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La cena è servita

Tempo fa, prima ancora dei cambiamenti nei vertici Rai, denunciavo quello che secondo me è il principale difetto dell’informazione italiana: l’incapacità, nella stragrande maggioranza dei casi, di far sentire entrambe le campane. Ne viene fuori – scrivevo, e chiedo perdono per l’autocitazione – un’informazione à la carte, in cui ognuno sceglie in anticipo cosa vuole sentirsi dire ed in base a questo schiaccia il bottone del telecomando. Ribadito che, da ex giornalista, la cosa mi piace ben poco, sia quando si beatifica il premier che quando lo si critica a priori, non posso tacere di fronte alla scelta della Rai di far saltare la prima puntata di Ballarò – ormai pronta e dedicata in buona parte alla ricostruzione in Abruzzo – per uno speciale di Porta a porta sulla consegna delle prime villette ai terremotati. In questo caso, se posso continuare la mia metafora, è stata direttamente la Rai a decidere il menù: domani sera si mangia propaganda, stop. Non che Giovanni Floris sia un anarchico bombarolo, ma probabilmente qualche domanda scomoda l’avrebbe fatta. Avrebbe ricordato – come ha fatto oggi la presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane – che le 200 villette pronte per la consegna non sono quelle del Progetto case, ma quelle realizzate dalla Provincia di Trento (governata, guarda un po’, dal Centrosinistra). Avrebbe parlato delle 30 mila persone parcheggiate sulla costa adriatica e delle 16 mila ancora in tenda. Avrebbe chiesto come mai le case che verranno consegnate ad Onna non siano le palazzine dove sono state messe le bandierine, ed avrebbe cercato di capire come mai gli abitanti di quel paese ormai distrutto abbiano costituito delle onlus per difendere i propri diritti. Ho grandissimo rispetto per Bruno Vespa, fin da quando facevo indegnamente il suo mestiere: ne ho sempre apprezzato l’enorme cultura, le grandi doti di divulgatore, l’abilità di condurre una trasmissione televisiva senza un copione in mano, la capacità di cambiare registro a seconda delle circostanze. Ma temo, purtroppo, che non sentiremo mai domande scomode in una liturgia come quella di domani sera, dove tutto è stato concepito per non disturbare il conducente. E ripenso ai contratti di Annozero (anche se la polemica sulle troupe di Euroscena mi pare una fesseria), alla mancata copertura legale di Report, alle nubi che ancora oggi avvolgono Che tempo che fa. Non vorrei dovermi preoccupare pure per A sua immagine, vista la fine che ha fatto il direttore di Avvenire.

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Yes, we camp

Prima di passare al voto sul decreto anticrisi, previsto per domani, abbiamo impiegato la giornata di oggi a votare gli ordini del giorno, che anche in questo caso – come ogni volta in cui la questione di fiducia blocca ogni possibilità di emendare il testo – sono uno dei pochi momenti per far sentire la nostra voce. Io ne ho firmati diversi, tutti relativi alle materie della mia Commissione, ed in particolare mi sono occupato di uno: di quello, cioè, che chiedeva la sospensione dei tagli alla scuola nelle zone terremotate. In un Paese normale, la maggioranza ci avrebbe pensato da sola; da noi, naturalmente, non è andata così.

