Archivi categoria: Lega

Il bersaglio facile

La paura più grande, che poi è una certezza, è che la campagna xenofoba abbia trovato un nuovo testimonial: dopo l’attentatore nigeriano sul volo Usa, servito a qualche mio collega in malafede per spiegare quanto sia giusto non dare la cittadinanza ai bambini stranieri ed a qualche brillante analista per teorizzare l’impossibilità di integrazione con i musulmani, ora salgono sul palco, siori e siore, i rivoltosi di Rosarno. Che probabilmente hanno fatto cose orribili, tipo circondare l’auto di una incolpevole signora e prenderla a bastonate, e per questo verranno puniti. Così come, ne sono certo, verranno puniti quei nostri connazionali che hanno acceso la miccia prendendoli a pallottole: con i bersagli facili, infatti, la nostra giustizia funziona a meraviglia. E pure la nostra politica, mi viene da pensare, dopo avere ascoltato il ministro dell’Interno che dà la colpa di tutto all’immigrazione irregolare. Mentre tutti quelli che stanno sul campo, da Libera di don Ciotti alla Caritas, continuano a ripetere che dietro ogni degrado c’è un disagio, e che i responsabili vanno cercati altrove: tra i bersagli mobili, quelli che non si fanno vedere perché sanno come mimetizzarsi nella nostra società. Tra i produttori delle passate di pomodori che rosoliamo nei nostri soffritti, ad esempio, o tra quelli dei succhi di frutta che diamo a merenda ai nostri bambini: nei loro campi, ci spiegano all’unisono i sindacati, nessuno ti chiede il permesso di soggiorno, perché tre euro all’ora senza contributi sono sempre meglio di dieci con un regolare contratto di lavoro, ferie, tredicesima e malattia. Diceva dom Helder Camara, vescovo brasiliano di Recife, e mi scuso se ve l’ho già scritto più di una volta: “Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista”. E la diocesi locale, commentando la vicenda, ha appena detto una cosa comunistissima: “Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale”. Faccio il comunista anch’io, allora, e mi chiedo dove sia il senso di tutto questo accanimento contro i disperati, quando l’economia ci dimostra che, prima di arrivare sulle nostre tavole, passate di pomodori e succhi di frutta passano per il loro sudore. Mi chiedo dove sia la Guardia di finanza, dove siano gli ispettori del lavoro, dove sia il pugno duro del governo contro l’evasione fiscale, dove siano le vittorie contro la criminalità organizzata che Maroni non manca mai di sbandierare, dove sia la dignità di un Paese che non ti fa entrare perché non gli servi, ma poi – quando sei dentro – scopre che in realtà gli servivi e non resiste alla tentazione di sfruttarti, senza chiederti mai scusa. Mi chiedo quando avranno l’umiltà di ammettere che la regolarizzazione delle sole badanti era una fesseria, o che la nostra proposta di legge sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro è un’idea pratica ed immediatamente applicabile. O almeno – e mi accontenterei anche di quello, per ora – quando la smetteranno di strumentalizzare tutto, anche la sofferenza degli ultimi, per qualche voto in più alle Regionali, in nome della razza ariana.

La cittadinanza in diretta

La foto non è il massimo, ma provateci voi con una mano sola e rischiando di essere richiamati all’ordine perché in teoria è vietato. Detto questo, cominciamo.

10.03 Tra poco si inizia. Fuori, in piazza Montecitorio, ci sono le bandiere della Cisl: nonostante la pioggia, sono qui a darci sostegno. Come noi, chiedono che la cittadinanza non sia un percorso ad ostacoli. Curiosità: i manifestanti sono qui con un ombrello verde, guarda un po’.

10.06. Parla per prima Isabella Bertolini, la relatrice. Ci sta spiegando che la legge attuale (la 91 del 1992) è ottima, solo che noi non l’abbiamo capita: l’unica modifica da fare è quella del test. Dice che lo ius soli in Italia esiste già: chi è nato qui ha bisogno di soli 3 anni di residenza. Ribadisce che i minori non possono avere la cittadinanza, perché ci vuole una scelta volontaria (ed accusa la Commissione Cultura, che l’altro giorno ha posto la condizione dello ius soli temperato, di non aver capito lo spirito della riforma). Ritira fuori la filastrocca delle migrazioni di passaggio, non stanziali. Chiude con due lati positivi: il primo è che Tremonti dovrà mettere i soldi per i corsi di preparazione al test; il secondo è che in determinati casi questo test non sarà necessario (il decreto attuativo deciderà quali). Chiude dicendo che c’è bisogno di ulteriore riflessione: praticamente, un invito a rimandare il testo in Commissione.

10.22 Primo intervento per il Pd: Gianclaudio Bressa, che in tutti questi anni si è impegnato moltissimo sul tema ed è arrivato ad un passo dall’approvazione di una nuova legge. Inizia volando alto, parlando del ruolo della cittadinanza come punto cruciale della frontiera dell’eguaglianza. Definisce la disciplina attuale “una sorta di lotteria sociale”. Accusa la maggioranza di non aver capito che ex facto oritur ius: la legge nasce per regolare fenomeni già esistenti. Prende in giro i requisiti di integrazione richiesti dal testo Bertolini: come si calcola, ad esempio, il previsto “rispetto delle leggi anche in ambito familiare”? Presenta la nostra proposta alternativa, spiegando che per noi il riconoscimento della cittadinanza è la premessa per costituire l’unità della comunità nazionale. Ottima chiusura: le elezioni regionali passano, questa legge resta.

