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Generazione Balotelli

Da buon cattolico, il ciellino Adriano Paroli, sindaco di Brescia, decise l’anno scorso di sostenere le famiglie in difficoltà con il bonus bebè: un milione e trecentomila euro da destinare ai nuovi nati, per incoraggiare la natalità ed aiutare i genitori a combattere con pannolini e robe varie. Proposta lodevole, naturalmente, se non fosse per un piccolo particolare: i nuovi nati dovevano essere necessariamente italiani. Ed i figli di immigrati regolari, nati qui? Niente. Eppure, gli immigrati regolari a Brescia sono 33 mila, oltre il 17 per cento della popolazione residente: lavorano nell’agricoltura (pachistani ed indiani), nel comparto edilizio (albanesi e rumeni) e nelle fonderie (africani), aprono negozi (cinesi), fanno le badanti (donne dell’est europeo). Aumentano il Pil, insomma, ma per il Comune questo non conta: il vicesindaco Rolfi è un leghista duro e puro – quello, per capirci, che ha iniziato a raccogliere firme contro la mia proposta di legge sulla cittadinanza, e che ultimamente ha brindato con champagne sul terreno di un campo nomadi appena sgomberato – e negli equilibri di potere locali è molto più forte di quanto la sua carica non dica, anche perché il suo diretto superiore, che oltre a fare il sindaco è pure deputato, passa diversi giorni alla settimana a Roma. Sul bonus bebè, però, è scoppiato il putiferio: i giudici hanno dato ragione al ricorso dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione), giudicando la delibera comunale “discriminatoria”, ed a quel punto il Comune, per ripicca, ha deciso di togliere l’incentivo a tutti. Nel frattempo, per rimediare al guaio erano entrate in azione 13 sigle del mondo cattolico (Acli, Adasm-Fism, Azione cattolica, Associazione nazionale famiglie numerose, Cisl, Fuci, Istituto Pro Famiglia, Movimento cristiano lavoratori, Movimento dei focolari, Pax Christi, Società San Vincenzo de’ Paoli, Ucid, Università Astolfo Lunardi), per fare quello che avrebbe dovuto fare il Comune: una raccolta di fondi destinata alle famiglie finanziariamente fragili (con un indicatore socio-economico al di sotto dei 15 mila euro) che avessero avuto bambini nel 2008. A differenza del bonus bebè, però, il donum bebè (lo hanno chiamato così) non pretendeva il requisito della cittadinanza, ma soltanto quello della residenza in città da almeno 3 anni. Risultato: 70 mila euro raccolti in circa 7 mesi, 69 famiglie aiutate (ma una ha avuto due gemelli, dunque ha preso il doppio), in maggioranza straniere. Alcune di loro le ho incontrate ieri sera, con i loro mocciosetti piagnoni, in un incontro organizzato per fare un bilancio dell’iniziativa e presentare, contestualmente, la pdl 2670 sulla cittadinanza. Mentre la spiegavo, dicendo che cosa cambierebbe se passasse, molti dei genitori avevano gli occhi lucidi: non pensavano a sé, mi hanno detto alla fine, ma ai loro figli. Bresciani come Mario Balotelli.