ANDREA SARUBBIGrazie, presidente. Ho chiesto di parlare io per dichiarazione di voto, ma in realtà sarebbe molto più interessante che parlasse il governo, per spiegarci il perché del suo parere così incerto: il viceministro Vegas, infatti, sarebbe disponibile ad accettare questo ordine del giorno solo come raccomandazione. Il dispositivo, lo ricordo all’Aula, impegna il governo a “valutare l’opportunità di intraprendere gli sforzi necessari a garantire la ripresa immediata delle attività didattiche e delle attività dell’amministrazione scolastica” nelle zone terremotate. Chiediamo, insomma, che si prenda un impegno serio per mandare i ragazzi aquilani a scuola, visto che manca un mese e mezzo all’inizio dell’anno.
Voglio fare un passo indietro e tornare al decreto Abruzzo, di qualche settimana fa. Ne parlammo a lungo, in Commissione Cultura, e lo scorso 20 maggio ci fu una nostra missione nelle zone terremotate – una missione bipartisan – in cui ci si rese conto della gravità della situazione anche nei settori di nostra competenza: i beni culturali, naturalmente, e la scuola. Arrivò il momento del parere sul decreto Abruzzo, e decidemmo – tutti d’accordo – di condizionare il nostro parere favorevole ad alcune garanzie: volevamo, in sostanza, che il governo facesse uno sforzo supplementare per garantire un regolare inizio dell’anno scolastico 2009-2010: “nelle zone colpite dagli eventi sismici – cito il resoconto dell’intervento della presidente Valentina Aprea, non quello di un esponente dell’opposizione! – sia prevista l’immissione in ruolo di personale docente e personale amministrativo tecnico ausiliare nella disponibilità del turn over; la conferma dell’incarico per il personale con contratto a tempo determinato”. Può darsi che il viceministro Vegas non sappia nulla di tutto ciò, perché la Commissione Ambiente decise di conferire mandato al relatore prima che il nostro parere arrivasse (e ce la prendemmo molto, come i miei colleghi di Pdl e Lega ricorderanno!); ma un rappresentante del Governo era presente al dibattito in Commissione Cultura: il sottosegretario Pizza, che ci diede ragione. Cito testualmente il resoconto di giovedì 11 giugno: “Il sottosegretario Giuseppe Pizza fa presente che le comunicazioni del presidente Aprea sono condivise dal Governo”. Cosa vuol dire in italiano? Vuol dire: “Avete ragione, è giusto che per far riprendere l’anno scolastico nelle zone terremotate immettiamo in ruolo del personale e confermiamo almeno per un altro anno i precari”.
Due giorni dopo, in Aula, traducemmo il parere in un ordine del giorno a prima firma Aprea. Oltre alla presidente della Commissione Cultura, firmarono Lolli, Granata, Ghizzoni, Goisis, Ciocchetti, Zazzera, Latteri, Frassinetti, Coscia, Mazzarella e Nicolais, per chiedere tutti insieme (Pdl, Pd, Lega, Udc e Italia dei valori) al Governo “risorse aggiuntive da destinare al settore scolastico per le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto”. Il Governo lo accettò con la riformulazione consueta: “valutare l’opportunità di”. Stavolta la riformulazione ce l’abbiamo messa addirittura noi, signor viceministro, per risparmiarvi la fatica! Ora, è vero che un ordine del giorno non si nega a nessuno, ma siccome stiamo giocando sulla pelle dei terremotati vorrei ricordare che qui non è una questione di galateo istituzionale, ma di fatti. E per questo, oggi, torniamo educatamente alla carica, con un ordine del giorno a base di fosforo, nel caso in cui il Governo abbia perso la memoria.
Il dispositivo – che ho citato poco fa, in apertura del mio intervento – chiede in sostanza al Governo di valutare l’opportunità di sospendere, nelle zone terremotate, i tagli alla scuola previsti dal decreto 112 dello scorso anno: di non ridurre, insomma, nelle province colpite dal terremoto, l’organico del personale docente e di quello amministrativo tecnico ausiliare. Siamo di fronte ad un’emergenza e stiamo parlando di costi non esorbitanti, perché si tratta di poche centinaia di persone; al contrario, sarebbe un provvedimento importante dal punto di vista pratico, economico e simbolico. Dal punto di vista pratico, mi pare evidente che la ripresa della scuola all’Aquila e dintorni abbia bisogno quest’anno di più personale rispetto all’anno scorso, non di meno personale! E già questo basterebbe, da solo, a spiegare le ragioni della nostra richiesta. Inoltre, non trascurerei l’aspetto economico: anche qui dico una banalità, e cioè che per riavviare l’economia in Abruzzo c’è bisogno di più lavoro, non di meno lavoro. Ed in un momento in cui le attività imprenditoriali faticano, in un momento in cui avete addirittura interrotto la sospensione dei pagamenti delle tasse e della previdenza, aggiungere a tutto ciò la perdita del posto di lavoro per chi finora poteva contare su un’occupazione nella scuola rischia di trascinare centinaia di famiglie al di qua della terza settimana. Chiudo con il valore simbolico di questo ordine del giorno: nella missione all’Aquila dello scorso 20 maggio, a cui accennavo prima, diversi deputati della Commissione Cultura versarono lacrime di dolore e commozione, promettendo ai terremotati un impegno concreto per risolvere il problema della scuola.
È vero che nelle zone del sisma c’è ancora bisogno di tutto, ma ci sono parecchie persone in grado di usare internet, dunque di leggere anche i resoconti della Camera: se il parere del Governo rimarrà quello già espresso – e cioè se rimarrà soltanto il sì alla raccomandazione – in tanti capiranno finalmente che questa maggioranza sarà pure capace di belle parole ma poi, di fronte agli impegni seri, cerca sempre un modo per svicolare, sperando che non se ne accorga nessuno. Ma noi, siccome vogliamo che qualcuno se ne accorga, chiediamo che l’ordine del giorno sulla ripresa dell’attività scolastica nelle zone terremotate sia messo ai voti. 