10.32 Momento importante: tocca ad Italo Bocchino, che in teoria sarebbe vicino a Fini ma in pratica è anche vicecapogruppo del Pdl. Definisce “frettolosa” la legge del 1992, perché alzò i requisiti di residenza da 5 a 10 anni anziché prevedere percorsi di integrazione. Buon inizio! Definisce quello della Bertolini “un ottimo testo di partenza”, su cui apportare miglioramenti (e che cos’altro poteva dire?). Invita a non politicizzare questa riforma, se no non si farà: propone il rinvio (per me condivisibile) a dopo le Regionali. Si dice contrario allo ius soli secco e propone quello temperato, visto che – come dice la Bertolini – il principio esiste già. Se la cava con un invito generico (“Ragioniamo su questo”), ma non dice nulla di concreto: la mia idea è che non voglia scoprire le carte ora. Insiste sulla certezza dei tempi per diventare cittadini. Chiede una cittadinanza di qualità: la madre di Sanaa, che ha dato ragione al marito assassino della figlia, non potrebbe diventare cittadina. Al testo Bertolini chiede cambiamenti sui minori: l’adolescenza è il momento in cui si forma l’identità di un individuo! Chi nasce in Italia o ci arriva entro i primi 2 anni, conclude, diventi cittadino dopo un ciclo scolastico! Eccole qui le carte che si era tenuto alla fine… Bravo Italo!

10.45 Parla Roberto Zaccaria. Non concorda con Bocchino sulla valutazione positiva del testo Bertolini, invita ad un provvedimento condiviso. Ricorda che questa è una legge diversa dalle altre: non deve caratterizzare una politica di maggioranza! Chiede che, su questi temi, si dia libertà di coscienza ai singoli parlamentari e sottolinea che la cittadinanza è un banco di prova serio per la volontà di fare riforme. Ricorda che attualmente si danno solo 40 mila cittadinanze l’anno, due terzi delle quali per matrimonio e meno di un terzo per i 10 anni di residenza: non si governa così un fenomeno del genere! I nostri partner europei danno il triplo o il quadruplo delle cittadinanze. Chiude sottolineando l’importanza del parere espresso dalla Commissione Cultura.

10.55 Tocca a Raffaele Volpi, primo leghista ad intervenire. Accusa Fabio Granata, e probabilmente anche Fini, e forse anche me (senza nominare nessuno, però), di avere utilizzato la cittadinanza come una vetrina personale. Ribadisce che la Lega non avrebbe voluto parlare di cittadinanza, perché non era nel programma di governo. I dieci anni non si toccano: chi vuole diventare cittadino, sostiene, saprà aspettare. Quella della Lega è una posizione realistica e responsabile, dice. Chiude manifestando appoggio al testo Bertolini.

11.02 Il primo leader politico a prendere la parola è Pierferdinando Casini, che apre sulla necessità di lavoratori stranieri per tenere in piedi l’economia italiana: un approccio realistico, insomma, più che poetico. Rimprovera alla maggioranza di fare demagogia sull’immigrazione: gli italiani credono che gli stranieri siano il 25% della popolazione residente, mentre sono il 7,5%; si dice che dobbiamo aiutarli a casa loro, ma non tiriamo fuori i soldi per la cooperazione. In realtà, aggiunge, sono loro ad aiutare noi, come spiegano i dati dell’Inps. Snocciola numeri: impressionanti quei 5 miliardi e 600 milioni di tasse versati dagli immigrati, equivalenti ai capitali che dovrebbero rientrare con lo scudo fiscale. Insiste sui bambini e sui minori: la cittadinanza non sarà nel programma di governo, ma è nel programma dell’Italia e degli italiani. Cita la Sarubbi-Granata come esempio  positivo ed invita a non dare alibi a nessuno per non continuare l’analisi di questo provvedimento.

11.15 David Favia è il primo deputato dell’Idv ad intervenire. Stoccata alla maggioranza: ogni volta che il governo non mette la fiducia, emergono le divisioni tra di loro. Invita a non porsi in maniera preconcetta rispetto al tema, perché così non si risolvono i problemi. Si dice contrario allo ius soli secco, ma critica l’approccio della Bertolini. Poi commette un autogol, dicendo che per i nati qui andrebbe bene la procedura attuale (ma allora diventerebbero cittadini solo dopo i 18 anni: mi sa che si è confuso, visto che è tra i firmatari della nostra pdl 2670). Spero di aver capito male, ma mi sa che si è sbagliato lui. Propone il silenzio-assenso per fermare i tempi della burocrazia, ma pure questa cosa non mi convince: uno Stato può dare la cittadinanza con il silenzio-assenso? Conclude dicendo che il testo alternativo del Pd è comunque preferibile a quello della relatrice, ed invita ad approfondire ulteriormente il dibattito.

11.30 Parla Jole Santelli, che attualmente milita nei falchi del Pdl ma che apre con moderazione, invitando a non pensare di avere la verità in tasca. Ci rimprovera di parlare del diritto di cittadinanza, visto che non lo considera un diritto. Minimizza: a suo parere, si può rimanere in Italia godendo di tutti i diritti sociali senza diventare cittadino; l’unica differenza è il sentirsi parte di una comunità (e mi hai detto niente!), ma il sentirsi parte di una comunità – aggiunge – non è roba da bambini. Non facciamo demagogia, prosegue, non ci commuoviamo: non ci sono bambini diversi, ma bambini che nascono da genitori non italiani e non vogliono diventare italiani. Sì, l’ha detto. Mandatele un po’ di mail per chiarirle le idee: santelli_j@camera.it . Sostiene, infine, che il problema delle banlieues parigine è stato causato dall’imposizione dell’identità francese, mentre loro non la volevano e le ragazze si sono rimesse il velo per dimostrarlo. Sì, scrivetele.

