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Il caso Eutelia

Mentre comincio a scrivere, i lavoratori dell’ex Eutelia sono a poche centinaia di metri da qui. Stanno protestando, da stamattina, contro una situazione insostenibile: l’ultimo stipendio lo hanno ricevuto a luglio, ma la loro azienda (che un mese prima era stata ceduta al gruppo Agile-Omega) continua regolarmente a rispettare le commesse, perché da allora non hanno mai smesso di lavorare. Grazie ai loro prodotti informatici, tanto per fare qualche esempio, funzionano sia il turn over delle volanti della Polizia di Stato che la gestione informatica di parecchi supermercati ed ipermercati Coop: tutti clienti che, proprio grazie al senso di responsabilità dei lavoratori, non si sarebbero accorti della crisi dell’Eutelia se non ne avessero sentito parlare dal pericoloso Gabibbo e, naturalmente, dall’informazione comunista del Tg3 o di Repubblica. Da un punto di vista teorico, quei lavoratori sono ancora sotto contratto, rispettano gli orari e producono normalmente quello che le commesse chiedono loro; non c’è nessuno stato di crisi aperto dall’azienda, e dunque nessuna procedura avviata dal governo in tema di ammortizzatori sociali. Per le banche, insomma, devono continuare a pagare i mutui: il fatto che non ricevano lo stipendio è un dettaglio, perché formalmente l’azienda è in ottima salute. E forse non solo formalmente, mi dicevano stamattina i lavoratori, che ho incontrato all’inizio della manifestazione in piazza dell’Esquilino: le commesse, in effetti, vengono pagate, ma nessuno sa dove quei soldi vadano a finire. Né si riesce a capire con esattezza chi sia l’attuale proprietario, perché l’assetto della nuova società è un sistema di scatole cinesi che passa per finanziarie lussemburghesi ed arriva chissà dove. Se questi lavoratori avessero sfasciato l’azienda, probabilmente avrebbero fatto notizia; invece, l’hanno solo occupata, dormendoci pure, e durante l’occupazione hanno pure ricevuto la visita di 15 vigilantes privati che, spacciandosi per poliziotti, hanno tentato di spaventarli. La rabbia, però, comincia a salire, e c’è sempre qualcuno pronto a cavalcarla: durante il corteo, stamattina, ha preso il megafono Antonio Di Pietro ed ha invitato alla ribellione, con frasi che non ricordo alla lettera ma che, in sostanza, dicevano che prima o poi la pazienza finisce e bisogna usare le maniere forti. Noi del Pd – che pure eravamo piuttosto numerosi, con Pierluigi Bersani e parecchi parlamentari mischiati fra i lavoratori, in mezzo alle bandiere di Cisl e Cgil – stiamo invece premendo per la strada politica, facendo pressioni sul governo perché dia quelle garanzie che finora non ha dato. Un primo risultato – ottenuto grazie ad un incontro del nostro Cesare Damiano con Gianni Letta, un’ora fa – è il vertice con le parti sociali che Palazzo Chigi ha annunciato fra una decina di giorni, il 27 novembre: la notizia è fresca fresca e ve la sto dando praticamente in diretta, mentre i lavoratori abbandonano via del Corso (che avevano paralizzato con un sit in) e si avviano verso casa, con una speranza in più.

