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Analisi di una sconfitta

Sono arrivato alla direzione regionale del Pd Campania, a cui appartengo in quanto parlamentare, mentre stava già parlando il segretario regionale. Ho capito subito che qualcosa non andava quando l’ho sentito definire “lusinghiero” il risultato elettorale di Rosaria Capacchione, su cui mi sono già scaldato parecchio dopo le Europee. O quando l’ho sentito attribuire la nostra sconfitta a “cause che vengono da lontano, come l’abbassamento del Pil”. Ma dopo gli iniziali esercizi di equilibrismo, nella relazione di Tino Iannuzzi sono emersi finalmente gli squarci di verità: la rottura di fiducia fra la società campana e le istituzioni guidate dal Centrosinistra in seguito alla tragedia della monnezza, il ciclo ormai chiuso di Bassolino, la necessità di un’innovazione vera e non di una continuità mascherata. A proposito del governatore, Iannuzzi lo ha giustamente accusato di fare tutto da solo, senza mai confrontarsi con il partito: così è avvenuto, ad esempio, nelle ultime nomine di assessori, che hanno definitivamente estromesso dalla giunta l’ala moderata del partito. Il tutto, mentre è già cominciata la fuga dei nostri amministratori più centristi verso Ciriaco De Mita: la sua non candidatura di un anno fa nelle liste del Pd alle Politiche, accolta dall’opinione pubblica come un segnale di rinnovamento, in Campania ci sta oggettivamente costando un bagno di sangue. Oggi ho sentito molte voci nostalgiche sull’ex leader democristiano, a dimostrazione di quanto cambino le prospettive a seconda del punto di vista: il mio è quello di un non campano, dunque il rancore attuale di De Mita mi colpisce più della sua esclusione passata; ma solo standoci dentro capisci che, senza di lui, il Pd campano ha perso anche un pezzo consistente della propria identità. E sullo stesso Bassolino, in realtà, il discorso è abbastanza complicato: visto da fuori, sembra una zavorra politica, che farà perdere le elezioni al Pd in eterno; visto da dentro, nel gioco delle preferenze alle ultime Europee ha dimostrato di saper spostare ancora parecchi voti, più di ogni altro leader in tutta la Regione, ed è quindi percepito da alcuni come una risorsa indispensabile per la sopravvivenza. Più passa il tempo, più mi rendo conto che il collegio elettorale affidatomi è, in assoluto, tra i meno facili da gestire: la politica napoletana è un intreccio difficile da districare, è un proliferare di personalismi, è un trionfo di clientele, è un sorgere continuo di alleanze che si sciolgono al primo sole. Non credo che avrò mai uno spazio politico qui, né è questo il mio obiettivo: cerco solo di fare del mio meglio, per cercare di portare in Parlamento i bisogni di chi mi ha eletto, e non c’è nessun’altra molla che mi spinge sul treno ogni settimana. Pensavo, però, che almeno si fossero accorti del mio impegno: invece, in maniera del tutto gratuita, oggi pomeriggio mi sono addirittura beccato una gogna pubblica dal vicepresidente della Regione, che mi ha citato come esempio di paracadutato da Roma e lontano dal territorio. Mi è venuto in mente quel fioretto che frate Francesco racconta a frate Leone, per spiegargli l’umiliazione più profonda: bussi alla porta del convento, sotto la pioggia, e i tuoi non ti lasciano entrare, perché non ti riconoscono. Bussi ancora, ma ti richiudono la porta in faccia, urlandoti di andare via. Bussi una terza volta e ti picchiano, scambiandoti per un brigante. Per San Francesco questa era la “vera e perfetta letizia”, ma io – che non ho ancora l’aureola in testa – vi confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

