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Una storia italiana

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori vadano a piangere da mamma.

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Made in Italy – parte 2

Nonostante l’ironia del Giornale, che sabato 14 mi prendeva in giro per aver snocciolato in Aula la formazione dell’Inter, oggi siamo tornati a parlare di sport: si votavano infatti le mozioni sulla tutela dei vivai, che avevamo discusso una decina di giorni fa. Il Pd ha assegnato a me il compito della dichiarazione di voto: credo di aver svolto un buon intervento, tra l’altro tenendo conto di alcune indicazioni ricevute proprio da voi, sul blog, nei commenti all’altro post. Ci stiamo inventando il deputato interattivo: se funziona, lo brevettiamo. Buona lettura.

ANDREA SARUBBI. Grazie, signor presidente. Quando in Aula discutiamo di questi temi, all’esterno si ride del Parlamento. Le leggo il titolo del Giornale di sabato 14 novembre: “Alla Camera lavorano in 4. Per parlare dell’Inter”. E giù ironie, nell’articolo, sul fatto che io avessi affrontato il problema degli stranieri nel nostro sport di vertice citando appunto la formazione dell’Inter, con nessun italiano in campo e solo 2 in panchina. Ma avevo citato anche la Montepaschi Siena, attuale leader del basket italiano, e l’Itas Dialtec Trentino, capolista nella pallavolo: proprio a proposito del volley, non ho detto allora – e lo faccio oggi – che almeno in questo sport esiste una sorta di autoregolamentazione, per quanto riguarda il nostro campionato: sui 7 giocatori in campo (6 più il libero a rotazione), almeno 3 devono essere italiani. Ma il discorso non cambia, perché il problema sollevato da queste mozioni è quanto mai reale: l’avvenire sportivo dei nostri giovani è piuttosto difficile, perché dalla sentenza Bosman in poi le società hanno smesso di puntare sui vivai. Citavo il Milan di Baresi, Tassotti, Maldini, Albertini, che ad un certo punto si è ritrovato senza giovani. Ma non vorrei circoscrivere il discorso al calcio, se non altro per non dare ragione alle critiche mosse durante la discussione generale dall’on. Pescante, che ci accusava di essere troppo concentrati sul calcio.
A proposito dell’on. Pescante – al quale vanno naturalmente gli auguri del Partito democratico sia per la nomina di vicepresidente del Cio che per quella di membro permanente dell’assemblea generale dell’Onu, proprio in rappresentanza del Cio – vorrei sottolineare alcuni passaggi del suo intervento durante la discussione generale, perché da qui credo si possa partire per un dialogo fruttuoso.
In un primo passaggio, l’on. Pescante riconosceva alla mozione Ciocchetti il merito di aver sottolineato che lo sport non è una mera attività lavorativa, e dunque non può seguire le regole valide per tutto il resto. D’altronde – e questo lo avevamo già ripetuto venerdì 13 – i meccanismi dell’Unione europea e le regole della libera circolazione dei lavoratori vennero pensati per l’economia, non per lo sport. E se il fantasma dell’idraulico polacco ha spaventato a lungo l’economia francese prima della ratifica della Costituzione europea, il fantasma della punta brasiliana (o del play americano, o dello schiacciatore bulgaro) non è certamente un incubo da poco per i nostri campioni in erba delle varie discipline. Sanno che, per quanto potranno impegnarsi e fare la trafila delle serie minori, difficilmente troveranno spazio ad altissimi livelli, perché la punta brasiliana è sempre in agguato. Con una differenza, rispetto all’idraulico polacco: che riparare un rubinetto non è ancora uno sport, dunque non ci saranno campionati mondiali o Giochi olimpici nei quali rappresentare la propria Nazione e sfidare le altre. Né ci sono i mondiali di management industriale, o le olimpiadi di medicina: solo nello sport si vedono i Paesi competere tra di loro con rappresentanze nazionali, le cui vicende agonistiche hanno tra l’altro il merito di suscitare nella cittadinanza passioni condivise. Ecco perché lo sport non è uguale al resto; ecco perché la mozione presentata dall’Udc – e condivisa anche dal Partito democratico, che voterà a favore – impegna il governo a promuovere queste istanze in sede europea: d’altra parte, è un’esigenza condivisa anche dal Trattato sul funzionamento dell’Unione, come lo stesso on. Pescante ci ricordava venerdì. Del suo intervento riporto anche un altro passaggio, piuttosto significativo: quello in cui ci comunicava di aver già preso contatti con la Spagna per stabilire, durante il semestre di presidenza spagnola dell’Ue, come definire il concetto di specificità dello sport. Un motivo in più, da parte nostra, per chiedere un impegno concreto anche al governo, visto l’enorme prestigio internazionale di cui il nostro presidente del Consiglio si vanta di godere.