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Il cospiratore

“Chiunque sta alla larga dalla canizza e accetta di discutere civilmente con i propri avversari finisce per passare come cospiratore”: lo avrebbe potuto dichiarare il mio collega Fabio Granata, che nel Pdl sta pagando il prezzo di aver promosso insieme a me una proposta di legge sulla cittadinanza, e che sulla Stampa di oggi viene definito kamikaze in un bel pezzo di Amedeo Lamattina. Ma il virgolettato è più autorevole, perché a parlare non è un peón (come Fabio, come me e come – a detta del colonnello La Russa – gli altri 48 firmatari della nostra pdl) ma Beppe Pisanu: un ex ministro dell’Interno, certamente il migliore dei governi berlusconiani, e soprattutto un uomo di grande esperienza politica. Mentre Fabio si piglia mazzate dai suoi (ed io – come alcuni di voi hanno notato nei commenti amari al post di ieri – non ricevo un grande aiuto dai miei: vuoi vedere che pure Sarubbi passa per un cospiratore?), dalle parole di Cicchitto (“Le iniziative trasversali non avranno spazio”) si capisce che il nodo della questione non è neppure il merito della legge, ma il metodo. Quello che rode a molti, insomma, è che sia una proposta bipartisan, un tentativo di dialogo che fa a botte con i toni esasperati di questa campagna elettorale permanente: al Centrodestra, parliamoci chiaro, fa molto più comodo dipingere il Pd come un ammasso di stalinisti che pensano soltanto a dare addosso a Berlusconi e non producono uno straccio di proposta; allo stesso Pd – e mi si perdoni la malizia – può anche venire la tentazione di lasciare urlare il Pdl, e magari mandare a monte l’iniziativa bipartisan, per poterlo poi accusare di becera xenofobia. Ma per fortuna nel Centrodestra c’è anche chi ragiona: come Pisanu, appunto, che nell’intervista di stamattina al Corriere della Sera invita a non aver paura del dialogo, se non altro perché “è con l’offerta del dialogo che si mette alla prova la buo­na volontà dei nostri avversari, e si ve­rifica se è reale l’impegno a lavorare per il Paese”. Sulla cittadinanza, guarda caso, il suo punto di vista è molto simile all’impianto della nostra proposta di legge:

Altro tema che divide è la cittadi­nanza.
«Qui il problema non è tanto nel nu­mero di anni dell’attesa, quanto nella idoneità complessiva dell’immigrato a ricevere la cittadinanza. Quanto allo
ius sangui­nis, appartiene, se non alla preistoria, almeno alla storia antica del di­ritto. In un Paese ormai alla seconda generazio­ne di immigrati, non è più ammissibile che un giovane nato, cresciuto ed educato in Italia deb­ba richiedere formal­mente la cittadinanza. Il rischio è l’emargina­zione, e non dimenti­chiamo che tra gli atten­tatori di Londra e Ma­drid c’erano giovani di seconda e terza genera­zione integrati econo­micamente, ma emargi­nati socialmente e cul­turalmente ».
Dunque cercare il consenso dell’opposi­zione su questo tema non è il «cavallo di Troia» per disse­stare il governo?
«No, basta procedere con ragionevo­lezza, su tutti i temi dell’immigrazio­ne».

Poi risento le parole di Berlusconi ieri sera, con la solita solfa sulla sinistra che vuole “spalancare le frontiere agli immigrati” per poi ribaltare la “maggioranza di moderati che da sempre governa l’Italia” e mi deprimo di nuovo. Il presidente del Consiglio non dice una parola – non ne ha ancora detta una – in merito alla cittadinanza, va avanti a battute di spirito e propaganda anticomunista, e mancano ancora sei mesi (!) alle amministrative. Andiamo bene.

