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L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

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Sete di sangue

Nei giorni scorsi ho provato a spiegare come è andata, sia nelle pregiudiziali di costituzionalità che nel voto finale. Ho tentato di riconoscere le nostre responsabilità senza rinunciare a ragionare un po’, ma credo che non sia servito a molto: la storia dello scudo fiscale passato per colpa del Pd, infatti, è ormai una di quelle leggende metropolitane impossibili da sfatare. Perfino ricordare banalmente che il Parlamento è composto dai partiti in proporzione ai voti ottenuti (è dunque un miracolo se la minoranza batte la maggioranza, non una vergogna quando accade il contrario) appare un tentativo maldestro di giustificarsi, di fronte ad un’opinione pubblica che – mi dispiace dirlo, ma è così – si fa sempre più assetata di sangue. Oggi pomeriggio, in Aula, Ileana Argentin ci ha raccontato delle aggressioni subite in questi giorni, dopo l’assenza per malattia di venerdì mattina: alla manifestazione di sabato l’hanno tirata per i capelli ed hanno preso a calci la sua carrozzina, urlandole dietro di tutto; ieri sera, in piazza Venezia, le hanno preso a pugni la macchina. Al di là del caso singolo, che spero sia un episodio isolato, la sete di sangue – a volte così dozzinale, a volte più raffinata – mi pare innegabile: altrimenti non si spiegherebbe come, dopo le reazioni a caldo delle prime ore, i giornali continuino a parlare delle sanzioni per i 22 deputati del Pd (da ieri sera 21, visto che Antonio Gaglione se n’è andato al gruppo misto, prima di essere cacciato da noi) mentre le polemiche sullo scudo si sono placate, perché ormai c’è un capro espiatorio e siamo tutti più tranquilli. Fatto sta che oggi, durante la riunione della direzione del gruppo parlamentare, si è fatto il conto di quanti fossero gli assenti non giustificati: al momento, mi pare di capire, sarebbero al massimo 11, ma è probabile che alcuni di loro fossero malati e non abbiano portato ancora il certificato medico. Sento frasi apocalittiche – tipo: “la Levi Montalcini non si reggeva in piedi ma andava lo stesso in Senato, per salvare il governo Prodi” – e sinceramente non capisco perché ai parlamentari non vada riconosciuto il diritto di ammalarsi, valido invece per tutte le altre categorie (giornalisti compresi), per il Papa (che quando sta male qualche udienza la salta anche lui) e perfino per Beppe Grillo, che sul suo blog ha lanciato il concorso “Dove eravate, dipendenti infedeli?”. In ogni caso, il danno della vicenda all’immagine del Partito democratico è notevole, e proprio per questo il direttivo ha deciso di prendere provvedimenti: si aprirà un’istruttoria sugli assenti finora ingiustificati, garantendo loro un contraddittorio, e verranno applicate le sanzioni previste dal regolamento interno, che partono dal richiamo e possono arrivare fino alla sospensione. Ma stiamo comunque parlando del gruppo parlamentare che ha la percentuale di presenze in Aula più elevata dall’inizio della legislatura: chi si aspetta il sangue, insomma, vada a cercarlo altrove.

