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Promesse a costo zero

Ci volevano due testimonial mediatici come la regina Rania di Giordania – che ho incontrato ieri in Campidoglio – ed i mondiali di calcio in Sudafrica per riaccendere un minimo i riflettori sugli aiuti allo sviluppo. Un minimo, dico, perché in realtà i giornali si dedicano più agli abiti della regina o alle sue frasi su Twitter che non alla campagna 1 goal, da lei lanciata anche a Roma, sul diritto universale all’istruzione. Nella rassegna stampa odierna, invece, non c’è nessuno spazio per le mozioni che abbiamo votato ieri sera in Aula sullo stesso tema della cooperazione internazionale: il nostro ennesimo tentativo (vi ricordate il mio question time e la mia interpellanza?) di riaccendere i riflettori sul comportamento ver-go-gno-so, la dico alla Berlusconi, del nostro Paese in sede internazionale. L’opposizione ne ha proposta una, firmata anche da me; la maggioranza ne ha scritta una parallela: cercherò di riassumervele brevemente, così capite la differenza di approccio.

Pd, Idv, Udc. Dal G8 e dal G20 è emerso che la crisi sta rendendo i poveri sempre più poveri e che devono pensarci i Paesi ricchi, se no sono guai per tutti. Invece, la finanziaria 2010 ha tagliato del 56% i fondi per la cooperazione e siamo agli ultimi posti dei Paesi donatori, ben lontani dagli impegni assunti in sede Onu con gli Obiettivi del millennio. Al G8 dell’Aquila ci siamo fatti belli con la sottoscrizione di ulteriori iniziative per la lotta alla fame e lo sviluppo rurale, ma poi nei fatti stiamo dimostrando di non riuscire a rispettare neppure gli impegni che avevamo preso prima. Chiediamo dunque al governo di rientrare nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio, di stanziare nella prossima Finanziaria almeno 500 milioni di euro e di venirci a riferire in Parlamento, prima della sua approvazione, a che punto stiamo con il mantenimento degli impegni presi al G8 dell’Aquila. Già che ci siamo, chiediamo pure una revisione degli strumenti “operativi e legislativi” della nostra cooperazione internazionale, da fare insieme.
Pdl e Lega. Nonostante la crisi, nel 2008 abbiamo aumentato gli aiuti rispetto al 2007 (e ti credo, aggiungo io: quelli per il 2008 erano soldi stanziati dal governo Prodi!). La cooperazione è importante perché così arrivano qui meno immigrati, e questo è un motivo per non sottovalutarla; un altro è che al G8 abbiamo fatto un figurone, e quindi sarebbe un peccato giocarsi la reputazione con un altro taglio degli aiuti (l’aggettivo altro naturalmente non figura nel testo). È vero che dovremmo rientrare negli Obiettivi del millennio, ma nel frattempo dobbiamo chiedere una mano ai privati: le imprese italiane, per esempio, ci aiutino ad esportare il loro modello produttivo, così insegneremo agli africani a non buttare i soldi. D’ora in poi, ha deciso il G8, non daremo più soldi ai governi – spesso corrotti – ma li destineremo a specifici progetti di sviluppo: ecco dunque l’importanza di un rapporto con le ong (Deo gratias! ve ne siete accorti anche voi che le ong non sono un pericoloso covo di comunisti!). Chiediamo dunque al governo, nella prossima finanziaria, di “non interrompere il processo di graduale incremento” (che faccia tosta!) degli aiuti allo sviluppo, e di ricordarsi che abbiamo un debituccio complessivo di 290 milioni di euro con il Fondo per la lotta all’Aids, alla tubercolosi ed alla malaria. Tutto questo, sia chiaro, “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.

Alla fine, loro ci hanno detto che l’unico modo per far passare la nostra mozione (e dunque impegnare il governo a tirare fuori quei 500 milioni di euro nella prossima finanziaria) era votarle entrambe all’unanimità. Così abbiamo fatto, da buoni soldatini, ed ora li aspettiamo al varco.