11.41 Tocca a Dario Franceschini. Parte dal porto di Genova, dove in campagna congressuale tenne il discorso ai nuovi italiani. Dice che l’Italia sta dimenticando la propria storia. Cita il mio pezzo sull’ostetrica: un bambino nato su 9 in Italia è figlio di genitori stranieri. L’obiettivo di una legge sulla cittadinanza, ricorda, è quello di riconoscere diritti. Cominciamo a misurare da questo provvedimento se c’è la volontà di cercare un’intesa sui contenuti! Frecciata a Fini: dopo le parole, anche importanti, ora vediamo in Aula se ci sono i numeri! Trova sbagliato che si rinvii l’approvazione della legge a dopo le Regionali: che cosa c’entrano le Regionali se una norma è giusta? (Applausi del Pd. Io vi ho già detto come la penso, in nome del realismo politico: meglio rischiare di farsela approvare o rischiare di farsela bocciare?) Ricorda che l’identità italiana è una stratificazione, non è immobile ma si costruisce ogni giorno.

11.51 Tocca a Roberto Cota, capogruppo della Lega. Abbiamo vinto le elezioni, dice, con un programma politico che non prevedeva revisioni della legge sulla cittadinanza. Non abbiamo bisogno di nuovi immigrati per costruire la nostra identità: abbiamo bisogno di gestire questo fenomeno restringendolo! Non possiamo vendere sogni che poi non si avverano! Prima – dice – bisogna affrontare i problemi dei nostri giovani e dei nostri anziani. E poi, la cittadinanza non è neppure una richiesta pressante degli immigrati: la stragrande maggioranza di loro viene qui per tornare a casa. Per quanto riguarda i minori, ripete la favola dello ius soli che esisterebbe già.

12.02 Mario Tassone, componente della Commissione Affari Costituzionali, è considerato un po’ la destra dell’Udc. Parla in generale delle riforme, che vanno fatte nel segno della tutela della persona, e spera che si trovi una sintesi tra le posizioni diverse. Frecciata a Franceschini: chi spinge per la rottura non vuole le riforme! Cita la Sarubbi-Granata come soluzione per risolvere il problema dei minori: non può esserci l’apartheid! Cita pure l’intervento di Gaetano Pecorella ed il parere della Commissione  Cultura: la maggioranza ha un dibattito interno da non sottovalutare. Ricorda, infine, che nessun provvedimento dell’opposizione è stato approvato in questa legislatura, e che sarebbe ora di cominciare con questo.

12.15 Benedetto Della Vedova, del Pdl, è firmatario della nostra proposta bipartisan. Inizia dicendo che la cittadinanza non è un problema che riguarda gli stranieri, ma è un problema che riguarda l’Italia. Riprende il tema del no taxation without representation: milioni di immigrati che pagano qui le tasse, tengono in piedi il nostro sistema previdenziale e non hanno diritti civili e politici! Chiede di andare oltre il testo Bertolini. Applausi dai banchi del Pd!

12.22 Fabio Evangelisti, dell’Idv, apre sottolineando il buonsenso di Fini. Attacca l’intervento di Cota. Ribadisce l’esigenza di dare la cittadinanza ai minori nati qui, oppure non nati qui ma al termine di un ciclo scolastico. Compara la nostra arretratezza, ad esempio, con quella della Spagna, dove per gli stranieri residenti l’iscrizione all’anagrafe non è un miraggio.

12.30 Livia Turco comincia ricordando la presenza, fuori dal Parlamento, dei ragazzi delle seconde generazioni: un movimento che fino a qualche anno fa neppure esisteva. Ricorda la mole impressionante di bambini che nascono qui e crescono qui: in nessun altro Paese europeo c’è un atteggiamento così ostile verso la cittadinanza ai minori stranieri! Perché il Centrodestra non si guarda un po’ in giro? Altro che radicalismo di sinistra: questa è una corrente europea!

12.37 Tocca a Roberto Rao, dell’Udc, giovane e sveglio. Anche lui è tra i firmatari della Sarubbi-Granata (e pure Tassone: mi ero dimenticato!). Chiede un ragionamento costruttivo ed invita la maggioranza ad avere coraggio: è inutile farsi male, perché tanto ci saranno schieramenti trasversali! Non servono falangi, ma ragionevolezza. Ha un atteggiamento morbido verso la relatrice, ma insiste sulle questioni rimaste irrisolte, tipo certezza dei tempi e minori. Cita anche lui l’approccio positivo della nostra pdl bipartisan, ma essendo un firmatario non vale. Conclude con un invito a superare la propaganda e l’estremismo.

12.50 Ecco Fabio Granata: potrei fare il ventriloquo, perché l’ho sentito una cinquantina di volte, e naturalmente vale anche il contrario. Parte dall’introduzione della nostra proposta di legge. Mi gioco un euro che tra un po’ cita l’ecumene federiciana, come esempio di convivialità delle differenze. Parla di una scommessa politica e si augura un percorso non condizionato da questioni esterne (le Regionali, il rapporto Berlusconi-Fini: non li cita, ma è chiaro). I giovani di seconda generazione, prosegue, non possono essere lasciati in una terra di mezzo: passaggio allo ius soli temperato. Non ha citato l’ecumene federiciana, perché si è limitato all’aspetto politico della vicenda: gli devo un euro.

12.59 Per noi parla Laura Garavini, eletta all’estero e capogruppo in Commissione antimafia. Racconta la propria esperienza di immigrata, cita la Francia e gli Usa che hanno eletto presidente il figlio di un immigrato e si chiede come mai noi  i figli degli immigrati vogliamo metterli da parte. Giudica il testo Bertolini “una legge del passato”, ed ha ragione, perché sembra proprio scritta in un altro tempo. Chiede riforme condivise.