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Sulla pelle di Rosaria

Con una scientificità che ha dell’inverosimile, la truffa del semaforo ha dato i suoi frutti: nonostante le preferenze, alle Europee il Pdl è riuscito a far eleggere chi voleva senza spargimenti di sangue. Noi no, e su questo ci sono due teorie contrapposte. La prima è la teoria del popolo sovrano: visto che con le preferenze si restituisce all’elettore la libertà di scegliere, il partito non deve intervenire, ma si parte tutti da zero e vediamo come va a finire. Un esempio positivo, dicevo l’altro giorno, è la bella affermazione di Debora Serracchiani, che radio Pd non dava neppure per sicura dieci giorni fa e che invece ha umiliato il capolista, alla faccia di tutti. Un esempio negativo, dicevo sempre l’altro giorno, è la mancata elezione di Rosaria Capacchione, che ha preso gli stessi voti di Debora ma che, essendo candidata in una circoscrizione molto più complicata, è finita anni luce dietro gli eletti: addirittura ottava, su quattro posti disponibili. E qui entra in gioco la seconda teoria, che è quella del consenso guidato: sulla sovranità del popolo non si discute, ma il partito ha il dovere di salvaguardare alcuni nomi, garantendo loro il massimo sforzo perché vengano eletti. Un esempio positivo, anche qui, non manca: David Sassoli, che non è l’ultimo disperato ma il vicedirettore del Tg1, accetta di metterci la faccia; il Pd lo nomina capolista nell’Italia centrale, gli organizza una serie di iniziative pubbliche, gli dà visibilità sui mass media e fa mettere i suoi manifesti nelle sezioni, dove i militanti si impegnano a votarlo. Questo non significa che il candidato non debba metterci del suo, che non debba girare come una trottola, che non debba convincere gli elettori eccetera eccetera; significa però, allo stesso tempo, che il partito non lo ha lasciato solo, ma che anzi ha rispettato i patti. Sassoli ci mette la faccia per portare al Pd un valore aggiunto, ma il partito ci mette la sua macchina organizzativa: è così che si fa. L’esempio negativo, indovina un po’, è sempre quello: Rosaria Capacchione. Quando il Pd sceglie di candidare al sud una giornalista minacciata dalla camorra e costretta a vivere sotto scorta, per dare un segnale forte di legalità al suo elettorato, non può poi pretendere che i voti arrivino tutti da soli: tanto più che, se non sei un volto televisivo ma una firma della carta stampata, quando la gente ti vede sui manifesti neppure ti riconosce. I 73 mila voti che Rosaria si è portata a casa sono tutti suoi, tranne qualche piccola fetta di partito che ha deciso di appoggiarla apertamente; ma per essere eletti al Sud, e questo il Pd non poteva non saperlo, non ne bastavano neppure 110 mila. Come si poteva pensare che una rappresentante della società civile, al di fuori di ogni meccanismo organizzato, ci arrivasse da sola? Eppure, una possibilità per aiutarla c’era: bastava inserirla nelle famose terne che le varie componenti stavano preparando. Vuoi votare Pinco e Pallo? Benissimo: vota Capacchione, Pinco e Pallo. Preferisci invece Tizio e Caio? Nessun problema: vota Tizio, Caio e Capacchione. Io sono andato personalmente da Rosaria, in un incontro ad Acerra, per dirle che nel mio piccolo l’avrei appoggiata; il mio amico Eugenio Mazzarella l’aveva chiamata, qualche giorno prima, per lo stesso motivo; altri, probabilmente, l’avranno fatto senza che io ne sia a conoscenza. Ma poi, negli eletti, Rosaria non c’è. Risultato legittimo, per carità, proprio perché il popolo è sovrano; ma dubito che la prossima volta, di fronte alla prospettiva di lottare all’arma bianca (e senza garanzie) contro avversari interni molto più strutturati, un’altra Rosaria Capacchione accetterà di metterci la faccia.

