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Prendere o lasciare

Avevamo scherzato, abbiate pazienza. Mentre in Umbria, nelle ultime 48 ore, l’unico candidato esistente è stato affiancato da altri due, in Campania è accaduto l’esatto contrario: gli altri due si sono fatti da parte (uno ritirando la propria candidatura, l’altro non presentandola proprio) e ne è rimasto in ballo uno solo, dunque le primarie non si faranno. La tentazione sarebbe di dedicare questo post alla dietrologia, spiegandovi perché il candidato bassoliniano si è tolto di mezzo lasciando campo libero all’avversario di Bassolino, ma ho una concezione così alta della politica che mi sentirei di perdere tempo e, soprattutto, di farlo perdere a voi. Mi limito dunque ai fatti, ed i fatti dicono che il candidato del Pd alla Regione Campania è il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Prendere o lasciare. De Luca, in realtà, non è soltanto il candidato del Pd: lo sostengono anche rutelliani e Verdi, mentre l’Udc sembra più interessata a strappare al Centrodestra la promessa dell’assessorato alla Sanità e l’Idv – che certo in Campania non può dare lezioni di moralità a nessuno – si rifiuta di appoggiarlo per i processi in corso a suo carico. Anche su questo argomento ci sarebbe da aprire un bel capitolo, ma vi rimando al video qui sopra, in cui è lo stesso De Luca a spiegare lo stato dell’arte. Ora toccherà avviare una difficile trattativa con gli alleati – che hanno rinunciato anche loro a partecipare alle primarie di coalizione: la paura di perdere fa brutti scherzi – ed un confronto, ancora più difficile, con i bassoliniani, che allo stato attuale delle cose preferirebbero farsi tagliare un dito piuttosto che mettere la croce sul nome di colui che, in questi anni, non ha risparmiato critiche impietose al governatore. Ieri, nella sua prima uscita pubblica da candidato del Pd, De Luca ha cercato di ricucire almeno sul piano personale, ricordando che Bassolino è stato il protagonista del Rinascimento napoletano, ma nella sua analisi politica della gestione attuale non ci è andato leggero. Come quando ha detto di voler “riportare i primari in sala operatoria, togliendoli dalle sale d’attesa dei partiti”, o quando ha ricordato che una Regione “deve fare leggi e programmare e non preoccuparsi di dare i contributi alle Pro Loco”, oppure quando si è impegnato a “sfruttare ogni euro dell’Unione europea non per i marciapiedi, ma per grandi macroprogetti”. E poi giù mazzate contro il clientelismo, la “cultura della raccomandazione”, la latitanza delle istituzioni “nelle zone a nord di Napoli e della provincia di Caserta, dove dopo le 19 è in vigore il coprifuoco”. De Luca ha un linguaggio duro, para-leghista, e ieri ad un certo punto – quando ha annunciato di voler “premiare le eccellenze e perseguitare i fannulloni” – sembrava di sentir parlare Brunetta; è quanto di più distante dalla concezione comune del politico campano (figura mitologica che la gente spesso assimila, per dire, a Mastella), e proprio questo è secondo me il suo punto di forza. Se il Pdl ha scelto Caldoro, perché aveva bisogno di un candidato che non disturbasse il trend elettorale crescente, noi per la ragione opposta dovevamo puntare su un uomo di rottura profonda. Vincenzo De Luca lo è – se mi consentite, paradossalmente lo è ancor più di Caldoro, ex ministro socialista del terzo governo Berlusconi – e di certo saprà riportare al voto tanti nostri elettori delusi. Se i suoi avversari interni sapranno dimostrare maturità, non remandogli contro, e se l’Idv – dopo qualche seduta di autoanalisi – capirà finalmente cosa vuole dalla vita, l’inverosimile potrebbe accadere. Sul serio.

