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La romanella

Dalla comunità di Sant’Egidio ho sentito ripetere più volte che dietro il degrado si nasconde un disagio: non ha senso combattere il primo senza affrontare l’altro. Il degrado, a differenza del disagio, è visibile ad occhio nudo, come una macchia di umidità sulla parete; ma se mi limito ad una mano di bianco – dico una ma possono essere anche due o tre ed il risultato non cambia – prima o poi la chiazza rispunta fuori. Se invece scavo, faccio intercapedini e metto la carta catramata – se vado, cioè, alle radici di quel degrado – ho serie possibilità che la parete finalmente si asciughi: a quel punto sì che do una bella mano di bianco (o due, o tre…) e sistemo il tutto. Già nel ddl Carfagna sulla prostituzione – quello, per intenderci, che è finito in un cassetto e che a naso ci resterà, chissà perché – si capiva quale fosse, in materia, l’approccio del governo: una bella romanella e via. La romanella è quell’aggiustatina che il carrozziere ti dà alla macchina quando vuoi spendere poco: appena la ritiri ti sembra nuova, ma dopo un mesetto rispuntano fuori i vecchi difetti. D’altra parte, il tuo uomo era stato onesto: “Dotto’, famo ‘na cosa seria o ‘na romanella?”, ti aveva chiesto, e tu – guardandoti nel portafoglio – avevi optato per la seconda scelta. Come il ddl Carfagna, dicevo, che per combattere la prostituzione aveva lanciato una grande operazione di decoro urbano: l’importante non è che si prostituiscano (o meglio: che siano, nella maggior parte dei casi, costrette a farlo), ma che almeno non si veda. Sulla stessa linea si muove l’ordinanza del sindaco Alemanno, stabilendo una multa di 100 euro per i lavavetri ai semafori e per i giocolieri, che ne sono un po’ l’evoluzione artistica. “I vigili urbani – scriveva l’Ansa di lunedì scorso – hanno fatto sette multe e dieci sequestri di attrezzature. Tre lavavetri sono riusciti a sfuggire ai vigili abbandonando i secchi e le spazzole”. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: come ha giustamente sottolineato Angelo Bonelli, dei Verdi, questa non è lotta alla povertà, ma lotta ai poveri. È un’altra operazione di decoro urbano, insomma: un’altra romanella, che per qualche settimana farà sparire i poveri dai semafori e li manderà a suonare nei vagoni della metropolitana o a spostare carrelli negli spiazzi dei supermercati oppure a distribuire santini all’uscita delle chiese. A proposito di Chiesa: l’ordinanza di Alemanno ha provocato pure la reazione del cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, che non è certamente un barricadero ma che non ha potuto (né voluto) tacere al sindaco il malessere del mondo cattolico. Cito testualmente dal comunicato ufficiale del vicariato: “La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare non può  non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa”. E ancora: “Il cardinale Vallini, pur consapevole della complessita’ del problema, ha invitato il sindaco ad individuare iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti”. Se no, a che cosa serve la politica?