Per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori, dunque, mi pare che tutti siamo d’accordo sulla necessità di adattarla alle specificità dello sport: nella stessa mozione della maggioranza, si impegna il governo a “ trovare una soluzione di compromesso per la libera circolazione di atleti comunitari, prevedendo il libero tesseramento, ma limitandone l’impiego sul terreno di gioco, come praticato già da alcune federazioni internazionali negli sport di squadra”.
Ma se parliamo di limitare il numero di stranieri in campo, lo ripeto, lo facciamo con l’obiettivo di aprire una strada (o meglio: di non sbarrare la strada) ai nostri giovani, che oggi faticano ad emergere molto di più rispetto all’era pre-Bosman. La mozione Ciocchetti prevede degli incentivi , anche di tipo fiscale, “per società o associazioni sportive che investono nelle formazioni giovanili”; la maggioranza interpreta questi incentivi – almeno così ci è sembrato, venerdì – come un regalo alle grandi società: io credo invece che la proposta verrebbe accolta con favore soprattutto nelle società medio-piccole, quelle che non possono contare sul merchandising o su una grande fetta della torta dei diritti televisivi. Per non parlare di quelle non professionistiche: lo percepisce bene la mozione Zazzera, che infatti parla espressamente di agevolazioni fiscali e tributarie “a sostegno di tutto lo sport dilettantistico”. E lo sa bene anche il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, che un anno e mezzo fa – nella sua prima audizione in Commissione Cultura – parlò di supporto fiscale, di detassazione e di semplificazione degli oneri sociali.
La stessa maggioranza non può fare a meno di denunciare la crisi dei vivai, che “sono spesso – cito proprio le parole della mozione Pescante – abbandonati del tutto o costituiscono fenomeni residuali all’interno delle società sportive più economicamente dotate”. Non solo: il testo presentato dai colleghi del Pdl ha anche il merito di riconoscere espressamente “la funzione dell’associazionismo sportivo, che vede impegnate oltre centomila società sportive e circa ottocentomila dirigenti sportivi volontari” e che “deve essere incoraggiata dalle istituzioni”. Il problema, allora, qual è? Il problema è cosa si intende per incoraggiare, perché probabilmente l’on. Pescante pensa ad una pacca sulla spalla, non so, o ad un convegno fra il sottosegretario Crimi ed i responsabili dell’associazionismo. Ma l’unico modo serio di incoraggiare lo sport non di vertice – sia quello giovanile che quello dilettantistico – è mettere mano al portafoglio: allo sport di base servono soldi, non chiacchiere e distintivi! Vuoi che una persona di grande esperienza come l’on. Pescante non lo sappia? Figuriamoci! Certo che lo sa! Solo che non può dirlo, perché non solo il governo non ha intenzione di mettere un euro sullo sport di cittadinanza, ma addirittura ha azzerato il fondo di 95 milioni di euro che già esisteva. Ecco perché il Pdl fa finta di snobbare la richiesta di incentivi fiscali e confeziona una mozione a misura di Tremonti: un testo in cui si parla genericamente di iniziative da predisporre e di sostegno da garantire, ma non si ha il coraggio di dire le cose in faccia al ministro dell’Economia. Ecco perché, pur condividendo molte delle riflessioni fatte dall’on. Pescante, non possiamo far altro che astenerci sulla sua mozione. Il Partito democratico esprimerà invece voto favorevole sulle altre due mozioni: quella dell’Idv e quella dell’Udc, che ha avuto il merito di aprire il dibattito su un argomento così significativo. E se
Il Giornale non ne ha capito lo spirito, ironizzandoci sopra e prendendo in giro il Parlamento, ce ne faremo una ragione.

