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Il caso Eutelia

Mentre comincio a scrivere, i lavoratori dell’ex Eutelia sono a poche centinaia di metri da qui. Stanno protestando, da stamattina, contro una situazione insostenibile: l’ultimo stipendio lo hanno ricevuto a luglio, ma la loro azienda (che un mese prima era stata ceduta al gruppo Agile-Omega) continua regolarmente a rispettare le commesse, perché da allora non hanno mai smesso di lavorare. Grazie ai loro prodotti informatici, tanto per fare qualche esempio, funzionano sia il turn over delle volanti della Polizia di Stato che la gestione informatica di parecchi supermercati ed ipermercati Coop: tutti clienti che, proprio grazie al senso di responsabilità dei lavoratori, non si sarebbero accorti della crisi dell’Eutelia se non ne avessero sentito parlare dal pericoloso Gabibbo e, naturalmente, dall’informazione comunista del Tg3 o di Repubblica. Da un punto di vista teorico, quei lavoratori sono ancora sotto contratto, rispettano gli orari e producono normalmente quello che le commesse chiedono loro; non c’è nessuno stato di crisi aperto dall’azienda, e dunque nessuna procedura avviata dal governo in tema di ammortizzatori sociali. Per le banche, insomma, devono continuare a pagare i mutui: il fatto che non ricevano lo stipendio è un dettaglio, perché formalmente l’azienda è in ottima salute. E forse non solo formalmente, mi dicevano stamattina i lavoratori, che ho incontrato all’inizio della manifestazione in piazza dell’Esquilino: le commesse, in effetti, vengono pagate, ma nessuno sa dove quei soldi vadano a finire. Né si riesce a capire con esattezza chi sia l’attuale proprietario, perché l’assetto della nuova società è un sistema di scatole cinesi che passa per finanziarie lussemburghesi ed arriva chissà dove. Se questi lavoratori avessero sfasciato l’azienda, probabilmente avrebbero fatto notizia; invece, l’hanno solo occupata, dormendoci pure, e durante l’occupazione hanno pure ricevuto la visita di 15 vigilantes privati che, spacciandosi per poliziotti, hanno tentato di spaventarli. La rabbia, però, comincia a salire, e c’è sempre qualcuno pronto a cavalcarla: durante il corteo, stamattina, ha preso il megafono Antonio Di Pietro ed ha invitato alla ribellione, con frasi che non ricordo alla lettera ma che, in sostanza, dicevano che prima o poi la pazienza finisce e bisogna usare le maniere forti. Noi del Pd – che pure eravamo piuttosto numerosi, con Pierluigi Bersani e parecchi parlamentari mischiati fra i lavoratori, in mezzo alle bandiere di Cisl e Cgil – stiamo invece premendo per la strada politica, facendo pressioni sul governo perché dia quelle garanzie che finora non ha dato. Un primo risultato – ottenuto grazie ad un incontro del nostro Cesare Damiano con Gianni Letta, un’ora fa – è il vertice con le parti sociali che Palazzo Chigi ha annunciato fra una decina di giorni, il 27 novembre: la notizia è fresca fresca e ve la sto dando praticamente in diretta, mentre i lavoratori abbandonano via del Corso (che avevano paralizzato con un sit in) e si avviano verso casa, con una speranza in più.

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Di fronte ai numeri

285 sì, 250 no: la Camera approva. Parto dalla fine, perché i 35 voti di scarto con cui oggi è passato il decreto anticrisi danno l’idea di come il Centrodestra – che teoricamente conterebbe su un centinaio di deputati di vantaggio – faccia fatica anche negli appuntamenti importanti. In quelle 285 lucette verdi, tra l’altro, ce n’erano almeno una ventina di membri del governo, chiamati a raccolta per evitare figuracce di mezza estate. Verrebbe da dire che di fronte ai numeri c’è poco da ribattere, ma in realtà nel corso del dibattito la maggioranza (la Lega, in particolare, che in Aula si scalda sempre parecchio) ci ha dimostrato che anche la matematica può essere un’opinione: è accaduto quando Dario Franceschini ha cominciato a snocciolare i dati forniti dalla Banca d’Italia, che offrono una lettura impietosa della situazione attuale. Vi lascio al suo intervento, che merita di essere letto fino in fondo:

