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Cambia menù

In un momento di antipolitica fervente come quello attuale, la notizia passerà magari come un’altra trovata della casta: gli onorevoli deputati non si accontentano di quello che passa il ristorante di Montecitorio e decidono di cambiare menù, poverini. In realtà, il pranzo vegetariano di oggi alla Camera (costato parecchi mesi di organizzazione e mediazione tra la Lav e gli uffici di Montecitorio) era un’iniziativa politica per lanciare la mia proposta di legge 1467 (“Norme per la tutela delle scelte alimentari vegetariana e vegana”), firmata anche – ormai è una piacevole consuetudine, nella mia attività parlamentare – da diversi colleghi della maggioranza: per ora siamo in otto (quattro Pd e quattro Pdl), ma dopo il riso arrostito con porcini e zucca preparatoci dallo chef Pietro Leemann credo che il consenso aumenterà. Il provvedimento, che trovate qui, è un tentativo piuttosto light di rendere la vita più facile ai due milioni e mezzo di italiani che non mangiano carne né pesce (e se contiamo anche chi mangia solo pesce arriviamo al doppio), garantendo loro la possibilità di un piatto vegetariano nelle mense pubbliche o nei luoghi di ristoro convenzionati. Chi mangia carne potrà naturalmente continuare a farlo, ci mancherebbe, ma il problema oggi è esattamente quello contrario: il numero di vegetariani è in crescita continua, mentre l’offerta di pietanze compatibili con la loro scelta è molto bassa. Si può essere vegetariani per tre motivi diversi: etico, salutistico, ambientale. Vado per titoli: nel primo caso, decido di non mangiare carne e pesce perché ho la possibilità di nutrirmi senza uccidere nessun animale, e la preferisco; nel secondo, scelgo di essere vegetariano perché – ad esempio – l’eliminazione del consumo di carne diminuisce del 50%  il rischio di infarto e del 45% quello di tumori del sangue; nel terzo, preferisco evitare la catena animale perché – come testimoniano gli studi economici più recenti – questa comporta uno spreco enorme di risorse idriche e di terre coltivabili. Ma non c’è bisogno di essere vegetariani per firmare la mia proposta di legge, ho scritto ai miei colleghi in una lettera accorata, in cui ho volutamente rinunciato alle citazioni colte (salvo quella famosa di Albert Einstein: “Niente porterà vantaggio alla salute umana ed aumenterà le possibilità di sopravvivenza della vita sulla Terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”) ed ho cercato di convincerli con le buone: con un invito a pranzo, appunto, che ha contribuito a smontare diversi pregiudizi. Potrei citarvi Emerenzio Barbieri, collega reggiano del Pdl, cresciuto all’ombra dei prosciutti e del ragù: a 62 anni, ha mangiato vegetariano per la prima volta ed è rimasto colpito dalla qualità e dalla varietà dei piatti. Ma in generale, al di là di qualche sfottò dei carnivori più accaniti (Rosy Bindi in testa), l’esperimento è andato molto bene ed ha contribuito ad accendere i riflettori su una proposta di legge che, in altre legislature, è rimasta bloccata nei cassetti delle Commissioni e non è neppure riuscita ad arrivare in Aula. Non so se stavolta ce la faremo – gli agguati degli anti-animalisti sono sempre possibili, come ha mostrato la lobby della caccia in più di una occasione – ma le condizioni ci sarebbero: innanzitutto, c’è da votare un testo tutt’altro che talebano; inoltre, il tempo non ci manca, visto che nelle ultime settimane abbiamo chiuso i lavori direttamente il mercoledì. Ma di questo ultimo scandalo, vi annuncio, parleremo nei prossimi giorni.