Made in Italy

Ogni tanto, alla Camera capita pure di divertirsi: come quando ti chiedono, per esempio, di intervenire in Aula su una questione che ti appassiona a priori, da quando sei bambino. Tipo lo sport in generale, ed in particolare il calcio. Ieri si è discusso, infatti, di una mozione proposta dall’Udc per agevolare la cura dei vivai da parte delle società sportive, in un momento in cui i talenti non vengono più coltivati ma direttamente importati dall’estero: un tema che giuridicamente è più complesso di quanto non sembri, perché va a cozzare contro il principio della libera circolazione dei lavoratori. Ho studiato un po’ i numeri, prima di parlare, e poi ho detto la mia. Cercando di non sembrare troppo juventino.

ANDREA SARUBBISignor Presidente, sul sito de La Gazzetta dello sport c’è la formazione dell’Inter per la partita della prossima giornata di campionato contro il Bologna. Non è quella ufficiale di Mourinho, ma tanto non è l’aspetto tecnico che ci interessa qui in Aula. La vado a leggere: in porta Julio Cesar; in difesa Maicon, Samuel, Lucio e Chivu; a centrocampo Javier Zanetti, Cambiasso e Stankovic; trequartista Snejder; in attacco Eto’o e Milito. La squadra campione d’Italia in carica manda in campo, sabato prossimo, tre brasiliani, quattro argentini, un rumeno, un olandese, un serbo ed un camerunense. Neppure un italiano (lo diceva anche l’onorevole Ciocchetti poco fa)! Uno si potrebbe chiedere: avranno mesi tutti in panchina gli italiani? Macché: in panchina ci sono solo due italiani su sette (Toldo e Balotelli); gli altri (Cordoba, Thiago Motta, Muntari, Mancini, Vieira) sono un colombiano, due brasiliani, un ghanese ed un francese. E stiamo parlando di una squadra che, in Europa, difende i colori dell’Italia. Ma non si può dire certo che difenda il made in Italy, visto che pure il tecnico è di importazione: l’allenatore campione d’Italia, Josè Mourinho, è infatti portoghese. La situazione migliora un po’ – non di molto, per la verità – se si passa dalla capolista nel calcio alla capolista nella pallavolo: in cima alla classifica della serie A di volley c’è attualmente l’Itas Diatec Trentino, che nella rosa dei titolari ha cinque giocatori italiani. Ma, anche qui, la maggioranza (sette su dodici) è costituita da stranieri: due brasiliani, due bulgari, un francese, un cubano, un polacco. Se poi andiamo nel basket, basta dare un’occhiata alla squadra più forte del campionato – la Montepaschi Siena – per vedere che pure in questo caso, fra i titolari, sono gli stranieri a farla da padroni: ben 9 giocatori su 13 sono nati e sportivamente cresciuti all’estero, anche se poi, grazie al sistema delle naturalizzazioni, tre di loro (un georgiano, uno statunitense ed un nigeriano) figurano italiani. Sulle naturalizzazioni ho un punto di vista un po’ diverso, meno benevolo di quello dell’onorevole Ciocchetti, perché, secondo me, le naturalizzazioni – che alterano le statistiche, ma non la natura del problema – rappresentano una scorciatoia ormai comune a parecchi sport: potrei citare il caso del brasiliano Amauri nella nazionale italiana di calcio, dove, tra l’altro, gioca già l’argentino Camoranesi. Che entrambi possano fare comodo a Marcello Lippi è indubbio, ma qui il discorso è un altro: stiamo parlando di talenti nati e sportivamente cresciuti altrove, arrivati in Italia quando ormai erano già campioni. E i nostri giovani? Che fine hanno fatto? Possibile che non siano all’altezza? Possibile che, per fare bella figura in campo internazionale, dobbiamo ricorrere ai naturalizzati? L’esempio della nazionale italiana di calcio a 5, da questo punto di vista, è un caso di scuola: i 14 calciatori portati agli ultimi mondiali nella spedizione azzurra erano tutti brasiliani! Possibile che fra i giovani italiani – fra i giovani, cioè, di un Paese di 60 milioni di abitanti – non ce ne sia uno che meriti di vestire la maglia della propria nazionale? E se così fosse, vale ancora la pena chiamare italiana una squadra i cui giocatori si chiedono la palla in portoghese? Una squadra, soprattutto, in cui non ci sia neppure un giocatore che ha fatto la gavetta dal basso, cominciando magari da piccolo su un campo di periferia romana o milanese, per poi finire in nazionale?