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, con questa ventitreesima fiducia, dall’inizio della legislatura, si consuma un’altra pagina nera del Parlamento. Sono anni che discutiamo di riforme costituzionali e di riforma dei Regolamenti parlamentari per rendere più veloce, più efficiente e più moderno il nostro procedimento legislativo. Voi in questo anno lo avete brutalizzato. Il sistema ormai è sempre lo stesso: il Consiglio dei Ministri approva un decreto-legge in bianco, che non viene più pubblicato il giorno dopo, ma viene pubblicato sei, sette o otto giorni dopo, quando vi è stato il tempo di scrivere il testo che il Consiglio dei ministri ha approvato nella sua collegialità senza conoscerlo; quel testo viene mandato alle Camere e inizia stancamente un dibattito che – si sa già – finirà, al di là della scadenza dei sessanta giorni, con un maxiemendamento che raccoglie un po’ di tutto e su cui si mette la fiducia. In tal modo si umilia il lavoro delle Commissioni, onorevole Cota – altro che entrare nel merito – e si buttano nel cestino gli emendamenti dell’opposizione in Commissione. È un maxiemendamento in cui entra di tutto, alla faccia del requisito costituzionale dell’urgenza e alla faccia del requisito dell’omogeneità di materia, che è stato così rigidamente osservato in passato; per cui, entra di tutto, e almeno questo servisse per rendere più efficace e più veloce il modo di fare le leggi! Non è così. Nella fretta di utilizzare questa specie di contenitore onnicomprensivo che è diventato il decreto-legge con il maxiemendamento per la conversione, si butta dentro di tutto. Si fanno errori madornali, che costringono a marce indietro mentre si approva ancora il testo. È successo così per le badanti nel pacchetto sicurezza e oggi si fa una retromarcia, ma la norma che si scrive – dicono gli esperti – già oggi si capisce che non riguarderà circa l’80 per cento delle badanti. E poi perché solo le badanti? Qual è la distinzione da altre tipologie di lavoratori? Per non parlare della norma sul terremoto. Mentre il Presidente del Consiglio annuncia a L’Aquila una cosa, si approva una norma vergognosa, che prevede che i terremotati di L’Aquila debbano rientrare del 100 per cento delle tasse cominciando da gennaio, data in cui viene anche interrotta la sospensione dei mutui; e poi, accorgendosi che quella norma non regge, mentre la approviamo si fa un comunicato per dire che quella norma verrà modificata e si approva un ordine del giorno. Noi vigileremo che questo avvenga, perché non sarebbe la prima volta – ricordiamo il Patto di stabilità – che il Parlamento assume un impegno che poi viene sostanzialmente e di fatto violato. Poi ci mettete un bel titolo (provvedimenti anticrisi), che fa effetto, e lo si accompagna da qualche sorriso rassicurante in televisione e da qualche numero per occupare i titoli dei giornali. Lo ha detto benissimo venerdì l’onorevole Bersani: avete avuto una gestione surreale della crisi. Prima l’avete negata, dopo avete detto di essere stati i primi e gli unici a prevederla per tempo. Poi avete detto che la crisi è alle nostre spalle: tutto è come prima, tutto meglio prima (sono state le parole del Presidente del Consiglio); fino alla vergogna di trasformarla e di continuare a cercare di trasformarla in un fatto psicologico. Si tratta di un insulto in faccia a chi vive nella paura e nell’angoscia di perdere il posto di lavoro e di non avere più il reddito per vivere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), un insulto a chi sente sulla propria pelle cosa è questa crisi e sente quanto è dura questa crisi! Ecco il fatto psicologico: uso i dati di Banca d’Italia, dell’ISAE, dell’ISTAT, del CNEL, del Fondo monetario, di Confindustria, di tutti quelli che attaccate senza pudore quando osano pronunciare la fredda verità dei numeri. La verità è che questa cosa è sempre più ostile e sempre più ingombrante e pericolosa per voi. Ecco il vostro anno di Governo: cala il PIL, meno 5,2 nel 2009; calano le entrate fiscali, meno 3,3 rispetto al 2008, meno 11,3 l’IVA; cala la produzione, sarebbe più corretto dire «crolla» la produzione, dato che è il crollo più grande dagli anni Settanta; calano i prestiti alle piccole e medie imprese, meno 3 per cento di credito (in particolare alle più piccole); calano i consumi, meno 2,2 nel 2009; cala la crescita del potere d’acquisto dei salari, meno 1,3 (il dato più basso dal 1970); calano gli investimenti pubblici, meno 4,4 per cento nel 2010. Ma c’è anche qualcosa che cresce: cresce il debito, al 115,3 per cento (89,6 miliardi dall’inizio dell’anno); cresce la spesa pubblica, la spesa primaria corrente dal 40,3 al 43,4; cresce la pressione fiscale; cresce la disoccupazione e vedremo quanti saranno stati, se i cinquecentomila che si dicono o più, i nuovi disoccupati nel 2009 (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Sono numeri, e non sono numeri dell’opposizione: sono numeri di