Lo scudo dei furbi

Non vorrei fare la versione aggiornata del post di ieri, ma la polemica sulle assenze si sta ripetendo con il voto finale di oggi: il decreto è passato con 20 voti di scarto ma, siccome all’opposizione mancavano più di 30 deputati, nei mass media sta venendo fuori che lo scudo fiscale è colpa nostra. In particolare del Pd, naturalmente, che di assenti ne aveva 22 (anche se nel conteggio elettronico ne figurano 23, perché al mio vicino di banco, Furio Colombo, si è impallata la macchinetta). Soliti calcoli: da noi mancava il 10,3% (22 su 214), nell’Udc il 15,8% (6 su 38), nell’Idv il 3,8% (uno su 26). Qualcun altro mancava nel gruppo misto, ma complessivamente le assenze stavolta erano nella media di una qualunque votazione di un qualunque Parlamento del mondo: vi rinnovo l’invito a guardare le cifre dei voti sul ddl sicurezza e capirete da soli la differenza tra un’occasione buttata (come in quel caso) ed un miracolo mancato (come in questo). Un miracolo che, tra l’altro, in mattinata avevamo accarezzato due volte: alla prima votazione, quando li abbiamo mandati sotto su un ordine del giorno (226 a 225), ed in un’altra circostanza, quando abbiamo pareggiato (245 a 245). In un Paese normale, la notizia sarebbe che una maggioranza solida nei numeri non lo è altrettanto nei voti, tanto che – nonostante la sessantina di deputati di vantaggio che il Centrodestra ha su di noi – per far approvare lo scudo fiscale hanno dovuto mobilitare la schiera di ministri e sottosegretari, piombati in Aula al momento del voto e decisivi nel conteggio finale. Da noi, invece, l’aver recuperato una quarantina di voti al Centrodestra, con una presenza in Aula molto più assidua della loro (pensate che qualche deputato del Pdl e della Lega abbia forse seguito il dibattito di questi giorni, mentre noi chiudevamo a mezzanotte le maratone oratorie?), si trasforma in una colpa grave, perché di voti potevamo recuperarne 61. Nel post di ieri, senza cercare scuse, ho già ammesso che il congresso ci sta notevolmente complicando la vita; oggi, però, vi invito – e ve lo chiede uno che di voti sullo scudo non ne ha perso neanche mezzo – a non cedere alla tentazione facile di trovare nel Pd il capro espiatorio. Anche per me, in questo momento, sarebbe più facile rivendicare il ruolo di duro e puro, gettando un’ombra sui miei colleghi assenti: invece, dall’alto del mio 95,25% di presenze alle votazioni dall’inizio della legislatura, non mi sentirei tanto onesto se non vi ricordassi che ogni calcolo – anche quelli dei consumi di benzina, quando ti vendono una macchina – va sempre fatto sul ciclo combinato e mai in assenza di attrito. E così, quando si sparge il dubbio che i deputati del Pd non facciano il loro dovere, mi corre l’obbligo di dirottarvi qui a controllare i dati: come vedete, il nostro gruppo parlamentare è quello con la percentuale più alta di votazioni effettuate in questo primo anno e mezzo. Avrei voluto parlarvi di altro, davvero: della sceneggiata dell’Italia dei Valori, della contro-sceneggiata di Casini, degli applausi (a chi? agli evasori?) di Pdl e Lega al momento dell’approvazione, ma soprattutto delle nostre critiche ad un provvedimento che ci lascia interdetti. Leggetevi, almeno, l’intervento di Alberto Fluvi, nostro capogruppo in commissione Finanze, incaricato della dichiarazione di voto a nome del Pd.

ALBERTO FLUVI. Signor Presidente, non riesco a trovare un altro aggettivo se non quello di vergognoso per definire un provvedimento che permette a chi ha frodato il fisco, a chi ha evaso le tasse e a chi ha fatto il furbo in barba ai cittadini onesti di condonare la propria posizione pagando una misura del 5 per cento. Penso anche che quella che stiamo scrivendo sia una pagina buia per il Governo, il quale su un provvedimento come questo non solo ha avuto l’ardire di dare il via libera, ma ha avuto anche il coraggio di porre la questione di fiducia. (…) Dobbiamo avere il coraggio di dire che ciò rappresenta uno schiaffo alla gente onesta e a quei milioni di cittadini che hanno un rapporto corretto con il fisco e con l’amministrazione finanziaria.(…) Avete detto che lo scudo fiscale è uno strumento necessario per partecipare, assieme agli altri Paesi, alla lotta ai paradisi fiscali e per fare cassa. Guardate, anche noi siamo convinti che occorra alzare il tiro contro i paradisi fiscali, così come siamo convinti che, per fare questo, occorra un forte coordinamento a livello internazionale. Ma il punto è proprio questo, sta proprio qui. Il Ministro Tremonti ci ha sempre detto che l’Italia sta facendo come gli altri Paesi. Niente di più falso: non era vero ieri, non è vero oggi, soprattutto dopo l’allargamento delle maglie del condono al falso in bilancio ed alle società estere. Non solo: state vanificando, come abbiamo cercato di illustrare nel dibattito che abbiamo fatto, tutta la normativa sul contrasto ai patrimoni mafiosi, con l’eliminazione dell’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette in materia di antiriciclaggio e di finanziamento al terrorismo. (…) Le dichiarazioni di rimpatrio dei capitali in tutti i Paesi sono sottoscritte dal soggetto interessato. In l’Italia, invece, è garantito l’anonimato. Guardate, il tema dell’anonimato non è una questione secondaria. È attraverso la trasparenza e la tracciabilità che si acquisiscono informazioni, che ci si attrezza per futuri accertamenti e per condurre una lotta contro l’evasione fiscale.
