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Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.

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Promesse a costo zero

Ci volevano due testimonial mediatici come la regina Rania di Giordania – che ho incontrato ieri in Campidoglio – ed i mondiali di calcio in Sudafrica per riaccendere un minimo i riflettori sugli aiuti allo sviluppo. Un minimo, dico, perché in realtà i giornali si dedicano più agli abiti della regina o alle sue frasi su Twitter che non alla campagna 1 goal, da lei lanciata anche a Roma, sul diritto universale all’istruzione. Nella rassegna stampa odierna, invece, non c’è nessuno spazio per le mozioni che abbiamo votato ieri sera in Aula sullo stesso tema della cooperazione internazionale: il nostro ennesimo tentativo (vi ricordate il mio question time e la mia interpellanza?) di riaccendere i riflettori sul comportamento ver-go-gno-so, la dico alla Berlusconi, del nostro Paese in sede internazionale. L’opposizione ne ha proposta una, firmata anche da me; la maggioranza ne ha scritta una parallela: cercherò di riassumervele brevemente, così capite la differenza di approccio.

Pd, Idv, Udc. Dal G8 e dal G20 è emerso che la crisi sta rendendo i poveri sempre più poveri e che devono pensarci i Paesi ricchi, se no sono guai per tutti. Invece, la finanziaria 2010 ha tagliato del 56% i fondi per la cooperazione e siamo agli ultimi posti dei Paesi donatori, ben lontani dagli impegni assunti in sede Onu con gli Obiettivi del millennio. Al G8 dell’Aquila ci siamo fatti belli con la sottoscrizione di ulteriori iniziative per la lotta alla fame e lo sviluppo rurale, ma poi nei fatti stiamo dimostrando di non riuscire a rispettare neppure gli impegni che avevamo preso prima. Chiediamo dunque al governo di rientrare nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio, di stanziare nella prossima Finanziaria almeno 500 milioni di euro e di venirci a riferire in Parlamento, prima della sua approvazione, a che punto stiamo con il mantenimento degli impegni presi al G8 dell’Aquila. Già che ci siamo, chiediamo pure una revisione degli strumenti “operativi e legislativi” della nostra cooperazione internazionale, da fare insieme.
Pdl e Lega. Nonostante la crisi, nel 2008 abbiamo aumentato gli aiuti rispetto al 2007 (e ti credo, aggiungo io: quelli per il 2008 erano soldi stanziati dal governo Prodi!). La cooperazione è importante perché così arrivano qui meno immigrati, e questo è un motivo per non sottovalutarla; un altro è che al G8 abbiamo fatto un figurone, e quindi sarebbe un peccato giocarsi la reputazione con un altro taglio degli aiuti (l’aggettivo altro naturalmente non figura nel testo). È vero che dovremmo rientrare negli Obiettivi del millennio, ma nel frattempo dobbiamo chiedere una mano ai privati: le imprese italiane, per esempio, ci aiutino ad esportare il loro modello produttivo, così insegneremo agli africani a non buttare i soldi. D’ora in poi, ha deciso il G8, non daremo più soldi ai governi – spesso corrotti – ma li destineremo a specifici progetti di sviluppo: ecco dunque l’importanza di un rapporto con le ong (Deo gratias! ve ne siete accorti anche voi che le ong non sono un pericoloso covo di comunisti!). Chiediamo dunque al governo, nella prossima finanziaria, di “non interrompere il processo di graduale incremento” (che faccia tosta!) degli aiuti allo sviluppo, e di ricordarsi che abbiamo un debituccio complessivo di 290 milioni di euro con il Fondo per la lotta all’Aids, alla tubercolosi ed alla malaria. Tutto questo, sia chiaro, “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.

Alla fine, loro ci hanno detto che l’unico modo per far passare la nostra mozione (e dunque impegnare il governo a tirare fuori quei 500 milioni di euro nella prossima finanziaria) era votarle entrambe all’unanimità. Così abbiamo fatto, da buoni soldatini, ed ora li aspettiamo al varco.