Banca d’Italia e di tutti gli istituti e osservatori internazionali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), e non si protesta contro i numeri, si cerca di cambiarli! La verità è che l’Italia è in recessione e che l’origine è la crisi globale, ma oggi è anche soprattutto colpa della vostra incapacità di affrontarla dall’inizio, della vostra incapacità di scegliere una linea dal settembre dello scorso anno. Non è pessimismo. Nel prossimo settembre milioni di italiani e migliaia di imprese saranno nel momento di massima difficoltà: redditi troppo bassi; lavoratori che hanno perduto o rischiano di perdere il posto di lavoro e non hanno nessuna forma di ammortizzatore sociale che li accompagni nel momento più difficile della loro vita; piccole imprese che, dopo aver aspettato tanto la ripresa dei consumi, si trovano senza liquidità e senza credito. Sono le categorie per le quali noi da mesi in quest’Aula e nel Paese presentiamo proposte per affrontare l’emergenza. Come continuiamo a dire, anche nei momenti di difficoltà e di crisi, bisogna avere la capacità di mettere mano alle riforme strutturali, ma bisogna anche mettere in campo – c’è il dovere politico e morale di farlo – misure per affrontare l’emergenza, per aiutare quelle categorie di persone ed imprese che non ce la possono fare ad arrangiarsi, a cavarsela da sole aspettando che la crisi finisca nel 2010-2011, perché non hanno le spalle sufficientemente robuste per farcela e chiedono di essere aiutate dalla politica, dallo Stato, dal Governo e dal Parlamento. Eppure l’Italia, eppure le imprese italiane hanno energie positive, hanno sempre mostrato di dare il meglio nei momenti di difficoltà, chiedono soltanto che il Governo non giri la testa dall’altra parte. Voi proseguite negli annunci, avete questa doppia verità: la verità degli annunci televisivi, delle promesse, dei numeri, dei titoli dei giornali e poi quello che c’è realmente negli atti parlamentari. Ma il giudizio politico può essere soltanto su quello che c’è negli atti parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e questi sono pieni di misure negate, poi promesse e poi rilanciate. Si potrebbe fare un lungo elenco anche in questo provvedimento: i fondi per lo spettacolo tagliati completamente, dimenticando che l’industria culturale è un pezzo dell’identità e della vocazione italiana nel mondo, e tagliare lì è come tagliare le principali energie per un altro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Il Mezzogiorno: non c’è nulla in questo provvedimento. Eppure, cercate anche in questo caso di coprire con annunci dopo un anno in cui avete utilizzato i fondi FAS per finanziare ogni cosa, compreso le multe delle quote latte degli allevatori del nord. Vi accorgerete che esiste il Mezzogiorno soltanto perché minacciano di farvi un partito in casa, altrimenti non sarebbe esistito, eppure avete preso tanti elettori nel Mezzogiorno due anni fa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! E poi vi è il condono fiscale, chiamiamolo con il suo nome e non scudo fiscale. In un Paese che sprofonda nell’evasione fiscale, voi, anziché combatterla, premiate chi ha violato la legge esportando illegalmente capitali. In un momento di crisi sbattete il condono e il rientro dei capitali in faccia a quegli italiani, a quei cittadini e a quelle imprese che hanno rispettato le regole, che hanno rispettato onestamente la legge e che si vedono passare davanti chi le regole e la legge le ha violate. Fate un condono senza avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome: dite che state facendo come negli Stati Uniti. L’ha detto bene l’onorevole Causi in Aula: andate a vedere che cos’è il rientro dei capitali nell’amministrazione Obama. È una dichiarazione non anonima in cui si accetta, dopo aver fatto rientrare i capitali, di sottoporsi al prelievo fiscale sui capitali esportati illegalmente. Voi fate un condono anonimo che preclude ogni accertamento fiscale. È un lavaggio di denaro di cui non si conosce e non si vuole nemmeno conoscere la provenienza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! È un’altra prova di come continuante ad operare ogni volta che siete al Governo: trasmettete il messaggio che chi rispetta le regole e la legge sarà penalizzato perché c’è sempre un’emergenza che giustifica un premio per chi ha violato le regole e la legge. Per questo voteremo contro e per questo continueremo a denunciare le vostre omissioni. Presto, a settembre, arriverà la durezza della ripresa. Noi saremo nel pieno di un civile e vero confronto congressuale: una cosa che voi avete anche dimenticato che esista (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Ma qui saremo uniti e qui saremo tutti con la stessa voce, senza divisioni perché questo è quello che ci chiedono gli italiani e questo è quello che ci si aspetta dalla più grande forza di opposizione (Prolungati applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