Frattura scomposta

Vorrei essere meno banale, ma ci vorrebbe più tempo: per leggere bene gli intrecci delle preferenze, innanzitutto, e poi per aspettare i risultati delle amministrative città per città. Ma sento che, se scrivessi stasera, molte delle mie sensazioni a caldo se ne andrebbero: così le butto giù ora, con il rischio – di più, con la certezza – di cadere nel già detto. Excusatio non petita: con la crisi economica e l’immigrazione in crescita, è nell’ordine delle cose che ci si rifugi, rispettivamente, nel protezionismo e nella xenofobia. Ecco dunque l’avanzata dei conservatori e della destra, ecco dunque il vento in faccia agli europeisti. Accusatio manifesta: siamo andati maluccio, inutile girarci attorno. Dignitosi sì, ma maluccio. La mia personalissima griglia calcistica diceva: 24 scarpini al chiodo, 25 rottura dei legamenti crociati, 26 frattura scomposta, 27 guarigione clinica, 28 ripresa dell’attività agonistica, 29 scudetto, 30 vittoria ai mondiali; il risultato che prevedevo, a naso, era 26 e mezzo, ma speravo nel 27 e temevo il 26. Il 26,1 dice che la frattura è ancora scomposta, si vedono i primi segnali di miglioramento ma per guarire ci vuole ancora parecchio gesso. La bella affermazione di Debora Serracchiani nel nordest, 9 mila voti più di papi e non so quanti più del capolista Berlinguer, ci dice qual è la fisioterapia da seguire: quella del rinnovamento, di una proposta politica pulita e profumata di fresco. Il Partito democratico è nato per questo, non per rimpastare gli avanzi della cena tra Ds e Margherita, dunque o fa questo o è condannato a sparire. Sapete, voi che mi seguite da tempo, che non sono un giovanilista, e che ho una discreta fiducia della maggior parte degli attuali dirigenti: proprio per questo, però, mi aspetto da loro – che conoscono il territorio meglio di me, e che hanno un confronto costante con la nostra squadra di amministratori locali – che capiscano qual è il rischio e che, per evitare il peggio, aiutino il nuovo ad emergere anziché sperare nella morte di Sansone con tutti i filistei. Se no, con la scusa dell’Obama che forse non c’è si tiene bloccata una generazione intera e si stravolge la missione di un partito che è nato per cambiare la politica. Perché Di Pietro continua a prendere voti? Non tanto per il suo messaggio, credo io, ma piuttosto perché agli occhi dell’elettore medio riesce a dare l’idea di un movimento (non userei neppure la categoria partito) lontano dai vecchi schemi, così come del resto la Lega. Mentre scrivo, però, mi rendo conto dei miei stessi limiti: il discorso che ho in mente va bene per il nord, dove il voto di opinione esiste ancora, mentre per il sud la situazione è molto più complicata, come dimostra il risultato in bilico di Rosaria Capacchione. Troppo presto per parlare, troppo presto. Ma con tutti i pensieri che ho in testa facevo fatica a stare zitto.

Silenzio e dintorni

E così ci siamo. Non ho ancora capito se la regola del silenzio vale anche per internet, ma per precauzione cercherò di seguirla, limitandomi alle discussioni sui massimi sistemi. Quando facevo cronaca politica per La Sicilia, quelli del voto erano i giorni peggiori: dovevi sperare che qualcuno venisse beccato a fare foto alla propria scheda, o che qualche seggio si allagasse, oppure – se non accadeva nulla di particolare – ti ritrovavi a fare l’elenco dei personaggi avvistati, spesso con famiglia al seguito. nei pressi della cabina elettorale. A proposito: io ho già votato, solo soletto, quando gli scrutatori del mio seggio avevano appena finito i preparativi. Ho messo la croce su un simbolo ed ho scritto un po’ di nomi, scegliendo le persone che conoscevo direttamente e che mi davano la sensazione di rappresentare al meglio le mie idee, il mio modo di essere: ho votato, insomma, più da cittadino che da politico, sentendomi addosso per un attimo quella sovranità che la Costituzione ancora riconosce ad ognuno di noi. Ad essere sincero, però, mentre scrivevo quei nomi ho avuto anche un flash personale, chiedendomi – come faceva Francesco Viscomi, in un commento al post dell’altro giorno – cosa mi sarebbe accaduto se l’anno scorso ci fossero state le preferenze, anziché la lista bloccata. Sarei stato eletto? Non so, non lo saprò mai, e mi rimarrà sempre una sorta di peccato originale, perché – lo dico tagliando con l’accetta, ma sapendo che i confini sono in realtà più sfumati – una cosa è essere tirati dall’alto ed un’altra essere sospinti dal basso. Quando contrattammo con il Pdl sulla legge per le Europee, tempo fa, ero un fanatico delle preferenze; dopo questa campagna elettorale – vissuta dal di dentro e per di più in maniera obiettiva, senza nessuna implicazione personale che non fosse, per dirla alla Bersani, il bene della ditta – lo sono un po’ meno, perché delle preferenze ho visto anche l’altra faccia, fatta di contrapposizioni interne che non aiutano la crescita di un partito ancora giovane. A meno che non si faccia come il Pdl, che ha già deciso a tavolino chi verrà eletto, con le preferenze si rischia un grande gioco della conta fra le varie anime, impegnate a difendere con i denti la propria identità anziché a contaminarsi. D’altra parte c’è da dire che la competizione aiuta a crescere, quando è leale, e che nel progetto del Pd questa competizione interna è un ingrediente essenziale, seppure nella forma delle primarie. Detto questo, signore e signori, detto tutto: il silenzio elettorale mi costringe a cucirmi la bocca, a fasciarmi i polpastrelli, a chiudere baracca e darvi appuntamento a domani, quando però vi parlerò di qualcos’altro, perché il balletto di cifre sull’affluenza e gli aneddoti della domenica ve li risparmio volentieri.

