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La battaglia del garante

La prima avvisaglia si era avuta ieri sera, quando all’ultimo voto li avevamo mandati sotto: 250 a 249, nonostante la presenza di una ventina tra ministri e sottosegretari. Dall’inizio della legislatura li avevamo battuti altre 25 volte, ma non sempre su temi importanti; stavolta, invece, si trattava di un voto cruciale per il senso del provvedimento, che infatti ne è uscito ribaltato. Parlavamo della legge sull’istituzione di un garante per l’infanzia, che il ministro Carfagna vorrebbe vedere approvata il prima possibile per poter fare bella figura nella Conferenza nazionale in programma a novembre. Pare che abbiano già deciso chi sarà il garante (una donna piuttosto nota al pubblico televisivo) e che abbiano già concordato lo stipendio (200 mila euro l’anno): mancava solo che il Parlamento approvasse la leggina stabilita, dalla quale il garante sarebbe uscito come una figura totalmente dipendente dal governo, senza una propria autonomia, in contrasto con tutte le norme internazionali in materia. Con l’emendamento di ieri sera, invece, è cambiata la prospettiva: la sua approvazione dà al garante poteri effettivi, tra cui quelli sanzionatori, e lo slega dal cappio che il ministero per le Pari opportunità gli aveva stretto al collo. Erano le 20 circa, per cui la maggioranza – in stato confusionale – ha chiesto ed ottenuto la sospensione della seduta: un po’ perché, a questo punto, l’intero provvedimento andava comunque ripensato, e molto perché, con una novantina di assenti, temevano di essere battuti pure sul resto. Stamattina ci siamo ritrovati al voto, subito dopo l’informativa di Bertolaso sull’alluvione di Messina, e sembrava che il vento fosse cambiato: sui primi emendamenti, infatti, viaggiavano con una decina di voti di vantaggio e respingevano tutto, anche a scapito della coerenza della legge. Tanto è vero che, ad un certo punto, Alessandra Mussolini è intervenuta per chiedere alla sua parte politica un minimo di attenzione ai contenuti di quello che si votava: dopo l’emendamento di ieri sera, infatti, alcuni pareri andavano ripensati. A fine mattinata, un’altra nostra vittoria, per 7 voti: stavolta su una cosa banale (il rinvio al pomeriggio dell’esame del provvedimento), ma abbastanza importante per far tornare il testo nelle Commissioni competenti. Alla ripresa dei lavori, la Bilancio aveva cambiato atteggiamento: non più parere contrario a priori a tutti i nostri emendamenti, ma (come aveva giustamente chiesto la Mussolini) via libera a quelli resi indispensabili dall’ampliamento delle funzioni del garante. Cosa ancora più importante, la maggioranza si era resa ormai conto di non avere i numeri in Aula ed ha preferito non rischiare: anziché ingaggiare una lotta all’arma bianca su ogni singolo emendamento, lasciandoci la possibilità di farne passare parecchi, hanno ritenuto più saggio rimandare il testo in Affari Costituzionali e tentare lì di aggiustarlo alla meno peggio, per poi riportarlo in Aula la settimana prossima. Ora, le ipotesi sono due. La prima è che il Centrodestra venga compatto in Aula la settimana prossima, ci bocci tutte le nostre richieste, corregga l’emendamento di ieri sera in Senato e poi lo riporti qui; la seconda è che prevalga la linea morbida, e non lo escludo, dettata sia dalla voglia di finire tutto entro la Conferenza dei garanti, sia dalla paura di rimediare un’altra figuraccia.

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Vietato ai minori


Articolo 45 del ddl sicurezza, comma 1, lettera f: per il rilascio di atti dello stato civile e per l’accesso ai servizi pubblici, gli stranieri devono presentare il permesso di soggiorno. Ufficialmente, è una norma che serve a bloccare le licenze commerciali a chi non è in regola (ma non mi pare che gli ambulanti sul ponte di Castel Sant’Angelo si preoccupino di chiederle); in pratica, ha una serie di conseguenze terribili, come l’impossibilità di registrare un neonato per una donna (odio l’aggettivo, ma ho finito i sinonimi) clandestina. “Il rischio – parole della Comunità di Sant’Egidio, in un dossier presentato alle Commissioni – è che molte donne non andranno più in ospedale a partorire, molti bambini non verranno registrati allo stato civile ed aumenteranno gli abbandoni dei neonati nei cassonetti; è una regressione di secoli, mentre in Africa molte organizzazioni sono da tempo impegnate nelle campagne di iscrizione anagrafica dei bambini”. Cosa accade in un Paese normale? Che la maggioranza – avvertita dell’errore clamoroso che sta per compiere – ringrazia l’opposizione di avere impedito un guaio e ritira la norma. Da noi, però, non è così: per paura che il Pd vada sui giornali a gridare vittoria, a vantarsi di avere impedito una barbarie, il Centrodestra difende l’indifendibile (trincerandosi dietro l’articolo 19 del Testo unico sull’immigrazione, che in realtà dà alla donna solo un salvacondotto di 6 mesi, ma poi la espelle con il bambino) e lascia tutto così. Save the children, onlus impegnata da anni nella difesa dei minori, parla di aperta violazione dei diritti dell’infanzia, ma nel suo dossier sul ddl sicurezza esprime preoccupazione anche su altri aspetti. Come l’articolo 13, che affronta il problema dell’accattonaggio dei minori inasprendo le pene per i genitori, ma senza prevedere nessun coinvolgimento dei servizi sociali. O come il solito articolo 45, che al comma 1, lettera s impedisce il rilascio del permesso di soggiorno ai minori che siano entrati in Italia dopo il compimento dei 15 anni: “Questi ragazzi, anche se destinatari di provvedimenti di tutela o di affidamento, regolarmente accolti in comunità alloggio, iscritti a scuola o titolari di un contratto di lavoro, verrebbero espulsi o resterebbero in Italia irregolarmente al compimento dei 18 anni”. E vogliamo dimenticare i rilievi di Acli, Caritas, Sant’Egidio, Fondazione  Centro Astalli, Papa Giovanni XXIII e Migrantes? “La rigidità dei presupposti previsti favorirà il ritorno in clandestinità dei grandi minori e li renderà così più facile preda delle organizzazioni criminali”. Per una maggioranza cattolicissima, direi che non c’è male.