Potevo dunque accontentarmi di una raccomandazione, come alcuni miei colleghi mi consigliavano, ma ho preferito mettere la maggioranza di fronte alle proprie responsabilità. E loro, dopo essersi messi il paraorecchi, mi hanno punito: 224 no, 212 sì, la Camera respinge. Se le raccomandazioni contassero qualcosa, stanotte farei fatica ad addormentarmi.

La vittoria dei ladroni

Per chi si era addormentato con lo slogan tremontiano dei 40 ladroni da catturare, il risveglio è stato brusco: il ministro dell’Economia, che fino a ieri dichiarava guerra totale agli esportatori di capitali, oggi si accontenta – parole sue – di “chiudere la caverna da Ali Babà”. Che poi significa, in altre parole, di far rientrare in Italia i capitali scappati all’estero in cambio del quasi nulla: lo scudo fiscale che voteremo questa settimana – a proposito: pare che non si siano ancora messi d’accordo sugli emendamenti, quindi il voto di fiducia slitterebbe addirittura a giovedì, con il Parlamento fermo ad aspettare – prevede un’aliquota ridicola,al 5%, e la garanzia per gli evasori che questa sanatoria resterà assolutamente anonima, nel senso che non potrà mai fare testo nei controlli fiscali. Se mi dichiaro nullatenente da 10 anni,e magari non compilo neanche la dichiarazione dei redditi, ma ho 10 milioni di euro nascosti alle Cayman, d’ora in poi non corro più rischi: mi basta far rientrare la somma fra il prossimo 15 ottobre ed il 15 aprile 2010, pagare i 500 mila euro di sanatoria allo Stato e non dovrò più temere accertamenti, perché il nuovo decreto dice che la regolarizzazione “non potrà mai essere usata come prova di colpevolezza”. Nella versione precedente (almeno fino a mercoledì scorso) c’era addirittura il colpo di spugna sul falso in bilancio, sul riciclaggio, sulla ricettazione e sulla bancarotta fraudolenta; ora, invece, ci si limita a sanare l’evasione tout court, e comunque non è poco. In questi casi si confrontano sempre due esigenze: quella etica e quella pratica. Quella pratica, adottata dal governo, dice che ormai quei soldi sarebbero persi e quindi vale la pena farli rientrare, come del resto accade in altri Paesi occidentali, di norma dopo le elezioni: nessuno, infatti, avrebbe il coraggio di annunciare una misura del genere in campagna elettorale, perché verrebbe spernacchiato da tutti quei contribuenti che raschiano il fondo dei propri conti in banca per pagare le tasse. L’esigenza etica, su cui stiamo insistendo noi, ribadisce invece che non è lecito farla franca dopo avere imbrogliato tutti, in cambio di una piccola tangente allo Stato: in questo modo, si ammazza definitivamente la cultura della legalità e si comunica agli italiani onesti che, in realtà, sono dei fessi, perché prima o poi un condono arriva sempre. Come vi dicevo, il governo non avrebbe mai avuto il coraggio di presentare una misura del genere in campagna elettorale, perché sapeva che gli sarebbe costata in termini di popolarità; così hanno aspettato un periodo dell’anno piuttosto anonimo, in cui mezza Italia è già in vacanza, ed hanno addirittura cercato di indorare la pillola facendo leva sui buoni sentimenti, ma l’Unione europea glielo ha proibito. Che cosa muove il cuore degli italiani in questo momento, più di ogni altra cosa? Il terremoto. E allora, via al sondaggio, che ha dato queste risposte: lo scudo fiscale non piace, lo scudo fiscale con una parte dedicata all’Abruzzo piace. A quel punto, Tremonti ha proposto due aliquote: una più alta per gli evasori classici, una più bassa per gli evasori buoni che accetteranno di investire i propri soldi in fondi per la ricostruzione delle zone terremotate. Non si possono fare due aliquote, ha risposto l’Ue, ed il progetto è fallito. Ma c’è di peggio: anziché aiutare l’Abruzzo, come il governo voleva far credere, questo provvedimento ottiene addirittura l’effetto opposto, interrompendo la sospensione dei pagamenti degli oneri sociali e previdenziali nelle zone colpite dal sisma. I terremotati dell’Umbria, tanto per fare un esempio, stanno cominciando solo oggi la restituzione di quegli oneri, rateizzata tra l’altro in 120 rate; per l’Abruzzo, invece, si chiede il pagamento subito ed in sole 24 rate, a partire da dicembre. Considerando che l’economia abruzzese in questo momento è a terra e che le attività faticano a riprendere, gli artigiani e gli imprenditori aquilani avranno seri problemi a pagare le tasse. Quelli delle Cayman, intanto, ringraziano.