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Le crepe nascoste

Nell’overdose di immagini e di interviste che stanno arrivando dal G8, c’è un video che difficilmente vedrete in tv. Lo ha girato Action aid, una ong impegnata nella lotta alla povertà, partendo dalla domanda più banale: l’Italia, che in sede internazionale non ha mai i soldi per rispettare gli impegni già firmati, ha risparmiato davvero nello spostamento del vertice all’Aquila? E quali vantaggi – oltre a quello innegabile di immagine per il governo stesso – ne deriveranno per i terremotati? E quanto effettivamente si è speso? Non voglio raccontarvi tutto in anticipo (qui sopra trovate la versione integrale del video, che vi consiglio; su questo link, invece, la versione breve), ma c’è un’intervista al sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, che fa riflettere. Così come fa riflettere l’immagine del terremotato che dorme nella cuccetta del treno, soprattutto confrontandola con le immagini sfavillanti del vertice in corso: “stridono l’agio, i doni e le cene riservate ai leader – nota anche Avvenire, stamattina – quando a pochi passi migliaia di persone sono sfollate nelle tendopoli”. Il messaggio che Berlusconi cerca di far passare in questi giorni – ripetutomi pure da alcuni colleghi del Pdl, con gli occhi spalancati – è che il governo abbia fatto un miracolo. Ed è questa la vulgata che si sta affermando: dopo l’invito del presidente Napolitano ad abbassare i toni nei giorni del vertice, poi, figuriamoci se noi ci mettiamo a fare polemiche proprio ora. Ma Action aid, che non è legata a nessun partito politico, ci offre con questo video parecchi spunti di riflessione sulla totale mancanza di trasparenza nell’organizzazione del G8: tanto in Sardegna come in Abruzzo. Per quanto riguarda la Maddalena, il progetto in sé era ottimo, ma il suo affidamento alla Protezione civile (tanto per cambiare) ha significato l’adozione di procedure straordinarie e discrezionali, fra le quali l’apertura di una contabilità speciale che ha fatto perdere il conto dei fondi stanziati. 327 milioni di euro sono stati assegnati senza una gara pubblica: tanto per fare un esempio, la Mita resort di Emma Marcegaglia si è aggiudicata tutta l’area dell’ex arsenale senza sfidanti. Inoltre, si è attinto come sempre dal bancomat dei Fas, i Fondi europei per le aree sottoutilizzate, come se fosse un pozzo senza fondo: lo testimoniano i 60 milioni di euro spesi per la Residenza Carlo Felice, che non si capisce ancora a cosa verrà destinata. Arriva il terremoto e Berlusconi cambia la sede del G8. Ma non cambiano, purtroppo, le procedure: ancora una volta l’organizzazione del vertice finisce nelle mani della Protezione civile, ancora una volta si perde il conto dei soldi e la trasparenza sugli appalti. Il vertice è ormai al terzo giorno, ma l’Italia non sa quanto siano costati l’allargamento dell’aeroporto, la nuova strada, la ristrutturazione della caserma di Coppito; quanto agli appalti, la chiarezza latita anche qui: lo testimonia la gara informale (e sottolineo informale) con cui la Protezione civile ha assegnato quello per le piastre antisismiche, costato oltre 100 milioni di euro. Action aid non dice che Berlusconi si sia messo i soldi in tasca, e neppure lo dubita. Dice soltanto, tra le righe ma non troppo di questo video, che un Paese chiamato a presiedere il vertice dei Grandi abbia innanzitutto il dovere della trasparenza. Altrimenti, quando ci sentiremo rispondere – come è accaduto proprio ieri a me, in Aula – che mancano i soldi per rispettare gli impegni presi in sede internazionale nella lotta alla povertà, non crederemo più a nessuno.