Pillole e pilloloni

Nel dibattito di ieri sera, sulla fiducia per il decreto anticrisi, la maggioranza ha perso un pezzo: l’Mpa è uscito infatti dall’Aula, in segno di protesta contro le politiche nordiste di un governo che sta ignorando il Sud. Riassumo brevemente il discorso del loro leader alla Camera, Lo Monte: non solo non avete rispettato le promesse, prendendoci in giro, ma ci avete pure scippato quello che ci spettava, ossia i fondi Fas, utilizzandoli come un bancomat; siete schiavi delle lobby economiche, per definizione nordiste, e noi ne paghiamo le spese; non chiediamo assistenzialismo, ma almeno lasciateci quello che ci spetta. Alcuni passaggi, però, ve li voglio far leggere dal vivo.

CARMELO LO MONTE. Presidente Berlusconi, lei ha dichiarato in questi giorni che molte cose sono state fatte per il sud, ma il Governo non è riuscito a comunicarle: la informiamo che non è riuscito a comunicarle neanche a noi, che siamo parte della sua maggioranza. Noi, come Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud, davvero non ci siamo accorti di nulla; anzi, per la verità, ci siamo accorti nella politica economica dell’esistenza di una forte strategia nordista, di fatto elaborata e gestita dal duo Tremonti-Calderoli.
Occorre cambiare profondamente politica: il sud è stanco e la rabbia cova nel profondo.(…) Al sud sta nascendo un grande movimento, potrebbe diventare una valanga.
E noi saremo in questo con la nostra gente. Per questo, come abbiamo ampiamente annunciato, cambia il nostro comportamento parlamentare. Finora abbiamo sempre assicurato il nostro voto favorevole sui provvedimenti, in attesa di un cambiamento nelle politiche economiche del Governo. Da oggi, però, valuteremo le nostre posizioni esclusivamente sulla base del merito dei provvedimenti e della coerenza di questi con il programma di Governo con il quale insieme vincemmo le elezioni.
Sappia, Presidente Berlusconi, che come Movimento per le Autonomie le assicureremo sempre la nostra lealtà e il nostro sostegno, e mai da parte nostra arriverà un voto contrario a una richiesta di fiducia al suo Governo. E a quei suoi colonnelli che, a differenza di lei, provano un evidente fastidio per la nostra esistenza, assicuriamo che non toglieremo il disturbo, ma resteremo forte coscienza critica e coerenti con la fiducia accordataci dai nostri elettori.

Per quanto ci riguarda, ha parlato Bersani – con il quale mi ero complimentato pochi minuti prima per lo stile che sta tenendo in questa campagna per il congresso – ed ha messo a nudo tutti i punti critici della politica economica del governo. Vi invito a leggere il suo intervento per intero, perché è la migliore risposta a chi dice che il Pd non fa opposizione. E non perdetevi il pezzo sui pilloloni, mi raccomando.