Le crepe nascoste

Nell’overdose di immagini e di interviste che stanno arrivando dal G8, c’è un video che difficilmente vedrete in tv. Lo ha girato Action aid, una ong impegnata nella lotta alla povertà, partendo dalla domanda più banale: l’Italia, che in sede internazionale non ha mai i soldi per rispettare gli impegni già firmati, ha risparmiato davvero nello spostamento del vertice all’Aquila? E quali vantaggi – oltre a quello innegabile di immagine per il governo stesso – ne deriveranno per i terremotati? E quanto effettivamente si è speso? Non voglio raccontarvi tutto in anticipo (qui sopra trovate la versione integrale del video, che vi consiglio; su questo link, invece, la versione breve), ma c’è un’intervista al sindaco della Maddalena, Angelo Comiti, che fa riflettere. Così come fa riflettere l’immagine del terremotato che dorme nella cuccetta del treno, soprattutto confrontandola con le immagini sfavillanti del vertice in corso: “stridono l’agio, i doni e le cene riservate ai leader – nota anche Avvenire, stamattina – quando a pochi passi migliaia di persone sono sfollate nelle tendopoli”. Il messaggio che Berlusconi cerca di far passare in questi giorni – ripetutomi pure da alcuni colleghi del Pdl, con gli occhi spalancati – è che il governo abbia fatto un miracolo. Ed è questa la vulgata che si sta affermando: dopo l’invito del presidente Napolitano ad abbassare i toni nei giorni del vertice, poi, figuriamoci se noi ci mettiamo a fare polemiche proprio ora. Ma Action aid, che non è legata a nessun partito politico, ci offre con questo video parecchi spunti di riflessione sulla totale mancanza di trasparenza nell’organizzazione del G8: tanto in Sardegna come in Abruzzo. Per quanto riguarda la Maddalena, il progetto in sé era ottimo, ma il suo affidamento alla Protezione civile (tanto per cambiare) ha significato l’adozione di procedure straordinarie e discrezionali, fra le quali l’apertura di una contabilità speciale che ha fatto perdere il conto dei fondi stanziati. 327 milioni di euro sono stati assegnati senza una gara pubblica: tanto per fare un esempio, la Mita resort di Emma Marcegaglia si è aggiudicata tutta l’area dell’ex arsenale senza sfidanti. Inoltre, si è attinto come sempre dal bancomat dei Fas, i Fondi europei per le aree sottoutilizzate, come se fosse un pozzo senza fondo: lo testimoniano i 60 milioni di euro spesi per la Residenza Carlo Felice, che non si capisce ancora a cosa verrà destinata. Arriva il terremoto e Berlusconi cambia la sede del G8. Ma non cambiano, purtroppo, le procedure: ancora una volta l’organizzazione del vertice finisce nelle mani della Protezione civile, ancora una volta si perde il conto dei soldi e la trasparenza sugli appalti. Il vertice è ormai al terzo giorno, ma l’Italia non sa quanto siano costati l’allargamento dell’aeroporto, la nuova strada, la ristrutturazione della caserma di Coppito; quanto agli appalti, la chiarezza latita anche qui: lo testimonia la gara informale (e sottolineo informale) con cui la Protezione civile ha assegnato quello per le piastre antisismiche, costato oltre 100 milioni di euro. Action aid non dice che Berlusconi si sia messo i soldi in tasca, e neppure lo dubita. Dice soltanto, tra le righe ma non troppo di questo video, che un Paese chiamato a presiedere il vertice dei Grandi abbia innanzitutto il dovere della trasparenza. Altrimenti, quando ci sentiremo rispondere – come è accaduto proprio ieri a me, in Aula – che mancano i soldi per rispettare gli impegni presi in sede internazionale nella lotta alla povertà, non crederemo più a nessuno.