Armiamoci e partite

Ve la riassumo brevemente, perché ho pietà di voi, ma mi costerebbe meno fatica copia-incollarvi tutto il resoconto della discussione di stamattina o rimandarvi al video, che – nei limiti dell’argomento, ça va sans dire – è pure divertente. In pieno G8, nella giornata dedicata proprio alla lotta alla povertà, un giovane deputato del Pd discute in Aula un’interpellanza urgente che ha depositato la settimana scorsa: l’ha preparata con l’aiuto di alcune ong impegnate sul campo e l’ha fatta firmare, come da regolamento, ad una trentina di colleghi, fra i quali Walter Veltroni e Savino Pezzotta. È un’interpellanza che chiede al governo di spiegare che fine abbiano fatto gli impegni assunti in sede internazionale, quando l’Italia (eravamo a Dakar, nel 2000) promise che avrebbe destinato risorse importanti alla campagna globale per l’educazione: che avrebbe fatto la sua parte, cioè, perché tutti i bambini del mondo potessero andare a scuola, indipendentemente dal Paese di nascita e dalle condizioni socio-economiche della propria famiglia. Qualche governo prese sul serio quell’impegno, qualcun altro no: poco male se sei il Paese della pizza e del mandolino, ma quando ti trovi anche a presiedere l’organismo che si occupa di verificare quegli impegni (EFA-FTI, che sta per Education for all – Fast track initiative) la cosa diventa un tantino imbarazzante. Se sei presidente, ad esempio, ma non figuri nella top five dei Paesi donatori, e nemmeno nella top ten, e neppure nella top fifteen o nella top twenty: l’Italia, dice l’ultimo rapporto della Campagna globale per l’educazione, è al ventiduesimo posto. Espongo tutti questi argomenti con una certa veemenza, dopodiché prende la parola il sottosegretario Scotti e mi spiega, in politichese, che il ventiduesimo posto sarà anche l’obiettivo della prossima stagione; quanto alla presidenza dell’EFA-FTI, la tratta come un’influenza di stagione: è vero, ce l’abbiamo, ma passerà presto, perché Canada e Francia sono già pronti a rimpiazzarci. Su una cosa, però, non mi può smentire: sulle briciole che diamo alla cooperazione internazionale, che grazie al governo in carica ha toccato quest’anno il minimo storico. Dopo il quarto d’ora concessomi per illustrare l’interpellanza e dopo la risposta del governo, ho diritto a dieci minuti di replica. Che non mi sono potuto preparare, non sapendo in anticipo che cosa mi avrebbe detto il sottosegretario, e che dunque improvviso, non in politichese. Questa, almeno, ve la leggete tutta:

ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per l’onestà che ha dimostrato. Di questi tempi è una grande virtù e lei è stato molto onesto nel non contestare i miei dati sulla cooperazione internazionale, sul tracollo che in generale stiamo subendo. Tra l’altro, il 6 giugno scorso il Governo ha annunciato che taglierà gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo di un ulteriore 10 per cento nel 2010, in aggiunta alla riduzione del 56 per cento decisa nel dicembre scorso. Quindi, siamo a dei livelli abbastanza ridicoli, se tale aggettivo mi è consentito in questa Aula così importante. In ogni caso, qui non stiamo parlando dell’onestà intellettuale del sottosegretario Scotti, che conosciamo tutti, né stiamo parlando di quello che il sottosegretario Scotti farebbe se fosse Presidente del Consiglio, perché sappiamo anche quanto lei è sensibile, sottosegretario, a questi temi della cooperazione internazionale. Allo stesso modo, però sappiamo che, purtroppo, lei non ha in mano il portafoglio. Mi duole dirle e ricordarle – perché certamente sarà una ferita aperta sulla sua pelle – che, purtroppo, i suoi colleghi di Governo finora hanno deciso diversamente. Colgo l’imbarazzo che lei ha – non sono un insensibile – quando lei, in sostanza, mi dice: onorevole Sarubbi, compatibilmente con le risorse che abbiamo a disposizione, manterremo quello che abbiamo stabilito finora.
Io mi pregio solo di ricordarle quanto ho detto poco fa nella mia esposizione, cioè che, nella classifica dei Paesi donatori, noi eravamo nel 2008 diciannovesimi; poi è arrivato il Governo Berlusconi e siamo diventati addirittura ventiduesimi. Quindi, se lei mi dice che ci teniamo stretti il ventiduesimo posto con i denti, io dico: va bene, se questo vi basta, se questo significa esercitare un’autorità internazionale, essere riconosciuti come un Paese affidabile… a me questo non sembra. A me non sembra che possiamo dire frasi del tipo: continueremo a dare quei pochi spiccioli che gli abbiamo dato, perché intanto glieli abbiamo dati. Infatti, quando poco fa le ho rammentato che servono 18 milioni di insegnanti nuovi – sottolineo la cifra di 18 milioni – e 9 miliardi di dollari solo per mandare a scuola i bambini di tutto il mondo, 16 miliardi se vogliamo raggiungere tutti e sei gli obiettivi fissati dall’Education for all Fast track initiative, allora le dico che probabilmente serve qualcosa di più. Probabilmente, un Paese che, in questi giorni, è chiamato a parlare di povertà al mondo, potrebbe fare qualcosa di più. Lei dice che non verrà fatto. Anche questo è un dato di fatto.
Vorrei dire molte cose. Iniziamo ad analizzare la sua seconda risposta. La traduco per come l’ho capita. Signor sottosegretario, lei dice che è vero che vi è un seggio in più disponibile per un Paese del G8, tuttavia, non ce la sentiamo di assumerlo per sempre – non sia mai – e lo divideremo con tutti coloro che, di volta in volta, assumeranno la Presidenza del G8. Quindi, ora lo «teniamo caldo» fino al 31 dicembre 2009, poi, arriveranno il Canada, la Francia, e un giorno, forse, arriveranno anche la Spagna o il Regno Unito, che magari, invece, avranno già un seggio permanente. In quel caso cosa faremo? L’Italia scomparirebbe.
Noi speriamo che questo G8 e questo 2009 passino in fretta: come dicevo prima, ci nascondiamo all’ultimo banco, speriamo che il professore non ci scopra e continuiamo a copiare i compiti. In altre parole, continuiamo a non dare un centesimo alla cooperazione internazionale, sperando che questo riflettore si spenga presto, perché stare sotto i riflettori è un po’ una fatica quando non si ha la coscienza a posto.
Signor sottosegretario, mi limito a dirle che nessuna carica è a costo zero. Sarebbe ridicolo far parte del consiglio direttivo di una qualsiasi azienda – ma anche di un circolo di golf o, potrei dire, di una bocciofila, visto che, come partito, siamo in fase congressuale – e, poi, non rispettarne le regole interne.