Alla periferia dell’impero

Si vota anche qui, alla periferia dell’impero, dove sto passando le ultime ore di campagna elettorale prima di tornare a Roma. Qui, lontano dall’informazione di regime, continuano ad accadere cose strane: il nostro sindaco di Portici, poco gradito alla camorra, ha ricevuto ieri una pallottola in una busta chiusa, per ricordargli – come diceva Savonarola a Troisi e Benigni – che deve morire. I nostri attacchini, partiti ieri sera per mettere tremila manifesti in tutta la provincia di Napoli, hanno lavorato invano, perché stamattina la faccia di Gino Nicolais non c’era più: era ricoperta, dovunque, da quella di Gigi Cesaro, candidato del Pdl, che di manifesti ne ha attaccati (in una sola notte) 30 mila. È lo stesso Cesaro che, in tutta la campagna elettorale, non ha mai accettato un confronto pubblico con Nicolais, così come del resto Berlusconi non ha mai voluto un faccia a faccia con Franceschini. A proposito: sempre qui – alla periferia dell’impero, lontano dall’informazione di regime eccetera eccetera – il presidente del Consiglio non si è mai visto in campagna elettorale, dopo una certa apparizione notturna  in quel di Casoria di cui forse vi sarà giunta notizia. Cesaro, candidato Pdl alla Provincia di Napoli, sui manifesti non ha messo la sua faccia; ha evitato il più possibile di aprire bocca in pubblico, perché quando lo ha fatto è finito su youtube a causa dei suoi problemi con l’italiano; eppure, gli ultimi sondaggi legali lo davano addirittura eletto al primo turno, senza bisogno di ballottaggio. Nel Pd, come al solito, c’è chi rema contro, ma onestamente non vedo quell’aria di smobilitazione di cui il premier parla in tv: nei miei viaggi avventurosi di questo ultimo periodo – a proposito: ieri si è sfasciata la macchina in autostrada tra Bari e Foggia – ho visto invece un partito molto vivo e molto giovane, pieno di amministratori locali in gamba e di una classe dirigente in erba che ha solo bisogno di spazio per sbocciare. Non ho visto, nel contatto frequente con la base, quelle spaccature interne che ci hanno fatto passare alla storia. Non ho visto rassegnazione, non ho visto trame sotterranee, anche se qualcuno con la valigia si trova sempre: tanto per restare a Napoli, per esempio, ci sono diversi fuoriusciti dal Pd che De Mita (alleato di Cesaro) ha comprato con la promessa di un assessorato in Provincia. Il resto è la cronaca di sempre: come i racconti di voti comprati prima a 50 euro e poi a 30, perché l’avvicinarsi della vittoria faceva perdere valore al prodotto, ma finché mancano le prove si rimane nel campo delle leggende metropolitane. Domani si vota anche per le Europee, ma qui, alla periferia dell’impero, l’Europa sembra proprio un altro mondo.