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Guerra e fame

È curioso che sia proprio Silvio Berlusconi a chiedere date certe per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo: proprio il suo governo, che poi sarebbe anche il nostro, sta infatti disattendendo tutti gli impegni presi in sede internazionale sul rispetto dei Millennium goals, gli obiettivi del Millennio che l’Onu si è data da qui al 2015. Ne ho parlato decine di volte e non ci tornerò sopra, anche perché dell’incontro di oggi alla Fao non mi sembra questa la notizia principale: la notizia, a mio modo di vedere, è che tutti – dal Papa al segretario generale delle Nazioni Unite – hanno concordato sul fatto che la fame nel mondo non si combatte con le politiche demografiche, ma con la redistribuzione delle risorse. Che ci sono per tutti. Finché lo dice il Vaticano, nulla di nuovo; che fosse d’accordo anche il Palazzo di vetro, invece, non me ne ero mai accorto. Dire che le risorse ci sono significa, secondo me, almeno due cose. La prima è che materialmente esistono, nel senso che la terra è già in grado di sfamare i suoi abitanti: Benedetto XVI citava, per condannarla, la pratica di distruggere le derrate alimentari per tenere alto il prezzo sul mercato, ma allo stesso modo potremmo aggiungere che basterebbe una dieta meno carnivora e più vegetariana – come diversi economisti sottolineano da anni – per fare in modo che, con gli stessi metri quadri di terra coltivata, si riescano a sfamare molte più persone (non sarebbe difficile arrivare a 7 volte tanto). Il secondo aspetto della vicenda è che le risorse – e qui non mi riferisco a pomodori e cereali, ma più in generale alle risorse economiche – vengono spesso destinate ad altro scopo: basta guardare la spesa globale per gli armamenti, che nell’ultimo anno non ha conosciuto nessuna crisi e che vede l’Italia ben (o mal, dipende dai punti di vista) piazzata nella classifica mondiale. Se gli Stati Uniti non spendevano così tanto dai tempi della seconda guerra mondiale, noi non siamo da meno: 40,6 miliardi di dollari nel 2008, pari al 2,8% della spesa mondiale. Ben sopra l’India, che pure non è uno staterello e che, invece di confinare con la neutrale Svizzera, ha la frontiera in comune con il Pakistan Colpa dei ricchi, come al solito? No, non solo. Perché anche i Paesi in cui si vive con un dollaro al giorno spendono, in media, oltre 200 dollari pro capite per gli armamenti, e perché il Brasile delle favelas è diventato la vera potenza militare dell’America Latina. Ma pensiamo un attimo all’Italia, ottavo Paese nel mondo per volume di spese nel settore: da noi la spesa pro capite per le armi è di circa 480 euro l’anno, che per coincidenza è esattamente l’importo della social card. Con le aziende in crisi e le famiglie alla terza settimana, forse un problema di distribuzione delle risorse esiste anche da noi.

Speravo di no

L’analisi di Francesco Rutelli è, per quanto mi riguarda, inoppugnabile. Le cose che ha ripetuto al Corriere della Sera, annunciando la sua uscita dal Partito democratico, le aveva già dette e scritte molte altre volte: mi ricordo l’intervista a Panorama di un anno fa, quando segretario era ancora Veltroni; i due interventi dei mesi scorsi su Europa (il primo ad aprile, il secondo a luglio) contro la riduzione del Pd a forza di sinistra, e qui il segretario era Franceschini ma la polemica fu anche con Bersani; il manifesto dei Liberi democratici che pubblicammo a luglio; infine, l’intervento agli stati generali dell’Udc a Chianciano. Non si può dire, insomma, che Rutelli non sia stato chiaro: come co-fondatore del Pd, tra l’altro, aveva il diritto ed il dovere di lanciare l’allarme, di ricordare a tutti i motivi per cui il progetto era partito e le condizioni che la Margherita aveva posto per il proprio scioglimento. Erano tre, se ricordate bene: no al collateralismo, ossia non diventare il braccio politico della Cgil; no al pensiero unico, perché la Margherita stessa era stata un tentativo di pluralismo; no, infine, all’ingresso nel partito socialista europeo, perché da solo non avrebbe rappresentato tutte le tradizioni (quella popolare, ad esempio, ma anche quella liberale) confluite nel Pd. Rutelli ritiene che tutte queste aspettative siano state disattese: il Pd che vede oggi è un partito troppo legato alla Cgil (problema sentito anche da Cisl e Uil, che da diversi mesi danno segni di preoccupazione), proiettato verso il pensiero unico (e su questo la campagna congressuale ci ha messo del suo, perché si è cercato di ribadire un’identità arrivando a negare perfino la libertà di coscienza) ed organico al Pse, nonostante l’aggiunta dell’aggettivo “democratici” al nome del gruppo parlamentare europeo. Sono cose, ripeto, che Rutelli dice da un bel po’: mi limito a ricordare, ad esempio, i suoi emendamenti al Senato sul testamento biologico (all’indomani del caso Englaro), o le critiche alla posizione della Cgil sulla contrattazione proprio mentre Franceschini (era il 4 aprile di quest’anno) aveva scelto invece di partecipare al corteo, o ancora la decisione (era giugno) di votare contro l’ingresso nell’Asde. Proprio per questo motivo, ad alcuni le sue posizioni creavano rabbia e disagio: non si può stare in un partito a forza di distinguo, gli dicevano, invitandolo ad andarsene presto nell’Udc, magari insieme ai teodem. Io speravo di no, naturalmente, ed ero contento che Francesco continuasse questa sua battaglia dal di dentro: una battaglia magari di minoranza, ma condotta – secondo la mia opinione, naturalmente, che potrete non condividere – per il bene del Pd. Altri, sia nel gruppo dirigente che nella base, pensavano invece che Rutelli tirasse la corda per contrattare meglio, ma credo che i fatti abbiano dimostrato il contrario: Matteo Renzi, che di quell’area era espressione, è diventato sindaco di Firenze vincendo le primarie, non per un accordo di vertice; gli stessi Guido Milana e Gianluca Susta, europarlamentari vicini a Francesco, sono arrivati a Strasburgo con i voti degli elettori e non per chiamata diretta. Nel gruppo Pd alla Camera, poi, non mi pare che qualche rutelliano abbia fatto una carriera improvvisa perché il suo capocorrente tirava la corda: al contrario, se posso permettermi, in questi mesi era più facile essere visti con una sorta di diffidenza, come uno che sta parcheggiato nel Pd ma non vede l’ora di andarsene. Nella fantapolitica di bassa lega – la voce è giunta direttamente alle mie orecchie – la stessa proposta di legge Sarubbi-Granata rischiava di non essere considerata per quello che è, ossia un tentativo serio di sbloccare l’impasse sulla cittadinanza, ma piuttosto come una manovrina di Rutelli e Fini per creare un terzo polo. Ora che Francesco è andato via – e mentre lo scrivo sento forte il dolore, sia politico che personale – spero che le polemiche finiscano, e che nel Pd si apra un dibattito serio su quelle tre famose questioni  rimaste ancora aperte.