13.03 Terzo intervento per la Lega: Maria Piera Pastore. La sento parlare per la prima volta, ma non dice molto di originale: la cittadinanza non c’entra nulla con i diritti, né con l’integrazione. Prima i doveri, ribadisce. Non si fa mancare un tocco anti-Islam, con citazioni anti-infibulazione: se volete, cari amici musulmani che siete nati e cresciuti qui, scrivete anche a lei (pastore_m@camera.it) per chiarirle le idee. La scelta, prosegue, è fra l’essere buoni e l’essere seri; chi diventa italiano da piccolo non è in grado di capire. Chiude condividendo la “proposta di buonsenso” della Bertolini.

13.10 Aldo Di Biagio (Pdl) è un altro eletto all’estero, anche lui firmatario della Sarubbi-Granata. Chiede una riflessione congiunta e condivisa, che vada oltre il testo Bertolini, “poco rispondente” alla realtà dell’Italia di oggi. Chi è eletto all’estero, non c’è che dire, ha una marcia in più, perché ha visto il mondo. Chiede di non banalizzare, con semplificazioni fuori luogo, ed è una bella mazzata ai falchi del suo partito.

13.16 Tocca a Pierluigi Castagnetti, che invita a considerare gli appelli della Chiesa. Solo la sorte colloca gli uomini in un angolo o in un altro, dice, e la sorte non può essere dispensatrice di diritti. Invita a partire almeno da un punto condiviso, quello dell’eguaglianza tra gli uomini, per poi cercare insieme un percorso. Non si tratta, dice, di dividersi fra buonisti e cattivisti, ma di assumere insieme uno sguardo serio e responsabile, possibilmente lungo.

13.20 Il nostro Guido Melis, anche lui firmatario della pdl 2670, parte con le cifre dell’Istat e del rapporto Caritas-Migrantes: nel 2020 gli immigrati ed i loro discendenti saranno l’11% della popolazione italiana, dunque non possiamo ignorarli. Cita la nostra proposta bipartisan come una soluzione possibile.

13.25 Eugenio Mazzarella invita alla ragionevolezza, caratteristica che manca nel testo Bertolini. Pure lui cita la Sarubbi-Granata ( è un altro firmatario: siamo piuttosto combattivi, come avrete capito!) e la proposta dello ius soli temperato. Critica il percorso ad ostacoli previsto da parte del Centrodestra, accusato di insipienza nell’affrontare le sfide del futuro.

13.30 Uno dei falchi più falchi è Maurizio Bianconi (Pdl), che parla di “un falso problema” e liquida il discorso di Dario Franceschini come un discorso solidaristico. Si appella all’Unione europea e nomina Maastricht, per ricordarci che chi è cittadino italiano è anche cittadino europeo: dobbiamo quindi parlarne con i nostri partner (che infatti hanno leggi migliori della nostra). Critica il dibattito, a suo parere “di basso profilo”, perché noi del Pd continuiamo a ripetere che la cittadinanza porta diritti mentre non è vero. Al contrario, la cittadinanza è un insieme di doveri, fino a quello di dare il sangue per la patria. Dunque è solo concessoria, perché lo Stato ti giudica degno di far parte della comunità. E non può valere per i minori, perché si tratterebbe di una cittadinanza coatta, che toglie delle facoltà al minore, e dunque è una violenza: se poi il ragazzo 18 anni rinuncia, diventa un apolide? In mezzo a tante fesserie, Bianconi dice pure una cosa sensata: che la cittadinanza non c’entra niente con la sicurezza. Ma è l’unica, purtroppo.

13.40 Tocca ad un altro falco: Fabio Garagnani, la guardia svizzera in terra  bolognese. E non si fa scappare l’occasione di parlare della difesa dell’identità giudaico-cristiana: chi diventa italiano, afferma, deve recepirla! (Se ho capito bene, Garagnani mette tra le condizioni per la cittadinanza pure la Messa domenicale o, in alternativa, la Sinagoga del sabato). Ci accusa di sottovalutare il fenomeno: non sono loro ad avere paura, siamo noi a non aver capito. Dice che il testo Bertolini va bene, anche se l’avrebbe voluto più duro in alcuni punti. Sì, più duro.

13.47 Seduta sospesa. Si riprende alle 15, io sarò il secondo a prendere la parola.

15.07 Primo intervento del pomeriggio: Souad Sbai, che aveva partecipato alla stesura della Sarubbi-Granata ma poi, alla vigilia della presentazione, ha deciso di non firmarla. Da allora, ha inasprito le sue posizioni. Oggi sta aprendo con un discorso equilibrato sulle seconde generazioni, dicendo che dobbiamo lavorarci su. Parla di un percorso di integrazione a tappe ed invoca politiche efficienti di sostegno agli immigrati. Chiede un modello nostro, italiano, tenendo conto anche degli sbagli altrui, ed auspica che non ci siano cittadini di serie B: chi è qui rispetti le regole, indipendentemente dalla sua cultura di provenienza. Tutto sommato, meglio del previsto.

15.14 Tocca a me. Non so se sia andata bene o male: ne parliamo domani, quando rileggiamo insieme l’intervento.

15.23 Dopo di me, un altro falco. La caricatura del falco: Manuela Dal Lago. Prima pensiamo alla nostra gente, dice, e lo abbiamo già sentito. La globalizzazione, prosegue, ci porta a dover difendere sempre più la nostra identità ed i 10 anni previsti dalla Bertolini vanno benissimo. Al limite, suggerisce, snelliamo la burocrazia! Rifiuta l’etichetta di cattiva, e riconosce che noi non siamo buonisti. Ma poi spiega che lo ius solis non va bene, ed infatti noi non lo abbiamo mai chiesto: a noi basta lo ius soli, quello senza la esse.