Il giorno dopo

Il giorno dopo è dura: sfogli i giornali come le carte del poker e non sai se ti arriva l’asso o il due di picche. C’è di tutto, naturalmente, comprese tante inesattezze e tante interpretazioni di comodo, ma era da mettere in conto. C’è la mazzata del Giornale di Feltri, quotidiano della famiglia Berlusconi e punto riferimento dell’ala benpensante del Pdl, che parla di una conferenza stampa “inutile” (anche se – di fronte all’evidenza – deve aggiungere “significativa”) ed ironizza sui “deputati transgender” (roba da spisciarsi dal ridere, insomma), ma poi chiude con una frase importante di Fabio Granata, che secondo me riassume bene lo stato dell’arte: “Dentro il Pdl contiamo da un minimo di 50 voti a un massimo di 150, a seconda delle minacce, pardon, delle pressioni che i deputati potrebbero ricevere durante l’iter”. C’è la carezza del Sole 24 Ore, che parla di “una buona legge”, sia nel merito, sia nel metodo, perché “i problemi dell’immigrazione richiedono soluzioni, non schemi ideologici. Per una volta la politica dimostra di saperle dare”. Ma è il coté politico della vicenda a dominare le cronache, dal Messaggero (che mette l’accento sulle agitazioni nella maggioranza) a Repubblica (che cita il mio richiamo alla calma: “Non si tratta di una prova muscolare”), dal Manifesto (che mi fa apparire solo come uno dei firmatari, come se la legge non fosse mia: ma una bella ricerca su google, prima di scrivere?) all’Unità (che interpreta il sostegno ricevuto dalla Comunità di Sant’Egidio come il primo passo di un nuovo centro, e se così fosse mi viene da chiedermi come mai io sia sempre l’ultimo a sapere le cose). E di politica, naturalmente, parlano i giornali di partito: dalla Padania, che tesse le mie lodi (no, scherzo: leggetevi l’articolo, perché ne vale la pena) al binomio Europa-Secolo. “Un’altra maggioranza c’è”, titola Europa, concludendo sul fatto che la Lega potrebbe tirarsi fuori, monetizzando il proprio no alle prossime amministrative. Il Secolo d’Italia, invece, ci piazza direttamente in apertura, con un titolo (“Et voila, la politica”) che mette l’accento sul dialogo possibile. In effetti, questo aspetto del dialogo – come scrivevo ieri – mi sta molto a cuore. E lo riprende bene Il fatto, aprendo così la sua cronaca: “Un piccolo evento a Montecitorio. Una coppa, due deputati di schieramenti opposti, un gruppo di ragazzi di colore sorridenti. L’immagine che apre la conferenza stampa vale più di una dichiarazione politica”. Chi c’era, insomma, ha capito lo spirito dell’iniziativa, ed infatti il regalo più bello di oggi non è un articolo di giornale, ma poche righe scritte su questo blog: il commento di magociclo al mio post di ieri.

La prova di dialogo

Scrivo di getto e pure un po’ di corsa, in una giornata densa come poche. Stamattina, in Aula, il gruppo mi aveva chiesto di intervenire in dichiarazione di voto a nome del Pd sulla ratifica del Protocollo di cui parlavo ieri. Ci avevo lavorato fino a mezzanotte, ieri sera, ma nel clima di fine seduta sono stato praticamente costretto a consegnare il discorso senza leggerlo: lo trovate, comunque, nei commenti. Alle 14.30, poi, c’era la conferenza stampa organizzata con Fabio Granata, per presentare la nostra proposta di legge sulla cittadinanza: c’era così tanta gente che abbiamo dovuto ritardare un po’, perché avevano intasato l’ingresso della Camera. Tra i presenti, parecchi ragazzi della seconda generazione: la conferenza è iniziata con le loro testimonianze, in cui ognuno raccontava la propria storia e concludeva ricordando di non essere cittadino italiano. Una frase che fa un effetto particolare quando si sentono ragazzi che parlano con l’accento trentino o romano, e che ti fa saltare sulla sedia quando te la dice uno come Adnan, che è il capitano della nazionale under 15 di cricket ma che – per la legge – italiano non è. Non sto qui a raccontarvi la conferenza stampa, anche perché nei prossimi giorni cerco di mettere sul blog la registrazione, ma mi limito ad un paio di note. Innanzitutto, la presentazione delle firme: ne abbiamo raccolte 50, numero tondo, divise equamente tra i vari gruppi parlamentari (20 del Pd, 20 del Pdl, 5 dell’Udc e 5 dell’Idv); potevano facilmente essere di più, ma ci tenevo a trasmettere un segnale simbolico, piuttosto che dare l’idea di un assalto alla diligenza. “Non è una prova muscolare – ho ripetuto per tutta la conferenza stampa – ma una prova di dialogo”. E proprio sul dialogo vorrei aggiungere una cosa: i firmatari di questa proposta di legge provengono da percorsi diversissimi (in platea – per dirne una – Rosabruna De Pasquale, cattolica del Pd, era accanto a Benedetto Della Vedova, radicale del Pdl; nell’elenco delle firme, quella di Matteo Mecacci, radicale del Pd, convive serenamente con quella di Emerenzio Barbieri, cattolico del Pdl) ma arrivano tutti alla stessa duplice conclusione. Che i cambiamenti inevitabili della nostra società, cioè, stanno chiedendo alla politica una risposta; e che la politica, d’altro lato, può darne una sensata soltanto quando depone le armi e mette da parte gli approcci ideologici. Qui sotto, nei commenti, trovate un po’ di agenzie di stampa fresche fresche. E domani ci divertiamo un po’ a leggere i giornali.