Presidente Bindi, lei è stata eletta, ormai, lo scorso anno (tra l’altro, anche con il mio voto, e ne sono fiero). Pensi cosa accadrebbe se un giorno arrivasse qui in Aula e dicesse: il Regolamento vale solo per voi deputati e non per me. L’intero Ufficio di Presidenza le si rivolterebbe contro, così come noi deputati; credo che, per primi, sarebbero gli stessi funzionari a farle notare questa contraddizione: ma come? Lei presiede un’istituzione come la Camera e, poi, è la prima a non rispettare le regole?
Ebbene, quello che in questa sede sembrerebbe fuori dal mondo, accade in sede internazionale: l’Italia continua a farlo. Abbiamo la Presidenza di turno anche dell’iniziativa in discussione, Education for all, peròsiamo i primi a non rispettare le regole. Vi è una battuta di Totò, da cui, poi, è stato tratto un film: «Armiamoci e partite». Non credo che «armiamoci e partite» sia una strategia internazionale di ampio respiro. Prendiamo esempio dagli altri Paesi, dove c’è la crisi come da noi eppure non si lamentano. Tanto più che si parla di percentuali di PIL: se cala il PIL, in percentuale, cala anche il contributo che diamo (non parliamo dei termini assoluti). Facciamo le persone serie!
Fare le persone serie significa anche non tirare in ballo il Papa, se proprio non serve. Ieri, il Ministro Bondi ha fatto riferimento all’enciclica del Papa, come termine di paragone per la politica economica italiana ed ha aggiunto (mi viene da ridere): speriamo che gli altri Capi di Governo accolgano questo grande contributo rappresentato dai 12 punti – le chiama le 12 tavole – di Tremonti. Potrei ironizzare a lungo su questo tentativo di accostare il Ministro dell’economia a Benedetto XVI, ricordando, ad esempio, che l’anno scorso mancava poco che qualcuno dicesse che il Papa avesse copiato l’enciclica dal libro di Tremonti.
Non insisto per non infierire. Tuttavia, mi limito a far presente che il Papa, pochi giorni fa, ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, Presidente di turno del G8, chiedendogli di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. Mi sembra che il sottosegretario Scotti, anziché preoccuparsi del potenziamento di questo aiuto, non abbia resistito alla tentazione di soffermarsi sull’alibi: l’inciso «compatibilmente con le esigenze finanziarie» la dice tutta. Gli altri Paesi, come dicevo prima, non hanno mai utilizzato tale alibi, pur sperimentando gli effetti della crisi come tutti noi.
Signor sottosegretario, questo è un altro dei vari motivi per cui non posso ritenermi soddisfatto della sua risposta, ma non solo io. Non è un problema di appartenenza politica. Nell’elenco delle associazioni italiane che fanno parte dell’Education for all Fast track initiative, fa parte anche Save the Children e ActionAid, che ha una parte attiva. Vi è una campagna globale per l’educazione: queste non sono persone che cantano «bandiera rossa» in mezzo alla strada. Sono persone che dedicano tutta la loro vita ad appianare le differenze tra ricchi e poveri. Qui non è un problema di politica: quando capirete che la cooperazione internazionale non è di sinistra? Quando lo capirete? Questo è ciò che mi preoccupa di più!
In ogni caso, visto che la sua risposta non mi soddisfa – ma non per colpa sua, signor sottosegretario: lei è un «bravo cuoco», ma deve fare il menù con gli ingredienti che le hanno fornito – e visto che non mi soddisfa in generale l’atteggiamento del Governo, mi richiamo all’articolo 138 del nostro Regolamento, che al comma 2 afferma: «qualora l’interpellante non sia soddisfatto e intenda promuovere una discussione sulle spiegazioni date dal Governo, può presentare una mozione». Per questo motivo, credo che ci rivedremo presto per una mozione, se il Presidente Fini e l’Ufficio di Presidenza la calendarizzeranno. La prego di portarsi dietro il Ministro Tremonti, così magari riusciamo a fare un discorso anche con lui.