15.33 Federica Mogherini porta in Aula l’appello della rete G2, quello degli alberi senza radici, e legge la testimonianza di una ragazza che – non potendo votare, né fare un concorso pubblico, né aprire partita Iva se sono chiuse le quote per il lavoro autonomo, e tante altre cose – sostiene di non saper rispondere alla domanda più semplice: “Sei italiana?”. Poi continua con una riflessione sull’italianità e sul senso di spaesamento di molti minori. L’italianità, conclude con un’altra testimonianza, è il sentirsi a casa in Italia. Ma è difficile quando vogliono farti credere che sei uno straniero. Mi congratulo.

15.38 Il nostro Alessandro Naccarato, della Commissione Affari Costituzionali, cita il paradosso caro a Fini: i pronipoti dei nostri emigrati sono cittadini italiani e votano pure da casa, ma non pagano le tasse; gli  immigrati regolari che pagano le tasse qui, invece, non votano e non sono cittadini. Spiega che con le seconde generazioni non si può parlare di immigrazione non stanziale: una parte importante del futuro dell’Italia sarà affidata ai figli di immigrati.

15.45 Tocca a Sesa Amici, capogruppo Pd in Affari costituzionali. Ricorda che ci sono dei temi che si impongono, di fronte ai quali non ci sono regole di coalizione. Rivendica l’accelerazione al tema richiesta dal Pd, per aprire un confronto alla luce del sole. Invita a pensare ad un’idea moderna dello Stato: pur apprezzando il lavoro della relatrice, critica il testo perché “elude i nodi strutturali della cittadinanza”. La questione dei minori, ad esempio, che oggi viene sollevata da pezzi interi della maggioranza, si può risolvere solo se si ha l’idea che la cittadinanza non è solo un assetto normativo. Dobbiamo alzare il livello della discussione, prosegue, slegandolo dall’ambiguità della tattica politica e da un uso mediatico del tema: un po’ ce l’ha pure con Fini, mi sembra di capire. Perché nel Pd, ve lo dico dal di dentro, cominciano a chiedere che dalle parole si passi ai fatti.

15.53 Jean-Léonard Touadi cerca di spiegare concetti un po’ complicati per la Lega, tipo quello dello spazio transnazionale. Si sofferma sul fatto che le appartenenze di sangue non reggono più, e cita una risoluzione del Parlamento europeo in cui si invitano gli Stati membri a rendere più agevole l’acquisizione della cittadinanza ed il godimento dei diritti, traendo profitto dalle esperienze di ciascuno. Tutto il contrario di quello che diceva Bianconi, insomma. Chiude con una parola sui bambini, che tutto possiamo chiamare fuorché stranieri: non possiamo lasciarli in un limbo giuridico, non possiamo aver paura dell’innesto.

15.58 Il radicale Matteo Mecacci fa un discorso complessivo sull’immigrazione: si chiedono loro sempre più servizi, si nega loro una condizione sociale. Parla della difficoltà di rinnovare il permesso di soggiorno, questione che nessuno ha finora citato ma che è il vero calvario di chi non ha la cittadinanza italiana. Chiude con un attacco alla Lega, incapace di capire la realtà italiana, e ricorda che è l’incertezza del diritto a portare insicurezza.

16.03 Ancora uno dei nostri: Oriano Giovanelli. Si dice d’accordo con Benedetto Della Vedova sulla necessità di capire quale Paese pensiamo di costruire: l’Italia di oggi, volente o nolente, è fatta anche di immigrazione. La cittadinanza è un passaggio chiave per capire se vogliamo andare avanti oppure arretrare: le soluzioni non saranno certamente definitive, ma saranno importanti sul destino della nostra società. Per questo, spiega, è fondamentale andare oltre gli schieramenti. Chiude con una battuta a Cota: va bene evitare i sogni facili, ma evitiamo pure gli incubi!

16.13 Ecco un altro firmatario della Sarubbi-Granata: Sandro Gozi. Capisce le difficoltà della Bertolini, ma non può condividerne la soluzione, perché siamo in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa. Sandro, che ha ottime competenze in campo europeo, ritorna sulla risoluzione citata da Jean-Léonard Touadi e chiede un nuovo approccio sull’immigrazione: né ottimisti ciechi, né pessimisti totali. Non c’è vera integrazione senza cittadinanza, prosegue, e critica il cammino troppo lungo e tortuoso previsto da questo testo base. Cita Francia e Regno Unito, chiede regole certe e tempi prevedibili, conclude con il dramma della generazione Balotelli, che non può definirsi italiana ma neppure straniera: non possiamo continuare a trattarli come figli di un diritto minore.

16.22 Parola a Carlo Monai, dell’Idv. Per la precisione, moderato dell’Idv: sì, ne esistono anche da loro. Si sofferma su un problema un po’ marginale rispetto al tema in esame, ma sentito da parecchie persone: quello della cittadinanza ai figli delle donne italiane emigrate all’estero. Poi affronta il tema vero e proprio: prendiamo atto dell’immigrazione, dice, e vediamo come ormai ci sia una convivenza diffusa, anche nelle piccole comunità. Approcciamo il tema senza ideologismi e populismi! Anche lui si richiama alla risoluzione del Parlamento europeo, che evidentemente il nostro Centrodestra ignora.