Nessuna garanzia

Braccialetto verde al polso, in segno di solidarietà con la società civile iraniana, ci siamo ritrovati oggi in Aula per la votazione finale sul decreto Abruzzo: un decreto approvato con i soli numeri della maggioranza (261 sì, 226 no e 9 astenuti), nonostante la disponibilità totale al dialogo manifestata da noi, dall’Udc e dall’Italia dei valori. È chiaro che, di fronte ad una tragedia del genere, avremmo preferito un voto unanime su un provvedimento condiviso, ma purtroppo il governo ha chiesto di blindare il testo uscito dal Senato e quindi alla Camera non ci hanno fatto toccare palla: così, messi davanti a decisioni che non ci convincevano per niente, abbiamo votato contro, anche se – per dirla con Pierluigi Mantini, dell’Udc – “con un certo disagio politico ed umano”. Siamo tutti d’accordo sul “lavoro straordinario” – come ha ricordato Di Stanislao, dell’Idv – “svolto nella prima fase dell’emergenza”, ma questo decreto non dà nessuna garanzia sulla ricostruzione. Nessuna garanzia, davvero, perché eravamo partiti con le tre promesse berlusconiane (ospitare gli sfollati nelle sue ville, mandare i terremotati in crociera e ricostruire le case a settembre) e ci ritroviamo invece in una situazione paradossale: chi ha visto crollare sia la sua casa che il suo studio, per dire, deve scegliere tra l’indennizzo per l’una o per l’altro. So che dal Centrodestra veniamo accusati – lo ha fatto oggi pomeriggio in Aula la Lega – di “aride polemiche e strumentalizzazioni”, ed è il concetto che alla fine rischia di passare anche tra i cittadini lontani dalla politica. Proprio per questo, vi invito a leggere e diffondere l’intervento, a nome del Pd, del mio collega aquilano Giovanni Lolli, che dal terremoto è stato colpito in prima persona.

