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Parla la Caritas

Speriamo che almeno i numeri mettano a tacere le chiacchiere: il rapporto Caritas, che in assoluto è lo studio più approfondito compiuto in Italia sul tema dell’immigrazione, spiega già dal sottotitolo (“Dati, interpretazioni e pregiudizi”) che la propaganda è cosa diversa dalla realtà. La relazione tra immigrazione e criminalità, infatti, non esiste; ne esiste invece una tra criminalità e presenza irregolare nel territorio italiano: non perché i clandestini (parola che detesto) siano antropologicamente più portati a delinquere, ma perché la precarietà li rende più esposti al rischio. Prima di andare avanti, sento l’obbligo di precisare che garantire la sicurezza dei cittadini è fra gli obblighi principali di uno Stato: sembra una banalità ripeterlo, ma noi del Centrosinistra, in particolare da Firenze in giù, facciamo storicamente fatica ad ammettere  (ricordate la mia teoria della zanzara?), mentre Pdl e soprattutto Lega ne hanno fatto il loro baluardo. Alle dichiarazioni di principio non sono poi seguiti i fatti  – stamattina 30 mila poliziotti hanno marciato in corteo contro il governo di Centrodestra, che è un po’ come se le suore manifestassero contro l’Udc – ma nel Paese se ne sono accorti in pochi: il problema, per l’opinione pubblica, non sono i tagli alle forze dell’ordine, ma gli immigrati. La Cei ci va giù durissima, come poche altre volte dall’inizio della legislatura: il pacchetto sicurezza, dice una nota ufficiale dei vescovi italiani, “ha rafforzato il malinteso che sia fondato equiparare gli immigrati ai delinquenti”, mentre occorre “considerare gli immigrati come nuovi cittadini portandoli ad essere soggetti attivi e partecipi nella società che li ha accolti”. Passando naturalmente per la cittadinanza (i vescovi hanno richiamato espressamente “una recente proposta di legge”: vi ricorda qualcosa?), che è stata il centro dell’intervento di Gianfranco Fini, invitato dalla Caritas a commentare il rapporto. Ho sentito tutti gli interventi di Fini sul tema e potrei farne l’esegesi: mi rendo conto, dunque, quando c’è una sfumatura particolare, quando fra le righe si nasconde un messaggio diverso dal solito. Il messaggio che ho colto oggi è questo: sarà difficile che la Lega ceda sugli adulti, ed è altrettanto improbabile che il Pdl si prenda il rischio di forzare la mano fino al punto di rottura, per dar retta – tra l’altro – ad una proposta di legge bipartisan su un tema delicatissimo. D’altra parte, però, ci sono le condizioni per un compromesso sui minori, aprendo la strada al nostro ius soli temperato. Bisognerà vedere come temperarlo: l’ipotesi del completamento di un ciclo scolastico è già prevista nella Sarubbi-Granata per i bambini che arrivano qui da piccoli, mentre chi nasce in Italia può anche diventare cittadino subito se i suoi genitori vi soggiornano legalmente da almeno 5 anni. La soluzione, insomma, non è lontanissima: il fatto che esca allo scoperto Fini (reduce, lo ricordo, da incontri con Berlusconi e Bossi) mi fa sperare che, prima o dopo le Regionali, possa sbloccarsi qualcosa.