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Scusate il ritardo

Dopo un numero cospicuo di direzioni regionali, delle quali ho perso il conto, ieri sera il Pd campano ha deciso ufficialmente che si faranno le primarie. Entro le 12 di domani vanno raccolte le firme per le candidature (ne servono 1500), poi parte una mini-campagna elettorale di una settimana e domenica 7 febbraio si vota. Era la decisione più normale – bastava leggere lo Statuto: per ogni carica monocratica ci vogliono le primarie, a meno che il 60% dell’assemblea voti contro – ma ci si è arrivati solo ora perché si voleva evitare una spaccatura interna. La politica napoletana – da quello che sono riuscito a comprenderne, in questi due anni – è una disciplina a parte, giocata molto sul piano personale, con scontri particolarmente aspri ed alleanze ballerine, in un magma continuo di posizionamenti, in cui l’importante è spesso non prenderle. L’esempio concreto è stato il Congresso, laddove – una volta chiaro che il segretario regionale sarebbe stato il candidato bersaniano Enzo Amendola, perché aveva i numeri – anche molti franceschiniani salirono sul suo carro, tanto che ai gazebo si trovavano liste con Amendola per Bersani e liste con Amendola per Franceschini. Apro parentesi: tre mesi dopo, i grandi sponsor dell’operazione con Amendola per Franceschini sono già usciti dal Pd. Chiudo parentesi. Anche stavolta, dunque, c’era l’intenzione di trovare un candidato unitario, e da parte mia sarebbe ingeneroso ridurre il tutto al desiderio di non prenderle: c’era anche – anzi, direi soprattutto – una preoccupazione di tenere insieme i voti dei bassoliniani e quelli degli antibassoliniani, visto che partiamo con parecchi punti di svantaggio dal Centrodestra e se vogliamo provare a vincere non possiamo perdere per strada neanche una scheda. Di più: una candidatura unitaria, scelta a tavolino e dunque “controllata”, avrebbe tenuto conto anche dei veti dei nostri alleati, che non sono proprio degli angioletti, evitando che il 28 marzo la coalizione di Centrosinistra si ritrovi con più di un candidato. Ma il nome non è uscito, per una serie di motivi, e quindi si torna alla soluzione naturale, mentre il Centrodestra ha già fatto partire la campagna elettorale e si fatica pure a trovare un buco per attaccarci un manifesto. Chi si candida? Risposta facile: un bassoliniano ed un antibassoliniano. Più, forse, un terzo uomo, rifugio per chi non vuole farsi schiacciare dalla contesa. Il primo è un uomo di esperienza, senza macchia, del quale mi parlano ancora bene i colleghi parlamentari che lo hanno conosciuto alla Camera nelle scorse legislature; il secondo è uno dei sindaci più amati d’Italia, protagonista di un mezzo miracolo (quando Napoli era invasa dalla monnezza, Salerno non aveva un sacchetto di plastica per strada ed era fra i Comuni più ricicloni d’Italia); il terzo, se ci sarà, è un uomo dei territori, giovane e rampante, con un bel profilo anticamorra. Ma non credo che la campagna per le primarie punterà sulle qualità dei singoli: al contrario, temo che si cercherà di spiegare perché vada evitata ad ogni costo la vittoria dell’avversario. Di Riccardo Marone si dirà che è la longa manus di Bassolino e del suo apparato, di Vincenzo De Luca si dirà che è un fascistoide lontano anni luce dal progetto del Pd, dell’eventuale terzo uomo – che non nomino, per preservarlo in caso decidesse di non candidarsi – si dirà che è destinato a fare la fine dell’erba quando litigano due elefanti. Ma il problema, per quanto mi riguarda, non è neppure questo: la settimana, seppure infuocata, passerà presto. Il problema è l’altro mese e mezzo che ci separerà dalle elezioni vere e proprie, quando avremo di fronte il candidato del Pdl, Stefano Caldoro: chiunque vinca alle primarie del Pd, saremo poi capaci di sostenerlo lealmente?