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Lotta frocia

fiaccolata lgbt roma

Con l’autoironia che certamente non gli manca, il movimento lgbt la chiama “lotta frocia”. Ma con la lotta dura del ’68 ha in comune solo lo slogan, visto che i nostri sono antropologicamente incapaci – come me, del resto – di uccidere una zanzara. La lotta frocia si attua con metodi assolutamente nonviolenti, tipo una fiaccolata che parte dal Colosseo ed arriva in Campidoglio; non ha bersagli fisici, ma mira dritto alle coscienze; l’obiettivo non è l’attacco, ma l’autodifesa. E ieri sera ho lottato frociamente anch’io – io che non ho mai partecipato ad un gay pride, e che tuttora mi sentirei probabilmente a disagio di fronte ad alcuni carri sopra le righe – camminando con la candela accesa per via dei Fori imperiali, dietro alla bandiera simbolo del movimento omosessuale. Mi guardavano, i vari amici del Pd presenti, e si meravigliavano della mia presenza. Ed io – che l’anno scorso ero stato al circolo Mario Mieli, e quest’anno mi sono commosso alla proiezione del film “Due volte genitori”, organizzata da Paola Concia alla Camera – mi meravigliavo della loro meraviglia. Se il Pd ha un senso, se il suo progetto iniziale non è ancora morto, la prima regola deve essere quella dell’incontro; e per incontrarsi bisogna innanzitutto cercarsi, poi darsi un appuntamento, quindi mettersi in moto. Infine, stringersi la mano, come facevano i nostri antenati, per mostrarsi vicendevolmente la destra disarmata. Deporre le armi non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma vuol dire piuttosto non farsene scudo per evitare che quelle degli altri ti sfiorino. Cito ancora l’esempio della mia proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati: pur partendo da posizioni diverse, alla fine con una parte del Pdl stiamo dialogando bene ed abbiamo trovato una strada comune. Che non è di destra né di sinistra – e qualcuno se ne dispiacerà – ma ha dentro entrambe le corsie: la volontà di arrivare ad un risultato concreto, di sbloccare la situazione, ha superato la distanza iniziale dei nostri approcci. Penso che sui diritti civili si debba seguire la stessa strada, perché la strategia del muro-contro-muro attuata finora avrà pure riempito le piazze e smosso le coscienze, ma non ha cambiato di una virgola la nostra legislazione. Per l’omofobia, invece, il discorso mi sembra più semplice: pare che, dopo le violenze di questi giorni, la stessa Mara Carfagna abbia dato la disponibilità a discutere del testo, e forse stavolta non ci sarà neppure bisogno di scomodare il gemello di Fini.

Watergate

Ho deciso di parlare non perché voglia male all’Italia, ma perché le voglio bene. Faccio il tifo per i mondiali di nuoto, così come lo facevo per la riuscita del G8, ma quando ti accorgi che gli sprechi di Italia 90 (vogliamo parlare del terminal Ostiense a Roma? O dello stadio Delle Alpi a Torino?) non hanno insegnato niente, e che nel nostro Paese sbagliando non si impara, capisci che forse non potrai cambiare le cose, ma almeno non vuoi essere connivente. Ecco il senso della conferenza stampa che ho convocato ieri, per presentare un’interrogazione parlamentare che ho appena depositato: una richiesta di chiarezza su molti punti che vi vado a riassumere e che vi invito a diffondere, sperando di non essere troppo tecnico né troppo lungo.