PIER LUIGI BERSANI. Signor Presidente, cari colleghi, vorrei chiedermi cosa hanno mai da guadagnare gli italiani da un’umiliazione così forte che sta venendo al Parlamento. Siamo alla ventitreesima fiducia in un anno, i decreti-legge vengono presentati uno dopo l’altro, viene posta la questione fiducia su un pacchetto di norme, Ministro Tremonti, che lei, in altre epoche, avrebbe ridicolizzato (si tratta di 43 pagine), e siamo a farlo, sostanzialmente, all’insaputa del legislatore.
Cosa ha da guadagnare l’Italia dal fatto che, in un anno, questo Parlamento non ha mai avuto l’occasione di una discussione vera sulla crisi economica? Abbiamo guadagnato in rapidità? Abbiamo guadagnato in efficacia? Credo che abbiamo guadagnato in approssimazione e in confusione, perché aver fretta – vorrei dirlo al Governo – non sempre significa andare veloci.
Avete avuto fretta nel criminalizzare le badanti irregolari e, poi, siete dovuti correre a regolarizzarle. È meglio discutere, ascoltarsi e ascoltare.
Credo anche che l’Italia abbia poco da guadagnare dalle rassicurazioni al cloroformio che stanno venendo dal Governo. Vorrei dire al Governo che gli italiani, davanti ai problemi seri, sono stimolati a reagire, a meno che non li si addormenti.
Continuate a rimestare gli stessi soldi, parlando di misure economiche. Raccontante di realizzare 100 mila alloggi con 560 milioni di euro: stiamo parlando di alloggi per cani o di alloggi per italiani
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
Raccontante di aver ridotto l’assenteismo nella pubblica amministrazione, cosa lodevole, ma vi dimenticate di dire – è un’indagine di pochi giorni fa – che, nell’ultimo anno, sono aumentati del 12 per cento gli adempimenti delle piccole imprese nei confronti della pubblica amministrazione, e che, in questo momento, la pubblica amministrazione non sa tenere i conti a posto.
Potrete tagliare il Fondo unico per lo spettacolo, potrete distruggere lo spettacolo, ma non per questo risanerete i conti: vi stanno scappando da un’altra parte
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! Date un occhio ai beni e ai servizi, come vi stiamo dicendo da un anno in qua!
Raccontate che state realizzando manovre anticrisi, una dopo l’altra, attraverso sei o sette decreti-legge. Sui giornali si legge: «decreto anticrisi», «manovra anticrisi». Come le ho già detto, Ministro Tremonti, sono pillole: alcune male non fanno (le abbiamo proposte anche noi), alcune sono tardive (cioè pillole «del giorno dopo») e ogni tanto compaiono dei «pilloloni» indigeribili, come questo benedetto condono.
Vorrei rivolgermi all’esponente della Lega, deve leggerle anche lui le leggi: non esiste un Paese al mondo che adotti una misura come questa
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Si vada a vedere come è la legge in Francia: io quella francese la prendo su subito, sia chiaro!
Un «pillolone» è quello di far pagare le tasse da gennaio ai terremotati che in Abruzzo sono nelle tende. Vi rendete conto quale sarà il titolo di questo maxiemendamento? «I terremotati sotto la tenda devono pagare le tasse e gli evasori che hanno esportato i capitali all’estero no», questo è il titolo
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori e di deputati Unione di Centro)!
Io però, questi pochi minuti non voglio dedicarli né alle pillole, né ai «pilloloni», perché è un’occasione nella quale in due minuti cerchiamo di esprimere un giudizio di sintesi su una vicenda che è cominciata un anno fa e che, purtroppo, andrà avanti ancora qualche anno e della quale non abbiamo mai l’occasione di discutere.
La vostra narrazione è stata la seguente (e credo di essere testuale nel riportare le parole). Nel luglio scorso, un anno fa, noi dicevamo «crisi», voi dicevate «catastrofismo della sinistra». A settembre dello scorso anno, Berlusconi diceva «la crisi c’è, ma è finanziaria, non avrà ricadute sull’economia». A ottobre Berlusconi diceva «la crisi c’è, ma noi stiamo meglio degli altri», mentre tra novembre e dicembre diceva «la crisi è psicologica: consumatori, consumate!». Da allora sono comparsi gli psichiatri e ci hanno spiegato lo spiraglio, lo spiraglio, lo spiraglio, fino a dirci «il peggio è passato, la crisi è alle spalle».
Questa è stata, senza troppe esagerazioni, la vostra narrazione. C’è da stupirsi che davanti a una narrazione così non si sia adottata davvero una manovra anticrisi? Non c’è da stupirsi che sia stata fatta l’ammuina o lo spostamento dei carri armati di Mussolini da una finca all’altra del bilancio, con la sola modifica del trasferimento da conto capitale a spesa corrente, con una riduzione degli investimenti in un momento di recessione. Li troverete voi, il prossimo anno, sette o otto miliardi in meno di investimenti!
Non parliamo poi del sud, che è stato totalmente rapinato. Adesso ho visto che anche il primo mezzo pilone ipotetico del ponte sullo Stretto è volato giù con questo maxiemendamento, non so se ve ne siete resi conto
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Questa strada del non intervento, questa strada dell’edulcorazione, al di là delle polemiche, ci sta portando per un sentiero inevitabile, che è quello della stagnazione, di nessuno stimolo all’economia reale e della crisi della finanza pubblica.
Infatti, non è vero che si è stabilizzata la finanza pubblica, che la spesa corrente è sotto controllo e che le entrate diminuiscono solo in proporzione della crisi: il deficit cresce, il debito cresce, si vuol rispondere ancora con dei condoni che al loro fondo hanno l’aumento della pressione fiscale su chi le tasse le paga? È un giro di valzer stretto tra stagnazione e crisi della finanza pubblica.
Nessuno fa miracoli. Noi non siamo degli «arruffapopolo» e dei demagoghi, però, perbacco, accettate un giudizio: quest’anno avete sottovalutato la situazione, vi è tremato il cuore davanti all’esigenza di un gesto coraggioso, che era quello di prendere soldi nuovi e veri. Certamente, ciò andava fatto trovando il modo di rientrare da questa una tantum, ma è lì il difficile del Governo, lo so anch’io che è lì il difficile, ma si governa per questo.
Quei soldi freschi e nuovi servono e servivano per tre scopi: reddito per chi perde il lavoro, a qualsiasi titolo. Lega, non facciamo assistenzialismo, noi! Stiamo parlando dei precari, che non è vero che hanno un salario
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro)!
La seconda cosa è la piccola impresa. Ma quanto siete amorevoli verso la piccola impresa! Io dico che di concreto davvero non è arrivato niente alle piccole imprese e che ci vogliono dei soldi veri se vogliamo che possano tirare la palla avanti per un anno o un anno e mezzo con il credito e con le banche, altrimenti sono chiacchiere.
La terza cosa sono gli investimenti. Volete tanto bene ai comuni, ma gli unici che possono fare investimenti a sei mesi sono i comuni, non c’è nessun altro; e li abbiamo stoppati invece che muoverli
(Una voce dai banchi della Lega Nord Padania: E il Governo Prodi?)!
Il Governo Prodi quando c’era da fare la manovra aveva il coraggio di farla, te lo dico io
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
E ve lo spiego, cari amici, ve lo spiego perché vi trema il cuore quando c’è da fare una manovra. Vi trema il cuore perché voi avete mostrato in quest’anno che il vostro meccanismo non è usare il consenso per fare Governo anche quando è difficile, ma usare il Governo per fare consenso, e questo non è responsabile
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Sto per concludere. Io dico che si doveva e si deve fare di più. Accettate questa critica e questo giudizio: si doveva e si deve fare di più, ci voleva e ci vorrebbe più coraggio. Dopodiché, concludo su questo, se non avete intenzione di farlo, però almeno non fate torto alla nostra intelligenza. Non veniteci a dire che stiamo facendo rientrare i capitali per metterli nell’impresa perché sappiamo già dove andranno: a zero tasse, andranno nelle banche, nelle case o ritorneranno da dove sono arrivati. Il risultato sarà che alle imprese, invece di mettere soldi da loro, converrà andare fuori, poiché tanto poi avranno il condono. Quelle famose nuove norme che inserite è come un cane abbaia e abbaia, e non morde mai. Questo è il risultato
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro – Congratulazioni)!