Quelli che boh

Premetto di non nutrire grande trasporto per il soggetto in questione: tempo fa, ritrovandomelo tra le “Persone che potresti conoscere” di Facebook, andai sul suo profilo per scoprire che il suo orientamento politico era “boh”. Ci sono tornato or ora, per controllare: è ancora “boh”. Come milioni di italiani, in difficoltà di fronte alla scelta fra “un Berlusconi sempre più fastidiosamente sopra le righe” e un Franceschini “che lo rincorre senza strategia e proposte”, sabato e domenica prossimi Claudio Velardi, l’assessore regionale al Turismo della Campania, andrà al mare anziché votare per le Europee. Ce l’ha pure con le Provinciali, perché “raramente ho visto un confronto così povero, candidati e liste tanto mediocri”, e conclude che tra il professor Gino Nicolais e l’affarista Luigi Cesaro “la scelta sarebbe la stessa”. Io credo seriamente – o per lo meno me lo auguro, diciamo così – che Velardi non sappia di cosa stia parlando; che non abbia dato un’occhiata ai nomi in lista, che non si sia informato sul curriculum di un candidato e dell’altro, che non abbia letto l’articolo di Umberto De Gregorio sull’inserto napoletano di Repubblica, intitolato “Il coraggio di Nicolais non merita l’astensione”. “Chi non vota – vi si legge – non ha il diritto di voltare la faccia dall’altro lato. (…) Se è vero che la sinistra in Campania non è cambiata abbastanza, è anche vero che non votare Nicolais vuol dire impedire che questo processo di cambiamento avvenga (…) Certo, Nicolais ha avuto coraggio, e rischia molto. Ebbene, a chi sceglie di avere coraggio per invertire la rotta del centrosinistra in Campania, che cosa rispondono i tanti napoletani di sinistra che chiedono da anni più pulizia e rinnovamento? Si lavano le mani e professano l’astensionismo come rimedio per la purificazione. Ma dove ci sono maggiori garanzie di discontinuità rispetto a un sistema di potere fondato ritenuto incancrenito? Con Nicolais oppure con Cesaro e i suoi luogotenenti Mastella e De Mita?”. Un ragionamento analogo (non a quello di Velardi, per fortuna, ma a quello di Repubblica) lo fa oggi Romano Prodi, su scala europea: “Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni”, scrive nel suo sito, ma piuttosto occorre “dimostrare che l’Italia può essere diversa, che ha profonde radici etiche e che è ancora capace di contribuire alla crescita democratica di una nuova Europa”. Per questo motivo, ribadisce che “il Partito democratico, pur nel suo non facile cammino, è l’unica concreta risposta”. Sia Prodi che Velardi tengono a precisare, nei loro messaggi, di non avere nessuna aspirazione personale nei confronti della politica. Su Prodi ci metterei la mano sul fuoco, anche perché ha rifiutato diverse offerte; su Velardi aspetto il prossimo giro di consulenze e poi vi saprò dire.