P.S. Molti di voi mi hanno chiesto (sul blog, su facebook e via mail) che cosa intenda fare. Non ho risposte certe, tranne una: intendo fare una chiacchierata con il segretario del mio partito, per evitare di ripetere l’errore più grande compiuto da Francesco Rutelli. Che agli Stati generali dell’Udc aveva detto di voler esprimere le sue opinioni nella sede adeguata, e cioè durante il congresso, ed invece se n’è andato con un’intervista al Corriere.

Vacanza forzata

Capisco che è difficile spiegarlo, ma alla Camera siamo in vacanza forzata. Dico vacanza perché mi piacciono i paradossi, sia chiaro: in realtà, per citare il mio caso, ieri ero in commissione ed oggi vado a Brescia, la prossima settimana sarò nuovamente in commissione e poi a Napoli, più naturalmente tutti gli incontri politici a Roma, il blog, facebook e robe varie. Credo che la maggior parte dei miei colleghi sia impegnata quanto me – e pure questo è difficile spiegarlo, perché agli occhi dell’opinione pubblica i parlamentari sono una massa di nullafacenti – ma il problema è un altro: il problema è che, per colpa del governo, i lavori dell’Aula sono bloccati e non voteremo più nulla fino a martedì 10 novembre. Il potere legislativo della Camera – che pure qualcosina da fare ce l’avrebbe, viste le migliaia di progetti di legge ancora pendenti nelle Commissioni di merito – è stato infatti annichilito da un diktat di Tremonti, che ha chiesto alla maggioranza di bloccare tutto ciò che comporti anche un solo euro di spesa. I soldi sono pochi, dice il ministro dell’Economia, e devo essere io a decidere la loro destinazione: non vi mettete in testa di togliermeli dalle tasche con le coperture finanziarie di questa o quella legge, perché non vi darò un centesimo. Le leggi a costo zero, però, sono pochissime, e nelle ultime settimane ci siamo trovati in Aula roba tipo l’istituzione della Giornata per le vittime di Nassiriya, il rinvio delle elezioni amministrative per la provincia dell’Aquila, le ratifiche di convenzioni internazionali, più qualche altro provvedimento che non rientra nei nostri compiti legislativi veri e propri: le autorizzazioni a procedere, ad esempio, oppure le mozioni, che in effetti stanno tenendo vivo il dibattito politico in un Parlamento asfittico. Nelle Commissioni, insomma, le proposte arrivano e, nella stragrande maggioranza dei casi, si insabbiano: vuoi per la linea tremontiana delle leggi a costo zero, vuoi per i dissidi politici che – una volta in Aula – potrebbero emergere all’interno del Centrodestra su determinati provvedimenti. Non è un caso che, nella conferenza dei capigruppo di ieri, sia stata rimandata di un mese la calendarizzazione della legge sulla cittadinanza, inizialmente rischiesta dalle opposizioni per novembre: il comitato ristretto sta andando avanti molto lentamente, perché la Lega sa che sotto elezioni non se ne farà nulla, e lo stesso sembra accadere per il testamento biologico. L’Aula di Montecitorio, insomma, lavora solo quando il governo la fa lavorare (mandandole i decreti da convertire): basta una lite interna con Tremonti, o magari anche una scarlattina al presidente del Consiglio, per farci chiudere baracca. Chi pensava di essere ancora in una Repubblica parlamentare, come ci avevano insegnato a scuola, rifletta.