Tra un paradosso e l’altro, signor Presidente, siamo arrivati al contenuto della mozione di oggi, che ha il merito di porre all’attenzione del Parlamento il problema dei nostri vivai. Il problema, cioè, della crescita sportiva dei nostri giovani, che spesso arrivano alle porte della prima squadra ma poi rimangono sulla soglia, perché nella maggior parte dei casi i club preferiscono puntare su atleti stranieri già affermati. Anche le società che storicamente producevano talenti – penso all’Atalanta di Scirea, Donadoni e Vieri, ma anche al Milan di Baresi, Tassotti, Albertini e Maldini – oggi sembrano aver abbandonato quella pista: l’unica eccezione fra le grandi società è forse la Juve, che ha cominciato a puntare sul proprio vivaio per necessità, con un bilancio da salvare dopo la retrocessione in serie B, e si è ritrovata in casa dei giovani campioni (su tutti Marchisio, Giovinco e De Ceglie) che magari, in condizioni normali, non sarebbero mai esplosi. Il giovane di talento, in Italia, fatica ad emergere: non è raro, infatti, assistere ad una fuga all’estero, dove ci sono contratti milionari e possibilità di un posto in prima squadra. In alcuni casi, poi, c’è anche una legislazione sportiva differente, che meriterebbe a mio parere di essere armonizzata, almeno a livello europeo: penso all’ultima promessa italiana, un ragazzo romano, Federico Macheda, che il Manchester United strappò alle giovanili della Lazio perché nel Regno Unito si possono fare contratti di lavoro professionistico anche ai minori di 16 anni; un ragazzo che, cresciuto calcisticamente in Italia, nelle giovanili della Lazio (la Lazio ha quindi puntato su di lui fin da quand’era piccolo), è poi arrivato a 16 anni e adesso è titolare col Manchester United, e chissà quando rivedrà il campionato italiano. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe lontano. Un problema di legislazione, comunque, sussiste. Come argutamente nota il testo di questa mozione, «i Trattati dell’Unione europea sono stati fatti per l’economia e non per lo sport». Ciò significa che una norma sacrosanta in altri settori, come quella della libera circolazione dei lavoratori in Europa, si traduce in uno stop a tutti i tentativi di proteggere i propri settori giovanili: la FIFA ci provò, chiedendo l’introduzione di un numero minimo di giocatori autoctoni nelle rose, ma l’Unione europea disse di no per il motivo di cui sopra. Parallelamente, saltarono tutti i tetti al numero di calciatori stranieri, posti da molte leghe: era il 1995, l’anno della sentenza Bosman. E forse non è un caso che, proprio da allora, l’Italia abbia smesso di produrre giovani talenti ed abbia cominciato ad importarli: citavo prima il Milan dei Baresi, Tassotti, Albertini e Maldini, se andiamo a guardare è tutta gente di prima del 1995, non dopo. La mozione in esame afferma, in sostanza, che è finito il tempo di stare a guardare, e che il Governo può porre un freno a questo fenomeno attraverso un paio di provvedimenti: uno sul fronte interno, uno su quello esterno. Il primo intervento potrebbe essere un incentivo, anche di tipo fiscale, ad investire sui giovani: abbiamo qualche dubbio che il Ministero dell’economia e delle finanze lo vari da solo, e per questo crediamo che la mozione possa essere uno strumento utile. Il secondo intervento sarebbe invece una pressione sui partner europei affinché venga varato presto un protocollo che riconosca la specificità dello sport, rispetto agli altri settori lavorativi. Due misure di buonsenso, che ci auguriamo il Governo faccia proprie; prima ancora, però, c’è bisogno che la maggioranza voti la mozione, insieme a noi ed insieme all’UdC che ha avuto il merito di proporla
(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro).

