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L’errore del Papa

Voglio spiegarvi come la penso sulla storia dei preservativi, così mi tolgo il dente e vi tolgo la curiosità: il Papa non ha detto niente di nuovo, ma l’ha detto male, come troppo spesso sta accadendo. Per quel poco o tanto che so di comunicazione, di Benedetto XVI mi stupisce sempre lo stesso errore: ogni volta – la prima all’università di Ratisbona, l’ultima sull’aereo per l’Africa – parla senza filtro, come se non si preoccupasse di chi è il suo interlocutore, e dando per scontata l’interpretazione benevola delle sue parole. Come se parlasse solo ai tifosi, insomma. Così, quando dice a braccio che l’Aids non si combatte con i preservativi ma con la castità, sembra volare tanto alto da non toccare terra. Come se la terra – così hanno riportato i giornali, così devono aver pensato i governi europei che hanno protestato contro le parole del Pontefice – non gli interessasse abbastanza. Chi è cattolico e chi vede nello stesso catechismo non un elenco di regole, ma una road map per la libertà – i tifosi del Papa, appunto – capisce esattamente cosa Joseph Ratzinger voglia dire. Gli altri no, ed è ora che Benedetto XVI si ponga il problema: che si ricordi – anche se non gli piace – il suo ruolo “politico”, e ci metto le virgolette perché non trovo un aggettivo migliore. Potrei dire forse “immanente”, contrapposto a “trascendente”, ma per non inciampare in castronerie teologiche mi tengo “politico” e così sia. Del resto, non è forse “politico” l’attacco – contenuto nel documento preparatorio per il Sinodo dei vescovi africani – alle multinazionali che “continuano ad invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali”, che “schiacciano le compagnie locali… con la complicità dei dirigenti africani”, che “recano danno all’ambiente e deturpano il creato”? E non è “politica” la condanna alle campagne di semina degli ogm, che finiscono per “rovinare i piccoli coltivatori” indotti a “sopprimere le loro semine tradizionali”? E la perdita dell’identità africana, del senso della famiglia, della saggezza ereditata dagli antenati, di fronte alla colonizzazione culturale dell’Occidente opulento? E la mano tesa all’Islam, definito “una religione genuina che rifiuta tutte le forme di violenza e totalitarismo”? E l’appello contro l’abbandono e lo sfruttamento dei bambini, o le parole sul disagio dei giovani nelle periferie delle grandi città? Anche questa, a mio parere, è “politica”: una politica tra l’altro necessaria, perché se il Papa si limitasse a dire “vogliatevi bene” e non ci aiutasse a calare il Vangelo nella storia non ci sarebbe neppure bisogno di lui. Invece, la sua voce è importante e lo stesso messaggio lanciato nel viaggio in Africa merita grande ascolto: veder ridotto il tutto ad una crociata di principio contro i preservativi, onestamente, è un po’ frustrante. E proprio per questo spero che Benedetto XVI, d’ora in poi, si ricordi più spesso della platea che ha di fronte.