GIOVANNI LOLLI. Signor Presidente, a nome dei miei concittadini mi permetta prima di tutto di esprimere un senso di profonda riconoscenza per quanto il popolo italiano ha manifestato nei nostri confronti in termini di solidarietà. Permettetemi di ringraziare in particolare la Protezione civile: quello che ha fatto la Protezione civile a L’Aquila deve riempire tutti gli italiani di un orgoglio veramente sentito (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Permettetemi di ringraziare il sottosegretario Guido Bertolaso: capita di avere opinioni diverse, ma niente può offuscare la riconoscenza per quanto lei e i suoi collaboratori hanno fatto in quella terra in questi giorni.
Da questi ringraziamenti, caro Presidente, vorrei però trarre una considerazione politica sul ruolo dello Stato: a L’Aquila lo Stato è stato presente. È stato presente con la Protezione civile, è stato presente anche con le numerose visite che tanti esponenti lì hanno fatto; anche con le numerose visite fatte dal Presidente del Consiglio. Vi è stato chi ha ironizzato su queste visite, definendole passerelle: io non l’ho mai fatto. Ho riconosciuto che Berlusconi ha fatto bene a venire, e ho riconosciuto che lì egli ha pronunciato parole impegnative e si è assunto impegni importanti.
Tuttavia, cari colleghi, le parole sono importanti, ma lo Stato, il Governo, il Parlamento si esprimono con atti amministrativi, parlano con le leggi; e tra quelle parole, quegli impegni che lì sono stati pronunciati e la legge in esame purtroppo vi è una grande distanza. E ciò sta determinando un cambiamento di clima in quella città: incomincia a circolare una sfiducia, perfino il senso di un tradimento. Dico queste cose – credetemi – con rammarico: niente è più lontano da noi, niente è più lontano da me, di fronte a questa tragedia, che peraltro ha colpito anche la mia famiglia, quanto l’idea di mettersi a fare miseri calcoli di convenienza politica; e credo dobbiate dare atto all’opposizione che in tutta questa vicenda, fin dall’inizio, essa si è mossa senza pregiudizi politici.
Noi ad esempio avremmo scelto una via diversa – ve lo abbiamo detto – la via che si scelse in Umbria, quella cioè di continuare con le ordinanze e di arrivare alla legge solo dopo aver fatto un approfondito studio e aver acquisito una conoscenza concreta della specificità del sisma, cosa che a L’Aquila sarebbe stata quanto mai necessaria. Voi avete proposto una strada diversa: un decreto più generico e poi le ordinanze interpretative. Noi siamo stati dentro alla vostra scelta per cercare di migliorarla. In modo particolare, siccome avete detto che nel decreto dovevano essere espressi con chiarezza diritti e principi, abbiamo cercato di fare in modo che questi diritti e questi principi fossero scritti chiaramente, non fossero omessi o addirittura – come in qualche succede – non fossero negati o contrastati. Ci siamo basati, per fare le nostre proposte concrete e ragionevoli, sulle proposte che hanno fatto unitariamente tutti i 49 sindaci del cratere, quelli di sinistra e quelli di destra. Queste proposte ragionevoli sono entrate nella discussione al Senato, e un paio di queste proposte, molto importanti, al Senato sono state accettate e noi abbiamo sottolineato questo come un successo di tutti quanti, come un successo significativo.
Altri punti però altrettanto importanti dovevano entrare qui nella discussione alla Camera. Ve li abbiamo indicati. Quello più importante di tutti, cari colleghi, è relativo alla specificità dell’Abruzzo interno, che dal punto di vista demografico ha funzionato un po’ come una fisarmonica: per molti anni si è svuotato, colpito come è stato da uno dei flussi emigratori percentualmente più forti in Italia, e poi si è riempito di nuovo grazie al fatto che tanti di questi emigrati hanno, con le loro risorse e i loro guadagni, ricostruito la casa di famiglia e soprattutto perché sono venuti da noi tanti altri cittadini attirati dalle bellezze naturali, attirati dal prestigio della nostra università, dei nostri centri di ricerca, cittadini per noi importantissimi. Alla fine insomma è scaturito un assetto dei centri storici in cui i residenti proprietari di casa sono poco più del 50 per cento. D’altra parte, siccome parliamo di centri storici in cui le abitazioni sono una attaccata all’altra e tutte legate tra di loro, se non si remunerano un 50 per cento dei proprietari che sono i non residenti non si può rifare il centro storico. Vi abbiamo parlato anche dei comuni, non solo per il loro ruolo, ma almeno per la loro funzionalità, e del fatto di dargli quanto gli è venuto meno per il mancato ingresso delle risorse relative ai tributi. Vi abbiamo parlato – e ho sentito che lo faceva anche la collega della Lega prima, e salutato il fatto come un successo – certamente della zona franca. Ma – cara collega – quella zona franca è finanziata con 45 milioni di euro per quattro anni: sono 10 milioni di euro l’anno. È una beffa
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Inoltre vi è tutto il comparto scuola sul quale non dico nulla, rimando alla lettura della proposte fatte unitariamente dalla Commissione, che vanno benissimo. Infine vi è il grande tema dei beni culturali, monumentali e artistici, lì così tanto diffusi, per i quali ci vuole un intervento specifico. Infine vi è il grande tema della prevenzione che si doveva fare in accordo, e in maniera più pregnante questo accordo doveva funzionare con il sistema delle regioni e degli enti locali. Ecco, questi emendamenti, queste idee, ragionevoli, ci sembrava che alla Camera dovessero entrare, ed eravamo fiduciosi. Sapete perché? Perché vi erano stati degli atti politici molto importanti. Il primo atto politico è il fatto che il Presidente del Consiglio è andato a L’Aquila, ha tenuto una conferenza stampa insieme al presidente della regione, al presidente della provincia e al sindaco de L’Aquila. In quella conferenza stampa ha testualmente detto che il decreto sarebbe stato cambiato nei punti che vi ho prima illustrato. Poi voi ci avete chiamato ad una riunione, ad un incontro a Pescara con il relatore Tortoli – che ringrazio ancora una volta – e in quest’incontro abbiamo trovato un accordo sui punti in cui il decreto doveva cambiare. Infine vi è la discussione in Commissione, dove vi è stata una convergenza. Insomma quando siamo arrivati tutti ad essere d’accordo a scrivere nella legge questi cambiamenti ci avete detto che gli stessi non venivano scritti nella legge, ma da un’altra parte, in un comunicato della Presidenza del Consiglio. Ora, cari colleghi, per quanti sforzi si vogliano fare, per quante parole si vogliono usare è impossibile spiegare a un cittadino che una cosa giusta e condivisa, che addirittura viene scritta in un solenne documento della Presidenza del Consiglio, non possa essere scritta in una legge
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). L’unica spiegazione, quella che balza all’occhio, è che evidentemente, siccome sono misure che costano, non vi sono le coperture per poterle finanziare.
Qui arriviamo al punto – concludo – delle coperture. Guardate, vi prego, non facciamo polemiche inutili. Nessuno vi ha chiesto di imputare tutte queste coperture sul bilancio di questo anno. Lo sappiamo bene che sarebbe inutile. Noi vi abbiamo chiesto di spalmare queste coperture sugli anni successivi esattamente com’è lo spirito e la lettera di questo vostro decreto-legge che indica coperture, sino al 2033, solo che queste coperture sono insufficienti. È per questo che ci portate e ci costringete a votare contro. L’ultima proposta che ci avete fatto è un po’ bizzarra. Ci avete detto di stare tranquilli perché le misure che non sono entrate nella legge, saranno realizzate con le ordinanze. Fatemi capire bene e fateci capire bene: infatti in questo caso siamo di fronte ad una vera innovazione. Sappiamo tutti che una legge dello Stato non può spendere denaro pubblico per il quale non siano indicate coperture. Voi ci dite che, invece, un’ordinanza lo può fare. Benissimo, noi riteniamo che non sia così. Vi sia tuttavia chiaro che da domani mattina saremo di fronte a Silvio Berlusconi, al Ministro dell’economia e delle finanze, al sottosegretario Bertolaso, cioè ai signori che devono firmare tali ordinanze, per chiedere con coerenza che queste ordinanze sui non residenti e sulle seconde case vengano scritte e firmate. Permettetecelo: saremo un po’ insistenti. Sapete per quale motivo? Perché tra le tante disgrazie capitate in quella nostra città, è capitata una cosa bella: tanti cittadini, soprattutto tanti giovani, si stanno attivando, si stanno organizzando e, badate, sono giovani che non vengono da nessuna esperienza politica, spesso da nessun impegno sociale. Ritengo che il privilegio di rivedere quella città com’era prima non toccherà a quelli come me ma a quelli come loro: tanto più io sento e noi sentiamo il dovere di impegnarci e di non mollare. Non molleremo, caro Presidente, perché, se anche decidessimo di mollare, quei ragazzi non ce lo permetterebbero
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori – Congratulazioni).