Domenica bestiale


Mi spiace ricominciare così, ma non è colpa di Napoli. Né del Napoli, inteso come società di calcio. Né del tifoso medio napoletano, che domenica scorsa poteva andare fiero della sua squadra, uscita imbattuta all’Olimpico con un uomo in meno. Però di qualcuno la colpa deve essere, se 1500 teppisti hanno preso in ostaggio due stazioni (quella di Napoli e quella di Roma) ed un treno, cacciando via tutti i passeggeri che – muniti di regolare biglietto – tentavano di tornare a casa dalle vacanze e distruggendo 11 vagoni, con danni per mezzo milione di euro. La polizia ne ha arrestati solo 6, tra l’altro già rilasciati; il ministero dell’Interno, nel frattempo, ha vietato a tutti i tifosi napoletani di seguire la squadra in trasferta per il resto del campionato. Questa storia delle punizioni collettive mi lascia sempre perplesso, soprattutto quando i veri responsabili rimangono impuniti: è  come ribadire al Paese – che tra l’altro ne è già abbastanza convinto – che, alla fine, l’importante non è comportarsi bene ma farla franca. Mezzo milione di euro sono tremila abbonamenti mensili all’Intercity: viaggerebbero gratis, per un anno, 250 pendolari tra Napoli e Roma (e ce ne sono: basta salire sul treno delle 6.24, che arriva alle 8.11 a Termini). Ci sono diverse cose che, da appassionato di calcio, faccio fatica ad accettare: l’accentuazione delle divisioni, lo spirito del branco che ha sempre bisogno di un nemico e se non lo trova lo individua nella collettività, la dicotomia stridente fra le regole in campo e l’assenza di regole sugli spalti. Da politico, poi, vicende come questa mi fanno riflettere ancora di più sull’importanza dell’educazione alla cittadinanza e sulla necessità di pene certe. Oddìo, sto diventando di destra?

Non solo Lippi

sport bambini

Faccia a faccia, in commissione Cultura, con il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi. Non è la mia commissione, ma ho chiesto di partecipare all’audizione e di intervenire: purtroppo, i tempi erano stretti e gli interventi lunghi… quindi parlerò nella prossima seduta. Ho ascoltato con attenzione le  linee programmatiche di Crimi, per sapere quale attenzione avrebbe dedicato allo sport di base, e tutto sommato non posso dirmi insoddisfatto: ha ricordato il ruolo educativo dello sport, la sua funzione sociale di integrazione, il suo contributo al benessere fisico… tutte cose che ricordano in pochi, perché lo sport che fa notizia è sempre quello di vertice. Anche il sottosegretario, in realtà, è caduto un po’ nella trappola, dicendosi favorevole ad abbassare le tasse sui salari dei calciatori, in modo da permettere alle squadre italiane di competere meglio con quelle straniere. In sostanza, è l’appello che Galliani ripete da tempo: datemi un regime fiscale più morbido, tipo in Spagna, ed io posso dare a Ronaldinho più soldi, portandolo dal Barcellona al Milan. Mentre diceva queste cose, immaginavo l’effetto sui giornali: tutti si sarebbero accorti dell’acquisto di Ronaldinho, ma in pochi avrebbero notato che – con i soldi di quelle tasse – si sarebbero potuti costruire parecchi campi di calcio, palestre e piscine nelle periferie delle città italiane. Certo, lo sport di vertice ha un grande impatto emotivo – per alcuni è addirittura un ammortizzatore sociale, nel senso che canalizza le tensioni ed aggrega – ma quello di base ha un ruolo formativo ancora più importante; se non fa mai notizia, non significa che debba sparire dalle priorità di un governo. Se nessuno ne parla, non significa che i 111 milioni tolti dal decreto Ici allo sport di cittadinanza ed al Comitato paralimpico non avranno conseguenze sul versante culturale. “Pensa a quella che il Papa oggi chiama emergenza educativa – mi ha detto l’altro giorno il mio amico Massimo, proprietario di una squadra di volley in serie A1 – e guarda alle difficoltà che stanno attraversando le agenzie storicamente impegnate nella crescita dei giovani: la famiglia, la scuola, la stessa Chiesa. Per non parlare della tv, che spesso rema contro la costruzione di valori solidi e profondi. L’unica arma di ricatto educativo valida ancora oggi è quella dell’allenatore che può mettere in panchina o mandare in tribuna chi non si allena con regolarità, chi non si impegna abbastanza. Se vuoi diventare un campione, ti devi sacrificare: vedi qualcun altro capace di veicolare un messaggio simile con la stessa semplicità e la stessa capacità di penetrazione fra i ragazzi?”. Massimo ha ragione: lo sport insegna a rispettare le regole, ad avere bisogno dell’avversario, a convivere con i propri limiti e tentare di superarli, a collaborare – nel caso delle discipline di squadra – con gente che non hai scelto tu. Ecco, è questa la notizia vera. Anche se i giornali domani parleranno solo del ritorno di Lippi in nazionale.