Il decretino

Il Foglio lo ha chiamato “decretino”, ma per noi è un bel macigno. Ci sta piovendo infatti sulla testa – forse lunedì metteranno la fiducia e martedì la voteremo – la sesta manovra economica in dodici mesi: non c’è male, considerando che quella del luglio scorso doveva essere, nelle affermazioni di Tremonti, una finanziaria buona per tre anni. Starete leggendo sui giornali tutte le misure contenute: sanatoria delle badanti, aumento dell’età pensionabile per le donne, scudo fiscale… ognuno di questi aspetti merita una trattazione a parte, e probabilmente ne parlerò nei prossimi giorni, ma oggi voglio tenermi sul generico. Per spiegarvi, innanzitutto, una cosa che forse faticherete a credere. Che anche noi deputati, cioè, stiamo naturalmente leggendo da parecchi giorni queste cose sui giornali, ma soltanto ieri ci è giunta conferma che fosse tutto vero: all’ora di pranzo, infatti, ci è arrivato il testo finale del decreto, che richiede almeno un paio d’ore per essere letto e capito; figuriamoci, poi, se uno vuole pure scrivere gli emendamenti, come abbiamo fatto noi ieri pomeriggio, pur sapendo che sarebbe stato un mero esercizio di stile. Anche stavolta, infatti, ogni possibilità di migliorare il provvedimento sarà spazzata via dalla questione di fiducia, che mette il bavaglio anche al dibattito interno nella maggioranza: gli ultimi dati che ho sugli emendamenti depositati – non sono aggiornatissimi, ma danno un’idea – parlavano di 1120 proposte di modifiche al testo, 624 delle quali presentate dalle forze politiche di Centrodestra e 496 dalle opposizioni. È un decreto, insomma, che tutti vorrebbero cambiare e che, così com’è, non convince nessuno: neppure chi, la settimana prossima, sarà costretto a votarlo per non perdere il posto. È un provvedimento irrilevante rispetto all’economia reale, e tra l’altro non ha neppure il merito di incidere positivamente sui conti pubblici: nell’assestamento di bilancio che, contemporaneamente, si sta discutendo al Senato, è indicato addirittura uno sforamento di 40 miliardi di euro, segno che il debito pubblico continua dunque a crescere.  Sul fronte del lavoro, gli interventi sono insufficienti rispetto alla dimensione della crisi: la riforma degli ammortizzatori sociali non è nemmeno all’orizzonte, e la stessa idea di utilizzare i cassintegrati con un piccolo contributo a carico di chi li assume può essere un’arma a doppio taglio, perché rischia di rappresentare un incentivo a ricorrere alla cassa, pagando poi i lavoratori con i soldi dello Stato. Ma la follia assoluta – chi mastica un po’ di politica economica capirà la gravità della notizia – è che nelle Commissioni competenti (per lo più la Bilancio, ma non solo) i miei colleghi sono stati chiamati, in questi giorni, ad esprimersi su una manovra economica prima ancora di essere a conoscenza del Dpef, il Documento di programmazione economico-finanziaria che il governo ha licenziato soltanto ieri mattina. Ne aggiungo un’altra: in Commissione Cultura, dove dovevamo dare un parere su alcuni aspetti del decreto, le assenze dei deputati del Centrodestra ci hanno spianato la strada e li abbiamo mandati sotto, facendo approvare un nostro parere contrario. Se il Parlamento contasse davvero qualcosa, il governo dovrebbe tenerne conto. Ma il presidente del Consiglio non ha tempo da perdere con queste fesserie.

