti un po’, diciamolo pure, preso per il culo.

P.S. Un’annotazione di tattica parlamentare. L’emendamento soppressivo del decreto è stato bocciato dalla maggioranza per due soli voti (271 a 269), dopo che la votazione precedente era stata vinta da noi di dieci voti. Che cosa è successo nel frattempo? Che il presidente di turno, Maurizio Lupi, ha fatto di tutto per perdere tempo, dando la parola anche a chi non ne aveva diritto, mentre venivano chiamati di corsa gli assenti del Pdl, e solo quando ne sono entrati una quindicina ha dato il via libera al voto. È stato un episodio davvero vergognoso, come non ne avevo mai visti dall’inizio della legislatura, ma nessuno ne parlerà: domani i giornali diranno che la colpa del decreto ammazzaprecari è delle assenze del Pd.

Noio vulevan savuar

Uno dei pochi casi in cui ci è concesso l’onore di ascoltare la voce del governo dal vivo, anziché nei talk show televisivi, è lo spazio settimanale dedicato alle interpellanze. Che generalmente si mettono a fine seduta dell’ultimo giorno d’Aula, con il prevedibile risultato di una Camera assolutamente deserta: non c’è veramente nessuno, se non i firmatari degli atti (non tutti, ma uno-due per interpellanza) e gli uno o due rappresentanti del governo che devono rispondere e che, di solito, leggono un testo preparato dagli uffici. Vi sembrerà folle, ma se un deputato chiede quale sia il costo delle intercettazioni telefoniche, può rispondergli anche il sottosegretario allo Sport: così è accaduto ieri, per esempio, ad un mio collega leghista. A me, invece, è andata meglio: è stato il sottosegretario all’Istruzione, Pizza, a rispondere alla mia interpellanza sul taglio della seconda lingua nelle scuole medie.