Il lavoretto

Tra i suoi colleghi del Pdl, Luigi Cesaro è un deputato assolutamente nella media: con il 72% di presenze alle votazioni elettroniche, non può essere definito uno stakanovista ma non è neppure tra i peggiori. D’altra parte, sono in molti che – un po’ dappertutto, ma soprattutto da quelle parti dell’emiciclo – conciliano i tempi del Parlamento con quelli di un altro lavoretto: chi fa il medico (qualcuno il medico del premier), chi l’avvocato (qualcuno l’avvocato del premier), chi il giornalista (qualcuno collabora con il giornale del premier) e così via. Di secondo lavoro, Gigino non fa l’avvocato, anche se è laureato in giurisprudenza; non fa il medico, anche se la sua famiglia è molto presente nel settore della sanità; non scrive sui giornali, perché con l’italiano litiga un po’ troppo. Di secondo lavoro, Gigino fa il presidente della Provincia di Napoli, che con i suoi 3 milioni e passa di residenti è la seconda in Italia, dopo Roma e prima di Milano: assunse l’incarico il 20 luglio scorso, dopo aver promesso per tutta la campagna elettorale che – se eletto – si sarebbe dimesso da deputato. Oggi sono 6 mesi tondi tondi ed ancora non lo ha fatto, né credo che lo farà mai: così come, del resto, i suoi colleghi di partito eletti ad Avellino e Salerno, che almeno (ma sì, voglio tendere una mano) non hanno le dimensioni di Napoli. Non so se questi ultimi intaschino lo stipendio, ma Gigino Cesaro in questo è un signore: ha sospeso il pagamento della sua indennità da presidente della Provincia si accontenta di quella da parlamentare, per far capire a tutti che non è una questione di soldi. Ma di potere, aggiungo io: con tutto il rispetto per il ruolo che ricopro, e ribadito – se fosse necessario – che la cosa non mi dispiace per nulla, mi corre l’obbligo di ricordare che il deputato medio non è in grado neppure di far togliere una multa, mentre magari il presidente della Provincia ha qualche chance in più. Al di là della dimensione soggettiva della vicenda, pure importante, ce n’è una oggettiva che merita più attenzione: da quando è entrato in carica – da 6 mesi esatti a questa parte, dunque – Cesaro ha riunito la Giunta ed il Consiglio provinciale la metà delle volte rispetto alla gestione precedente. Metà sedute, metà delibere, impegni istituzionali saltati (alla visita di Napolitano, per dire, c’era il suo vice): in fondo, è anche troppo, per un presidente che riesce a presentarsi in ufficio solo il lunedì ed il venerdì. Nel resto della settimana, c’è la Camera: chi vuole incontrarlo porti pazienza, oppure vada a Roma. Non è un caso che, con un ritmo così blando, la qualità non sia delle migliori: i consiglieri provinciali di Napoli sono di fatto impantanati nella routine amministrativa, tra le autorizzazioni a resistere in giudizio ed i temi fuori bilancio. “Riprendiamoci la dignità”, diceva il suo slogan elettorale. Ma in realtà, Gigino si accontenta di praticare il nulla, almeno fino alle Regionali. Dopodiché, sempre a mezzo servizio, potrebbe cominciare ad occuparsi della Provincia, e lì rischiamo di rimpiangere il nulla.

L’altra Italia

Ogni tanto capita pure di vincere, ed oggi è capitato. Lasciamo perdere il valore della vittoria, perché una mozione a Montecitorio sta all’ordinamento italiano come una partita di Coppa Italia sta alla Champions’ League, e concentriamoci sul risultato: 269 a 257, la Camera approva. Si parlava di politiche per il Mezzogiorno, un argomento scomparso dal dibattito politico e probabilmente anche dagli interessi dell’italiano medio: “Ho sei cose nella mente e tu non ci sei più, mi dispiace” (Zucchero, Hey man, 1987). Era stato l’Mpa a sollevare il tema, probabilmente per cercare di uscire dal cono d’ombra di Pdl e Lega alla vigilia delle Regionali e per punzecchiare un po’ gli alleati di maggioranza, dopo la crisi in Sicilia: una mozione scritta in punta di penna, tutta in tono propositivo, che però – tra una riga e l’altra – lasciava trasparire l’insoddisfazione per le promesse non mantenute. Lotta al lavoro nero, reimpiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo tramite incentivi alle imprese, servizi pubblici più efficienti, un piano straordinario di formazione professionale: le richieste dell’Mpa erano altrettanti buchi nell’azione di governo attuale, e la stessa proposta di gabbie salariali avanzata da Sacconi veniva associata al rischio di “un mero vantaggio competitivo per imprenditori poco affidabili”, per giunta sulla pelle dei lavoratori. Vale la pena litigare ancora con gli uomini di Lombardo, proprio in campagna elettorale? No, naturalmente. Ed allora, con i voti di tutta l’Aula, la mozione dell’Mpa passa senza problemi. Poi, però, tocca a quella del Pd, firmata anche da me, ed i toni cambiano: accusiamo il governo di avere assunto finora “una strategia sostanzialmente meridionalista”, tanto da aver “azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate che di strumenti specifici”. Nella finanziaria 2010 non c’è traccia del Sud, ricordiamo, prima di denunciare il continuo furto del Fas, che ha tolto al Sud 35 miliardi di euro, e di smascherare le responsabilità di Tremonti: il ministro è colpevole di “una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali” che ha “annullato l’operatività del credito d’imposta per i nuovi investimenti”, di aver tagliato i fondi per la scuola “quasi esclusivamente al Sud” e di non avere fatto nulla per contrastare l’emigrazione dei giovani. Questo passaggio merita di essere letto, perché fa riflettere:

“Dal rapporto Svimez 2009 emerge che ogni anno 300 mila giovani meridionali abbandonano il Sud per cercare fortuna altrove. Di questi, quasi uno su due deciderà di non tornare più a casa, La fuga dal Mezzogiorno avviene in due tempi. La prima emorragia coincide con la scelta del corso di studi: al momento dell’iscrizione all’università un ragazzo su quattro decide di frequentare un ateneo del Centro-Nord. La fuga decisiva è connessa con la ricerca di un posto di lavoro: a tre anni dal conseguimento della laurea, oltre il 4 per cento dei giovani meridionali occupati lavora al Centro Nord. L’aspetto più allarmante di questa nuova migrazione interna sta nel fatto che coinvolge i giovani culturalmente e professionalmente più attrezzati: il 40 per cento dei laureati meridionali che hanno trovato lavoro al Nord si è laureato infatti con il massimo dei voti;
le dinamiche relative all’emigrazione dal Sud al Nord sono l’effetto più evidente dello stallo del sistema sociale e produttivo del Mezzogiorno. Se i ragazzi vanno via è perché il sistema delle imprese meridionali non è in grado di competere con quello settentrionale quanto a capacità di assorbire forza lavoro altamente qualificata. Un gap al quale si aggiunge uno squilibrio vertiginoso nei sistemi di transizione scuola-lavoro e nei livelli del servizio sociale. Questo quadro condanna oggi il Mezzogiorno ad essere il maggiore fornitore di risorse umane delle zone forti del Centro Nord;
il fenomeno dell’emigrazione interna si traduce anche in un’allarmante emorragia economica dalle fasce e dalle zone deboli a quelle forti del Paese. Tra tasse universitarie e integrazioni alle magre buste paga che i ragazzi percepiscono per molti anni dopo aver finito il corso di studi, ogni anno dal Sud al Nord si spostano non meno di 2 miliardi di euro. Così il Mezzogiorno si trova a dover pagare un dazio insieme economico e culturale, che inverte letteralmente la storica logica delle «rimesse». Per uscire da questa condizione occorre agire su due nodi fondamentali: lo sviluppo del comparto produttivo del Sud e l’implementazione di efficaci strumenti di raccordo tra le università e il mondo del lavoro”.

Se approvata, la nostra mozione avrebbe impegnato il governo a tre cose:

– a finanziare in piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell’azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato;
– a reintegrare le risorse impegnate del Fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo meridionale e, conseguentemente, dei livelli occupazionali del Mezzogiorno, ripristinando a tal fine un meccanismo di fiscalità di sviluppo concreto ed efficace quale è l’automatismo del credito d’imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno;
– a predisporre in tempi rapidi un piano organico di riforma degli ammortizzatori sociali, che includa lavoratori a progetto, parasubordinati, lavoratori atipici e le altre categorie contrattuali attualmente escluse da ogni copertura, garantendo almeno il 60 per cento del reddito percepito nell’ultimo anno.

Alla fine, come dicevo, li abbiamo mandati sotto: quel periodo ipotetico di cui sopra si è realizzato, contro ogni previsione. Erano voti dell’opposizione, d’accordo, ma la lettura politica non cambia: la Camera ha giudicato in maniera molto negativa l’azione del governo per il Sud e lo ha impegnato formalmente a porvi rimedio. Voi mi risponderete che un governo come questo, incapace di rispettare pure gli accordi presi in sede Onu, con le mozioni del Parlamento ci si soffia il naso. Ed io non potrò darvi torto. Ma questo è un altro discorso.