Il Nobel preventivo

La notizia del Nobel per la pace a Barack Obama non può che farmi piacere, ma sinceramente non la capisco. E cerco di ragionare onestamente, al di là delle appartenenze politiche, tenendomi lontano dai sillogismi di casa nostra per cui se Obama vince il Nobel allora il Pd guadagna mezzo punto: a novembre i democratici Usa hanno vinto le elezioni e nei mesi successivi noi le abbiamo perse, forse perché assomigliamo poco ai cugini americani oppure perché – se anche fossimo la loro fotocopia – magari i nostri elettori ragionano diversamente. Al di là delle improbabili ripercussioni interne, comunque, la notizia mi fa piacere perché dimostra quanto un cambio di rotta nella politica estera americana sia percepito – a livello internazionale – come la chiave di volta della pace; ed ancora, perché il protagonista di questa svolta incarna molte delle idee in cui mi riconosco anche io. Perché il sì alla politica della mediazione della nuova Casa Bianca è anche un no alla guerra preventiva di Bush, che solo pochi anni fa sembrava il metodo più efficace per risolvere le controversie internazionali. Ma è una decisione che non capisco, lo ripeto, perché mi sembra più un premio alle intenzioni – all’agenda di Barack Obama, come hanno notato molti giornalisti presenti stamattina ad Oslo – che un riconoscimento ai risultati conseguiti finora: tanto è vero che, nella motivazione del Nobel, il comitato parla espressamente di “sforzi straordinari”, di “impostazione” e di “nuovo clima”, ma non può andare oltre, perché i problemi spinosi che la nuova amministrazione americana ha ereditato da quella precedente sono ancora lì. C’è l’Iraq e c’è l’Afghanistan, c’è il Medio Oriente (e qui bisogna riconoscere a Bush di averci provato anche lui, nell’ultima parte di mandato) e c’è lo stesso Iran, con il quale – al di là di qualche stretta di mano con Ahmadinejad e di qualche dichiarazione di buoni propositi – il problema del nucleare non sembra ancora vicinissimo ad una soluzione. Per non parlare della Corea del nord, naturalmente, o dello stesso Honduras, che dopo la visita di Hillary Clinton non sembra aver fatto molti passi in avanti sulla via della riconciliazione. Sono d’accordo con Piero Fassino, insomma, che parla di un “messaggio di speranza”, ma non credevo che il Nobel si potesse dare sulle intenzioni: penso a quello vinto nel 1979 da Madre Teresa, o anche – ma sì, fatemi essere un po’ polemico – a quello non assegnato alla Comunità di Sant’Egidio a metà degli anni Novanta, nonostante il suo contributo alla pace in Mozambico fosse sotto gli occhi di tutti. Mi viene il dubbio, allora, che anche il premio Nobel cominci a cadere nella trappola massmediatica: non è più il vincitore (magari una ong sconosciuta, impegnata da decenni in un angolo nascosto del mondo) a far parlare di sé perché ha vinto il premio, ma il Nobel stesso ad acquistare visibilità perché ha premiato un uomo da copertina. Se così fosse, signori miei, mettiamoci l’anima in pace: l’edizione 2010 è già vinta da Silvio.

Una questione di metodo

Il mio primo progetto di legge, depositato a poche settimane dall’inizio di questa legislatura, è arrivato in Aula e verrà approvato giovedì. In sé, naturalmente, è una buona notizia, anzi, ottima: sebbene in ritardo di 6 anni, infatti, riusciamo finalmente a ratificare una convenzione internazionale sui residuati bellici esplosivi. La proposta di legge è la mia, parola per parola, con una sola modifica nella copertura finanziaria; del mio lavoro, però, non resterà nessuna traccia, perché il governo l’ha copiata ed incollata in un suo disegno di legge. E così, nel mio intervento in Aula gliel’ho fatto notare.