16.33 Uno dei momenti più importanti: tocca al capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che sicuramente farà il falco (mi gioco un altro euro). Critica subito la richiesta Pd di calendarizzare il testo e portarlo in Aula, bloccando il lavoro in Commissione: se fosse continuato, prosegue, magari un accordo sui minori si poteva anche trovare. Cita la solita lagna: per noi, dice, la cittadinanza viene prima dell’integrazione. Peccato che non lo abbiamo mai detto! Poi torna sul fatto che molti immigrati non vogliono la cittadinanza. Ma chi ha detto che è obbligatoria? Sto vincendo un euro. Dà ragione alla Santelli: Francia e Gran Bretagna concedono storicamente cittadinanze perché hanno un passato coloniale, ma ora entrambi i Paesi si sono accorti di avere esagerato. Riconosce che nella Sarubbi-Granata qualcosa l’avevamo azzeccata, parlando dell’aspetto qualitativo della cittadinanza. Respinge le battute sulla xenofobia: il Pdl è preoccupato solo di una qualità della nostra civiltà (astenersi da battute, please). Dice di voler raccogliere la sfida, ma le concezioni sono diverse: per questo, Franceschini non può chiedere il voto a gennaio per vedere se il partito di maggioranza relativa passerà l’esame. Apertura sui bambini: faremo una riflessione, promette.  E questa è la notizia della giornata: il capogruppo del Pdl ha annunciato pubblicamente, in Aula, che sui minori il discorso non è chiuso. Ma l’euro me lo tengo lo stesso.

16.44 L’ultimo dei nostri interventi è quello di Roberto Giachetti, che accusa giustamente Cicchitto di averci messo in bocca cose che non abbiamo mai detto né pensato. Sottolinea l’importanza del dibattito di oggi e lancia la palla alla relatrice, che dopo aver ascoltato tutti avrà capito che qualcosa si deve cambiare, soprattutto sui minori.

16.49 Chiude la maggioranza, con il capogruppo Pdl in Affari Costituzionali: Peppino Calderisi, che sui minori è piuttosto falco (sono curioso di capire cosa dirà ora che ha parlato Cicchitto). Apre dandoci degli  ignoranti, perché non sappiamo che lo ius soli in Italia esiste già, e sostiene che i problemi principali oggi sono di carattere amministrativo e burocratico. Fa un intervento tutto sommato responsabile, e si vede che le parole di Cicchitto lo hanno condizionato: arriva addirittura a riconoscere che il problema dei minori è un problema aperto anche all’interno del Centrodestra. Non esclude passi avanti neppure per gli adulti. Infine, invita ad una discussione non strumentale, lontana dalle Regionali, e sapete che io non sarei contrario purché non ci prendano per il cosiddetto.

17.00 In appendice, c’è un iscritto a titolo personale: Mario Pepe (Pdl). Chiede di imparare dalla nostra storia di emigrazione, cerca di spiegare alla Lega che il degrado nasce anche dai diritti negati. Ricorda che ci sono milioni di residenti senza una rappresentanza politica, e teme che ciò possa essere un elemento di destabilizzazione nel lungo periodo: una legge seria sulla cittadinanza può evitarlo. Ripeto: Mario Pepe, Pdl. Olé. Dalle agenzie di stampa arriva pure un’apertura di La Russa: doppio olé.

17.04 Triplice fischio: abbiamo pareggiato in trasferta, se non addirittura vinto ai punti. Per il commento, lasciatemi dormirci sopra: ci sentiamo domani.

Il pellerossa nel presepe

La Camera è ormai deserta: rimangono al lavoro i miei colleghi della Commissione Bilancio (che sono una specie a parte, perché in certi periodi dell’anno non conoscono la luce del sole) e noi guerriglieri della cittadinanza, che domani ci troveremo in Aula per la discussione generale. Contavo di seguirla live sul blog, così la commentiamo insieme: l’appuntamento on line è poco prima delle 10, perché alle 9 ci sarà un’informativa del governo sull’attentato fallito alla Bocconi. Da qui ad allora sarò andato a Milano e tornato indietro: stasera infatti sono da Lerner, all’Infedele, a parlare di White Christmas, Lega, immigrati e spero pure cittadinanza. Proprio la campagna leghista sul Bianco Natale, sul presepe e sul crocifisso mi ha condizionato nella scelta per la citazione da mettere sui cartoncini di auguri: normalmente prendo un passo della Bibbia, ma stavolta mi è venuta in mente una poesia di Gianni Rodari, che l’ha scritta pensando ai bambini perché non conosceva l’esistenza della Lega.

Il pellerossa nel presepe

Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta
come è finito tra le statuine
del presepe, pastori e pecorine,
e l’asinello, e i Magi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchina delle caldarroste?
Non è il tuo posto, via, Toro Seduto:
torna presto da dove sei venuto.
Ma l’indiano non sente.
O fa l’indiano.
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto fin qua
ha fatto tanto viaggio
perché ha sentito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà.

C’è di tutto qui dentro: il pellerossa della riserva indiana, che una volta era il simbolo della Lega ed ora diventa l’immagine delle minoranze, mentre la Lega è a sua volta maggioranza in certe parti d’Italia; il viaggio lungo dell’indiano per arrivare nel presepe, ossia nella culla di Cristo, il luogo più sicuro al mondo per un uomo in cerca di accoglienza; il suo stupore nello scoprire che non è il benvenuto, senza capire perché (“Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano”); il fastidio epidermico, di molti di noi, nel vedere che quell’ordine costituito viene sconvolto da un intruso, senza renderci conto che il presepe è la festa degli intrusi, perché la vecchina delle caldarroste – per dire – a Betlemme non si è mai vista, così come il venditore di frittelle, o i fabbri, o le lavandaie al ruscello, o gli zampognari che arricchiscono ormai il quadro e nessuno si chiede più perché. Sono tutti ormai integrati, per usare un’espressione attuale, e nessuno pensa che la loro presenza sia l’errore di un bambino. Neppure le giunte comunali che oggi inneggiano alla purezza del bianco Natale.