Promesse a costo zero

Ci volevano due testimonial mediatici come la regina Rania di Giordania – che ho incontrato ieri in Campidoglio – ed i mondiali di calcio in Sudafrica per riaccendere un minimo i riflettori sugli aiuti allo sviluppo. Un minimo, dico, perché in realtà i giornali si dedicano più agli abiti della regina o alle sue frasi su Twitter che non alla campagna 1 goal, da lei lanciata anche a Roma, sul diritto universale all’istruzione. Nella rassegna stampa odierna, invece, non c’è nessuno spazio per le mozioni che abbiamo votato ieri sera in Aula sullo stesso tema della cooperazione internazionale: il nostro ennesimo tentativo (vi ricordate il mio question time e la mia interpellanza?) di riaccendere i riflettori sul comportamento ver-go-gno-so, la dico alla Berlusconi, del nostro Paese in sede internazionale. L’opposizione ne ha proposta una, firmata anche da me; la maggioranza ne ha scritta una parallela: cercherò di riassumervele brevemente, così capite la differenza di approccio.

Pd, Idv, Udc. Dal G8 e dal G20 è emerso che la crisi sta rendendo i poveri sempre più poveri e che devono pensarci i Paesi ricchi, se no sono guai per tutti. Invece, la finanziaria 2010 ha tagliato del 56% i fondi per la cooperazione e siamo agli ultimi posti dei Paesi donatori, ben lontani dagli impegni assunti in sede Onu con gli Obiettivi del millennio. Al G8 dell’Aquila ci siamo fatti belli con la sottoscrizione di ulteriori iniziative per la lotta alla fame e lo sviluppo rurale, ma poi nei fatti stiamo dimostrando di non riuscire a rispettare neppure gli impegni che avevamo preso prima. Chiediamo dunque al governo di rientrare nei parametri fissati dagli Obiettivi del millennio, di stanziare nella prossima Finanziaria almeno 500 milioni di euro e di venirci a riferire in Parlamento, prima della sua approvazione, a che punto stiamo con il mantenimento degli impegni presi al G8 dell’Aquila. Già che ci siamo, chiediamo pure una revisione degli strumenti “operativi e legislativi” della nostra cooperazione internazionale, da fare insieme.
Pdl e Lega. Nonostante la crisi, nel 2008 abbiamo aumentato gli aiuti rispetto al 2007 (e ti credo, aggiungo io: quelli per il 2008 erano soldi stanziati dal governo Prodi!). La cooperazione è importante perché così arrivano qui meno immigrati, e questo è un motivo per non sottovalutarla; un altro è che al G8 abbiamo fatto un figurone, e quindi sarebbe un peccato giocarsi la reputazione con un altro taglio degli aiuti (l’aggettivo altro naturalmente non figura nel testo). È vero che dovremmo rientrare negli Obiettivi del millennio, ma nel frattempo dobbiamo chiedere una mano ai privati: le imprese italiane, per esempio, ci aiutino ad esportare il loro modello produttivo, così insegneremo agli africani a non buttare i soldi. D’ora in poi, ha deciso il G8, non daremo più soldi ai governi – spesso corrotti – ma li destineremo a specifici progetti di sviluppo: ecco dunque l’importanza di un rapporto con le ong (Deo gratias! ve ne siete accorti anche voi che le ong non sono un pericoloso covo di comunisti!). Chiediamo dunque al governo, nella prossima finanziaria, di “non interrompere il processo di graduale incremento” (che faccia tosta!) degli aiuti allo sviluppo, e di ricordarsi che abbiamo un debituccio complessivo di 290 milioni di euro con il Fondo per la lotta all’Aids, alla tubercolosi ed alla malaria. Tutto questo, sia chiaro, “compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.