C’è posta per te

La lettera del Papa a Berlusconi, in vista del prossimo G8, mi lascia due sensazioni contrastanti. La prima è di soddisfazione, perché – non sentendo nulla da un po’ – cominciavo a temere che il grande sforzo di Giovanni Paolo II per la cancellazione del debito estero fosse rimasto lì, appeso al vuoto; mi conforta, invece, vedere che Benedetto XVI ne segue la scia, chiedendo ufficialmente ai Grandi di mantenere e potenziare l’aiuto allo sviluppo, in un momento in cui la crisi economica fornirebbe ai Paesi più industrializzati l’alibi di ferro che cercavano da tempo. La seconda sensazione, però, è quella di scoramento: il Papa fa benissimo a dire quello che dice, ma nel mio Paese ideale un governo non dovrebbe aver bisogno degli appelli pontifici per darsi una mossa; dovrebbero essergli sufficienti gli inviti dell’opposizione, che in questi quattordici mesi non sono certamente mancati. Sugli aiuti allo sviluppo, come molti di voi sanno, li stiamo martellando da tempo: io stesso chiamai l’esecutivo in Aula per un question time, ma la risposta fu ridicola. Così ridicola che, da allora, ho deciso di non votare più per il finanziamento delle missioni internazionali, indipendentemente dal merito: mi asterrò, o voterò addirittura contro, fino a quando il governo non rispetterà gli impegni presi con la comunità internazionale alla firma degli Obiettivi del millennio. Siamo indietro rispetto agli altri Paesi europei, ai partner del G8, alle nostre stesse promesse: la scusa è sempre quella della crisi, ma le altre Nazioni – pur vivendo difficoltà analoghe – hanno fatto scelte più coraggiose. Germania, Francia, Regno Unito, Usa, Giappone: dappertutto, gli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo vengono confermati ed incrementati; da noi, nel 2009, addirittura dimezzati, andando a toccare il minimo storico delle ultime tre legislature. Io non credo che la cooperazione internazionale debba essere un tema di sinistra: al contrario, come ho già detto in più occasioni, mi pare un argomento molto leghista, perché si sposa a meraviglia con l’idea di “aiutarli a casa loro”. Eppure, le statistiche degli ultimi anni parlano chiaro: nei 5 anni di Centrosinistra, dal 1996 al 2001, i fondi per la cooperazione salgono; dal 2001 al 2006, nei due governi Berlusconi, prima continuano a salire un po’ ma poi scendono di brutto; nel 2006 ritorna il Centrosinistra, con Prodi, e ricomincia la salita; nel 2008 tocca ancora al Centrodestra e gli aiuti allo sviluppo vengono praticamente cancellati. Avrei mille cose da dire, ma mi limito a due. Innanzitutto, se la crisi internazionale ha un impatto sull’Occidente, figuriamoci sui Paesi in via di sviluppo: alla fine di quest’anno, il mondo avrà 53 milioni di persone costrette a vivere in povertà assoluta e destinate a non uscirne mai più; sarà cresciuto in modo esponenziale il numero di bambini morti di denutrizione (circa 300 mila l’anno, in media, da qui al 2015); molti ragazzi in questi mesi stanno smettendo di andare a scuola, per cercare di portare a casa un pezzo di pane (in Bangladesh, per esempio, accade già in due famiglie su tre). Infine, dobbiamo smetterla di considerare la cooperazione internazionale come un capitolo di politica estera, perché i problemi di accesso alle risorse in varie parti del mondo sono destinati necessariamente a ripercuotersi anche sulla nostra stabilità interna e sulla nostra sicurezza: se non lo vogliamo fare per loro, insomma, almeno facciamolo per noi. Non ve l’ho mai raccontato, perché alle classifiche non do mai un grande valore, ma nelle settimane scorse è uscito uno studio di Action Aid sull’impegno dei parlamentari italiani nella lotta alla povertà. Ai primi tre posti, altrettanti membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato: d’altra parte, è naturale che ogni mozione o interpellanza sul tema passi di lì. Al quarto posto, che su un migliaio non è male, indovinate un po’? Ebbene sì: la medaglia di legno è mia. Aspetto l’antidoping per i primi tre e poi, magari, salgo pure sul podio.

La campagna di indignazione

Seppure spalmati in 17 anni, 13 miliardi di euro sono una bella cifra. Miliardi, ho detto miliardi. Facendo i calcoli, sono circa 765 milioni di euro all’anno: per darvi un’idea, potrei ricordare che (stando a quanto dichiarò Tremonti) la social card ne costa al governo 450. 13 miliardi di euro sono molto più di quanto il governo spenderà, in tutta la legislatura, per l’abolizione dell’Ici. Sono l’equivalente di dieci ponti sullo Stretto, visto che lo stanziamento pubblico è stimato a 1 miliardo e 300 milioni. Ma il paragone più calzante è quello dei terremotati abruzzesi, visto che anche qui si parla di una spalmatura ventennale: i miliardi destinati dal governo alla ricostruzione (dovremmo dire promessi, e prima o poi parleremo anche di questo) sono 6 e mezzo, che rispetto a 13 è esattamente la metà. Bene, anzi, male: il Centrodestra – che oltre ad avere la maggioranza nel Parlamento l’ha anche nelle singole Commissioni – ha deciso di destinare 13 miliardi di euro all’acquisto di 131 cacciabombardieri che ci faranno stare al passo coi tempi: 131 aerei d’attacco capaci di portare anche ordigni atomici, completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico e basi operative. Le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno dato il via libera, in queste settimane, al programma  pluriennale relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter JSF, che prevede anche – spiega il sito Assopace –  “la realizzazione sul suolo nazionale, a Cameri (Novara), di un centro europeo di manutenzione, revisione, riparazione e modifica dei velivoli italiani ed olandesi: costo di 605,5 milioni di euro”. Racconta ancora il sito:

Nelle scorse settimane, prima del voto delle commissioni parlamentari, alcune associazioni avevano lanciato un grido di allarme, praticamente oscurato dai mass-media e dai gravissimi eventi dell’Abruzzo. «È paradossale – hanno scritto Giulio Marcon e Massimo Paolicelli della «Campagna Sbilanciamoci» – che si possano stanziare tutti questi soldi per un sistema d’arma che in molti dei paesi coinvolti viene valutato troppo costoso e molto discutibile dal punto di vista operativo. E incoerente con delle missioni di pace. Mentre il Governo non riesce a trovare le risorse necessarie per potenziare gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, ecc.) per chi perde il posto di lavoro, le varie “caste” del nostro paese escono intoccate, o solo sfiorate, dalla crisi: banchieri, manager, grandi imprese, le forze armate, ecc. Anche nella crisi si fanno delle scelte che invece di essere guidate dal perseguimento dell’interesse generale, si fanno orientare da interessi corporativi o legati a piccoli e grandi privilegi. Qui, la “sicurezza nazionale” o la “funzionalità delle nostre Forze Armate” non c’entra niente: è solo un gioco di interessi convergenti (business dell’industria bellica nazionale, autoconservazione corporativa delle Forze Armate, difesa di uno status internazionale peraltro assai dubbio, ecc.) a spingere il Governo e il Parlamento in una direzione completamente sbagliata. Quella del riarmo e dell’irresponsabilità sociale. La scelta che il Parlamento si appresta a fare, dando parere positivo alla prosecuzione del programma di costruzione dei 131 caccia bombardieri JSF, è un fatto di assoluta gravità. Più o meno ogni aereo vale l’equivalente di 400 asili nido o se si preferisce, vista l’attualità, l’indennità di disoccupazione (quella prevista dal Governo) per 80mila precari». 

È già partita una campagna di mobilitazione – o meglio, di indignazione – con la raccolta di firme. In sostanza, si scrive a tutte le istituzioni (parlamentari compresi: la lettera è arrivata anche a me, sulla casella di posta della Camera) e per conoscenza anche ai mass media, sperando che trovino uno spazio per dare la notizia tra un servizio sul cambio di stagione ed un’inchiesta sul ritorno del viola. Poche righe, che vi invito a firmare, per far sapere che questa decisione è “inammissibile e immorale”.  Da parte nostra, torneremo alla carica anche in Parlamento, attraverso una mozione – preparata dalla nostra Federica Mogherini – che mi vede naturalmente tra i proponenti. Nel frattempo, inondiamoli di firme.

Obiezione cosciente

Chi mi segue da un po’, o magari chi ha dato un’occhiata al mio curriculum, sa che sono obiettore di coscienza. Ma è una scelta personale, che deve fare i conti con il mio ruolo pubblico di legislatore: non mi sarei mai arruolato nell’esercito, né prenderò mai il porto d’armi, ma ciò non significa che guardi con i paraocchi all’impiego delle nostre Forze armate. I soldati italiani in Afghanistan, per esempio, svolgono un ruolo importantissimo di protezione dei civili e – nonostante la missione sia partita su iniziativa della Nato e non dell’Onu, che si è aggiunta dopo – direi che l’Italia fa bene a tenerli lì. Lo stesso vale per il Libano, naturalmente. Eppure, mercoledì non ho votato a favore del rifinanziamento, né lo farò la prossima volta, perché – come vi dicevo anche ieri – c’è un problema di risorse sottratte alla cooperazione , un problema di impegni  presi in sede internazionale (e non rispettati) dal Paese che quest’anno presiede il G8. Un problema etico ed insieme politico-economico che, per la mia coscienza, viene prima di tutto. Per questo motivo, oggi ho preso un impegno con le Ong italiane: finché questo governo non porterà l’Italia nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio (0,51 per cento del Pil destinato alla cooperazione entro il 2010, 0,7 per cento entro il 2015) non voterò a favore del finanziamento delle missioni militari. A meno che non siano le stesse Organizzazioni non governative a chiedermelo. Se avete pazienza di leggere la lettera, eccola qui.