Il metodo. Nel 2005, la 13.esima edizione dei mondiali di nuoto, assegnata all’Italia, viene nominata “grande evento”. Tanto per cambiare, entra in gioco la Protezione civile (vi ricordate chi era il commissario straordinario dei mondiali di ciclismo a Varese?) e si gestisce il tutto come se fosse un’emergenza. Si va avanti con le ordinanze: la prima di queste nomina un commissario delegato (che sarà prima Balducci e poi Rinaldi), autorizzandolo addirittura a variare il piano regolatore di Roma, purché gli interventi siano funzionali allo svolgimento dei mondiali e purché il Comune sia d’accordo. Ve la faccio breve e vi dico subito come è finita: se anche le opere non sono funzionali (ve lo spiego dopo) e se anche il Comune non ha dato l’assenso, va bene lo stesso; il governo, infatti, ha sanato tutto con un’ordinanza di due settimane fa.
Le foresterie. Erano state concepite per ospitare gli atleti, ma al momento sono pronte 20 stanze, in tutta Roma: sono nella foresteria di Ostia, dove le altre 60 saranno finite dopo i mondiali. Per non parlare del Torrino o dell’Infernetto, dove non c’è neppure una stanza pronta, oppure di Valco San Paolo e Pietralata, dove il progetto della foresteria è stato addirittura stralciato perché non si faceva in tempo e perché i soldi non bastavano più. Che fine faranno queste foresterie, costruite in deroga al piano regolatore e finanziate con le agevolazioni del Credito sportivo, ma certamente non più funzionali ai mondiali visto che non ci dormirà neanche un atleta? Diventeranno ostelli per la gioventù? Ospiteranno gli atleti negli eventi minori che si svolgeranno a Roma? Si trasformeranno in alberghi privati, pur essendo state finanziate anche con i soldi dei contribuenti? Verranno abbandonate del tutto?
Le piscine. È chiaro che per ospitare i mondiali di nuoto servono piscine: se no, dove si allenano gli atleti? Vasche da 50 metri, come quelle di gara. Invece, quasi tutte le piscine costruite per questi mondiali sono di 25 metri: in questo modo, si è detto, potranno essere utilizzate più facilmente anche dopo l’evento. Ma quale atleta professionista, a ridosso della gara, si allena sui 25 metri? È come organizzare un mondiale di calcio e mandare il Brasile ad allenarsi su un campo da calcetto, perché poi – una volta finito il mondiale – sarà più facile affittarlo. Inoltre, gli impianti autorizzati dalla giunta Veltroni erano una decina; invece, da quando Veltroni lascia Roma, cominciano a spuntare piscine come funghi: attualmente si è perso il conto, ma dovrebbero essere 25, 17 delle quali private. Molte vengono fatte senza l’autorizzazione del Comune, ma poi ci pensa l’ordinanza Berlusconi a sanare tutto: comprese quelle costruite a ridosso del Tevere, sotto il livello del fiume, che durante l’inverno ha già esondato due volte, sommergendo il cantiere. E gli aneddoti non finiscono qui: ci sono piscine ancora non finite (i mondiali iniziano oggi), piscine ancora senz’acqua, vasche inaugurate senza essere state collaudate, piscine di forma stondata, impianti nati come piscine per i mondiali e trasformati in centri benessere con palestre, ristoranti e campi da basket. Anche qui, vale lo stesso discorso fatto per le foresterie: che fine faranno queste piscine, a mondiali finiti? Saranno strutture per pochi, da 40 euro al giorno, o saranno al servizio della collettività?
I soldi. Nei soli tre poli natatori, lo stralcio di due foresterie su tre non ha abbattuto i costi: al contrario, rispetto al previsto questi sono lievitati di 30 milioni di euro. Ma quanti soldi pubblici sono stati spesi complessivamente, tra poli natatori, finanziamenti a tasso agevolato agli impianti privati ed addirittura opere a scomputo (strade, rotonde e così via) che invece di solito vengono pagate dai costruttori? Ed è vero che sono stati utilizzati fondi della Protezione Civile, mentre i terremotati dell’Abruzzo continuano a passare la notte in tenda?

Avrei molte altre cose da dire, soprattutto dopo aver ascoltato gli altri relatori della conferenza stampa: nei prossimi giorni probabilmente ne riparleremo. Tra una medaglia e l’altra dell’Italia, magari, per addolcire un po’ l’amarezza.