Ferita aperta

Per me la discussione si era chiusa un mese fa, con l’approvazione in Aula, ma oggi mi accorgo che la ferita è ancora aperta: dopo l’esame del Senato, che avevo freudianamente rimosso, il ddl sicurezza – in assoluto il provvedimento più deleterio approvato da questo governo, più del lodo Alfano e della riforma Gelmini che la stessa Consulta ha in parte bocciato – è ora legge dello Stato. L’Italia è un Paese peggiore di ieri, perché in nome di una sicurezza presunta ha rinunciato ad un pezzo di giustizia certa. Leggo, sui giornali di oggi, che il Centrodestra si sta arrampicando sugli specchi per sminuire le critiche del mondo cattolico: dal sottosegretario Mantovano, che definisce “non rappresentativo” il numero due vaticano per i Migranti, fino al ministro Maroni, che accusa la Chiesa di mettere in scena “la solita liturgia” senza non aver neppure letto il provvedimento; io credo invece che sia vero il contrario, e cioè che sia il ministro dell’Interno a non aver mai sfogliato il dossier di critiche inviato in Parlamento nei mesi scorsi dalle associazioni cattoliche. Quelle impegnate in trincea – Acli, Sant’Egidio, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, Centro Astalli – che spesso fanno il lavoro di prima accoglienza al posto dello Stato. Quelle che ricevono i disperati e, innanzitutto, li ascoltano. Poi li smistano, li accompagnano nella ricerca di un alloggio e di un lavoro, li assistono legalmente nella richiesta di asilo, li integrano con i corsi di lingua che da quest’anno, grazie allo svuotamento del Fondo di inclusione sociale, il governo non finanzia più. E leggo, sui giornali di oggi, anche un’altra notizia, che solo apparentemente non c’entra nulla: il rapporto deficit/Pil, dicono i calcoli più recenti, è in aumento del 9,3%. Da un lato per la crescita del debito pubblico, che in Italia significa in buona parte spesa previdenziale; dall’altro per il crollo del Prodotto interno lordo, un po’ perché le aziende chiudono ed un po’ perché il sommerso vola. Con la chiusura delle aziende, l’immigrazione c’entra poco; con il boom del sommerso, invece, sì, perché la clandestinità non dà altra scelta che quella del nascondimento, ed è un nascondimento che – siamo onesti – fa comodo soprattutto agli italianissimi datori di lavoro. Penso alla badante ucraina con il permesso di soggiorno scaduto, che assiste un’anziana signora milanese; al fioraio egiziano che lavora in nero, in un chiosco nel centro di Roma; al raccoglitore di pomodori nigeriano da 15 euro al giorno, impiegato sotto il sole delle campagne casertane: quanti contributi perdiamo, con il rifiuto di regolarizzare chi è qui per costruirsi una vita dignitosa? Tempo fa, insieme ad altri deputati del Pd, presentammo una proposta di legge molto semplice, sul permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, che non è stata finora presa in considerazione; nelle prossime settimane, io stesso depositerò finalmente il mio testo sulla cittadinanza agli immigrati, al quale sto lavorando da mesi, con il contributo di molte associazioni impegnate sul campo. Diversi esponenti del Centrodestra l’hanno letto, alcuni addirittura lo firmeranno e lo stanno già lanciando pubblicamente; io preferisco tenermi prudente, perché ho paura che anche stavolta il ministro Maroni si guardi bene dal leggerlo e – anziché affrontare senza pregiudizi un tema cruciale per il futuro dell’Italia – il Centrodestra si rifugi nella più rassicurante battaglia degli slogan, che è il modo migliore perché tutto resti come prima.