Nonostante tutto

Secondo un editoriale di Franco Bechis su “Italia oggi”, la Cgil stamattina è riuscita ad organizzare l’evento del Circo massimo perché quest’anno ha aumentato il proprio fatturato (più poveri, dunque più richieste di sussidi) e dunque si sta pagando la manifestazione con i soldi di Tremonti. Conclusione: sono tutti in piazza “a chiedere più social card, più dividendi per la Cgil con cui pagare altri appelli e manifestazioni”. La provocazione è evidente, l’approccio filogovernativo pure, per cui mi rifiuto di prenderlo sul serio. Però un partito che voglia governare l’Italia non può sottovalutare nulla, neanche le provocazioni, e quindi mi metto a fare la lista dei problemi: primo, oggi una parte dell’Italia pensa che il sindacato serva solo ad alimentare se stesso e non a difendere i lavoratori; secondo, lo stesso ricorso alla piazza – che in alcuni casi è indispensabile – ha indubbiamente perso charme: una volta le grandi manifestazioni toccavano il Paese nel profondo e coinvolgevano tutti, oggi un alto dirigente del Pdl (Gasparri) definisce il corteo “una carnevalata”, un ministro (Brunetta) parla di “scampagnata” e mezza Italia li applaude; terzo, stamattina ho apprezzato molto le parole di Epifani sulla crisi, ed in particolare il richiamo all’unità confederale, ma non si può negare come nei giorni scorsi l’atteggiamento della Cgil verso Cisl e Uil non sia stato altrettanto tenero. C’è di mezzo la brutta storia della cena segreta di Cisl, Uil e Confindustria a Palazzo Grazioli, che avrebbe messo a dura prova anche i matrimoni più collaudati, ma c’è pure uno smarcamento costante della Cgil che non aiuta. Per usare una frase veltroniana di qualche tempo fa, ai tempi della polemica con Di Pietro per piazza Navona, “quando sei riformista avrai sempre qualcuno che urla più di te”. E non è un caso che stamattina, intervistato dai giornalisti al Circo massimo, Diliberto abbia detto che “in Parlamento l’opposizione non c’è”: dubito che abbia mai letto un resoconto parlamentare dall’inizio della legislatura, ma non è neppure importante, perché il suo mestiere è proprio quello di urlare più del Pd, di far credere che noi siamo il Pdl-senza-elle, che è tutta una pastetta, mentre loro sono i duri e puri eccetera eccetera. E allora, daje di bandiere rosse, daje di bella ciao, daje di tutto quello che il 25 ottobre al Circo massimo non c’era. La tentazione di non andarci, onestamente, era grande, ma alla fine credo che il Pd abbia fatto la scelta giusta: scendere in piazza, per dare un segnale a lavoratori e disoccupati, e contemporaneamente riconoscere quanto sia stato prezioso il lavoro di Cisl e Uil nelle trattative con il governo. Lasciare la Cgil alla sinistra extraparlamentare, lo dico senza mezzi termini, sarebbe stato un danno incalcolabile: non tanto per noi e per i nostri voti alle Europee, perché temo che molti dei manifestanti di oggi siano comunque orientati verso formazioni più massimaliste del Pd, quanto per il ruolo stesso dei sindacati in Italia. Sarebbe stato un favore al governo, che li vuole divisi per poterli tenere a bada, e Berlusconi oggi non ha proprio bisogno dei nostri regali.