Liberi democratici

Ci eravamo lasciati, a parte la parentesi di ieri sul ddl sicurezza, con Walter Veltroni che imputava l’immobilismo dell’Italia all’assenza di un ciclo riformista. Detta in soldoni, per i non addetti ai lavori: le cose vanno male perché il Centrosinistra non ha governato abbastanza e dunque non ha potuto attuare il suo progetto. Due giorni dopo, l’intervento di Francesco Rutelli al convegno “Liberi democratici” mi ha dato l’impressione di una campana diversa ma complementare: il problema, ha detto in sostanza, non è stato solo nella quantità di tempo passato al governo, ma anche nella qualità, perché agli italiani il nostro riformismo è apparso “astratto, troppo alto, arrogante”, non riuscendo a “misurarsi sulla carne viva degli italiani”. Rutelli ha certamente un pregio, quello del pragmatismo, e va ripetendo da un anno che le paure e le insicurezze degli italiani sono il fattore principale di spostamento dei voti: per questo, e faccio solo un esempio, non bisogna considerare gli elettori dei cretini se pensano che l’immigrazione sia un problema per la propria sicurezza, ma al contrario bisogna fare in modo che si sentano più sicuri e non limitarsi a convincerli che la loro percezione non corrisponde alla realtà. È il solito discorso sulla pancia dell’elettorato, di cui sta pagando il prezzo anche Obama: la sua legge sui tagli al carbone, approvata per un pelo al Congresso e grazie al voto favorevole di alcuni repubblicani, ha l’appoggio teorico del 62% dell’elettorato, ma si scende al 32% quando gli americani capiscono che il nuovo provvedimento costerà a ciascuno circa 175 dollari l’anno. Poi, alla fine, Obama la legge la farà lo stesso, ed è giusto che sia così perché è una legge sacrosanta, ma quello che Rutelli ha voluto dire è che il limite del riformismo italiano (leggi: del Centrosinistra degli ultimi anni) è stato l’incapacità (o il rifiuto spocchioso, fate voi) di mettersi nei panni dell’italiano medio: e così, pur avendo validi amministratori e militanti generosi, il Pd si è trovato spesso in difficoltà, apparendo agli elettori come un gruppo di potere di cui sbarazzarsi. Fu questo il leit motiv della campagna elettorale di Alemanno, lo scorso anno a Roma; è stato così anche per Cesaro, un mese fa, alle provinciali di Napoli: il cittadino medio oggi dubita che il Partito democratico sia dalla sua parte, e questo è un dato di fatto. Un po’ è certamente un problema di comunicazione, che invece alla Lega riesce benissimo, ma bisogna andare più in profondità. Fra gli errori di questi anni, Rutelli ha citato l’appoggio alla Cgil contro Cisl e Uil (“Se un settore sindacale agisce in modo settario, dobbiamo essere i primi a dirlo. Non dobbiamo difendere la faziosità di una minoranza che danneggia la credibilità della maggioranza al mondo del lavoro”) e la posizione conservatrice sulla giustizia (“Abbiamo il dovere di difendere l’autonomia della magistratura dagli attacchi della destra, ma non possiamo difendere la faziosità che allontana la magistratura dai cittadini”), così come l’incapacità di snellire la burocrazia (“Non ci possono volere 4 anni per le autorizzazioni, se no gli investitori stranieri scappano”). L’attacco più forte all’esperienza passata di governo, però, l’ex vicepremier lo ha fatto parlando della mancanza di coraggio in vari ambiti: la cedolare secca sugli affitti per far emergere il sommerso è stata giudicata poco politically correct, perché avrebbe favorito i proprietari di più case, e non è stata introdotta; la stessa abolizione dell’Ici per le classi meno abbienti è stata giudicata poco politically correct, perché andava ad urtare i Comuni, ed è passata a fatica, quasi sottovoce, perché non si sapesse troppo in giro. Poi il Centrodestra l’ha sfruttata, vincendoci le elezioni, e tra un po’ introdurrà anche la cedolare secca sugli affitti, che spingerà molti proprietari di case sfitte a rimetterle sul mercato. Sul piano congressuale, Rutelli ha detto di non volersi coinvolgere in prima persona, perché la carica di presidente del Copasir non glielo consente; ha invitato, comunque, a superare l’impostazione di una leadership solitaria, “perché nessun capo democratico potrà mai eguagliare i capi populisti come Berlusconi”. Ha manifestato insofferenza per il dualismo Veltroni-D’Alema (“Un regolamento di conti iniziato un quarto di secolo fa”) e dubbi sullo schema organizzativo (“Fu approvato per una riconferma del segretario in carica, ma non si adatta al contesto di oggi”), annunciando pubblicamente l’appoggio per Dario Franceschini “se il suo programma è compatibile con i nostri obiettivi (a proposito: date un’occhiata al documento che abbiamo approvato) e se le responsabilità vengono condivise lealmente. E se non succede? Resteremo democratici, ma saremo molto più liberi”.

Art attack

In una Camera deserta, si sta svolgendo la discussione generale sul collegato alla Finanziaria: un ammasso di robe che non sto neppure a spiegarvi, ma che mette insieme di tutto. In mezzo a norme più o meno interessanti, ce n’è una sul nuovo museo di arte contemporanea che verrà inaugurato a Roma in autunno. Che siate artisti o meno, qui sotto c’è il mio intervento: temo di non essere molto obiettivo, ma a me piace.