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Una battaglia di civiltà

“Sì, ma con tutte cose più importanti di cui bisogna occuparsi…”. Conosco già l’obiezione, perché mi è stata mossa mille volte: anche quando, da conduttore di “A sua immagine”, proposi una puntata sull’argomento, che mi fu puntualmente rifiutata. Ma sono testardo, come sapete, e non mi rassegno: così – nel giorno in cui sembra profilarsi l’accordo sulla Consulta, mentre il governo mette la fiducia su Alitalia, nel momento in cui la Francia rimprovera l’Italia per le sue scelte ambientali e mentre le Borse non ci hanno ancora spiegato che fine faremo – oggi parliamo di animali. Stamattina, infatti, l’Intergruppo animali, di cui faccio parte (e vi prego di evitare ironie sul nome), ha partecipato ad un convegno organizzato dalla Lav: magistrati, professori universitari, medici veterinari e politici si sono ritrovati per ribadire un’ovvietà, e cioè che gli animali non sono cose. Ma questa ovvietà, purtroppo, viene ignorata dal Codice civile, che li fa rientrare ancora nella categoria di “beni mobili”: in sostanza, un gatto vale come un’autoradio, e se l’autoradio è di marca anche meno. Quattro anni fa, con la riforma del Codice penale, si è finalmente introdotto il reato di maltrattamento degli animali: l’uccisione crudele, l’abbandono, l’utilizzo per corse clandestine o per lotte, così come la produzione e commercializzazione di pellicce di cani e gatti non sono più al livello di semplice contravvenzione. Il Codice civile, invece, è rimasto invariato, e così anche la Costituzione, che – nonostante alcuni tentativi di modifiche dell’articolo 9 – non accenna mai alla tutela dell’ambiente né alla dignità degli animali. Il problema – ci ha spiegato Francesca Rescigno, docente di Diritto Pubblico a Bologna – sta nell’approccio antropocentrico: anche la legge del 2004 sui maltrattamenti non parla di offese agli animali, ma al sentimento di pietà verso di loro; tanto è vero che gli articoli riformati del Codice penale sono inseriti subito dopo i delitti contro l’onore e il comune senso del pudore. Inserire in Costituzione il concetto di dignità animale non significa diventare fondamentalisti ecologisti (se c’è una cosa che mi urta, dell’approccio di parte del mondo cattolico, è la divisione dell’umanità tra chi ama gli animali e chi ama l’uomo!), perché è chiaro che sarebbe una dignità proporzionata a quella dell’uomo; ma nell’opinione pubblica attuale, di destra e di sinistra, manca il coraggio. O addirittura l’interesse, se è vero che le interrogazioni parlamentari di Gianni Mancuso – deputato del Pdl, medico veterinario innamorato degli animali – vengono costantemente sbeffeggiate dal quotidiano della famiglia Berlusconi. Proprio con Gianni (e con Gabriella Giammanco e Franca Chiaromonte) ci siamo ritrovati, stamattina, dalla stessa parte: con noi anche Francesca Martini, sottosegretario alla Salute, che è una sponda eccellente per far arrivare la questione a Palazzo Chigi. Abbiamo parlato, stamattina, della nostra proposta di riforma del Codice civile (che trovate qui), del riconoscimento degli animali familiari, del progetto di legge per togliere gli animali dai circhi, di quello (primo firmatario Sarubbi) per garantire ai vegetariani la libertà di scelta nelle mense pubbliche e nei luoghi di ristorazione. “Con tutte le emergenze che ci sono…”, è chiaro, un discorso del genere verrà sempre rinviato; in questi anni, però, Francia e Svizzera hanno trovato il tempo per dedicarsi al tema. Da noi, invece, il Senato ha appena messo in calendario i nuovi progetti di legge sulla caccia: chiedono di allargare il numero di specie cacciabili, di estendere le aree in cui questa è permessa e di allargare i tempi della stagione venatoria. Sulle prime pagine di parecchi quotidiani politici, nelle scorse settimane, campeggiava la pubblicità di associazioni venatorie: un caso di scuola per gli appassionati di lobbying.