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, do per scontato l’assenso mio e del mio gruppo parlamentare – il gruppo del Partito democratico – a questo disegno di legge, che il relatore ci avrebbe voluto illustrare con dovizia di particolari se ne avesse avuto il tempo, ma che, insomma, ci ha illustrato già a sufficienza, e ora vorrei utilizzare questi 8 minuti, ma in realtà anche meno, per una riflessione non sul merito, che immagino troverà tutti d’accordo, ma sul metodo seguito, che suscita in me più di una osservazione.
Innanzitutto, arriviamo a questa discussione con 6 anni di ritardo. È dal 28 novembre del 2003, infatti, che l’Italia sa di avere un obbligo, in quanto Stato firmatario della Convenzione di Ginevra: l’obbligo, appunto, di ratificare questo Protocollo relativo ai residuati bellici esplosivi, che affronta il problema degli ordigni inesplosi ed abbandonati. Come tutti sappiamo, i territori di guerra – basti pensare al Corno d’Africa, ai Balcani, al Medio Oriente, allo stesso Afghanistan che in queste ore ci provoca così tanto dolore – sono pieni di mine antiuomo, che chiaramente rimangono lì anche quando la guerra è finita: basta metterci un piede sopra e, nel migliore dei casi, si perde una gamba. Nel peggiore, si può anche perdere la vita: cosa che accade non di rado, anche se ormai non fa più notizia.
Nel 2003, gli Stati membri della Convenzione di Ginevra adottano questo Protocollo, in cui ci si assumono delle responsabilità per migliorare la protezione dei civili e per ridurre i pericoli. A quel punto, però, la palla passa ai singoli Paesi, che ad uno devono ratificare il testo e a questo punto cominciano le note dolenti, perché – mentre 55 Parlamenti hanno già fatto il loro dovere – noi ci siamo ridotti a settembre 2009 e le cose sarebbero andate ancora più per le lunghe se il relatore Franco Narducci, vicepresidente della Commissione Esteri, non avesse avviato un pressing sul Governo negli ultimi 6 mesi.
Non voglio dire che l’Italia sia disinteressata al tema dei diritti umani: ci mancherebbe, né che ci interessi poco il problema nello specifico. Il nostro Parlamento, infatti, è stato il primo al mondo a dotarsi di uno strumento contro le mine, approvando già nel 1992 una risoluzione per lo sminamento del Kurdistan. Quello che mi preme sottolineare – e mi preme farlo in quest’Aula, signor Presidente, davanti al rappresentante del Governo – è che dal novembre 2003 ad oggi si sono avvicendati quattro governi (Berlusconi
bis, Berlusconi ter, Prodi bis e Berlusconi quater) e tre legislature (XIV, XV e XVI). È possibile – mi chiedo, ma lo chiedo anche a nome del cittadino che ci sta seguendo su Gr Parlamento, su Radio radicale o sul canale satellitare della Camera – che ci vogliano quattro Governi e tre legislature per ratificare una Convenzione su cui siamo tutti d’accordo? E perché ci vuole un intervento del Governo, quando in Parlamento è presente da anni una proposta di legge di ratifica di questo Protocollo?
Ci sono aspetti, in questa vicenda parlamentare, che mi risultano davvero incomprensibili. Faccio, a questo proposito, un passo indietro. Domenica 18 maggio 2008, il Papa dedica il suo post-Angelus alla messa al bando delle munizioni a grappolo; contemporaneamente, alcuni esponenti istituzionali di diverse confessioni religiose inviano una lettera aperta ai Governi, sempre sullo stesso tema.
Proprio in quei giorni io – fresco deputato, erano passati più o meno una ventina di giorni dall’inizio della legislatura – scopro che il nostro Parlamento non ha ancora ratificato il Protocollo, nonostante diverse proposte di legge giacenti da diverse legislature: ripropongo così quella presentata dal senatore Martone, nella XV legislatura, e raccolgo 35 firme tra i diversi schieramenti.
La proposta di legge A.C. n. 1076, Sarubbi ed altri, viene assegnata alla Commissione esteri ad aprile di quest’anno: quasi un anno dopo! Da allora, si apre una discussione in cui – come spiegavo poco fa – il relatore, l’onorevole Narducci, ricorda periodicamente al Governo la necessità di questa ratifica «senza ritardi», l’espressione che utilizzano le Nazioni Unite in una risoluzione del 6 dicembre 2006 che, fra l’altro, è stata approvata anche con il voto dell’Italia. Ogni volta in Commissione, a cominciare dall’8 aprile 2009, il rappresentante del Governo risponde – cito il sottosegretario Stefania Craxi, dal resoconto di quella seduta – «che il Governo sta ultimando la procedura finalizzata alla presentazione di un disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del protocollo in oggetto», come dire: tranquilli, ci pensiamo noi. La scena si ripete a maggio, con il sottosegretario Alfredo Mantica, che però preannuncia una novità: dimenticatevi i 50 mila euro per la copertura finanziaria dello sminamento, perché al massimo ne tireremo fuori 15 mila. A luglio, un altro rinvio, ma stavolta il Consiglio dei Ministri ha deliberato il disegno di legge di ratifica; quanto ai fondi stanziati nel testo rimangono i 15 mila, che certamente non basteranno (servono sì e no per una conferenza), ma almeno per il 2009 una soluzione c’è: si potrà infatti attingere al Fondo per lo sminamento previsto nel «decreto missioni». Mi auguro che ciò valga pure per il prossimo «decreto missioni», altrimenti nel 2010 dovremo riaffrontare il discorso da capo.
Un’ultima annotazione sempre riguardo al metodo seguito. È vero che stiamo parlando di politica estera (un’abitudine che la Camera non ha e che, in un momento come questo, sarebbe il caso di adottare) e capisco pure, signor sottosegretario, che il Governo ci tenga a fare bella figura, anche se – viste le critiche odierne dell’Alto commissariato dell’ONU sui diritti umani, riguardo ai respingimenti – l’operazione mi appare difficile. Però quando si toglie all’opposizione (non dico ad Andrea Sarubbi: questo mi interessa fino ad un certo punto) anche la paternità delle idee più nobili ed assolutamente
bipartisan, come in questo caso, più che un segnale di forza mi pare un segnale di debolezza (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