ANDREA SARUBBI. L’oggetto di questa nostra interpellanza, signor presidente, è il futuro dei nostri figli. Può sembrare un’espressione retorica, ma mai come stavolta va presa alla lettera: stiamo infatti chiedendo al governo – ed in particolare al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, che purtroppo non vedo in Aula – che tipo di scuola abbia in mente. Certamente una scuola più povera – questo lo abbiamo capito, purtroppo – ma fino a che punto? Vale la pena, nel nome delle esigenze di cassa, tagliare anche i rami verdi?
Non parlo a caso di taglio di rami verdi. Non trovo una metafora migliore per definire la decisione del ministero di far fuori lo studio della seconda lingua comunitaria nella scuola secondaria di primo grado, quella che fino a qualche anno fa si chiamava scuola media inferiore. L’inglese, naturalmente, si studia già, mediamente per 3 ore a settimana. Ma fu proprio il Centrodestra, nella riforma Moratti del 2003, ad introdurre la possibilità di 2 ore a settimana di francese, tedesco o spagnolo: una decisione saggia – non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscerlo – nell’ottica di un’Italia sempre più europea. A cosa ci servono le norme di Schengen sulla libera circolazione dei cittadini europei (e dei lavoratori), se, una volta all’estero, dobbiamo parlare come Totò davanti al vigile urbano milanese di piazza Duomo? Se la ricorda, signor presidente, quella scena di “Totò, Peppino e la malafemmina”? “
Noio vulevan savuar l’indriss…” eccetera eccetera. Ecco, sarebbe grave che i nostri figli facessero la stessa fine di Totò, una volta arrivati a Parigi, Berlino o Madrid.
Mi permetto una breve parentesi sulla mia generazione, quelli nati negli anni Settanta. I nostri nonni, o almeno la grande maggioranza di loro, parlavano in dialetto ed avevano imparato a scuola l’italiano. I nostri genitori, che parlavano italiano, hanno dovuto imparare l’inglese con fatica. Noi, che abbiamo imparato l’inglese a scuola, abbiamo appreso con fatica una seconda lingua, perché sappiamo bene – e lo ha detto anche il commissario europeo per il multilinguismo, Leonard Orban – che l’inglese non basta più. Io, personalmente, ho appreso lo spagnolo solo all’università, e con il francese non ho ancora finito, ma ho paura che sia un po’ tardi per parlarlo davvero bene. Non è un mistero che una lingua si impari facilmente da piccoli: se comincio a studiare il francese ad 11 anni, nell’orario scolastico, magari riesco pure ad impararlo. Se devo organizzarmi da grande, quando ho lasciato la scuola già da un pezzo, è tutto più difficile.
Ma torniamo all’oggetto dell’interpellanza, signor presidente. La riforma Moratti, dicevamo, è del 2003. Nel 2004 inizia a trovare applicazione, nel 2006 entra a regime. Nel 2007 cambia il governo, ma il ministro Fioroni – pur emanando nuove indicazioni per il curriculo delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione – non tocca lo studio delle due lingue europee: l’inglese già dalla scuola primaria, le vecchie elementari, e dalla secondaria di primo grado anche la seconda lingua. Nel 2008 cambia ancora il governo, ed a gennaio di quest’anno, 2009, il ministro Gelmini spiega in una circolare che, dal prossimo anno scolastico, la seconda lingua diventa facoltativa. Le due ore di francese, spagnolo o tedesco possono essere destinate ad altro: al potenziamento dell’inglese, che sarebbe in contrasto con gli impegni presi dall’Italia in ambito europeo sulla pari dignità di tutte le lingue dell’Unione, oppure – per gli alunni stranieri – allo studio supplementare dell’italiano.
Se volessi aprire il capitolo degli impegni presi con l’Europa, ho paura che non mi basterebbe il tempo a disposizione. Potrei citare decisioni del Parlamento europeo, risoluzioni del Consiglio europeo, comunicazioni della Commissione, dichiarazioni pubbliche dei capi di Stato e di governo, trattati internazionali: in tutti questi casi si ribadisce il criterio delle due lingue comunitarie più la lingua materna. Il loro apprendimento è importante – mi limito a questa citazione, dal preambolo del testo che istituì l’anno europeo delle lingue nel 2001 – “in quanto rafforza la consapevolezza della diversità culturale e contribuisce a sradicare la xenofobia, il razzismo, l’antisemitismo e l’intolleranza, e costituisce altresì un notevole potenziale economico”.
A proposito di economia, in chiusura del mio intervento vorrei invitare il rappresentante del governo a mettersi nei panni di quei 5616 insegnanti di francese, spagnolo o tedesco che, grazie a questa circolare del ministero, non vedranno rinnovato il loro contratto. Tutti docenti che hanno sostenuto esami specifici, tra i quali anche l’esame di Stato, per avere sbocchi lavorativi in questo senso: avevano investito sulla seconda lingua, sapendo che – con l’obbligatorietà dell’insegnamento – lo Stato prima o poi avrebbe dovuto assumere personale adeguato. Nessuno di loro è di ruolo, tutti rischiano di restare precari a vita o addirittura di perdere il lavoro. Con questa interpellanza, signor presidente, noi vorremmo sapere (pardon:
noio vulevan savuar) se il governo non intenda cambiare idea prima che sia troppo tardi.

Il sottosegretario Pizza – sì, sempre lui: quello che poteva bloccare le elezioni con il simbolo della Dc e poi si è fermato in cambio di una poltrona a Palazzo Chigi – mi ha risposto che l’inglese basta ed avanza, in quanto è universalmente riconosciuto come “lingua veicolare”. Poi ha aggiunto che, comunque, la seconda lingua rimarrebbe opzionale: come se gli impegni europei non fossero stati presi, come se l’Italia di oggi fosse uguale a quella di ieri. E senza dire una parola sui docenti precari, naturalmente, perché è ormai chiaro che il vero ministro dell’Istruzione, oggi, è Giulio Tremonti.

Figli di papà

Quando il governo pone la fiducia su un decreto – e siamo già a quota 8, dall’inizio della legislatura – ogni possibile miglioramento della legge rimane nel cassetto delle buone intenzioni. O meglio, viene riproposto come ordine del giorno, nella speranza (un po’ vacua, per la verità) che il governo assuma comunque l’impegno. Il mio ordine del giorno sul decreto università cercava di porre dei paletti al nepotismo nell’assegnazione di cattedre: in sostanza, chi ha un parente stretto docente o rettore non può insegnare nella loro stessa università. Può farlo nell’ateneo vicino, magari, ma non vincere un concorso dove lavora suo padre o sua zia.

 ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, nell’iniziare l’illustrazione del mio ordine del giorno, ho l’obbligo di rimarcare il disappunto mio, ma anche quello di tutto il Partito Democratico e di tutta l’opposizione, in merito al fatto che, purtroppo, siamo qui a discutere soltanto gli ordini del giorno e non gli emendamenti, come sarebbe stato opportuno. Io stesso, partecipando ad una seduta abbastanza vivace della Commissione cultura, ho visto quanto l’esigenza di emendamenti fosse sentita anche all’interno della maggioranza. Tuttavia, per la solita ragione di Stato, purtroppo, non si è potuto poi procedere a migliorare un decreto-legge che era migliorabile sotto vari aspetti. Detto ciò, mi riallaccio alla dichiarazione di voto svolta ieri sera dall’onorevole Paola Goisis, in occasione del voto di fiducia. A nome della Lega Nord, l’onorevole Paola Goisis citava il «baronismo» come uno dei mali dell’università italiana. Il «baronismo» è stato definito – cito un titolo riportato, qualche tempo fa, da un’autorevole rivista – come una nuova mafia, la «mafia dei baroni». Solo a Palermo, cento famiglie si spartiscono i corsi di insegnamento all’università, per un totale di 230 fra ordinari, associati e ricercatori. In un’inchiesta pubblicata ad ottobre, la Repubblica parlava di concorsi vinti per diritto ereditario. Tuttavia, non si tratta soltanto di un problema di Palermo, né è soltanto la Repubblica a denunciarlo. Infatti, in un’altra inchiesta, avviata nel 2007 da il Giornale, si mostrava, a più riprese, come l’albero genealogico in Italia sia un criterio di selezione piuttosto diffuso. Questo avviene in numerosi atenei. Si tratta, dunque, de la Repubblica e de il Giornale, due quotidiani spesso lontani nell’interpretazione dei fatti, ma che, tuttavia, sono uniti in questa battaglia, perché contra factum non valet argumentum. Quindi, di fronte a certi fatti c’è poco da interpretare, tanto è vero che la lotta alla «parentopoli» (come è stata definita) questa volta è stata condivisa, nei mesi scorsi, da studenti di vari orientamenti politici (di destra e di sinistra) e mi auguro che lo stesso possa accadere per questo ordine del giorno e che esso possa essere condiviso anche dal centrodestra. Il dispositivo del presente ordine del giorno è piuttosto semplice: esso, in sostanza, impegna il Governo ad adottare ulteriori iniziative normative volte a prevedere alcuni limiti per l’assunzione dei vincitori di concorsi. Per quanto riguarda le facoltà, non si potrà assumere chi ha parenti o affini in linea ascendente fino al quarto grado nei ruoli di professore di prima e seconda fascia; per quanto riguarda gli atenei nel loro complesso, non si potrà assumere chi ha parenti o affini in linea ascendente fino al quarto grado del rettore in carica. So già che esiste un modo per mettere a tacere queste nostre obiezioni: il modo migliore è quello di accusarci di populismo e di demagogia, affinché poi tutto rimanga come prima. Proprio ieri sera nel suo intervento l’onorevole Paola Frassinetti, che vedo qui in Aula, ci accusava di fare un uso demagogico dell’idea di meritocrazia. Vorrei assicurarle che non è così e per questo motivo ci tengo a spiegare che non siamo pregiudizialmente contrari – ci mancherebbe! – alla possibilità per il figlio di un accademico di seguire la carriera di suo padre: è naturale, ha respirato quell’aria dentro casa ed è giusto che tenti quella strada. Chiediamo però di mettere un «paletto». Il promettente nipote faccia pure i suoi concorsi per la cattedra, ma in un’università diversa da quella in cui suo zio è rettore: ce ne sono tante di università in Italia, mica esiste solo quella! Mettiamoci nei panni di tutti quei giovani che si stanno spaccando la schiena sui libri, dei giovani che hanno tutte le qualità intellettuali per diventare docenti universitari, ma purtroppo per loro non hanno le qualità principali: un papà professore e un cognome importante. Quando tra poco voteremo questo ordine del giorno pensiamo al loro futuro, che poi è il futuro delle nostre università, della nostra cultura e del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Ecco, questo è quello che ho detto in Aula, convinto di presentare una proposta ragionevole. Ma il sottosegretario Pizza – che, ricordete, Berlusconi chiamò a Palazzo Chigi in cambio della rinuncia a presentare il simbolo della Dc che avrebbe fatto slittare le elezioni – me l’ha respinta. Poi, incalzato da me, l’ha accolta come raccomandazione (praticamente, una presa in giro), ma ho rifiutato. Così ho messo l’ordine del giorno ai voti, confidando in un sussulto di dignità della maggioranza: l’unica nota di solidarietà è venuta dal deputato del Pdl Mario Pepe, che ha ricordato il diritto borbonico (“Il re poteva nominare i docenti universitari”), mentre la Lega si è astenuta, nascondendosi sotto la bandiera del benaltrismo (“Un ordine del giorno non basta, ci vuole ben altro”). Alle giovani studiose dico, però, di non disperare, perché per vincere un concorso rimane sempre valido il metodo già brevettato da Berlusconi per i precari: basta fidanzarsi con il figlio di un rettore.