ANDREA SARUBBI. In alcuni quotidiani – penso, ad esempio, alla Sicilia, il giornale di Catania, con il quale ho collaborato a lungo – esiste ancora la pagina omnibus: normalmente è la penultima, spesso mette insieme tutti i pezzi che non sono entrati altrove e non è raro che, tra un articolo ed una pubblicità, ci siano pure i necrologi, con i nomi dei defunti. Oggi davanti a noi abbiamo un disegno di legge, non un articolo di giornale, ma la logica è la stessa… un pezzo di questa norma, un pezzo di quella, e nei provvedimenti omnibus generalmente c’è pure il defunto: la Costituzione. Basta rileggere la lettera che il presidente della Repubblica ha inviato, nei giorni scorsi, al capo del governo ed ai presidenti delle Camere.
Prima di Pasqua, avevamo assistito a notevoli performance di costituzionalismo creativo: le quote latte inserite in un decreto che parlava di aziende in crisi, le pene per le molestie sessuali accorpate con i tempi di permanenza degli immigrati negli ex Cpt. Oggi, però, il governo si è superato, sottoponendo all’esame del Parlamento un disegno di legge che mette insieme la banda larga, lo spreco di carta negli enti pubblici, le rappresentanze diplomatiche, le norme sul processo civile, il Corpo forestale, la Croce Rossa e molti altri temi, signor presidente, tra i quali l’arte contemporanea. Che sarà poi l’oggetto del mio intervento, nella speranza che il rappresentante del governo presente in Aula sia più sensibile a questo argomento di quanto non lo sia stato, finora, il ministro della Cultura.
“Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea. Quando vado ad una mostra, faccio finta di capire”. Così dichiarò il ministro Bondi ad un settimanale femminile, lo scorso agosto, ed io ci avevo riso sopra, considerandola una dichiarazione anche simpatica ed onesta: molti altri, al posto suo, avrebbero continuato a far finta di capirci qualcosa, per evitare figuracce. Ma oggi, 8 mesi dopo, quella confessione del ministro mi fa molto meno ridere. Perché a leggere l’articolo 25 di questo disegno di legge – che istituisce la Fondazione Maxxi, per gestire il grande museo di arte contemporanea che dovrebbe essere inaugurato a Roma in autunno – mi viene l’impressione che il gusto artistico del ministro abbia fatto scuola: anche lo Stato, come Sandro Bondi, di fronte all’arte contemporanea fa un passo indietro, affidandosi ai privati prima ancora che il museo stesso prenda forma.
Intendiamoci, signor presidente: non ho nulla di ideologico contro le Fondazioni, ci mancherebbe, visto che l’arte italiana deve la sua fama nel mondo anche ai tanti mecenati che l’hanno sostenuta nei secoli. Molti di loro, però, ricoprivano allo stesso tempo ruoli politici: penso ai Medici, signori di Firenze, che fecero sbocciare il Rinascimento; a Cangrande della Scala, al quale Dante dedica la terza cantica della Divina Commedia, che governava buona parte del Veneto, fino a Brescia, Lucca e Parma. E potrei citare mille altri esempi: da Federico da Montefeltro che cambiò il volto di Urbino, agli Sforza che chiamarono Leonardo a Milano, fino ai Gonzaga di Mantova ed agli Estensi di Ferrara. In ognuno di questi casi, il denominatore è comune: la promozione dell’arte ed il suo sviluppo sono percepiti come un dovere naturale dei governanti verso i cittadini. Vorrei che fosse così anche oggi, nonostante siano passati molti secoli, e tutto sommato mi pare di ricordare che l’operazione Maxxi fosse nata in questa cornice: come un atto dovuto del governo italiano – il governo Prodi, ad essere precisi – nei confronti dei suoi cittadini, tra i pochi in Europa a non avere un museo importante di arte contemporanea.