Alla fine, loro ci hanno detto che l’unico modo per far passare la nostra mozione (e dunque impegnare il governo a tirare fuori quei 500 milioni di euro nella prossima finanziaria) era votarle entrambe all’unanimità. Così abbiamo fatto, da buoni soldatini, ed ora li aspettiamo al varco.

Visti in tv

 

Se avessi avuto qualche dubbio su chi votare alle primarie, la diretta di oggi su Youdem me lo avrebbe tolto dopo un quarto d’ora: il tempo di sentire Bersani prendere a calci l’articolo 67 della Costituzione, in nome della disciplina di partito, e Marino ripetere la famigerata frase del Lingotto sul “chi non si sente laico dentro può anche fermarsi un giro e stare a casa”. Mai come oggi, ho avuto chiaro che la mia scelta per Dario Franceschini è anche un atto di legittima difesa: chiunque vincesse degli altri due, infatti, mi toglierebbe il diritto di votare (come ho fatto e rifarei) contro il mutuo ventennale da 4 miliardi di euro per Gheddafi, o di astenermi (come ho fatto e continuerò a fare) sulle missioni internazionali fino a quando non aumenteranno i fondi per la cooperazione, o di dissentire dalla maggioranza del partito (come non ho ancora fatto ma potrei fare) su alcune delicatissime questioni etiche. Se questo blog fosse uno strumento di propaganda, insomma, oggi avrei diverse mazzate da tirare; non lo faccio perché voglio ancora bene al Pd, e così mi concentro su ciò che – di tutti e tre i candidati – mi ha convinto di più. In ordine di mozione, naturalmente.

Pierluigi Bersani. Sulle questioni economiche ha dimostrato di essere decisamente una spanna sopra a tutti (in Parlamento gli tengono testa solo Cazzola e Tabacci, nel Pd nessuno): il passaggio sulla crisi e sulle tre soluzioni (sostegno ai redditi medio bassi, fondi di garanzia per le piccole e medie imprese, grande piano di piccole opere pubbliche) è stato di una lucidità impressionante. Allo stesso modo, quando ha parlato di previdenza è stato l’unico capace di contestualizzare l’innalzamento dell’età pensionabile all’interno di una riforma più ampia, in funzione dei giovani. Mi è piaciuto anche il passaggio sulla giustizia che non va, e sul fatto che ogni riforma necessaria venga condizionata dagli interessi personali del presidente del Consiglio. Bersani è un solido uomo di Stato.

Dario Franceschini. Bene sul pluralismo all’interno del Pd: il fatto che occorra votare sulle questioni controverse non è in discussione, ma non si può imporre la disciplina su tutto. Condivido anche il suo approccio sulle unioni civili, per le quali devono esserci limiti ben chiari: il no alle adozioni ai single ed alle coppie gay potrebbe costarmi l’accusa di essere singlofobo ed omofobo, ma mi rimetto al vostro buon cuore. Il suo discorso sul bipolarismo da conservare con i denti (non regaliamo una parte del Pd al centro, non deleghiamo all’Udc la rappresentanza dei moderati) mi pare saggio, così come la sua idea di partito aperto agli elettori e lontano dai caminetti. Franceschini è un uomo equilibrato e coraggioso.