Negli altri Paesi, poi, non si condona il falso in bilancio, non ci si sogna di condonare la distrazione di documenti contabili. Infine, qui da noi si paga un obolo del 5 per cento, negli altri Paesi, invece, prima di tutto si pagano le imposte, semmai c’è una sanzione ridotta, che comunque varia da un 10 per cento dell’Inghilterra a un massimo del 40 per cento in Francia.
Allora, cari colleghi, Ministro Tremonti, dove sono le similitudini fra il nostro provvedimento e quello in atto negli altri Paesi? La verità, cari colleghi, è che gli altri Governi non hanno ritenuto di accedere all’idea dell’anonimato o di allargare in questo modo le maglie del condono, perché hanno ritenuto di affermare una cosa semplice: la legalità non è in vendita. Abbassare l’asticella della legalità rischia di avere un prezzo troppo alto da pagare, soprattutto per le giovani generazioni e per le generazioni future.
La verità, allora, è che avete bisogno di fare cassa subito, senza preoccuparvi troppo della provenienza dei denari. La verità è che questo condono altro non è che lo specchio del fallimento della vostra politica economica. (…) Non so quanto entrerà nelle casse dello Stato, il gettito potrà essere anche significativo, ma sicuramente il sistema fiscale apparirà ancora più iniquo e distante dai cittadini. Sono queste le ragioni che ci portano a dire con forza il nostro «no» al provvedimento
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Mea culpa a metà

“Lo scudo fiscale passerà per colpa del Pd”: la notizia, fatta girare da Sinistra e libertà, è arrivata anche a mia madre, che stamattina non riusciva a spiegarsi come mai – visto che noi eravamo assenti al momento del voto – io fossi rimasto in Aula ieri sera fino a mezzanotte. Se non sono riuscito a convincere neppure mamma, con voi sarà durissima, ma ci provo lo stesso. Partiamo dai fatti. Il decreto arriva in Aula lunedì, e ci iscriviamo a parlare in parecchi; martedì si votano le pregiudiziali di costituzionalità (poste proprio da noi, dall’Idv e dall’Udc) e non passano per 52 voti.

Presenti 485
Votanti 482
Astenuti 3
Maggioranza 242
Hanno votato 215
Hanno votato no 267
(La Camera respinge – Vedi votazioni).

Poi ci sono quattro deputati (uno del Centrodestra, tre del Centrosinistra) che sono presenti anche nel resoconto parlamentare ma non vengono conteggiati perché la tastiera del voto non funziona. Riassumendo: della maggioranza (Pdl, Lega, Mpa, parte del gruppo misto) votano in 268 su 343 (78,1%); dell’opposizione (Pd, Udc, Idv, parte del gruppo misto) votano in 218 su 287 (75,9%). Se avessimo votato tutti, non c’è dubbio, li avremmo mandati sotto ed avremmo fermato il decreto; sullo scudo fiscale, invece, temo che avrebbero trovato un modo di ripresentarlo sotto altre forme. Una cosa analoga era già avvenuta con il ddl sicurezza, quando molti colleghi dell’Idv e soprattutto dell’Udc erano impegnati in campagna elettorale; stavolta, le assenze maggiori le abbiamo fatte registrare noi (57 su 214: il 26,6%), rispetto all’Udc (8 su 38: 21%) ed all’Idv (2 su 26: 7,7%) ed è giusto che ne paghiamo il prezzo in termini mediatici, anche se di solito viaggiamo sull’84% e se il motivo di queste assenze è naturalmente un fatto straordinario come il congresso. Ciò significa che i miei colleghi assenti siano giustificati? No, perché i deputati devono innanzitutto fare i deputati. Ma ci sono dei momenti – a me forse capiterà martedì, quando sarò con Dario Franceschini a Genova per un incontro sui nuovi italiani e non esiste un aereo che torni a Roma prima delle 16.30 – in cui, magari, perdi qualche votazione non perché sei un fannullone, ma perché accanto al mandato parlamentare hai anche un ruolo politico, che in certe occasioni (non tantissime, per la verità) sei chiamato a svolgere. Capisco dunque la polemica strumentale di Sinistra e libertà, ma ci tengo a ribadire che – anche  in questa occasione, e nonostante il momento particolare che stiamo vivendo – il Pd sta facendo il suo dovere, con una battaglia parlamentare che ci vedrà impegnati fino alle 13 di domani, quando Fini ha già stabilito che la discussione verrà chiusa. Siamo qui, insieme agli altri partiti di opposizione, anche in seduta notturna, e proprio a me – come dicevo – è toccato ieri l’ultimo intervento della giornata, a mezzanotte. Dovevo illustrare un ordine del giorno, ne ho approfittato per dire la mia (l’ho fatto a braccio, come leggerete dallo stile sgrammaticato del resoconto) su un provvedimento scandaloso.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, mi è stato dato il compito di spegnere le luci stasera qui alla Camera; prima, però, vorrei trattare diversi temi, alcuni che riguardano il provvedimento in generale, lo scudo fiscale in generale, altri che riguardano proprio nello specifico questo ordine del giorno.
Per quanto riguarda lo scudo fiscale, mi vengono in mente almeno tre questioni. La prima è che in un momento in cui i BOT sono ormai a rendita zero, in un momento in cui anche il mercato immobiliare ha qualche difficoltà, il Governo ci ha spiegato un modo infallibile per far fruttare i propri investimenti. È quello di portare i soldi all’estero, poi aspettare un condono come questo e riportarli in Italia in maniera tale che si risparmia in media il 43 per cento di tasse e con un 5 per cento ce la caviamo. Questo è davvero un grandissimo investimento, quindi ringrazio tutti gli economisti del Governo che hanno pensato insieme a questo sistema che farà scuola anche nei prossimi anni, immagino, come hanno fatto scuola tutti i condoni che nel corso degli anni sono stati decisi e concessi.
Il secondo aspetto che vorrei sottolineare è che purtroppo non si tratta di un unicum in questo inizio di legislatura (anche se ormai è passato un anno e mezzo): mi riferisco ad un caso che ricordo molto bene, di qualche mese fa, quello delle quote latte. Anche in quel caso c’è stato un decreto-legge con apposizione della questione di fiducia, perché altrimenti sarebbe stata dura da reggere con l’opinione pubblica. In quel decreto-legge si dice che chi ha pagato è stato poco furbo e invece chi non ha pagato, chi ha resistito, chi ha fatto il furbo, alla fine viene premiato. Adesso c’è lo scudo fiscale, lo facciamo per gli esportatori dei capitali, prima le quote latte per i furbetti della mangiatoia, come li avevamo chiamati.
La terza questione che vorrei affrontare sul provvedimento in generale è che proprio non mi riesce di capire come possa coesistere un provvedimento del genere con tutti quegli appelli alla moralità, tutte le battaglie che lo stesso Ministro Brunetta fa sui fannulloni, sui burosauri, sulle caste, sui baroni, ecco tutto questo mi sembra davvero in controtendenza rispetto invece al provvedimento che stiamo esaminando in questo momento.
Per quanto riguarda l’ordine del giorno, esso muove da una notizia, davvero non molto esaltante, cioè il fatto che lo scudo fiscale prevede che per gli impianti di produzione di energia, quando lo ritenga necessario, il Governo può nominare un commissario e questo commissario può scavalcare le competenze degli enti locali. Sappiamo che questo Governo è uno specialista dei commissari – c’è il Commissario Bertolaso che è commissario di tutto, nella sua vita ha fatto anche il commissario per i mondiali di ciclismo a Varese e alcuni commissariamenti li ha dovuti lasciare, come quello per le sovrintendenze archeologiche di Roma e di Ostia perché non poteva fare ventidue cose insieme – e qui infatti si prevedono nuovi commissari che quando si tratterà di installare un impianto che produce energia potranno decidere autonomamente senza consultare gli enti locali. Si dice: va bene, noi indeboliamo un po’ le norme democratiche, però gli impianti alla fine si faranno.