Europei, da sempre

Mi ricordo la prima riunione di noi parlamentari Pd con Veltroni, alla vigilia della seduta inaugurale di questa legislatura: era il 28 aprile 2008, nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini, e Walter ci fece un quadro sugli appuntamenti futuri, prima di un possibile congresso. “Poi ci sono le Europee – disse – e vedrete che il Centrodestra spingerà sull’antieuropeismo, dicendo che l’euro è stato la causa di tutti i nostri mali”: ci aveva preso, perché Pdl e Lega stanno puntando proprio sull’orgoglio di patria (italiana o padana, a seconda dei casi) nei confronti di un’Europa minacciosa. Bossi è più esplicito, Berlusconi più sottile: votatemi, dice, e noi del Pdl saremo i più influenti nel Ppe, che a sua volta determina le politiche dell’Unione, dunque porteremo la politica europea sui binari più favorevoli all’Italia. Il Pd, invece, corre su un altro terreno: l’Europa, per noi, non è una minaccia, e neppure una scommessa, ma una conquista della storia che non va misurata con il metro degli interessi nazionali. La mia generazione è quella dell’Erasmus (io l’ho fatto a Londra, alla London school of economics), dei corsi di lingua all’estero, dell’Interrail… e per i cristiani anche degli incontri di Taizé: come disse Dario Franceschini alla presentazione del nostro programma elettorale, “tra i ragazzi la dimensione è ‘Noi siamo europei’ e non italiani o francesi. Tra i giovani c’è un’identità che è già più avanti”. Detto questo, cerco di riassumervi brevemente i nostri dieci punti per le Europee, che trovate integralmente qui. Il primo riguarda l’economia: per uscire dalla crisi servono politiche coordinate e non trovate estemporanee di questo o quello Stato membro, quindi occorre che la Commissione adotti un Dpef (che ancora non c’è!), che si investa in chiave anticiclica su infrastrutture e ricerca (anche allentando i vincoli del Patto di stabilità), che le banche siano controllate a livello comunitario, che i compensi dei dirigenti vengano calmierati, che si emettano titoli del debito pubblico europei anche per finanziare la ricerca. Sull’occupazione, chiediamo ammortizzatori sociali comuni, reddito minimo, sostegni ai bassi salari, aiuti più seri alle imprese che stanno soffrendo di fronte alla concorrenza spietata dei Paesi emergenti. Poi c’è l’ambiente: la nostra proposta è quella di uscire rapidamente dall’era Bush, imboccando una volta per tutte la strada della green economy tracciata da Obama. Il quarto punto riguarda i giovani e mi sta molto a cuore, perché rende l’Erasmus obbligatorio in tutte le università e lo estende anche al di fuori del mondo studentesco: ai funzionari, agli insegnanti, agli imprenditori, allo stesso Servizio civile. Quinto punto, le donne: la proposta del Pd è quella di “promuovere meccanismi che garantiscano l’uguaglianza di genere, in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica”. Sulla finanza, chiediamo che l’Ue abbia una voce unica – o per lo meno che la abbiano i Paesi aderenti all’euro, se vogliono essere ascoltati in seno alla Banca mondiale o allo stesso G8 – e che riprenda vigore il Wto, visto che l’unica soluzione possibile per non lasciare il commercio mondiale nelle mani di Usa e Cina è quella degli accordi multilaterali. Sull’agricoltura, cavallo di battaglia della Lega, noi rilanciamo: la nostra concorrenza con gli altri Paesi non può essere solo una questione di quote, ma dobbiamo puntare sulla nostra qualità, valorizzandola ancora di più e proponendoci come porta dell’offerta alimentare mediterranea. Ottavo punto, l’immigrazione: chiediamo all’Europa un ruolo più attivo nella lotta al traffico di esseri umani ed al lavoro nero, così come un aiuto agli Stati membri (dunque anche all’Italia) nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, ma parallelamente chiediamo una politica comune sia sull’integrazione che sull’asilo, perché agli immigrati vengano riconosciuti i propri diritti. Per quanto riguarda la sicurezza, difendiamo Schengen e non intendiamo tornare indietro, ma vogliamo una maggiore cooperazione delle autorità giudiziarie e delle forze di polizia; pensiamo ad un rafforzamento dell’Europol, fino a farla diventare una vera polizia europea, e ad una collaborazione tra i servizi segreti di tutti i Paesi membri per combattere il terrorismo. Ultimo punto, il ruolo internazionale dell’Ue, che “deve essere sempre di più protagonista nel promuovere la pace, la prevenzione e la risoluzione dei conflitti”, attraverso una politica di difesa comune ed un impegno crescente “per sradicare la povertà nei Paesi in via di sviluppo”, a cominciare dal rispetto degli Obiettivi del millennio in materia di cooperazione internazionale. Forza, ora ripetetemi che il Pd non ha proposte.