Regali di Natale

Volevo raccontarvi di Cortona, dove oggi avrei dovuto partecipare all’incontro di Area democratica, ma la neve mi ha bloccato dentro casa e quindi vi parlerò d’altro. Dei regali di Natale, visto che è l’ultimo sabato buono per gli acquisti: quelli che vi consiglio e quelli che abbiamo ricevuto noi alla Camera. Perché la tradizione è che ogni gruppo faccia un regalo ai propri parlamentari, come si usa nelle aziende con i propri dirigenti. Mi obietterete che un partito non è un’azienda e fondamentalmente vi darò ragione, perché i partiti campano con i soldi delle tasse di tutti, ma tant’è. Indovinate chi ha fatto il regalo più costoso? Domanda retorica, lo so. Se fossi stato un deputato del Pdl, mi sarei portato a casa un televisore Samsung full hd da 23 pollici, che si aggiunge al computer portatile Acer ricevuto l’anno scorso; per correttezza, però, devo aggiungere che non so se sia un regalo del gruppo (dunque pagato con i soldi pubblici) o del presidente Berlusconi (dunque pagato con i suoi soldi privati). Al secondo posto, ma staccati di un bel po’, i parlamentari dell’Udc, che sotto l’albero hanno trovato un paio di gemelli da polso (per gli uomini) o di orecchini (per le donne); più o meno sullo stesso livello l’Italia dei valori, che ha regalato ai propri deputati due bottiglie di champagne, ed il gruppo misto, che ha optato per un buono di una cinquantina d’euro da spendere in libreria. La Lega è solitamente parca: l’anno scorso una chiavetta usb, quest’anno una spilletta simil-Swaroski con il Sole delle alpi ed una targa di legno con la scritta “Lega nord”. E il Partito democratico? L’anno scorso nulla, perché abbiamo devoluto i soldi all’Unicef ed al progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio; quest’anno, invece, ancora nulla, perché abbiamo destinato tutto a Libera e Telethon. La cosa mi rende naturalmente orgoglioso e mi piacerebbe che in giro si sapesse: è un piccolo gesto, d’accordo, ma testimonia una comunità di persone attenta agli ultimi. Tra l’altro – lo dico per chi storce il naso, pensando ad una mossa propagandistica – è una scelta avvenuta in silenzio, senza strombazzamenti: parlarne in pubblico è una decisione solo mia, che rientra nell’operazione trasparenza avviata con questo blog un anno e mezzo fa. A proposito di Natale solidale, ho anche io una proposta da farvi: un aiuto al progetto Casa Mamae Margarida del Vides, una ong di suore salesiane che conosco da molti anni. Mamae Margarida è una struttura che accoglie bambine brasiliane strappate alla prostituzione o agli abusi sessuali: alcune di loro, purtroppo, sono già mamme a 9-10 anni. Per maggiori informazioni, andate qui; per donare con carta di credito, andate qui; se preferite un bonifico (Iban IT75F0358901600010570106534), intestatelo a Vides e scrivete nella causale “Casa mamae Margarida”. Se poi avete voglia di regalare un libro a qualcuno, non ho dubbi: prendete “Porto il velo, adoro i Queen” della mia amica Sumaya Abdel Qader, pubblicato da Sonzogno. Regalatelo a qualche amico leghista o falco pidiellino, così da chiarirgli un po’ le idee sui concetti di patria, integrazione e cittadinanza.