Il muro di gomma

Ci siamo andati vicini per tutto il giorno: meno 15 voti, meno 12, ad un certo punto – dopo la pausa di mezz’ora a metà mattinata, e per ben due volte – addirittura meno 3. Alla fine, però, dei nostri emendamenti al decreto per l’Abruzzo non ne è passato nessuno, neppure quelli che correggevano gli errori evidenti presenti nel testo: l’ordine di scuderia era di respingerli tutti, indipendentemente dal merito, perché altrimenti il decreto avrebbe ricominciato la navetta con il Senato e l’opposizione avrebbe fatto bella figura proprio a ridosso dei ballottaggi. Anche l’informazione è già sotto anestetico: ieri il Tg1 delle 13.30 ci ha dato un assaggio della cura Minzolini, non riferendo neppure della protesta davanti al Parlamento per concentrarsi invece sulla ricostruzione della Casa dello studente finanziata dalla Regione Lombardia; oggi Il Tempo titolava addirittura “Accordo in Aula”, come se maggioranza ed opposizione avessero trovato un’intesa, mentre qui a Montecitorio si battagliava duramente, punto su punto, perché gli aspetti che non ci convincono – spiegavo ieri, parlando del problema dei non residenti – sono parecchi. Se dovessi raccontarvi in dettaglio quello che il muro di gomma della maggioranza ci ha respinto, mi servirebbero un paio di giorni: mi limito quindi a segnalarvi qualche emendamento, perché possiate farvi un’idea della battaglia (purtroppo vana) che il Pd sta portando avanti da parecchie settimane, prima al Senato ed ora alla Camera. Chiedevamo, ad esempio, che venissero sospesi i contratti di affitto in tutto il periodo della ricostruzione, per poi riprendere al momento del ritorno a casa dei locatari: bocciato. Chiedevamo che le ordinanze venissero fatte d’intesa con la Regione Abruzzo e la Provincia dell’Aquila: bocciato. Chiedevamo, per chi fosse disponibile ad anticipare i soldi e previa perizia giurata, la possibilità di rientrare nei capannoni o nei negozi, per riavviare le attività produttive: bocciato. Apro parentesi: il dentista che aveva uno studio nel centro storico dell’Aquila non ricomincia in una tenda, ma si trasferisce a Pescara con i figli, li iscrive lì a scuola e non torna più a casa. A proposito di scuola, chiedevamo la sospensione dell’accorpamento delle classi e del taglio degli insegnanti, l’erogazione di 110 milioni di euro per rifare gli edifici, l’aumento dei fondi per pagare i mancati introiti delle tasse nel Conservatorio e nell’Accademia di belle arti: bocciato. Per quanto riguarda i vigili del fuoco impegnati sul campo, chiedevamo un aumento del loro numero, a partire dall’assunzione dei precari, ed uno stanziamento di risorse per la manutenzione dei mezzi, una maggiorazione delle indennità notturne e festive: bocciato. Chiedevamo, infine, di equiparare i morti e gli invalidi del sisma, come già fatto nei precedenti terremoti, alle vittime ed agli invalidi sul lavoro: bocciato. Ecco, questa è la verità: fatela sapere in giro, mi raccomando, perché se aspettate di sentire la notizia al Tg1 delle 20 state freschi.