Non vorrei fare qui tutto l’elenco delle collezioni straniere. Ma a Londra c’è la Tate, a Parigi Beaubourg, a Bilbao il Guggenheim. Tutti nomi che parlano da soli. A Roma, con 35 anni di ritardo, è finalmente arrivato il Maxxi: l’idea, che girava da anni, ha preso corpo con il ministro Rutelli, che lo ha indicato tra le priorità del suo ministero. Un’opera non indolore per le casse dello Stato, è evidente, ma i mecenati del passato ci hanno insegnato che l’arte costa. E lo Stato, giustamente, ci ha investito parecchio. Continuerà a tirar fuori soldi anche nei prossimi anni, ed allora – con tutto il rispetto per le Fondazioni, lo ripeto, e senza nessuna preclusione ideologica – viene da farsi almeno una domanda ingenua. Le Fondazioni, e chiedo scusa per il linguaggio poco diplomatico, hanno un senso quando portano finanziamenti privati: a cosa servono, invece, se – come stabilisce questo decreto – lo Stato deve tirare fuori più di un milione e 600 mila euro l’anno (poco meno di 5 mila euro al giorno) per farle funzionare? Un milione e 637 mila euro nel 2009, un milione e 833 mila euro nel 2010, un milione e 406 mila euro dal 2011 in poi. Ai giornalisti (ripeto: ai giornalisti, non in Parlamento, visto che nel dibattito in Commissione non abbiamo avuto il piacere di ascoltare la sua voce), il sottosegretario Giro ha dichiarato che al Museo serve un’architettura giuridica, ed ha ragione; ma non vorremmo (visto che siamo noi ad avere in mano il bilancio dello Stato, e che le spese si pagano con le tasse dei cittadini) che la Fondazione Maxxi diventasse un poltronificio, un costo in più per i conti pubblici anziché un’opportunità di finanziare l’attività del Museo.
Certo, in Italia ci sono esempi molto diversi di Fondazioni – alcune funzionano bene, altre meno – e non abbiamo nessuna intenzione di fare una guerra preventiva proprio su questo progetto che ci sta così a cuore. Ma c’è una cosa che non capiamo: nessuno, a tutt’oggi, è stato in grado di farci conoscere la missione del Museo, e se mi permette una malignità, signor presidente, neppure la sua struttura architettonica, visto che si vocifera di cubature ancora edificabili ma non inserite nel progetto attuale. Eppure, si ha già in mente quanti soldi finiranno alla Fondazione Maxxi: è come preoccuparsi dell’amministratore del condominio prima ancora di aver finito il palazzo! Voglio fare un esempio positivo, quello della Fondazione Museo delle antichità egizie di Torino: il primo esperimento italiano di costituzione, da parte dello Stato, di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata. Nacque il 6 ottobre 2004, ma ci tengo a precisare che il Museo egizio è del 1824: esisteva da 180 anni! Ora, io non dico che per la Fondazione Maxxi sia necessario aspettare l’anno 2189, ma potremo almeno pazientare fino a quando si saprà qualcosa di più sul museo!
Avremmo preferito arrivare al punto in cui ci troviamo – a ridosso, cioè, della votazione sul disegno di legge – senza tutti questi dubbi: sarebbe stato sufficiente discuterne prima, anziché infilare un argomento importante come la nascita del Maxxi in un ddl
omnibus che parla di tutt’altro . Avremmo voluto discuterne seriamente in Commissione, e – ripeto – non abbiamo avuto l’onore di sentire l’opinione del governo. Ai colleghi senatori, poi, è andata anche peggio, perché questo articolo del ddl è stato presentato direttamente in Aula, senza neppure passare per la Commissione. Il Parlamento, insomma, non sa ancora quale sarà la competenza del Ministero in merito alla gestione del museo: le uniche certezze, scritte in questo disegno di legge, sono che il Ministero vigilerà “su livelli adeguati di pubblica fruizione delle opere d’arte” e che, come dicevamo, aprirà il portafoglio (già vuoto, per la verità, come testimoniano le difficoltà economiche della Sovrintendenza di Ostia, tanto per fare un esempio) per tenere in vita la Fondazione.
Ecco perché, signor presidente, chiediamo la soppressione dell’articolo sul Maxxi, o per lo meno il suo stralcio, in modo da poter affrontare la questione in maniera serena – e non pregiudiziale, lo ripeto – con l’attenzione che merita. Stiamo parlando del primo Museo di arte contemporanea in Italia. Di un investimento che darà uno slancio nuovo al settore e che, ci auguriamo, porterà turismo. Di un’opera da mettere in vetrina, come Londra ha fatto con la Tate, Parigi con Beaubourg e Bilbao con il Guggenheim. Liquidare il discorso in fretta, fra un articolo sul codice della navigazione ed un altro sulle farmacie nei piccoli Comuni, onestamente, mi sembra un’occasione persa. Per la cultura italiana e per lo stesso ministro Bondi, che magari – se fosse presente al dibattito in Aula – potrebbe scoprire qualche motivo in più per appassionarsi all’arte contemporanea.