La responsabilità di proteggere

A volte, la storia può essere strana; ci pensavo poco fa, poco dopo la fine delle esequie solenni per i nostri 6 paracadutisti morti in Afghanistan. Una cerimonia toccante, durante la quale mi aveva colpito un passaggio dell’omelia dell’ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi: pur da obiettore di coscienza, non ero riuscito a dargli torto quando aveva ricordato che, se uno Stato “non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie provocate sia dalla natura che dall’uomo”, la comunità internazionale “è chiamata ad intervenire”, naturalmente “esplorando ogni possibile via diplomatica”. Io non sarò mai un buon ministro della Difesa, dicevo l’altro giorno, ma riconosco quella nostra “responsabilità di proteggere” a cui il vescovo faceva riferimento, spiegando che la globalizzazione va intesa “‘non solo come processo socio-economico, ma come criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone”. Era appena finita la cerimonia, nella basilica di San Paolo, quando le agenzie di stampa hanno cominciato a battere una notizia: la pubblicazione di un rapporto dell’Onu in cui si critica duramente la politica dei respingimenti attuata dall’Italia, perché i disperati vengono rimandati in Libia senza neppure sapere chi siano, ma sapendo invece perfettamente che il governo di Tripoli – come ha ricordato stamattina il commissario Guterres – non offre garanzie di protezione ai richiedenti asilo. Ho già parlato di questo argomento alcune volte, chiedendomi anche dove il presidente del Consiglio vada ad acquistare i suoi fantastici superpoteri; oggi, però, il discorso che vorrei fare è un altro, cercando di non strumentalizzare nulla (vi prego, risparmiatemi la retorica) ma soltanto di capire. Le missioni di pace – o sedicenti tali, e questo è un capitolo che prima o poi toccherà aprire – sono necessarie perché, come ha giustamente detto il vescovo nell’omelia per i soldati uccisi, la globalizzazione non si esaurisce nella politica degli scambi commerciali: nel villaggio globale, tutto il mondo è casa mia; ogni popolo che soffre è un popolo da difendere. Purtroppo, però, questa regola non vale per tutti, altrimenti la comunità internazionale (Italia in testa) avrebbe inviato da anni una missione di pace in Tibet, mentre invece la Cina è oggi membro del Wto ed organizza pure le Olimpiadi. Non vorrei che valesse lo stesso discorso per la Libia, visto che ha il petrolio e che sottoscrive appalti milionari con le nostre aziende, ma ho paura di sì. E se passo per cattocomunista, me ne farò una ragione.