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Di fame e di sete

A Novara c’è un pericoloso eversivo: porta il clergyman, si chiama don Dino Campiotti e dirige la Caritas diocesana. Per aiutare nelle spese alimentari le fasce più povere della popolazione, ha lanciato il progetto “carovita” con i fondi dell’8 per mille e con l’aiuto della Provincia, amministrata dal Pd: cattocomunismo puro, se non fosse per la partecipazione di una fondazione bancaria. Ma non è per questo che il sindaco si è arrabbiato: il primo cittadino, il leghista Massimo Giordano, non ha potuto fare a meno di notare che tra i più poveri ci sono parecchi stranieri, e così ha accusato pubblicamente la Caritas di “aiutare i clandestini”. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare…”, ha risposto il povero don Dino, spiegando che si sta parlando di beni di prima necessità e che, comunque, nel versetto evangelico non c’è nessun riferimento al permesso di soggiorno. In un Paese normale, la polemica non sarebbe mai nata. In uno appena più civile del nostro, si sarebbe già conclusa. In Italia, invece, ha superato i confini locali ed ha coinvolto anche due parlamentari di Centrodestra: il deputato del Pdl Gaetano Nastri ed addirittura il capogruppo della Lega alla Camera, Roberto Cota, che in nome del buonsenso ha proposto alla Caritas di lasciar perdere gli immigrati irregolari per concentrarsi sui neodisoccupati novaresi. A quel punto sono intervenuti gli altri sacerdoti della diocesi, per difendere l’operato di don Dino: la politica – hanno detto – non può dare lezioni alla Caritas, visto che non è in grado di dare risposte concrete al fenomeno dell’immigrazione, e tantomeno può farlo il sindaco di Novara, visto che destina solo il 3 per cento del bilancio alle attività sociali, pur sostenendo di destinarne il 20. Il mio amico Francesco, che mi ha passato la notizia, commenta così: “La maschera è caduta. Qui non si tratta più di choc culturale, opportunità dell’accoglienza, dell’integrazione, etc… Qui si vanno a toccare i diritti fondamentali: mangiare, bere, riscaldarsi in inverno. E non è la prima volta: anni fa sentii un esponente leghista, in televisione, dire che sarebbe ora che qualche magistrato desse un’occhiata ai conti della Caritas”. Mi ritorna in mente la guerra di religione intorno al letto di Eluana Englaro, con Lega e Pdl iscritti in massa al partito della vita: in Italia, urlavano soltanto un mese fa, nessuno morirà mai di fame e di sete. Appunto.

Il record di Sacconi

A memoria d’uomo, o almeno a memoria mia, non mi viene in mente nessun altro episodio del genere. Almeno in Italia, perché probabilmente in America latina qualche precedente esisterà. Ma in Italia no, nessun ministro era mai riuscito nell’impresa di farsi fischiare dalla Caritas: è un record personale di Maurizio Sacconi, dunque, e del governo Berlusconi III. L’impresa gli è riuscita questa settimana, alla presentazione del rapporto annuale sull’immigrazione: una delle fonti più attendibili per chi si occupa del tema, vista la presenza capillare della Chiesa cattolica accanto agli immigrati di ogni religione e provenienza. Le cifre parlano chiaro: gli immigrati vengono in Italia non per delinquere, ma per lavorare (il loro tasso di attività è del 73%, 12 punti sopra quello degli italiani); concorrono al 9% del nostro Pil, pur non rappresentando il 9% della popolazione; pagano 3 miliardi e 749 milioni di euro di tasse; reggono in piedi il nostro sistema previdenziale, che senza di loro collasserebbe nel giro di qualche anno. La richiesta della Caritas, dunque, era di fare un passo avanti, passando dal pacchetto sicurezza al pacchetto integrazione: tanto per fare un esempio, corsi di italiano per stranieri finanziati con fondi pubblici. Ma il governo da questo orecchio non sente: i 100 milioni di euro del 2008 (erano 50 nel 2007) sono diventati 5; in Spagna sono 300, in Germania 700. Il governo non ci sente, dicevo, perché sull’immigrazione non ragiona come un governo, ma come la signora del mercato: Sacconi – che non gestisce una bancarella al mercato dell’Alberone ma uno dei più importanti dicasteri di questo esecutivo – ha citato esempi di convivenza quotidiana difficile, “come quando in una camera di ospedale il vicino di letto straniero è visitato da un multiplo di persone rispetto alla media, o quando in un appartamento per sei persone vivono in venti che stanno in movimento 24 ore su 24, o ancora se si realizzano riti che non appartengono alla nostra tradizione” (e non credo che ce l’avesse con gli immigrati nordamericani per Halloween). Finita la pars destruens, però, il ministro del Welfare ha finalmente aperto il libro dei progetti: la lotta all’immigrazione irregolare, la repressione della clandestinità, il contrasto agli ingressi non autorizzati, l’espulsione di chi non è in regola con il permesso di soggiorno, il giro di vite sui sans papier. Poi, quando ha finito i sinonimi, lo ha richiuso.