Quattro lunghi anni


Quattro anni fa, il 2 aprile 2005, era un sabato. Avevo la puntata di “A sua immagine” in onda da Saxa, perché con il Papa in quelle condizioni si poteva andare solo in diretta. Mi ritrovai, alle cinque del pomeriggio, a commentare su Raiuno un momento drammatico: l’ultimo briefing con la stampa di Navarro Valls prima della morte di Giovanni Paolo II. Finita la trasmissione – che durò più del previsto, mi pare, proprio perché eravamo in attesa di notizie – cominciai un viaggio surreale verso Loreto, con la radio accesa: la mattina dopo, infatti, avrei avuto una diretta con mons. Comastri. Appena arrivato, entrai nel Santuario per una preghiera, ma proprio in quel momento giunse la notizia. Andai in albergo, accesi la tv e trovai Bruno Vespa che la stava commentando. Decine di telefonate nel giro di un’ora, poi la decisione finale: niente diretta da Loreto, potevo tornare a casa. Per uno scherzo del destino, proprio io – che avevo passato giornate intere in piazza San Pietro ed al Policlinico Gemelli, nei giorni più critici – avevo saputo della morte di Giovanni Paolo II a 400 km di distanza. Il giorno dopo, quando tornai a Roma, trovai una città diversa da quella che avevo lasciato: in termini biblici, se mi consentite, “meno Babele e più Gerusalemme”. Lasciandoci, Karol Wojtyla aveva già fatto un mezzo miracolo, abbattendo le barriere tra credenti e non credenti e facendoci sentire, in quei giorni, una comunità legata dallo stesso destino. Tutti in fila, a salutarlo: anche i miei amici che non mettevano piede in chiesa dal giorno della prima Comunione, se non per matrimoni e funerali, erano lì, a testa bassa e con le lacrime agli occhi, capaci di resistere 24 ore in mezzo alla folla pur di rendere omaggio al Papa. Ripenso a quei momenti e mi si stringe il cuore: un po’ per la tempesta che Giovanni Paolo II riesce a provocarmi dentro ogni volta che lo nomino, un po’ perché ho paura che, in questi quattro anni, l’effetto comunitario sia già svanito. E non mi riferisco al trasporto emotivo, sia chiaro, ma a qualcosa di più profondo: mai come in questo momento, infatti, mi è capitato di percepire una frizione così forte tra Chiesa e non credenti. E non sto qui a discutere se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia un problema di accanimento mediatico o dottrinale, perché è un discorso che non porterebbe molto lontano: mi limito solo, da cristiano addolorato, a registrare il dato di fatto e mi interrogo – da persona impegnata nella politica, per di più nel Pd – su quale possa essere il mio contributo, oggi, a saldare questa frattura. Non nel mio partito, o almeno non soltanto lì, ma in Italia, nel Paese che amo. Basta rileggere il mio ultimo post sui preservativi in Africa, ma soprattutto i commenti che voi stessi avete lasciato, per rendersi conto che credenti e non credenti sembrano parlare due lingue diverse: ognuno è tornato al suo dialetto, ognuno si è rinchiuso dentro casa propria. So che da noi il franchismo non c’è stato, ma vedo ugualmente il rischio di un’Italia alla spagnola, con l’unica differenza (piuttosto marginale, per quanto riguarda il mio discorso) che qui al potere c’è Aznar e non Zapatero. Vedo un astio crescente verso la Chiesa e vedo una Chiesa che, troppo spesso, preferisce vincere le battaglie di breve periodo anziché le guerre. E sono passati solo quattro anni…

