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Mai senza l’altro

bimbi integrazione

Il titolo di questo post è lo stesso di una lettera che non ha fatto notizia, tranne un articolo su Repubblica ed un pezzo sull’agenzia Misna. Me l’ha inviata un professore di religione milanese, ma l’ha scritta la Conferenza degli istituti missionari: pare che ne abbiano mandato una copia anche ad Avvenire, che però non l’ha pubblicata. Parla del contesto politico attuale, dell’aria pesante che si respira nei confronti degli immigrati. Eccola qui. “Siamo missionari/e, cioè migranti. Abbiamo passato buona parte delle nostra vita altrove, da ‘stranieri’. Come tali ci siamo sentiti accolti, amati, e abbiamo convissuto esperienze esaltanti di incontro, scambio ed arricchimento. Nei giorni di guerra e conflitti alcuni/e di noi sono stati protetti e salvati da coloro che ci ‘ospitavano’. Conosciamo per esperienza la ‘debolezza’ di trovarsi in un Paese ‘straniero’. Quegli anni e quei volti e quelle speranze ci hanno resi più attenti e vulnerabili; ci hanno aperto gli occhi sulla realtà del nostro mondo; ci hanno trasformati! Come missionari/e siamo profondamente feriti da quanto sta accadendo nella nostra terra, rispetto ai migranti. Ci preoccupa il ‘virus’ che gradualmente sta infettando non solo parte della nostra società, ma, purtroppo, anche porzioni delle nostre stesse comunità missionarie! Un ‘virus’ che spinge a considerare immigrati, Rom, i ‘senza documenti’, come gente che ruba, violenta, diventa ‘il nemico’ che minaccia la nostra sicurezza. Come missionari/e siamo profondamente indignati perché persuasi che ogni attentato perpetrato alla dignità della persona si afferma come radicale negazione di un comune progetto di umanità che insieme abbiamo la responsabilità di costruire. La ‘criminalizzazione’ dei migranti e il conseguente tentativo di farne il ‘capro espiatorio’ per una crisi sociale che ha ben altre radici, ci amareggia e ci spinge a dissentire dallo ‘spirito’ che sembra prevalere nella società. Ci sembra di riconoscere lo stesso ‘virus’ che ha coinvolto, attraverso il crescente ricorso alla violenza e alla logica della competizione e della manipolazione mediatico-politica, il nostro tessuto sociale, minandone le difese ‘civili’. Come cittadini, ci preoccupa il rinnegamento dei valori portanti di una Costituzione con la quale ci identifichiamo e che, seppur faticosamente, ha offerto negli anni spunti e prospettive di solidarietà e civile convivenza. Come discepoli di Cristo, rimaniamo sconcertati nel constatare come episodi di intolleranza, giustizia sommaria, discriminazione ed esclusione abbiano potuto trovare terreno fertile anche in varie comunità cristiane. Questi fatti gettano una luce particolarmente inquietante sul tipo di Vangelo e di ‘evangelizzazione’ che in tutti questi anni la Chiesa, cui apparteniamo e di cui siamo espressione, ha proclamato e testimoniato. Siamo infatti persuasi che il ‘virus’ di cui sopra deve essere combattuto anche attraverso la nostra predicazione, l’accoglienza evangelica e la testimonianza quotidiana di ospitalità. Vogliamo esprimere solidarietà e vicinanza ai nostri fratelli e sorelle migranti assicurando loro che non saranno mai soli in questo viaggio di speranza comune. Invitiamo le nostre comunità missionarie e quanti/e hanno a cuore la dignità della persona e i valori del Vangelo a contrastare in ogni modo la logica violenta dell’esclusione e della criminalizzazione dei migranti. Mettiamoci insieme per continuare a creare spazi di ospitalità e di dialogo, che soli assicureranno il germoglio di un futuro più umano per tutti. Il futuro della nostra società è legato ai nostri cuori aperti e ospitali. Mai senza l’altro!”.

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La sospetta caccia ai rom

campo rom

La cronaca ufficiale è nota: a Ponticelli, periferia est di Napoli, una donna rom entra in una casa per rapire una bambina; la popolazione locale, che aveva già dato segni di insofferenza, si ribella contro gli zingari e dà fuoco ai loro campi, costringendoli a scappare. La verità, però, è molto più complessa, e dopo una mattina passata sulle ceneri di quelle baracche hai l’impressione che non coincida con la versione raccontata sui giornali. La prima cosa che ti colpisce, a Ponticelli, è l’assenza di tracce: quelli che fino a pochi giorni fa erano campi nomadi recintati da una rete oggi sono terreni anonimi, freschi di ruspa, con il cane che fa pipì e la bancarella che ti vende la maglietta di Lavezzi. La seconda è l’assenza di forze dell’ordine: in uno dei luoghi più a rischio di Napoli, non c’è nemmeno un vigile urbano. Ed è sempre stato così, mi dicono, tranne che nell’ultimo periodo, quando l’aumento di reati commessi dai rom aveva provocato la reazione della polizia: volanti, sirene accese, controlli… un bel fastidio per la Camorra, che ha deciso di eliminare la radice del problema: gli zingari, appunto, pur utilizzati in passato come corrieri della droga o costretti a pagare il pizzo per mettere su una baracca. Sarebbe stata la criminalità organizzata, insomma, ad incendiare i campi, per riportare la situazione sotto controllo. Ma questa è solo la versione light, mi hanno detto stamattina: secondo alcuni malpensanti, infatti, i terreni su cui erano sorti i campi nomadi sarebbero destinati ai nuovi progetti finanziati con i fondi europei: l’edilizia, la cittadella della musica e così via. “E la Camorra cosa c’entra?” “Buona domanda, onorevole”.