Paura di volare

Il nuovo orario dei lavori non lascia molto spazio alle Commissioni, relegate al martedì mattina ed al giovedì pomeriggio, più un’oretta infilata nella pausa pranzo del mercoledì. Considerando che il deputato medio (non romano) arriva alla Camera il martedì sera e scappa verso le 13 del giovedì, fatevi i calcoli da soli. Peccato, perché in Commissione si entra spesso nel vivo dei problemi, ascoltando pezzi di società che vengono ad aprirti gli occhi su questo o su quel tema: la settimana scorsa vi parlavo della sicurezza su internet, questa settimana invece abbiamo discusso del sistema aeroportuale italiano e dei suoi possibili sviluppi. Neppure il tempo di scriverlo su Facebook, che mi sono arrivate richieste su Comiso, Salerno, Grazzanise: avrei voluto tranquillizzare tutti, invece – dopo aver sentito la relazione dell’Enac – mi sono depresso. Cominciamo da un dato di fatto: in Italia ci sono 102 aeroporti, perché ogni ente locale si è costruito il suo, ma di questi solo 41 sono certificati. Dei suddetti 41, ce ne sono 14 che totalizzano il 93% del traffico di passeggeri, mentre gli altri 27 si dividono il restante 7%. Soltanto 8 aeroporti italiani superano i 5 milioni di passeggeri: insieme, smistano il 71% del traffico nazionale. Nel corso degli anni, sono state date concessioni ventennali anche ad aeroporti da 250 mila passeggeri… ma è una follia, ci ha spiegato l’Enac, invitando il governo a fissare un limite minimo (attorno al milione: sotto questo numero, lo scalo non ha senso) che va superato ogni anno, per ottenere il rinnovo della concessione stessa. C’è poi un altro problema, che riguarda gli aeroporti urbani: a Ciampino, tanto per fare un esempio, c’è una domanda superiore all’offerta, ma le richieste delle compagnie vengono respinte perché (vista la vicinanza a Roma e dunque i vincoli, soprattutto per il rumore) non si può andare oltre i 100 movimenti al giorno. Stesso discorso vale per Capodichino, che è prossimo al limite di sostenibilità: è già a 5 milioni di passeggeri e difficilmente potrà reggerne 7, dunque occorrerebbe decentrare il traffico con la costruzione di Grazzanise. E se non si fa entro 5 anni – ipotesi difficilmente realizzabile, sostengono gli esperti – si perderanno anche i finanziamenti. L’Enac ha dubbi sul futuro dell’aeroporto di Firenze (quello di Pisa, invece, va bene), mentre vede possibili prospettive per Perugia, se i calcoli costi-benefici dimostreranno che vale la pena sviluppare uno scalo per il turismo religioso. Quanto a Milano, è un discorso a parte, perché qui le pressioni politiche stanno condizionando fortemente le scelte. Secondo l’Enac, se si apre un grande aeroporto che vuole funzionare da hub (Malpensa), bisogna per forza chiudere il precedente (Linate); eppure, Malpensa attualmente ha pochissimo mercato: ci sono spazi immensi, che nessuno chiede di usare, e per salvare le major del settore Antonio Tajani (mandato da Berlusconi a Bruxelles, come responsabile dei trasporti Ue) ha chiesto alla Commissione europea di non dare alle compagnie low cost gli slot inutilizzati. “È una palese violazione delle regole – ha commentato il presidente dell’Enac, Vito Riggio – ma è giustificabile soltanto perché siamo in un momento di crisi economica e dunque ci sono aziende (e posti di lavoro) da salvare. Lufthansa ha perso il 9% del traffico, British Airways l’8%, Air France il 7%”. E la nuova Alitalia? “Se continua così, l’obiettivo del pareggio di bilancio entro tre anni sarà impossibile”. L’unica azienda in espansione, mi sembra di capire, è la bad company di Fantozzi.

A prima vista

berlusconi e tremonti cdm crisi

A prima vista, c’è una decisione del Consiglio dei ministri di oggi che mi piace molto: l’idea di proteggere le famiglie che hanno contratto un mutuo a tasso variabile prima del 2008, limitando l’interesse massimo al 4% senza spread o al tasso sottoscritto al momento della stipula, se superiore. Tutto il resto, dice il decreto, verrà coperto dallo Stato. Al momento leggo solo le anticipazioni dell’Ansa, perché noi parlamentari le cose le sappiamo sempre per ultimi, e non escludo che appena mi sarò fatto un’idea più precisa del testo – quando faremo finta di discuterne alla Camera, perché tanto non ce lo faranno emendare – questo entusiasmo imprevisto si dissolverà. Per ora, comunque, mi stampo le agenzie e me le incornicio: è la prima volta, dall’inizio della legislatura, che vedo un provvedimento di Berlusconi in difesa delle famiglie e non delle banche, dei carrozzoni di Stato, dei sindaci amici. Per quanto riguarda il resto del decreto, invece, non mi emoziono più di tanto: è vero che l’aumento delle tariffe autostradali slitta al primo luglio, ma se a maggio Berlusconi non avesse fatto piaceri a Benetton non staremmo qui a parlarne; è vero che sono previsti fondi per l’edilizia nelle scuole, ma se ci avessero dato retta e non avessero tagliato quelli esistenti non staremmo qui a parlarne; è vero che c’è un bonus per i redditi bassi e le famiglie con disabili, ma si tratta dell’ennesimo intervento una tantum che non affronta di petto la povertà in Italia, con un piano strutturale. Detto questo, c’è un’altra norma che mi piace – quella di aumentare le tasse sui prodotti editoriali pornografici, dai giornali alle tv – ma è chiaro che si tratta di un provvedimento più etico che economico, nel senso che la sua portata economica mi pare effettivamente trascurabile. Dice bene Berlusconi, quando ci ricorda che “le elezioni sono fra 4 anni e mezzo” e che non possiamo essere in costante campagna elettorale, ma dobbiamo collaborare. Se se lo ricordasse pure lui, però, sarebbe meglio.