Un giorno in Cultura

A mezzogiorno mi chiama un collega, per chiedergli di sostituirlo in Commissione Cultura. Rispondo di sì, pensando di fargli un piacere, ma il piacere vero lo fa lui a me: in poco più di due ore frequento un corso accelerato dei rapporti all’interno della maggioranza, e l’unico rammarico è quello di non avere una telecamera per filmare i numeri a cui assisto. Si votano – si dovrebbero votare – gli emendamenti al decreto Gelmini per l’università, ma sul tavolo troviamo un foglio di carta con l’elenco di quelli inammissibili: insieme a molti nostri (e non è una novità), ce ne sono diversi della Lega e del Pdl. La Lega, per dire, chiede fra l’altro l’Iva al 4% per gli acquisti di materiale didattico da parte delle Università; il Pdl chiede l’esonero dalle tasse universitarie per determinati soggetti. Si apre una discussione pesante, in cui succede di tutto: prima Emerenzio Barbieri (Pdl) accusa il governo di non concedere tempo sufficiente al Parlamento per discutere i decreti (“Che cosa avremmo fatto, se Prodi si fosse comportato così?”) e soprattutto di non saper scrivere i testi normativi in italiano, visto che due commi di uno stesso articolo affermano due cose opposte; poi la presidente Valentina Aprea (Pdl) azzittisce Paola Goisis (Lega), che perora con ardore la propria causa, chiedendo a tutti di “smetterla con questi giochi”. Al che la Goisis si alza in piedi (“Non mi si accusi di fare giochetti!”), fa per andarsene e viene bloccata dai suoi colleghi, mentre Fabio Granata (Pdl) cerca di riportare pace: “Sappiamo tutti che ci sarebbero molte cose da cambiare, ma dobbiamo rassegnarci: il Senato ha già annunciato che chiuderà il 18 dicembre e non c’è tempo per una terza lettura del decreto”. La presidente Aprea sospende la seduta per un quarto d’ora, la maggioranza si riunisce nella saletta accanto e ritorna più compatta: la Goisis ritira i suoi emendamenti, Granata fa lo stesso, la Aprea prova a convincere anche noi con un discorso memorabile. “Onorevoli colleghi dell’opposizione”, ci dice, “è chiaro che le vostre modifiche migliorerebbero il testo. Ma accontentatevi delle correzioni che vi abbiamo accettato al Senato (tutte formali, ndr) e ricordatevi che il presidente della Repubblica ci ha chiesto di approvare questa riforma insieme, quindi siamo tutti sulla stessa barca”. Giorgio Napolitano, in realtà, aveva auspicato una riforma largamente condivisa, ed una riforma condivisa presuppone che la maggioranza abbia recepito anche i rilievi dell’opposizione, ma questa è una sottigliezza che evidentemente il Centrodestra non capisce: tanto è vero che, subito dopo, dal Pdl ci arriva la proposta di ritirare tutti i nostri emendamenti in Commissione, che altrimenti verrebbero bocciati, e di aspettare la discussione in Aula, magari per ripresentarli con il loro appoggio. “E chi ci garantisce – chiede la nostra capogruppo, Manuela Ghizzoni – che voi non metterete la fiducia anche stavolta?”. Silenzio. Così raccogliamo armi e bagagli e ce ne andiamo. Riusciranno i nostri eroi a rimandare di qualche giorno le vacanze di Natale, per il bene dell’università italiana?