Il ribaltone

Li abbiamo mandati sotto sulla cittadinanza ai minori. Li-abbiamo-mandati-sotto-sulla-cittadinanza-ai-minori: me lo ripeto, perché ancora non ci credo. Roba di poco conto ai fini parlamentari – un semplice parere consultivo da parte di una Commissione – e prevedo già il commento di alcuni di voi: ce l’abbiamo fatta perché contava poco, ma se fosse stato un voto importante non avremmo toccato palla. Invece no, perché quello che ho visto ieri in Commissione Cultura (sì, sempre quella: ogni volta che ci metto piede, succede qualcosa) è un antipasto di ciò che potrebbe accadere in Aula, quando la cittadinanza arriverà per l’esame finale. Premessa: ogni legge è affidata ad una Commissione (in alcuni casi anche a due, in seduta congiunta), ma prima di arrivare in Aula ha bisogno dei pareri di tutte le Commissioni interessate dal provvedimento. Il testo sulla cittadinanza interessa anche la Cultura, in almeno due aspetti: il corso di integrazione, con il famoso test finale, e la possibilità o meno che diventino cittadini italiani i minori che abbiano frequentato le nostre scuole. Volete sapere chi è il capogruppo del Pdl in Commissione Cultura? Fabio Granata, che si è trovato ieri nella difficile condizione di tenere insieme le proprie convinzioni personali con il ruolo istituzionale ricoperto. Fabio ha svolto questo compito con intelligenza, dando parere favorevole al testo unico della Bertolini (cosa su cui sarebbe personalmente contrario) ma subordinando questo parere favorevole a due condizioni: il fatto che si ponga un limite temporale alle procedure amministrative (problema posto dalla stessa relatrice) e lo ius soli temperato. In pratica, Fabio ha copia-incollato un pezzo della nostra proposta di legge, definendo necessario “che i minori nati in Italia o che abbiano completato un ciclo di studi in Italia, da genitori non italiani legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, siano riconosciuti cittadini italiani”. Apriti cielo: la Lega è insorta e nel Pdl si sono aperte contestazioni, tanto che ad un certo punto è arrivato Bianconi a minacciare Fabio, e dopo di lui si è precipitata in Cultura la stessa Bertolini, alquanto infuriata. In segno di dialogo, noi abbiamo chiesto la votazione per parti separate: eravamo contrari al testo Bertolini, ma le condizioni poste da Fabio (ed in particolare la seconda, quella sui minori) ci trovavano d’accordo. Alla fine, il Pdl si è spaccato in due: la stessa presidente della Commissione Cultura, Valentina Aprea, ha ammesso che i minori “sono una specie diversa” e dunque vanno considerati con un metro differente. Abbiamo votato e la linea del buonsenso ha prevalso: il parere della Cultura è dunque favorevole al testo, ma solo a condizione che si apra allo ius soli temperato di cui parlava proprio la nostra proposta di legge bipartisan. Anziché prendere atto della spaccatura interna e cominciare a pensare ad una soluzione condivisa, nel Pdl si è aperta la caccia all’uomo, per individuare chi avesse votato con noi e con Fabio Granata: in tutto, ben 7 su 13 (addirittura 7 su 10 se consideriamo i 3 astenuti). Verranno probabilmente richiamati all’ordine ed intimoriti per benino, ma credo che non basterà: la sensazione a pelle – solo a pelle, per ora – è che sui minori il ribaltone sia possibile. Spero che lo capiscano anche i leader del Pdl: se non si impegneranno a farci pervenire qualche proposta decente, ci rivedremo in Aula. Dove tutto può succedere.

In alto mare

Abbiamo accettato di ritirare gli emendamenti al testo base sulla cittadinanza che avevamo presentato in Commissione Affari Costituzionali: li ripresenteremo in Aula a gennaio. Lo abbiamo deciso per evitare che il dibattito venisse strozzato oggi in 10 minuti e che la maggioranza votasse contro a priori, scegliendo in base alla tattica politica anziché in base al merito della questione. In cambio, abbiamo ottenuto dalla maggioranza stessa – e dal presidente della Commissione, Donato Bruno – la garanzia che a gennaio dedicheremo una giornata intera di lavori alla ricerca di spazi di mediazione, perché nonostante tutto neppure i miei colleghi del Pdl sono totalmente convinti del testo base presentato dalla relatrice, Isabella Bertolini. Due sono le grandi questioni che abbiamo posto, e sulle quali ci attendiamo dalla maggioranza risposte serie: la prima è appunto quella della cittadinanza ai minori, che non si può liquidare con la scusa della scelta responsabile; la seconda è quella della certezza dei tempi, perché – come dicevo pure l’altro giorno – annunciare che le pratiche amministrative possono durare al massimo due anni è cosa lodevole, ma devi anche spiegarci come intendi riuscire a far rispettare questo termine, o almeno lavoriamoci insieme, perché al momento ci sfugge. Previsioni mie? Che alla fine la legge uscita da Montecitorio sarà diversa dal testo Bertolini, anche se probabilmente – per non spaccarsi prima delle Regionali, per non fare un piacere a Fini in un momento così delicato e per non regalare voti alla Lega – la maggioranza deciderà di tirarla un po’ per le lunghe. Detto questo, per raccontarvi un po’ come è andata la discussione di questi due giorni sul complesso degli emendamenti voglio partire dal mitico Fabio Garagnani, così immerso nel ruolo di guardia svizzera che sembra l’imitazione televisiva di un teocon: oggi ci ha accusato di sottovalutare “la difesa della nostra tradizione culturale (e spirituale!) giudaico-cristiana” ed un po’ a denti stretti ha detto sì ai 10 anni di residenza presenti nel testo Bertolini, perché lui ne preferiva 15. La stessa Lega, al confronto, sembra moderata, quando annuncia – come ha fatto Manuela Dal Lago, ieri sera stracciata in tv dalla mia amica Sumaya – di respingere la mediazione proposta da Italo Bocchino, vicecapogruppo Pdl e punto di mediazione fra berlusconiani e finiani: otto anni di residenza, cinque per cominciare le pratiche con il test. Sugli altri interventi vado per sommi capi: l’Udc ha ribadito che gli altri Paesi europei hanno ritoccato i termini in basso, mentre l’Italia è rimasta ferma su ius sanguinis e 10 anni; l’Idv ha definito il testo “inaccettabile”, dicendosi però disponibile al dialogo per modificarne almeno i punti peggiori; il Pd ha ribadito che, anziché cercare una soluzione condivisa come richiederebbe una riforma così importante, la maggioranza ha cercato soltanto un accordo al proprio interno. La premiata ditta Sarubbi-Granata – che aveva presentato alcuni emendamenti bipartisan, nello spirito della pdl 2670 – si è divisa i compiti: a Fabio il discorso politico, a me quello tecnico. Lui ha cercato di spiegare i suoi che perseguire l’obiettivo della sicurezza non significa combattere l’integrazione, invitando Pdl e Lega a non lottare per superarsi nella durezza; io ho evidenziato la necessità di alcune modifiche concrete, soffermandomi in particolare sulla necessità di calcolare gli anni (che siano 5, 7, 8 o 10) dall’inizio del soggiorno legale e non dall’acquisizione della residenza, perché questa è spesso una variabile impazzita. Ma non vi tedierò di più: avete già capito l’essenziale, e cioè che siamo ancora in alto mare.