Il decreto con i buchi

Prima di entrare in Aula, dove si è cominciato a discutere il decreto sull’Abruzzo senza che un solo ministro si degnasse di presenziare, mi sono fermato un po’ in piazza Montecitorio, oltre le transenne, per ascoltare la protesta dei terremotati. Gente che ha visto i propri progetti crollare in una notte e che oggi, dopo molte promesse , ha paura di non uscirne più. Mi aspettavo reazioni emotive, quasi scomposte, e invece ho incontrato persone lucide, perfino spiritose (geniale lo striscione “Yes we camp”) che hanno l’unica pretesa di non essere prese in giro. I problemi sul tavolo, al momento, sono due. Il primo riguarda la decisione del governo di mettere la ricostruzione in mano ad un commissario, ossia una figura provvisoria per natura, che per di più centralizza tutto: proprio il contrario di quello che accadde in Friuli nel 1976, quando il governo delegò tutti i compiti alla Regione, che a sua volta coinvolse i Comuni. Ogni sindaco aveva mezzi a disposizione, conosceva le esigenze del proprio territorio e sapeva di avere puntati addosso gli occhi dei suoi cittadini: Bertolaso, invece, non deve rispondere praticamente a nessuno, se non al presidente del Consiglio che lo ha nominato. Fatto sta che – dopo un sisma terribile come quello, peraltro seguito da fortissime scosse a mesi di distanza – il Friuli uscì dall’emergenza nel giro di un anno, cominciando subito a ricostruire scuole e fabbriche. Il secondo problema è di natura economica, perché – al di là dei proclami nei giorni a ridosso del terremoto e delle promesse elettorali – il testo che abbiamo davanti in Aula non stanzia risorse sufficienti. Faccio solo tre esempi, per chiarirci. Innanzitutto, il governo ha finora calcolato soltanto i soldi necessari alla ricostruzione delle prime case: il che, considerando che L’Aquila è stata nell’ultimo secolo una città di massiccia emigrazione verso Roma, e che moltissimi immobili sono case di famiglia dei romani di seconda generazione, significa lasciare a terra un palazzo su due; cosa ancora più paradossale se si tiene conto della struttura urbanistica della città e del suo centro storico, composto da case l’una a ridosso dell’altra. Messo alle strette dal Pd, Palazzo Chigi ha diramato ieri un comunicato stampa in cui assicura anche la ricostruzione delle seconde case; ma nessuno, stanotte, ha cambiato una virgola del decreto, e per fortuna della democrazia (ma per sfortuna degli abruzzesi) un comunicato stampa del premier non ha ancora valore di legge. Il secondo esempio riguarda i bilanci dei Comuni, che non potranno contare per un bel po’ sugli introiti fiscali provenienti dalle attività produttive: l’economia nella zona è ferma, i negozi distrutti, il turismo non ne parliamo. Gli enti locali hanno chiesto al governo un aiuto concreto, ma nel decreto non ce n’è traccia: ne parleremo più avanti, ha fatto sapere Palazzo Chigi, spiegando che si ricorrerà volta per volta ad apposite ordinanze. Infine, l’insufficienza delle risorse pesa moltissimo sulla questione non secondaria dei beni culturali: L’Aquila è un gioiello che non possiamo permetterci di perdere, ma i gioielli costano cari: secondo stime della Sovrintendenza, occorrono 3 miliardi di euro soltanto per i monumenti del centro storico. Berlusconi, invece, ha fatto credere che il problema potrà essere risolto con l’adozione internazionale: chiedendo, cioè, agli altri Paesi di adottare un monumento e di occuparsi della sua ricostruzione. Totale di monumenti colpiti dal terremoto: 1700. Monumenti adottati finora: 44.