Peace strategy

Da vecchio obiettore di coscienza, scrivevo ieri su Facebook, non sarei un buon ministro della Difesa. Mi guardo bene, dunque, dal fare polemica facile sui dissapori interni alla maggioranza – con Bossi che chiede il ritiro dall’Afghanistan entro Natale e La Russa che definisce la richiesta “incomprensibile” – perché credo che in questa storia abbiano ragione un po’ tutti. Ha ragione il ministro della Difesa, quando invita a “non lasciarsi intimidire”, ma ha ragione anche il suo collega alle Riforme, quando si chiede se la missione sia “esaurita”; ha ragione Di Pietro, quando ricorda che “siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno”, ma ha ragione anche il presidente Napolitano, quando ribadisce che l’Italia deve “tener fede agli impegni” con la Nato. Ha ragione Frattini, quando al Corriere afferma che “la missione va cambiata”, ed ha ragione Berlusconi, quando parla di transition strategy. C’è un po’ di vero in tutte le posizioni – anche nella mia di obiettore, mi auguro – tranne che in una: quella che invita a stare zitti, a non discutere, a non avanzare dubbi. Così come non riesco ad accettare l’ipocrisia delle parole, quella che definisce “missione di pace” una guerra vera e propria e quella che liquida la tragedia di ieri come un’azione di “vigliacchi aggressori” contro un “manipolo di eroi”. Perché alla fine, vuoi o non vuoi, finiamo sempre così, con la celebrazione degli eroi ogni volta che uno dei nostri militari perde la vita, pronti a ripiombare nel silenzio più assordante fino al prossimo attentato. Tempo fa, in occasione di un’altra morte in Afghanistan, ricordai al governo che il Parlamento non è un bancomat: non possono venire in Aula a parlarci delle missioni solo quando servono soldi per finanziarle, senza aggiornarci periodicamente su quello che sta accadendo. Vorrei poterne discutere serenamente, invece, senza evadere nulla: né le nostre responsabilità internazionali, né i pericoli che corriamo, né – soprattutto – l’obiettivo finale di qualcosa che, mi par di capire, al momento non abbiamo esattamente tra le mani. Corro forse il rischio di sembrare freddo, distaccato, ma sto cercando di ragionare da legislatore, sapendo che le decisioni non si prendono mai sull’onda delle emozioni: l’emotività me la tengo per altri momenti, come quello che ho appena vissuto qui a Napoli, da dove scrivo. Sono appena andato a visitare la famiglia di uno dei paracadutisti uccisi ieri: un po’ per dovere istituzionale, un po’ perché la sua storia umana aveva diversi punti di contatto con la mia, e leggendola sul giornale avevo riflettuto sul nostro impegno comune per l’Italia, pur su fronti diversi. Lui era contento di servire lo Stato ed era disposto anche a morire per questo, mi ha detto sua moglie, ma si chiedeva spesso – ha aggiunto – se lo Stato ne fosse degno.