La legge che vorrei

Avrei preferito tacere ancora un po’, come sto facendo da mesi. Perché in politica non basta avere le idee buone, ma bisogna averle pure al momento giusto, e credo che questo non lo sia. Parliamo della mia proposta di legge sulla cittadinanza, che – come molti di voi sanno – è in gestazione da parecchio tempo: da quando ne discussi con alcune associazioni cattoliche che si occupano del tema e che mi hanno aiutato nella stesura. Poi, dopo aver parlato con i miei colleghi del Pd più esperti, ho iniziato un lavoro di mediazione che non è ancora finito, coinvolgendo Pdl, Udc e Idv. Qualche riunione l’abbiamo già fatta, altre ci attendono per limare i singoli punti. Non ora, però, perché in una campagna elettorale che non risparmia neppure i barconi dei disperati la mia proposta di legge finirebbe nel tritacarne: e siccome è una legge fatta per unire, non per dividere, avrei preferito non parlarne. Ma la fuga di notizie c’è stata – non da me, naturalmente – e da qualche settimana hanno cominciato ad uscire articoli: quello di ieri mattina del Sole 24 ore, poi ripreso dall’Apcom, riportava alcuni errori, e così ho accettato (un po’ a malincuore) l’intervista di Libero, che oggi pubblica un bel pezzo. C’è anche qui una strumentalizzazione, perché dal titolo pare che l’idea sia stata di Fini, ma devo comunque riconoscere che si tratta di un articolo equilibrato, nonostante qualche imprecisione nei dettagli. Da parte mia, spero di non dover tornare sul tema ancora per un mesetto e mezzo: dopo le elezioni, quando ognuno avrà regolato i conti con chi crede, ci metteremo di nuovo intorno al tavolo e ricominceremo da dove eravamo rimasti. Se non avete letto Libero, eccolo qui:

Idea Fini: dimezzare i tempi per diventare italiani
Appoggio alla proposta di legge che riduce a cinque anni l’ attesa degli immigrati per ottenere cittadinanza e voto
Salvatore Dama
Roma
Non più dieci, ma cinque anni per ottenere la cittadinanza italiana. E, con essa, il diritto di voto. Attivo e passivo. È la proposta di legge che piace a Gianfranco Fini. Porta la firma del deputato del Partito democratico Andrea Sarubbi. Ma il presidente della Camera ha già incaricato i suoi fedelissimi di lavorare al testo integrandolo e ampliandolo con le sue indicazioni. L’iniziativa legislativa non è ancora agli atti di Montecitorio. Prima Sarubbi ha voluto sottoporre il testo a un po’ di colleghi di maggioranza e opposizione per saggiare il gradimento del progetto: dimezzare i tempi per gli stranieri che vogliono diventare italiani. E offrire diritti – prima di tutto quello di voto – a chi dimostri reale voglia di integrazione. La proposta è finita così nelle mani di Fini. Il presidente della Camera l’ha trovata interessante. Dentro, nero su bianco, ci sono cose che va predicando da tempo sul tema dell’immigrazione. Allora la terza carica dello Stato ha girato la pratica al deputato Fabio Granata. A lui e al collega neo presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa. Entrambi del Popolo della Libertà, tendenza An. Considerati tra i più fidati uomini del presidente della Camera. La legge Sarubbi? «È coerente con le idee di Fini. Lui», ricorda Granata, «è un antesignano sui temi dell’integrazione degli stranieri e sul riconoscimento dei diritti politici». Ci tiene a sottolineare questo aspetto, l’esponente finiano: cittadinanza uguale accesso al voto per gli stranieri. Rendere gli immigrati dei nuovi italiani, e farlo in tempi dimezzati, «è un fatto politico, non etnico», spiega Granata. «Mettiamolo in chiaro subito: noi non siamo per le porte aperte a tutti. Ma chi viene da noi deve integrarsi, non rimanere ai margini della società. Deve condividere i nostri valori, parlare la lingua, avere una buona condotta ottenendo in cambio dei diritti». Cosa c’è nel testo che tanto piace a Fini? Intanto, s’è detto, tempi ridotti per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Bastano cinque anni (attualmente ne servono dieci) trascorsi nel Belpaese con un regolare permesso di soggiorno per poter diventare cittadini italiani. Cambia la filosofia, però. La nuova legge, come in parte anticipato ieri dal Sole24ore, privilegia il dato qualitativo su quello quantitativo. La conta degli anni non basta. L’immigrato non solo dovrà giurare sulla Costituzione (già avviene con la normativa attuale), ma finirà col sostenere anche un test di lingua e cultura italiana. Ciò, nelle intenzioni del legislatore, per far sì che i nuovi italiani siano animati da reale desiderio di integrazione. Tra le altre novità: lo ius soli “temperato”. Cioè, il minore nato in Italia da genitori stranieri acquisisce la cittadinanza se uno dei due risiede regolarmente nella penisola da almeno cinque anni. Varrà, per diventare cittadini italiani, anche la frequenza, con continuità e profitto, di cicli scolastici formativi, mentre viene irrigidita la norma sui matrimoni misti: non basteranno più sei mesi allo straniero che sposa un italiano per ottenere la cittadinanza. Dovranno trascorrere due anni. «Con questa proposta», spiega Sarubbi, il promotore, «diamo l’opportunità alla maggioranza di dimostrare se, come dicono, sono realmente favorevoli all’integrazione degli immigrati». Il deputato democratico ha incontrato Fini. Ed è stata sintonia: «Prima ho illustrato la mia iniziativa ai vertici del Pd. Ne ho parlato con i colleghi. Poi con il presidente della Camera. Fini», spiega l’ex conduttore del programma Rai “A sua immagine”, «è assolutamente d’accordo sui principi della mia proposta. Sono questioni, legate all’immigrazione, che egli ha più volte sostenuto. Anche al congresso del PdL». I tempi? I firmatari aspetteranno la fine della campagna elettorale. «È una materia troppo delicata per essere lanciata prima del voto. La proposta», spiega Sarubbi, «finirebbe per essere strumentalizzata a fini elettorali. Pazientiamo». Se ne parlerà dopo il voto, allora. «Voglio provare a coinvolgere tutti. Parlerò anche alla Lega». Granata ammette che il tema della cittadinanza veloce non piace a tutta la maggioranza. E che non era nel programma di governo. «Ma questo è un tipico tema parlamentare, non impegna l’esecutivo». Semmai andranno convinti i colleghi del PdL. «A luglio, una volta pronta la proposta di legge», spiega l’esponente finiano, «chiederemo a Cicchitto e Bocchino di indire una riunione del gruppo parlamentare per discutere il tema. Non escludo che possa realizzarsi un’intesa bipartisan sul tema tra maggioranza e opposizione». La tela del dialogo era arrivata a buon punto. Poi, qualche settimana fa, l’episodio dei franchi tiratori (quello che ha mandato sotto il governo sul prolungamento del trattenimento degli stranieri nei Centri di identificazione ed espulsione) ha compromesso la situazione. E ora tocca a Fini provare di nuovo a mettere d’accordo PdL e Pd sulla legge che tanto gli sta a cuore.

Lettera aperta

Domani la leggerete sui giornali. Che forse ci ricameranno sopra, parlando di una manovra politica che preluderebbe alla fuga nell’Udc dei cattolici Pd. Chi mi legge da tempo sa invece che il progetto del Pd mi sta molto a cuore, che non sono tipo da manovre segrete e che in questo periodo, nei confronti dell’Udc, non sono particolarmente tenero: un po’ perché in Aula non vengono quasi mai (non parliamo poi della Commissione), lasciandoci fare opposizione praticamente da soli; un po’ perché l’alleanza con Cesaro, alle Provinciali di Napoli, vale più di mille proclami sui valori cristiani da difendere. Vi prego dunque, qualora vi punga vaghezza di commentare questo post, di concentrarvi sul contenuto della lettera, non cadendo nella tentazione di specializzarvi nell’ermeneutica dei firmatari. Vi giuro che, mentre scrivo queste parole, non so neppure quanti siamo: l’ho letta, l’ho sentita mia e l’ho firmata. Il resto lasciamolo ai giornali, se avranno la bontà di occuparsene.