Invece no, perché stiamo capendo proprio in questi giorni che la via autoritaria non può portare buoni frutti e basta vedere quello che sta accadendo in materia di nucleare. Il Governo ha deciso che le centrali potranno essere costruite senza il consenso degli enti locali, perché sa benissimo che questo consenso difficilmente arriverebbe. Tutti, infatti, siamo capaci di dire sì al nucleare, ma quando ci accorgiamo che la centrale ce la costruiscono nel cortile di casa qualche dubbio ci comincia a venire. Insomma, sul nucleare sta succedendo il finimondo. Nessun altro Governo occidentale ha fatto una cosa del genere, quindi il nostro Presidente del Consiglio tra i vari record che colleziona può vantare adesso anche questo. I frutti di questo atteggiamento si vedono, perché dieci regioni hanno già fatto ricorso.
Allora, concludo dicendo che noto anche qui uno squilibrio, ovvero una cosa un po’ strana. Perché quando i rappresentanti del Governo vanno in giro per l’Italia – penso a Berlusconi in Sardegna e al Ministro Scajola in Puglia – tutti dicono “qui non si faranno le centrali nucleari”, però alla fine da qualche parte le dovranno mettere. Siccome le bugie hanno le gambe corte, prima o poi i cittadini lo capiranno. Per questo motivo, in questo ordine del giorno chiediamo che, quando si tratta di installare degli impianti di produzione di energia, l’intesa venga estesa anche agli enti locali interessati
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Di fronte ai numeri

285 sì, 250 no: la Camera approva. Parto dalla fine, perché i 35 voti di scarto con cui oggi è passato il decreto anticrisi danno l’idea di come il Centrodestra – che teoricamente conterebbe su un centinaio di deputati di vantaggio – faccia fatica anche negli appuntamenti importanti. In quelle 285 lucette verdi, tra l’altro, ce n’erano almeno una ventina di membri del governo, chiamati a raccolta per evitare figuracce di mezza estate. Verrebbe da dire che di fronte ai numeri c’è poco da ribattere, ma in realtà nel corso del dibattito la maggioranza (la Lega, in particolare, che in Aula si scalda sempre parecchio) ci ha dimostrato che anche la matematica può essere un’opinione: è accaduto quando Dario Franceschini ha cominciato a snocciolare i dati forniti dalla Banca d’Italia, che offrono una lettura impietosa della situazione attuale. Vi lascio al suo intervento, che merita di essere letto fino in fondo:

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, con questa ventitreesima fiducia, dall’inizio della legislatura, si consuma un’altra pagina nera del Parlamento. Sono anni che discutiamo di riforme costituzionali e di riforma dei Regolamenti parlamentari per rendere più veloce, più efficiente e più moderno il nostro procedimento legislativo. Voi in questo anno lo avete brutalizzato. Il sistema ormai è sempre lo stesso: il Consiglio dei Ministri approva un decreto-legge in bianco, che non viene più pubblicato il giorno dopo, ma viene pubblicato sei, sette o otto giorni dopo, quando vi è stato il tempo di scrivere il testo che il Consiglio dei ministri ha approvato nella sua collegialità senza conoscerlo; quel testo viene mandato alle Camere e inizia stancamente un dibattito che – si sa già – finirà, al di là della scadenza dei sessanta giorni, con un maxiemendamento che raccoglie un po’ di tutto e su cui si mette la fiducia. In tal modo si umilia il lavoro delle Commissioni, onorevole Cota – altro che entrare nel merito – e si buttano nel cestino gli emendamenti dell’opposizione in Commissione. È un maxiemendamento in cui entra di tutto, alla faccia del requisito costituzionale dell’urgenza e alla faccia del requisito dell’omogeneità di materia, che è stato così rigidamente osservato in passato; per cui, entra di tutto, e almeno questo servisse per rendere più efficace e più veloce il modo di fare le leggi! Non è così. Nella fretta di utilizzare questa specie di contenitore onnicomprensivo che è diventato il decreto-legge con il maxiemendamento per la conversione, si butta dentro di tutto. Si fanno errori madornali, che costringono a marce indietro mentre si