Armiamoci e partite

Ve la riassumo brevemente, perché ho pietà di voi, ma mi costerebbe meno fatica copia-incollarvi tutto il resoconto della discussione di stamattina o rimandarvi al video, che – nei limiti dell’argomento, ça va sans dire – è pure divertente. In pieno G8, nella giornata dedicata proprio alla lotta alla povertà, un giovane deputato del Pd discute in Aula un’interpellanza urgente che ha depositato la settimana scorsa: l’ha preparata con l’aiuto di alcune ong impegnate sul campo e l’ha fatta firmare, come da regolamento, ad una trentina di colleghi, fra i quali Walter Veltroni e Savino Pezzotta. È un’interpellanza che chiede al governo di spiegare che fine abbiano fatto gli impegni assunti in sede internazionale, quando l’Italia (eravamo a Dakar, nel 2000) promise che avrebbe destinato risorse importanti alla campagna globale per l’educazione: che avrebbe fatto la sua parte, cioè, perché tutti i bambini del mondo potessero andare a scuola, indipendentemente dal Paese di nascita e dalle condizioni socio-economiche della propria famiglia. Qualche governo prese sul serio quell’impegno, qualcun altro no: poco male se sei il Paese della pizza e del mandolino, ma quando ti trovi anche a presiedere l’organismo che si occupa di verificare quegli impegni (EFA-FTI, che sta per Education for all – Fast track initiative) la cosa diventa un tantino imbarazzante. Se sei presidente, ad esempio, ma non figuri nella top five dei Paesi donatori, e nemmeno nella top ten, e neppure nella top fifteen o nella top twenty: l’Italia, dice l’ultimo rapporto della Campagna globale per l’educazione, è al ventiduesimo posto. Espongo tutti questi argomenti con una certa veemenza, dopodiché prende la parola il sottosegretario Scotti e mi spiega, in politichese, che il ventiduesimo posto sarà anche l’obiettivo della prossima stagione; quanto alla presidenza dell’EFA-FTI, la tratta come un’influenza di stagione: è vero, ce l’abbiamo, ma passerà presto, perché Canada e Francia sono già pronti a rimpiazzarci. Su una cosa, però, non mi può smentire: sulle briciole che diamo alla cooperazione internazionale, che grazie al governo in carica ha toccato quest’anno il minimo storico. Dopo il quarto d’ora concessomi per illustrare l’interpellanza e dopo la risposta del governo, ho diritto a dieci minuti di replica. Che non mi sono potuto preparare, non sapendo in anticipo che cosa mi avrebbe detto il sottosegretario, e che dunque improvviso, non in politichese. Questa, almeno, ve la leggete tutta:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per l’onestà che ha dimostrato. Di questi tempi è una grande virtù e lei è stato molto onesto nel non contestare i miei dati sulla cooperazione internazionale, sul tracollo che in generale stiamo subendo. Tra l’altro, il 6 giugno scorso il Governo ha annunciato che taglierà gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo di un ulteriore 10 per cento nel 2010, in aggiunta alla riduzione del 56 per cento decisa nel dicembre scorso. Quindi, siamo a dei livelli abbastanza ridicoli, se tale aggettivo mi è consentito in questa Aula così importante. In ogni caso, qui non stiamo parlando dell’onestà intellettuale del sottosegretario Scotti, che conosciamo tutti, né stiamo parlando di quello che il sottosegretario Scotti farebbe se fosse Presidente del Consiglio, perché sappiamo anche quanto lei è sensibile, sottosegretario, a questi temi della cooperazione internazionale. Allo stesso modo, però sappiamo che, purtroppo, lei non ha in mano il portafoglio. Mi duole dirle e ricordarle – perché certamente sarà una ferita aperta sulla sua pelle – che, purtroppo, i suoi colleghi di Governo finora hanno deciso diversamente. Colgo l’imbarazzo che lei ha – non sono un insensibile – quando lei, in sostanza, mi dice: onorevole Sarubbi, compatibilmente con le risorse che abbiamo a disposizione, manterremo quello che abbiamo stabilito finora.
Io mi pregio solo di ricordarle quanto ho detto poco fa nella mia esposizione, cioè che, nella classifica dei Paesi donatori, noi eravamo nel 2008 diciannovesimi; poi è arrivato il Governo Berlusconi e siamo diventati addirittura ventiduesimi. Quindi, se lei mi dice che ci teniamo stretti il ventiduesimo posto con i denti, io dico: va bene, se questo vi basta, se questo significa esercitare un’autorità internazionale, essere riconosciuti come un Paese affidabile… a me questo non sembra. A me non sembra che possiamo dire frasi del tipo: continueremo a dare quei pochi spiccioli che gli abbiamo dato, perché intanto glieli abbiamo dati. Infatti, quando poco fa le ho rammentato che servono 18 milioni di insegnanti nuovi – sottolineo la cifra di 18 milioni – e 9 miliardi di dollari solo per mandare a scuola i bambini di tutto il mondo, 16 miliardi se vogliamo raggiungere tutti e sei gli obiettivi fissati dall’Education for all Fast track initiative, allora le dico che probabilmente serve qualcosa di più. Probabilmente, un Paese che, in questi giorni, è chiamato a parlare di povertà al mondo, potrebbe fare qualcosa di più. Lei dice che non verrà fatto. Anche questo è un dato di fatto.