La situazione politica ci rimanda in questi giorni una immagine francamente triste del nostro Paese! sembra davvero difficile metter in gioco quella virtù della speranza che è al centro della Dottrina sociale della Chiesa e che dovrebbe rappresentare nella nostra vita e nel nostro agire politico un potente motore di energie che si rinnovano continuamente al servizio degli altri.

C’è indubbiamente una crisi di valori che sembra diventare sempre più capillare e penetrante, che parte dal senso della vita, mette in discussione la famiglia, come luogo privilegiato di affetti e di fedeltà, e corrode dall’interno il senso più profondo delle relazioni umane, minando quella solidarietà, tutta laica e tutta cristiana, che negli ultimi 50 anni ha fatto da collante straordinario e da cinghia di traino per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.

Lo scandalo è spesso sulle nostre bocche, nei nostri cuori e nello sguardo desolato con cui contempliamo la società in cui viviamo, sentendoci troppo spesso impotenti nell’affrontare un’emergenza valoriale che ci colpisce e ci schiaccia come un macigno ancora più devastante di quello che abbiamo appena sperimentato. Ma anche lì ciò che giorno per giorno aiuta tante migliaia di persone a non abbattersi è la speranza della ricostruzione. Una speranza che non vorremmo venisse meno, anzi che si alimentasse giorno per giorno dei risultati concreti dell’impegno di tutti, a cominciare da quelli del Governo.

C’è però un’aggressione all’umanità dolente degli immigrati, che ci tocca ancor più profondamente di altre, perché stride con quella dimensione cristiana della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Molti di noi hanno vissuto la loro preparazione politica partecipando fin da giovani con impegno e generosità alle tante attività promosse dall’associazionismo cattolico. E abbiamo sperato, per la verità lo speriamo ancora!, che l’entrata in politica potesse aiutarci ad affrontare meglio e a risolvere il più possibile i problemi di tante categorie in difficoltà, correggendo ingiustizie, proponendo soluzioni migliori di quelle sperimentate finora. Riconosciamo nell’immigrato tanti bisogni diversi che ci sentiamo di condividere uno ad uno, a cominciare dal bisogno di sopravvivenza, ma c’è anche il bisogno di libertà per chi è oppresso, il bisogno di lavorare che è un diritto tanto caro a tutti noi, da essere scritto nell’articolo 1 della nostra Costituzione… E’ il diritto a mettere in gioco le proprie capacità, per attualizzare i propri talenti.

Cattolico vuol dire universale, aperto all’accoglienza, senza pregiudizi. Il cattolico è consapevole che anche dove ci sono differenze culturali, politiche geografiche, in definitiva esiste un’unica grande famiglia: quella dei figli di Dio. Per questo vogliamo accogliere chi bussa alla nostra porta, chi chiede aiuto, chi in qualunque modo si affida a noi per le sue esigenze più elementari. Lo facciamo a livello personale e a livello più organizzato, lo fanno le parrocchie, le mille associazioni di volontari, la Caritas, la Comunità di Sant’Egidio; nessuno bussa in vano alla porta di un medico se è malato o alla porta di una mensa se ha fame: tutti ricevono quello che è possibile condividere, proprio grazie a quella sobrietà che ogni giorno di più appare come la vera cifra del cristiano. E’ vero che c’è crisi, ma crediamo che sia una crisi provvisoria, mentre per loro è una crisi totale, devastante! E siamo vissuti in quella cultura familiare che ci diceva dove mangiano 4 mangiano anche 5 e dove mangiano 6 mangiano 7… e così via! Senza mai dire di no a chi aveva bisogno.