Il giornalismo che detesto

cattivo giornalismo

Non è elegante fare le pulci ai propri colleghi. Soprattutto se hai lasciato quel lavoro da poco tempo ed hai dovuto convivere, per anni, con quelle regole. Ma in poche ore mi sono indignato due volte – non da politico: da giornalista – e così oggi ho deciso di sacrificare il bon ton professionale sull’altare della verità. Cominciamo dagli europei di calcio, perché è il rospo che mi porto dentro da un paio di settimane: da quando, cioè, i telegiornali hanno deciso di trasformarsi in appendici del programma sportivo precedente oppure (è la stessa cosa) in anteprime di quello successivo. Più si avvicinava la partita, più aumentavano i minuti dedicati alle partite dell’Italia, a scapito di tutto il resto: un climax che ha raggiunto l’apice ieri sera, alle 20, quando sono addirittura scomparsi i titoli (!) per fare spazio ad un servizio di apertura sull’Evento. Cose del genere, di solito, si riservano ai fatti straordinari, tipo l’inizio della guerra in Iraq o gli attentati dell’11 settembre… non ad un quarto di finale dei campionati europei di calcio maschile. Oltre tutto, quando la programmazione della tua rete è monotematica e dedica a Italia-Spagna 20 ore su 24 (si salva solo Marzullo, perché è registrato), spiegandoti anche di che colore ha le mutande la moglie di Zambrotta, cosa pensa Gattuso delle nozze gay e quante persone vedranno la partita al Billionaire, che cosa potrà aggiungere di nuovo un telegiornale? Anziché cercare telespettatori (per poi poter dire: “Abbiamo vinto contro il tg5!”), non sarebbe meglio e-ducarli? Non sarebbe meglio in-formarli, anziché con-formarsi? Non sarebbe meglio parlare a lungo dell’opposizione in Zimbabwe che abbandona le elezioni, della nave affondata nelle Filippine, della femminista incarcerata in Iran, dell’aggressione al giovane ebreo a Parigi, dell’accordo Fastweb-Telecom? Se il tg smette di fare questo, ha gravi responsabilità sul livello culturale del Paese. E poi, se proprio devo guardarmi la brutta copia di Sky calcio, cambio canale e vado direttamente sull’originale. Punto. Il secondo motivo di indignazione riguarda, invece, il presunto scambio di battute a distanza tra Berlusconi e il Papa sulla comunione ai divorziati. La storiella ricamata dai giornali è più o meno questa: Berlusconi va a Messa in Sardegna, il vescovo Sanguinetti gli porge l’ostia (e qui i miei amici cattolici tradizionalisti si faranno sentire, voglio sperare… o andate a senso unico?), lui gentilmente la rifiuta e chiede al vescovo di fare qualcosa per i divorziati risposati. Il vescovo gli risponde, sempre durante la Messa: “Ci pensi lei, che è amico del Papa!” (amici cattolici tradizionalisti, continuate a prendere nota). Due ore dopo – non si sa perché, non si sa come – spunta un documento di Benedetto XVI, scritto qualche giorno fa per il congresso eucaristico in Québec ma in realtà indirizzato a Berlusconi (del tipo: “Parlo a nuora, perché suocera intenda”), in cui il Papa ribadisce che la comunione la possono ricevere solo i “puri” e quelli “senza peccato” (amici cattolici progressisti, evitate ironie sulla purezza di Berlusconi). Nessun giornale ha resistito alla tentazione di porre in correlazione i due eventi… almeno nel titolo, nell’occhiello, nel sommario e nell’attacco del pezzo; solo continuando a leggere, più sotto, si ammetteva tra le righe che l’articolo era una palese forzatura. Ecco, questi sono i momenti in cui non rimpiango di avere lasciato il giornalismo.