Come da copione

336 sì alla proposta della maggioranza, 226 no, nessun astenuto perché con il voto segreto si sarebbe visto: la Camera nega l’autorizzazione a procedere e finisce qui il processo a Nicola Cosentino, o almeno si congela fino a quando il sottosegretario all’Economia sarà un deputato della Repubblica. Il che mi fa riflettere sulla scarsa probabilità della sua candidatura alla presidenza della Campania: se diventasse governatore, ragiono a voce alta, si dovrebbe dimettere da parlamentare, ed il giorno dopo finirebbe in custodia cautelare. Ma più che di analisi, oggi vorrei occuparmi di cronaca, raccontandovi qualche sprazzo del dibattito in Aula, per farvi capire i diversi approcci alla vicenda. Tralascio, per comodità, un po’ di colore: le accuse alla magistratura, colonna vertebrale della sinistra (Matteo Brigandì, Lega), i paragoni con Enzo Tortora, tirato fuori ogni volta che c’è un processo ad un politico (Maurizio Turco, Radicali), la filippica contro la persecuzione giudiziaria di cui è oggetto il presidente del Consiglio (ancora Brigandì), l’appello a reintrodurre l’immunità parlamentare (Nucara, repubblicano del gruppo Misto) e sicuramente mi dimentico qualcosa. Parto invece dal ragionamento svolto da Nino Lo Presti, membro Pdl della Giunta per le autorizzazioni, riassumibile così: “Si tratta di un processo ad orologeria: dopo 8 anni di indagini in cui non è stata trovata una prova, infatti, la richiesta di arresto giunge proprio alla vigilia delle Regionali. Inoltre, contestiamo l’attendibilità del pentito, che ce l’ha con Cosentino per essere stato escluso dagli affari nel ciclo dei rifiuti. A proposito: è vero che il sottosegretario ha segnalato dirigenti per quel consorzio, ma è una prassi diffusa in quei territori; ed è vero che conosceva diversi soggetti malavitosi, ma del resto è un referente politico importante per tutta quella zona. E tra l’altro è anche impegnato nella lotta alla camorra, tanto da aver organizzato a Casal di Principe la festa della Polizia! In ogni caso, la prassi della Camera è quella di concedere autorizzazioni a procedere solo in presenza di un fatto eccezionale (è avvenuto solo 6 volte nella storia repubblicana), e non crediamo che in questo caso ci troviamo in presenza di un fatto eccezionale”. Di tutt’altro genere, naturalmente, gli interventi dell’opposizione: tanto la nostra Marilena Samperi quanto Federico Palomba (Idv) hanno rimarcato l’intreccio perverso e micidiale tra politica ed affari e lo scambio elettorale fra Cosentino ed i clan, ma soprattutto hanno chiesto al Parlamento che lasciasse proseguire il lavoro dei giudici, visto che oggi – a differenza di qualche mese fa, quando votammo la prima mozione – si è in presenza di gravi indizi di colpevolezza per associazione mafiosa. Molto equilibrato anche il discorso di Sandro Maran (Pd), in dichiarazione di voto: “Noi non abbiamo mai esibito in quest’Aula cappi o manette, ma ci appare evidente che in questo caso il fumus persecutionis non c’entri proprio nulla: qualsiasi altro cittadino, nelle identiche condizioni di Cosentino, sarebbe oggi in carcere”. Ho lasciato alla fine gli interventi dell’Udc, che mi sono sembrati un esercizio di equilibrio per non mandare a monte l’ipotesi di alleanza con il Centrodestra in Campania: nelle analisi, infatti, concordavano totalmente con noi, ma nel voto hanno fatto il contrario. “La prima Repubblica è morta quando si è chiusa in una difesa cieca della sua classe dirigente, senza saper distinguere i colpevoli dagli innocenti”, ha dichiarato Pierferdinando Casini, sottolineando anche la necessità di non mettere la politica contro l’opinione pubblica. Voto contro l’arroccamento, allora? Macché: libertà di coscienza. Per mascherare un appoggio a Cosentino che non è stato difficile scoprire, guardando il tabellone con i numeri del voto finale.