approva ancora il testo. È successo così per le badanti nel pacchetto sicurezza e oggi si fa una retromarcia, ma la norma che si scrive – dicono gli esperti – già oggi si capisce che non riguarderà circa l’80 per cento delle badanti. E poi perché solo le badanti? Qual è la distinzione da altre tipologie di lavoratori? Per non parlare della norma sul terremoto. Mentre il Presidente del Consiglio annuncia a L’Aquila una cosa, si approva una norma vergognosa, che prevede che i terremotati di L’Aquila debbano rientrare del 100 per cento delle tasse cominciando da gennaio, data in cui viene anche interrotta la sospensione dei mutui; e poi, accorgendosi che quella norma non regge, mentre la approviamo si fa un comunicato per dire che quella norma verrà modificata e si approva un ordine del giorno. Noi vigileremo che questo avvenga, perché non sarebbe la prima volta – ricordiamo il Patto di stabilità – che il Parlamento assume un impegno che poi viene sostanzialmente e di fatto violato. Poi ci mettete un bel titolo (provvedimenti anticrisi), che fa effetto, e lo si accompagna da qualche sorriso rassicurante in televisione e da qualche numero per occupare i titoli dei giornali. Lo ha detto benissimo venerdì l’onorevole Bersani: avete avuto una gestione surreale della crisi. Prima l’avete negata, dopo avete detto di essere stati i primi e gli unici a prevederla per tempo. Poi avete detto che la crisi è alle nostre spalle: tutto è come prima, tutto meglio prima (sono state le parole del Presidente del Consiglio); fino alla vergogna di trasformarla e di continuare a cercare di trasformarla in un fatto psicologico. Si tratta di un insulto in faccia a chi vive nella paura e nell’angoscia di perdere il posto di lavoro e di non avere più il reddito per vivere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), un insulto a chi sente sulla propria pelle cosa è questa crisi e sente quanto è dura questa crisi! Ecco il fatto psicologico: uso i dati di Banca d’Italia, dell’ISAE, dell’ISTAT, del CNEL, del Fondo monetario, di Confindustria, di tutti quelli che attaccate senza pudore quando osano pronunciare la fredda verità dei numeri. La verità è che questa cosa è sempre più ostile e sempre più ingombrante e pericolosa per voi. Ecco il vostro anno di Governo: cala il PIL, meno 5,2 nel 2009; calano le entrate fiscali, meno 3,3 rispetto al 2008, meno 11,3 l’IVA; cala la produzione, sarebbe più corretto dire «crolla» la produzione, dato che è il crollo più grande dagli anni Settanta; calano i prestiti alle piccole e medie imprese, meno 3 per cento di credito (in particolare alle più piccole); calano i consumi, meno 2,2 nel 2009; cala la crescita del potere d’acquisto dei salari, meno 1,3 (il dato più basso dal 1970); calano gli investimenti pubblici, meno 4,4 per cento nel 2010. Ma c’è anche qualcosa che cresce: cresce il debito, al 115,3 per cento (89,6 miliardi dall’inizio dell’anno); cresce la spesa pubblica, la spesa primaria corrente dal 40,3 al 43,4; cresce la pressione fiscale; cresce la disoccupazione e vedremo quanti saranno stati, se i cinquecentomila che si dicono o più, i nuovi disoccupati nel 2009 (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Sono numeri, e non sono numeri dell’opposizione: sono numeri di Banca d’Italia e di tutti gli istituti e osservatori internazionali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), e non si protesta contro i numeri, si cerca di cambiarli! La verità è che l’Italia è in recessione e che l’origine è la crisi globale, ma oggi è anche soprattutto colpa della vostra incapacità di affrontarla dall’inizio, della vostra incapacità di scegliere una linea dal settembre dello scorso anno. Non è pessimismo. Nel prossimo settembre milioni di italiani e migliaia di imprese saranno nel momento di massima difficoltà: redditi troppo bassi; lavoratori che hanno perduto o rischiano di perdere il posto di lavoro e non hanno nessuna forma di ammortizzatore sociale che li accompagni nel momento più difficile della loro vita; piccole imprese che, dopo aver aspettato tanto la ripresa dei consumi, si trovano senza