Carissimi,
lo scorso mercoledì alla Camera dei Deputati è stata votata la conversione del decreto-legge 30 dicembre 2008 n. 209 riguardante la proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali. Il provvedimento è passato con 485 voti a favore, 2 contrari e 4 astenuti, fra cui il sottoscritto. Nonostante infatti io creda nell’impegno della comunità internazionale per contribuire a risolvere alcune delicate situazioni di crisi, quello che mi ha spinto ad agire in questo modo è l’atteggiamento del Governo – dal suo insediamento fino ad oggi – nei confronti della cooperazione internazionale. La retromarcia dell’esecutivo che, a seguito delle Vostre pressioni e di quelle di molti di noi parlamentari, ha deciso di rifinanziare in parte i 110 milioni di euro tolti inizialmente ai progetti di cooperazione (45 milioni di euro stanziati per i primi 6 mesi dell’anno con l’impegno di fare altrettanto nel secondo semestre) mi sembra opportuna ma non sufficiente; nasconde una miopia di fondo sul modo di concepire e di investire sulla cooperazione internazionale come strumento elettivo di politica estera. Per questa ragione ho deciso di astenermi sul provvedimento in questione ma, più in generale, la mia intenzione è di non votare a favore di nessuna missione internazionale finché questo Governo non porterà l’Italia nei parametri stabiliti dai Millennium Goals o, quanto meno, fino al momento in cui le Ong non si dichiareranno soddisfatte delle risorse stanziate per la cooperazione.

Ribadendovi la mia amicizia e la mia stima, resto a disposizione per qualsiasi iniziativa riterrete utile per raggiungere un obiettivo difficile ma che non per questo mi rassegno a ritenere impossibile.

Un caro saluto.
Andrea Sarubbi

Not in my name

Non è facile spingere un pulsante diverso dagli altri, quando tutta l’Aula si illumina di verde e tu sei un piccolo puntino bianco sperduto lì in mezzo. Ma non è colpa mia se il decreto sulla Georgia contiene al suo interno un provvedimento sbagliato: come si può finanziare una missione militare, per quanto ragionevolmente giusta, prendendo le ultime briciole rimaste alla cooperazione internazionale? Dopo la mia battaglia sui tagli alla cooperazione, non potevo restare zitto: e così – dopo essermi confrontato con il gruppo Pd, Antonello Soro compreso – ho annunciato il mio voto secondo coscienza.

ANDREA SARUBBI. In dissenso dal gruppo del Partito democratico – e dalla quasi totalità del Parlamento, posso immaginare – annuncio il mio voto di astensione. Che è la media, nel mio caso, fra un voto favorevole ed uno contrario. Il mio voto favorevole – da europeista convinto, qual sono – sarebbe sulla natura della missione in sé: nonostante io sia un obiettore di coscienza – ai tempi in cui si pagava la scelta non militare con mesi in più di servizio – non posso che guardare con speranza ad una missione dell’Unione europea: una scelta finalmente condivisa che forse – dopo l’arrivo di Obama alla Casa Bianca – sarà la prima di tante altre. Il mio voto contrario, che bilancia quello favorevole, riguarda la copertura finanziaria della missione, che va a prendere un milione e 600 mila euro dalle poche briciole rimaste alla cooperazione internazionale. Pensiamo a come è variegata la presenza dell’Italia all’estero: militari, intelligence, cooperanti, istituti di cultura, insegnanti di lingua negli istituti “Dante Alighieri”… Possibile che per finanziare queste presenze così diverse si attinga sempre dallo stesso salvadanaio, quello dei fondi per la cooperazione, previsti dalla legge 49 del 1987? Riprendo dunque l’appello lanciato dal senatore Roberto Di Giovan Paolo, nell’altro ramo del Parlamento; che in futuro ci si ponga il problema – pubblicamente condiviso anche dal sottosegretario agli Esteri, Enzo Scotti, che era qui poco fa ma che adesso non vedo – di distinguere bene due capitoli di spesa nel bilancio dello Stato: uno per le numerose missioni italiane all’estero e un altro capitolo specifico da preservare per la cooperazione allo sviluppo, settore in cui si sono registrati quest’anno tagli del 56 per cento, e non certo per colpa del Centrosinistra. Per questi motivi, signor presidente, ribadisco il mio voto di astensione.