Casa nostra

Il castello di Raffaele Cutolo, ad Ottaviano, apparteneva a Bernardetto de’ Medici, cugino di Lorenzo il Magnifico. È una meraviglia da 350 stanze, abbastanza per mettere insieme casa e bottega: in quella spartana dimora, infatti, si organizzavano anche le strategie della Nuova camorra organizzata. A causa di quel castello e del suo inquilino, purtroppo, ancora oggi Ottaviano – cittadina pacifica alle pendici del Vesuvio – si porta dietro il marchio della criminalità organizzata. Un marchio che l’amministrazione è impegnata in ogni modo a cancellare, anche con iniziative simboliche: nelle stesse sale che videro i boss tramare alle spalle dello Stato, per esempio, si è svolto ad agosto un master dell’Università del Sannio sull’utilizzo dei beni confiscati. Ogni proprietà sottratta ai clan – che sia una villa, un appartamento o un terreno – può diventare una medaglia al valore se viene riutilizzata per fini sociali: è la vittoria dello Stato contro l’anti-Stato, della legge contro il crimine. Per questo, 13 anni fa, Libera lanciò una petizione da un milione di firme, che sfociò nella legge 109/96, approvata all’unanimità. “Oggi – spiega la stessa associazione di don Ciotti in un appello – quell’impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato. La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni”. Il ragionamento di Libera è semplice e lineare: se una villa appartenente ad un boss mafioso venisse riacquistata da un suo sodale, lo Stato avrebbe costruito – con i soldi ricavati dalla vendita della villa – un monumento alla mafia ed alla sua potenza. Ecco perché, mentre attendiamo l’arrivo della finanziaria nell’Aula della Camera, si fanno sempre più pressanti gli inviti delle associazioni impegnate nella lotta per la legalità: chiedono a chi ha presentato l’emendamento di ritirarlo (cosa che non è ancora avvenuta e non credo accadrà) ed invitano chi non lo ha presentato a prepararne uno soppressivo (cosa già fatta da Dario Franceschini). Nel frattempo, si stanno mobilitando anche le amministrazioni locali: il Consiglio provinciale di Napoli ha approvato un ordine del giorno presentato dal Pd, votandolo all’unanimità, ed analoghe iniziative sono in programma altrove. Manca solo il Parlamento, insomma, e la cosa non mi stupisce: abbiamo già assistito, da queste parti, all’approvazione dello scudo fiscale, e finché i soldi non avranno odore credo che ne vedremo ancora delle brutte.

Una botte di ferro

Aula chiusa, tanto per cambiare: stavolta è a causa della Finanziaria, che deve essere esaminata dalla Commissione Bilancio emendamento per emendamento. Ne approfitto per raccontarvi un po’ del Senato, visto che non ne parlo quasi mai e visto che, in queste ore, si discute del no all’arresto cautelare di Nicola Cosentino, che una settimana fa sembrava abbandonato anche da Berlusconi e che ora si ritrova, invece, in una botte di ferro. Alla Camera, come sapete, le mozioni non sono ancora arrivate in Aula: è di ieri, però, la notizia che nella giunta per le autorizzazioni il Centrodestra ha tenuto compatto. L’opposizione, invece, ha perso qualche voto per strada – Maurizio Turco (Radicali), Domenico Zinzi (Udc, casertano come il sottosegretario) e Bruno Cesario (deputato campano del Pd appena passato con Rutelli) – ma non ce l’avrebbe fatta ugualmente, così come non ce l’ha fatta in Senato a far approvare le due mozioni (quella nostra e quella dell’Idv) che chiedevano le dimissioni del sottosegretario. Quella del Pd, a mio parere, aveva il merito di non confondere le indagini preliminari con la condanna definitiva, senza però sottovalutare il fatto che la Procura di Napoli ha deciso di avviare un procedimento penale contro Cosentino: per questo motivo, nel dispositivo si impegnava il governo ad invitare il sottosegretario (che non può essere sfiduciato dal Parlamento) alle dimissioni. Molto bello l’intervento del nostro Gianrico Carofiglio, che vi invito a leggere:

CAROFIGLIO (PD). Signor Presidente, cercherò di essere il più possibile sintetico ed attinente al tema. C’è un famoso romanzo, che molti in quest’Aula hanno sicuramente letto e che, con ogni probabilità, converrebbe rileggere. È un romanzo di Sciascia, che si intitola «Il contesto»; un romanzo molto bello, che ci dà un’indicazione su come affrontare questa vicenda, su come porci rispetto a tale questione e sul metodo che dobbiamo adottare. Il metodo è, in primo luogo e per l’appunto, quello di individuare il contesto in cui la vicenda si colloca. (…) La mozione n. 43 è molto semplice: impropriamente ed atecnicamente, essa è stata indicata come mozione di sfiducia individuale nei confronti del sottosegretario Cosentino. Ricordo che esiste la possibilità di mozioni di sfiducia individuali, ma esse riguardano soltanto i Ministri della Repubblica e non già i Sottosegretari. L’oggetto di questa mozione è molto semplice e riguarda l’opportunità che il Governo della Repubblica inviti il sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze Cosentino a rassegnare le dimissioni; ciò in relazione al suo coinvolgimento, nella qualità di indagato per reati gravi, in un’indagine della procura della Repubblica e della DIA di Napoli. Il contesto di cui dicevo è palese, per molti aspetti evidente e davanti a tutti; ogni giorno esso si arricchisce di nuovi tasselli. Non alludo all’ordinanza di applicazione della misura cautelare, arrivata molto tempo dopo la proposizione della nostra mozione, ma alludo, ad esempio, ad una notizia di oggi, che leggiamo sui giornali e sulle agenzie e di cui darò una sintesi. 120 milioni di euro, 2 dei quali in contanti, è il valore dei beni sequestrati dalla DIA di Napoli a carico di persone ritenute riciclatori per conto del clan dei casalesi. L’operazione, detta “Faraone”, in particolare ha individuato soggetti vicini al clan che, per riciclare denaro, acquistavano proprietà in aste giudiziarie (vi prego di ricordare il concetto dell’asta giudiziaria, che ci servirà fra poco), anche per legittimare il possesso di beni di lusso, nonostante una situazione di reddito non agiata. Per queste ed altre operazioni i membri del Governo e, in primis, il Ministro dell’interno esultano. Giustamente. Noi siamo d’accordo con l’esultanza per queste operazioni. Ma come non ricordare che gli organismi investigativi, gli uffici giudiziari e le indagini che hanno portato a questa acquisizione di beni di illecita provenienza sono i medesimi che portano all’evidenza elementi a carico del membro del Governo di cui oggi ci occupiamo? Sempre in merito al contesto, in quest’Aula, pochi giorni fa, è stata approvata una norma che ha suscitato e suscita dure polemiche, sulle quali non voglio tornare. Voglio però rileggere tale norma, che riguarda la possibilità di procedere alla vendita di beni confiscati alle organizzazioni criminali: «Alla vendita dei beni di cui al comma 2-bis» – i beni in discorso – «e alle operazioni di cui al comma 3 provvede, previo parere obbligatorio del Commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati, il dirigente del competente ufficio del territorio… Il dirigente del competente ufficio dell’Agenzia del demanio richiede al prefetto della provincia interessata un parere obbligatorio, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, e ogni informazione utile affinché i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, …da soggetti altrimenti riconducibili alla criminalità organizzata». Lasciatemi fare una domanda provocatoria: ove il sottosegretario Cosentino volesse acquistare uno dei beni confiscati alla criminalità organizzata, magari proprio uno di quelli sequestrati nell’odierna operazione, chiedo ai membri del Governo, chiedo agli appartenenti alla maggioranza e in particolare a chi più di altri è attento ai temi del contrasto al crimine, gli appartenenti al partito della Lega, potrebbe farlo? Cosa dovrebbe dire il prefetto, dipendente del Governo cui il sottosegretario Cosentino appartiene? Dovrebbe dire che si tratta di soggetto riconducibile alla criminalità organizzata? Cosa dovrebbe fare il dirigente dell’Agenzia del demanio? Che parere dovrebbe esprimere il Commissario straordinario? Mi piacerebbe, nel corso del dibattito che seguirà questa breve illustrazione, sentire l’opinione degli appartenenti alla maggioranza su questa semplice domanda: potrebbe il sottosegretario Cosentino acquistare i beni oggi sequestrati un giorno che fossero confiscati? Se la risposta fosse negativa, come potrebbe il soggetto che non sarebbe per la legge da voi stessi approvata una settimana fa abilitato ad acquistare quei beni fare il Sottosegretario all’economia e alle finanze (dico solo per inciso, il Ministero da cui dipende la Guardia di finanza)? Noi non possiamo e non vogliamo sostituirci all’autorità giudiziaria per esprimere giudizi di colpevolezza, ma non possiamo e non vogliamo – e nemmeno voi potete farlo – sostituirci all’autorità giudiziaria per esprimere giudizi di innocenza. La chiave di volta, la soluzione di questa vicenda è contenuta, come per molte altre vicende, nella Costituzione, all’articolo 54, in quella norma che dice: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». Disciplina e onore che fanno riferimento ad una categoria concettuale, una funzione che non è una proprietà privata del soggetto investito ma qualcosa che si fa nell’interesse della collettività e che bisogna essere capaci di abbandonare nel momento in cui la permanenza in quella posizione sia lesiva dell’onore individuale e dell’onore delle istituzioni. L’onore è anche saper fare un passo indietro, collettivo e individuale. Concludo con una citazione da un grande scrittore, Anton Cechov, che diceva che l’onore non si può togliere, si può solo perdere. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).