Vorrei dire molte cose. Iniziamo ad analizzare la sua seconda risposta. La traduco per come l’ho capita. Signor sottosegretario, lei dice che è vero che vi è un seggio in più disponibile per un Paese del G8, tuttavia, non ce la sentiamo di assumerlo per sempre – non sia mai – e lo divideremo con tutti coloro che, di volta in volta, assumeranno la Presidenza del G8. Quindi, ora lo «teniamo caldo» fino al 31 dicembre 2009, poi, arriveranno il Canada, la Francia, e un giorno, forse, arriveranno anche la Spagna o il Regno Unito, che magari, invece, avranno già un seggio permanente. In quel caso cosa faremo? L’Italia scomparirebbe.
Noi speriamo che questo G8 e questo 2009 passino in fretta: come dicevo prima, ci nascondiamo all’ultimo banco, speriamo che il professore non ci scopra e continuiamo a copiare i compiti. In altre parole, continuiamo a non dare un centesimo alla cooperazione internazionale, sperando che questo riflettore si spenga presto, perché stare sotto i riflettori è un po’ una fatica quando non si ha la coscienza a posto.
Signor sottosegretario, mi limito a dirle che nessuna carica è a costo zero. Sarebbe ridicolo far parte del consiglio direttivo di una qualsiasi azienda – ma anche di un circolo di golf o, potrei dire, di una bocciofila, visto che, come partito, siamo in fase congressuale – e, poi, non rispettarne le regole interne.
Presidente Bindi, lei è stata eletta, ormai, lo scorso anno (tra l’altro, anche con il mio voto, e ne sono fiero). Pensi cosa accadrebbe se un giorno arrivasse qui in Aula e dicesse: il Regolamento vale solo per voi deputati e non per me. L’intero Ufficio di Presidenza le si rivolterebbe contro, così come noi deputati; credo che, per primi, sarebbero gli stessi funzionari a farle notare questa contraddizione: ma come? Lei presiede un’istituzione come la Camera e, poi, è la prima a non rispettare le regole?
Ebbene, quello che in questa sede sembrerebbe fuori dal mondo, accade in sede internazionale: l’Italia continua a farlo. Abbiamo la Presidenza di turno anche dell’iniziativa in discussione, Education for all, peròsiamo i primi a non rispettare le regole. Vi è una battuta di Totò, da cui, poi, è stato tratto un film: «Armiamoci e partite». Non credo che «armiamoci e partite» sia una strategia internazionale di ampio respiro. Prendiamo esempio dagli altri Paesi, dove c’è la crisi come da noi eppure non si lamentano. Tanto più che si parla di percentuali di PIL: se cala il PIL, in percentuale, cala anche il contributo che diamo (non parliamo dei termini assoluti). Facciamo le persone serie!
Fare le persone serie significa anche non tirare in ballo il Papa, se proprio non serve. Ieri, il Ministro Bondi ha fatto riferimento all’enciclica del Papa, come termine di paragone per la politica economica italiana ed ha aggiunto (mi viene da ridere): speriamo che gli altri Capi di Governo accolgano questo grande contributo rappresentato dai 12 punti – le chiama le 12 tavole – di Tremonti. Potrei ironizzare a lungo su questo tentativo di accostare il Ministro dell’economia a Benedetto XVI, ricordando, ad esempio, che l’anno scorso mancava poco che qualcuno dicesse che il Papa avesse copiato l’enciclica dal libro di Tremonti.
Non insisto per non infierire. Tuttavia, mi limito a far presente che il Papa, pochi giorni fa, ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, Presidente di turno del G8, chiedendogli di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. Mi sembra che il sottosegretario Scotti, anziché preoccuparsi del potenziamento di questo aiuto, non abbia resistito alla tentazione di soffermarsi sull’alibi: l’inciso «compatibilmente con le esigenze finanziarie» la dice tutta. Gli altri Paesi, come dicevo prima, non hanno mai utilizzato tale alibi, pur sperimentando gli effetti della crisi come tutti noi.
Signor sottosegretario, questo è un altro dei vari motivi per cui non posso ritenermi soddisfatto della sua risposta, ma non solo io. Non è un problema di appartenenza politica. Nell’elenco delle associazioni italiane che fanno parte dell’Education for all Fast track initiative, fa parte anche Save the Children e ActionAid, che ha una parte attiva. Vi è una campagna globale per l’educazione: queste non sono persone che cantano «bandiera rossa» in mezzo alla strada. Sono persone che dedicano tutta la loro vita ad appianare le differenze tra ricchi e poveri. Qui non è un problema di politica: quando capirete che la cooperazione internazionale non è di sinistra? Quando lo capirete? Questo è ciò che mi preoccupa di più!
In ogni caso, visto che la sua risposta non mi soddisfa – ma non per colpa sua, signor sottosegretario: lei è un «bravo cuoco», ma deve fare il menù con gli ingredienti che le hanno fornito – e visto che non mi soddisfa in generale l’atteggiamento del Governo, mi richiamo all’articolo 138 del nostro Regolamento, che al comma 2 afferma: «qualora l’interpellante non sia soddisfatto e intenda promuovere una discussione sulle spiegazioni date dal Governo, può presentare una mozione». Per questo motivo, credo che ci rivedremo presto per una mozione, se il Presidente Fini e l’Ufficio di Presidenza la calendarizzeranno. La prego di portarsi dietro il Ministro Tremonti, così magari riusciamo a fare un discorso anche con lui.