Ignazio Marino. Perfetta la prima risposta, quella sulla sanità: per un chirurgo come lui, era una specie di domanda a piacere, ma devo riconoscere che è stato bravissimo. In due minuti, è riuscito a parlare di tutto: l’esodo dal sud al nord, le lunghe attese, le condizioni degli ospedali, le stesse candidature con Bersani di due campioni mondiali dell’intreccio fra politica e sanità come Bassolino e Loiero. Buono anche il passaggio sul merito come motore dell’istruzione e della ricerca, lontano dalla tentazione di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale. Sacrosanto il discorso sulle correnti che bloccano il rinnovamento della classe politica e l’avanzamento dei giovani all’interno del Pd. Infine, sottoscrivo il suo approccio sull’immigrazione, sulla cittadinanza e sul voto alle amministrative per chi paga le tasse qui. Marino è un uomo nuovo, con un approccio politico e non politicante.

Le critiche le lascio a voi, ma con una preghiera: non scanniamoci, perché da qui al 25 è ancora lunga e potremmo farci molto male.

Sete di sangue

Nei giorni scorsi ho provato a spiegare come è andata, sia nelle pregiudiziali di costituzionalità che nel voto finale. Ho tentato di riconoscere le nostre responsabilità senza rinunciare a ragionare un po’, ma credo che non sia servito a molto: la storia dello scudo fiscale passato per colpa del Pd, infatti, è ormai una di quelle leggende metropolitane impossibili da sfatare. Perfino ricordare banalmente che il Parlamento è composto dai partiti in proporzione ai voti ottenuti (è dunque un miracolo se la minoranza batte la maggioranza, non una vergogna quando accade il contrario) appare un tentativo maldestro di giustificarsi, di fronte ad un’opinione pubblica che – mi dispiace dirlo, ma è così – si fa sempre più assetata di sangue. Oggi pomeriggio, in Aula, Ileana Argentin ci ha raccontato delle aggressioni subite in questi giorni, dopo l’assenza per malattia di venerdì mattina: alla manifestazione di sabato l’hanno tirata per i capelli ed hanno preso a calci la sua carrozzina, urlandole dietro di tutto; ieri sera, in piazza Venezia, le hanno preso a pugni la macchina. Al di là del caso singolo, che spero sia un episodio isolato, la sete di sangue – a volte così dozzinale, a volte più raffinata – mi pare innegabile: altrimenti non si spiegherebbe come, dopo le reazioni a caldo delle prime ore, i giornali continuino a parlare delle sanzioni per i 22 deputati del Pd (da ieri sera 21, visto che Antonio Gaglione se n’è andato al gruppo misto, prima di essere cacciato da noi) mentre le polemiche sullo scudo si sono placate, perché ormai c’è un capro espiatorio e siamo tutti più tranquilli. Fatto sta che oggi, durante la riunione della direzione del gruppo parlamentare, si è fatto il conto di quanti fossero gli assenti non giustificati: al momento, mi pare di capire, sarebbero al massimo 11, ma è probabile che alcuni di loro fossero malati e non abbiano portato ancora il certificato medico. Sento frasi apocalittiche – tipo: “la Levi Montalcini non si reggeva in piedi ma andava lo stesso in Senato, per salvare il governo Prodi” – e sinceramente non capisco perché ai parlamentari non vada riconosciuto il diritto di ammalarsi, valido invece per tutte le altre categorie (giornalisti compresi), per il Papa (che quando sta male qualche udienza la salta anche lui) e perfino per Beppe Grillo, che sul suo blog ha lanciato il concorso “Dove eravate, dipendenti infedeli?”. In ogni caso, il danno della vicenda all’immagine del Partito democratico è notevole, e proprio per questo il direttivo ha deciso di prendere provvedimenti: si aprirà un’istruttoria sugli assenti finora ingiustificati, garantendo loro un contraddittorio, e verranno applicate le sanzioni previste dal regolamento interno, che partono dal richiamo e possono arrivare fino alla sospensione. Ma stiamo comunque parlando del gruppo parlamentare che ha la percentuale di presenze in Aula più elevata dall’inizio della legislatura: chi si aspetta il sangue, insomma, vada a cercarlo altrove.