Il campione scozzese

Nel giorno di Italia-Spagna, c’è una cosa che vorrei la politica mutuasse dal calcio: la campagna acquisti. Vedo un politico straniero bravo, lo ingaggio nel mio partito e faccio un salto di qualità. Io ne avrei già trovato uno: Graham Watson, scozzese di 52 anni, capogruppo dei liberaldemocratici al Parlamento europeo. L’ho conosciuto l’altra sera in uno dei posti più belli di Roma – la terrazza del Vittoriano – durante una cena organizzata da Francesco Rutelli, ed ho scoperto che a Montecitorio non avrebbe neppure problemi di ambientamento: è infatti sposato con una fiorentina, parla discretamente l’italiano e gli farebbe anche comodo avvicinarsi a Roma, visto che sua figlia vorrebbe studiare alla Luiss. Mi ha affascinato con il suo discorso, pronunciato a braccio nonostante le 14 cartelle buttate giù dallo staff: me le sono fatte mandare ed ora vorrei condividerne con voi alcuni passaggi. “Troppo spesso in Europa guardiamo al nostro interno: alle difficoltà dell’Unione, dopo il no irlandese nel referendum; ai campionati europei di calcio, che interessano gli elettori molto più di qualsiasi referendum… e invece, una civiltà è grande quando guarda all’esterno (…). Io credo che le correnti più profonde della storia siano spirituali e culturali, piuttosto che politiche o economiche. La storia non è semplicemente il risultato di una lotta per il potere nel mondo: è invece guidata dalla cultura. Dai valori, dalle tradizioni e dalle fedi dei popoli; da ciò che le società ritengono buono, vero e nobile; dal modo in cui esprimiamo le nostre convinzioni nella lingua, nella letteratura o nelle belle arti; da quello su cui gli individui e le società sono disponibili a giocare la propria vita. È la democrazia il nostro punto di riferimento: e non intendo per democrazia solo il regolare svolgimento di elezioni, ma il ruolo della legge, la libertà di parola e di associazione, la difesa delle minoranze (…). La crescita della popolazione, legata all’aumento del prezzo del cibo ed alla crescita delle migrazioni; i cambiamenti climatici e la sicurezza energetica; il terrorismo e la criminalità organizzata: tutte queste sono sfide sovranazionali, che hanno bisogno di una risposta sovranazionale. L’insistenza sulla sovranità nazionale porta all’anarchia globale (…). Liberali e democratici cercano di costruire e salvaguardare una società giusta, libera ed aperta, nella quale convivano la libertà, l’uguaglianza ed il concetto di comunità, e nella quale nessuno sarà mai schiavo della povertà o dell’ignoranza (…). Il liberalismo è temuto non per la dimensione della sua presenza politica, ma per la forza delle sue idee. Siamo talvolta accusati di laicismo… in realtà, noi siamo laici, ma non laicisti. Rispettiamo la dimensione spirituale ed il credo religioso di ogni essere umano. Ecco perché, nel Parlamento europeo, abbiamo mantenuto un dialogo con popoli di tutte le fedi, così come con i non credenti. La fede insegna l’umilità, e noi europei dobbiamo ricordare che la nostra civiltà non è stata sempre così ricca, così vincente, così libera. Nel 1421, quando l’ammiraglio cinese Zheng He mandava una flotta di 800 navi in giro per il mondo, facendo una mappa di quello che si trovava, gli europei esploravano a mala pena le loro acque, con caravelle sgangherate e piene di topi. All’inizio del 1600, quando l’eretico Giordano Bruno veniva messo al rogo qui in Italia, il grande imperatore Iqbal, della dinastia Moghul, aveva appena terminato il proprio progetto di codificare legalmente i diritti delle minoranze, tra cui la libertà religiosa per tutti. E c’è molto che possiamo imparare dalla civiltà africana: sull’Islam moderato, sul ruolo delle donne nella società, sull’equilibrio tra uomo e natura, sul rispetto per l’esperienza degli anziani e la loro saggezza”. Sì, uno come Watson in squadra ci vuole proprio.