liquidità e senza credito. Sono le categorie per le quali noi da mesi in quest’Aula e nel Paese presentiamo proposte per affrontare l’emergenza. Come continuiamo a dire, anche nei momenti di difficoltà e di crisi, bisogna avere la capacità di mettere mano alle riforme strutturali, ma bisogna anche mettere in campo – c’è il dovere politico e morale di farlo – misure per affrontare l’emergenza, per aiutare quelle categorie di persone ed imprese che non ce la possono fare ad arrangiarsi, a cavarsela da sole aspettando che la crisi finisca nel 2010-2011, perché non hanno le spalle sufficientemente robuste per farcela e chiedono di essere aiutate dalla politica, dallo Stato, dal Governo e dal Parlamento. Eppure l’Italia, eppure le imprese italiane hanno energie positive, hanno sempre mostrato di dare il meglio nei momenti di difficoltà, chiedono soltanto che il Governo non giri la testa dall’altra parte. Voi proseguite negli annunci, avete questa doppia verità: la verità degli annunci televisivi, delle promesse, dei numeri, dei titoli dei giornali e poi quello che c’è realmente negli atti parlamentari. Ma il giudizio politico può essere soltanto su quello che c’è negli atti parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e questi sono pieni di misure negate, poi promesse e poi rilanciate. Si potrebbe fare un lungo elenco anche in questo provvedimento: i fondi per lo spettacolo tagliati completamente, dimenticando che l’industria culturale è un pezzo dell’identità e della vocazione italiana nel mondo, e tagliare lì è come tagliare le principali energie per un altro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Il Mezzogiorno: non c’è nulla in questo provvedimento. Eppure, cercate anche in questo caso di coprire con annunci dopo un anno in cui avete utilizzato i fondi FAS per finanziare ogni cosa, compreso le multe delle quote latte degli allevatori del nord. Vi accorgerete che esiste il Mezzogiorno soltanto perché minacciano di farvi un partito in casa, altrimenti non sarebbe esistito, eppure avete preso tanti elettori nel Mezzogiorno due anni fa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! E poi vi è il condono fiscale, chiamiamolo con il suo nome e non scudo fiscale. In un Paese che sprofonda nell’evasione fiscale, voi, anziché combatterla, premiate chi ha violato la legge esportando illegalmente capitali. In un momento di crisi sbattete il condono e il rientro dei capitali in faccia a quegli italiani, a quei cittadini e a quelle imprese che hanno rispettato le regole, che hanno rispettato onestamente la legge e che si vedono passare davanti chi le regole e la legge le ha violate. Fate un condono senza avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome: dite che state facendo come negli Stati Uniti. L’ha detto bene l’onorevole Causi in Aula: andate a vedere che cos’è il rientro dei capitali nell’amministrazione Obama. È una dichiarazione non anonima in cui si accetta, dopo aver fatto rientrare i capitali, di sottoporsi al prelievo fiscale sui capitali esportati illegalmente. Voi fate un condono anonimo che preclude ogni accertamento fiscale. È un lavaggio di denaro di cui non si conosce e non si vuole nemmeno conoscere la provenienza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! È un’altra prova di come continuante ad operare ogni volta che siete al Governo: trasmettete il messaggio che chi rispetta le regole e la legge sarà penalizzato perché c’è sempre un’emergenza che giustifica un premio per chi ha violato le regole e la legge. Per questo voteremo contro e per questo continueremo a denunciare le vostre omissioni. Presto, a settembre, arriverà la durezza della ripresa. Noi saremo nel pieno di un civile e vero confronto congressuale: una cosa che voi avete anche dimenticato che esista (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Ma qui saremo uniti e qui saremo tutti con la stessa voce, senza divisioni perché questo è quello che ci chiedono gli italiani e questo è quello che ci si aspetta dalla più grande forza di opposizione (Prolungati applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).