Poliziotto fai-da-te


Il Centrodestra ha cercato di negare anche stavolta: le ronde sono un’invenzione comunista – ha spiegato stamattina Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati Pdl – perché in realtà si tratta “semplicemente di associazioni di ex appartenenti alle forze dell’ordine al fine di svolgere funzioni ausiliarie per la sicurezza”. Ma la versione negazionista è durata poco, perché dopo un’oretta è intervenuto il ministro Maroni ed ha ammesso tutto: sì, è vero, le ronde esistono ed operano in assenza di regole chiare; proprio per questo ora vogliamo regolamentarle, eccetera eccetera. Regole o meno, in realtà, il discorso non cambia: come diversi giuristi hanno notato nelle ultime settimane, infatti, sarebbe anticostituzionale delegare ad organizzazioni private dei poteri che erano stati sempre esercitati dallo Stato o comunque da forze facenti capo ad enti pubblici. Finché lo diciamo noi, è perché siamo bolscevichi. Se lo scrive Famiglia cristiana, è cattocomunista. Se lo dicono i costituzionalisti, sono toghe rosse. Se lo dicono i sindacati di polizia, che stamattina hanno manifestato davanti al Viminale, sono il braccio armato della sinistra. Ma se tra questi sindacati ce n’è anche uno storicamente vicino al Centrodestra, come l’Ugl, diventa più difficile ridurre la faccenda ad una questione di propaganda. E l’Ugl, per bocca di Renata Polverini, ci è andata giù pesante: “La polizia dispone già di personale preparato e professionale e noi riteniamo che la sicurezza debba essere affidata a loro. Non ce l’abbiamo con nessuno, ma non si può affidare questo compito delicato ai cittadini e speriamo che il ministro Maroni accolga queste istanze”. Tra l’altro, gli stessi organizzatori delle ronde alla Caffarella hanno già fatto marcia indietro, spiegando – parola di Stefano Ambrosetti, dirigente della Destra a Roma – che la loro era “una forma di protesta, per sensibilizzare il governo a dare più soldi alle forze di polizia, le uniche a dover garantire la sicurezza”. Quella sicurezza che, in campagna elettorale, il Centrodestra agitava come una bandiera diventa, oggi, un boomerang clamoroso: non solo gli episodi di violenza continuano come e più di prima (il caso di Roma è davvero emblematico), ma le risorse destinate dal governo a questo comparto di spesa sono addirittura diminuite. Tre miliardi e mezzo in meno, quantifichiamo noi del Pd, e la nostra preoccupazione è condivisa da tutti i sindacati di polizia. Compresa l’Ugl, naturalmente: la stessa Polverini ha ricordato che “i poliziotti operano con auto vecchie, spesso senza carburante, e sono l’unica categoria che ha il pagamento degli straordinari in misura inferiore al servizio ordinario, nonostante la sicurezza sia stata un cavallo di battaglia del governo”. In effetti, il programma elettorale del Pdl dedicava uno dei sette capitoli (in gergo berlusconiano: missioni) proprio alla sicurezza. “Sicurezza e tutela del cittadino sono priorità assolute e saranno affrontate con interventi urgenti ed incisivi”, vi si leggeva, fra i quali la “maggiore presenza sul territorio delle forze dell’ordine” e “l’incremento della polizia di prossimità, dei poliziotti e dei carabinieri di quartiere per rafforzare la prevenzione dei reati diffusi (furto in appartamento, furto d’auto, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, etc)”. Tra le promesse del Centrodestra, anche quella di un “aumento progressivo delle risorse per la sicurezza”: così progressivo che i tagli di questo primo anno sono stati concepiti appositamente per prendere la rincorsa, e noi non lo avevamo capito.