Ma come parlamentari, pur riconoscendo la grandezza di questa generosità capace di mettersi in gioco, senza calcoli, ogni volta che si crea un’urgenza e un’emergenza, riteniamo che sia nostro compito pensare ad un sistema di leggi e di decreti, di norme e di protocolli profondamente ispirati da un’umanità che mostri davvero il valore divino dell’umano. La generosità personale, come accade con la coerenza personale, è conditio sine qua non per essere credibili, per convincere anche altri, molti altri, ad essere a loro volta generosi, disponibili, accoglienti… ma per un politico è una condizione necessaria e non sufficiente. Come politici vogliamo collaborare a fare leggi giuste, nel senso che vogliamo leggi eticamente fondate sul senso della giustizia, sul valore della giustizia, sulla virtù della giustizia. Vogliamo una giustizia sostenuta dal valore della solidarietà, che cominci nel nostro Paese e che si allarghi a tutta l’Europa, per dare ad ognuno ciò di cui ha bisogno, soprattutto quando si tratta di bisogni così strettamente collegati con la tutela della vita. Vogliamo che l’immigrato viva, che non debba morire di fame o di sete, e per questo siamo disposti a condividere con lui ciò che abbiamo.

E’ fondamentale che questa nostra vecchia Europa, troppo spesso stanca, anemica per quell’anonimato di valori a cui si è consegnata per un falso quieto vivere, può e deve recepire questa nuova chiamata a testimoniare coi fatti le sue radici cristiane. Qualcuno non ha voluto che fossero scritte nella Carta Costituzionale europea , ma noi vogliamo scriverle con il nostro impegno personale e politico e vorremmo che tutti i parlamentari europei, ma proprio tutti! non solo gli italiani, sottoscrivessero un impegno chiaro e forte di riconoscimento della dignità degli immigrati, una sorta di Carta dei diritti degli immigrati. Va da sé che il primo diritto è quello di vivere nella legalità, ma noi vogliamo norme che rendano legale proteggere, difendere e facilitare la vita di coloro che sono più in difficoltà, sani e malati, piccolissimi e anziani, residenti ed immigrati. Non ci sembra che le norme sulla sicurezza che saremo chiamati a discutere e ad approvare in questi giorni vadano in questa direzione, tanto meno il respingimento dei rifugiati in Libia, persone che nella maggior parte dei casi fuggono dalla guerra e dalla miseria estrema.

L’immigrazione è una sfida che nessun Paese può affrontare da solo, ma per il nuovo Parlamento Europeo, quello che eleggeremo tra meno di un mese, può diventare la risposta generosa e creativa ad una crisi, che prima di essere economica è una crisi di valori, segnata dal fallimento dell’avidità di pochi a scapito dell’impoverimento di molti, e curata dalla sobrietà di molti a vantaggio della dignità di tutti.

Dall’Europa giungono a noi spinte sempre più forti per la tutela dei diritti individuali, per un riconoscimento sempre più consapevole delle implicazioni della propria libertà alla luce del principio di autodeterminazione e allora non esiste nessun motivo per privare interi popoli di questo diritto alla libertà, alla scelta consapevole del loro destino e del loro futuro, avallando nei fatti forme di discriminazione che riguardano livelli estremi di povertà materiale e spirituale, psicologica e sociale. La giustificazione che taluni danno è la tutela della sicurezza individuale e sociale, ma se senza solidarietà non c’è giustizia, senza giustizia non può esserci sicurezza, e senza sicurezza non può che esserci violenza e aggressività. Non renderemo più sicura l’Italia, né l’Europa, se non rendiamo più giuste l’una e l’altra e se le leggi attuali sono inadeguate non possiamo sostituirle con leggi che non siano almeno un po’ più giuste e più umane.

L’invito a tutti i colleghi parlamentari, rivolto non solo a quelli che riconoscono nel loro agire politico le radici della cultura e dell’esperienza cristiana, è quello di ripensare le leggi che proponiamo e quelle che votiamo per chiederci se davvero sono un riflesso dei valori in cui crediamo. La nostra laicità deve avere la forza delle argomentazioni che ci offre la ragione, senza paura di andare oltre i confini di un individualismo frammentato ed egocentrico, senza timore a ritrovare valori forti e a ripensare legami altrettanto forti con chi ci sta vicino. Vogliamo aprirci ad un rinnovato senso della giustizia che si interroghi senza fermarsi a formule standardizzate e vuote di senso, per non perdere di vista la ricchezza degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, unica voce che da sempre e in tutte le circostanze è sempre dalla parte dei più deboli, dei più poveri, dei più malati, di quelli che non hanno voce…