Una tragedia annunciata

Lungi da me la tentazione di speculare sulla tragedia di Rivoli: se il soffitto di un liceo scientifico crolla e un povero ragazzo ci rimane schiacciato, non è chiaramente colpa di Berlusconi. Né del ministro Gelmini, che però – quando parla di “tragedia incomprensibile” – dimostra che il suo errore più clamoroso, nel dibattito in Parlamento, non è stato sbagliare l’accento di egida, ma distrarsi quando parlavamo di sicurezza nelle scuole. Aveva lanciato l’allarme il senatore Bubbico, con un emendamento che ripristinava i fondi per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza degli edifici, tagliati del 50 per cento nell’articolo 7 bis: tanto per capirci, 150 milioni in meno sui 295 stanziati dal governo Prodi. Bocciato, naturalmente. Aveva poi ribadito il concetto Mariangela Bastico, ministro ombra per gli Affari regionali, denunciando la contraddizione fra questi tagli e le promesse di Berlusconi ai genitori delle piccole vittime di San Giuliano: “Sosterrò la vostra proposta di legge sulla sicurezza nelle scuole ed attuerò un piano straordinario di investimenti”. Ignorata anche lei. Ma quello che mi resta ancora nelle orecchie – perché è roba di 10 giorni fa, durante il dibattito sulla legge di bilancio – è l’intervento alla Camera di Manuela Ghizzoni, la nostra capogruppo in Commissione Cultura, nella presentazione di un ordine del giorno sui finanziamenti all’edilizia scolastica. Eccolo qui:

La Camera,
premesso che:

dal provvedimento in esame si registra una decurtazione di ben 23 milioni di euro al capitolo 7160, spese per l’attivazione dei piani di edilizia scolastica e per il completamento delle attività di messa in sicurezza e di adeguamento a norma degli edifici;
molte scuole non sono ancora in possesso delle certificazioni di sicurezza e di idoneità scolastica;
la messa in sicurezza degli edifici scolastici pubblici rappresenta un obiettivo determinante e una priorità necessaria ad assicurare l’incolumità di utenti e operatori, nonché a consentire ai responsabili delle istituzioni scolastiche di assolvere gli obblighi previsti dalle normative in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro,

impegna il Governo

a monitorare gli effetti applicativi delle norme citate in premessa al fine di garantire, anche attraverso ulteriori iniziative normative, maggiori risorse da destinare al completamento delle attività di messa in sicurezza e di adeguamento a norma degli edifici scolastici, a considerare la possibilità di accensione di mutui da parte dei competenti enti locali per la messa in sicurezza degli edifici e a valutare l’opportunità di adottare ulteriori iniziative normative affinché gli investimenti destinati all’adeguamento strutturale ed antisismico degli edifici del sistema scolastico siano esclusi dal patto di stabilità.

“Avere edifici scolastici sicuri e qualitativamente confortevoli – aveva ricordato Manuela Ghizzoni, illustrando il suo ordine del giorno – è un diritto che va tutelato e garantito a tutti i nostri giovani”. Poi aveva lanciato un appello: “Poiché il tema è delicato, chiedo ai colleghi di ricordare, mentre voteranno, le 27 vittime della scuola Iovine di San Giuliano”. 224 favorevoli, 270 contrari, 7 astenuti: bocciato.