La responsabilità di proteggere

A volte, la storia può essere strana; ci pensavo poco fa, poco dopo la fine delle esequie solenni per i nostri 6 paracadutisti morti in Afghanistan. Una cerimonia toccante, durante la quale mi aveva colpito un passaggio dell’omelia dell’ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi: pur da obiettore di coscienza, non ero riuscito a dargli torto quando aveva ricordato che, se uno Stato “non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie provocate sia dalla natura che dall’uomo”, la comunità internazionale “è chiamata ad intervenire”, naturalmente “esplorando ogni possibile via diplomatica”. Io non sarò mai un buon ministro della Difesa, dicevo l’altro giorno, ma riconosco quella nostra “responsabilità di proteggere” a cui il vescovo faceva riferimento, spiegando che la globalizzazione va intesa “‘non solo come processo socio-economico, ma come criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone”. Era appena finita la cerimonia, nella basilica di San Paolo, quando le agenzie di stampa hanno cominciato a battere una notizia: la pubblicazione di un rapporto dell’Onu in cui si critica duramente la politica dei respingimenti attuata dall’Italia, perché i disperati vengono rimandati in Libia senza neppure sapere chi siano, ma sapendo invece perfettamente che il governo di Tripoli – come ha ricordato stamattina il commissario Guterres – non offre garanzie di protezione ai richiedenti asilo. Ho già parlato di questo argomento alcune volte, chiedendomi anche dove il presidente del Consiglio vada ad acquistare i suoi fantastici superpoteri; oggi, però, il discorso che vorrei fare è un altro, cercando di non strumentalizzare nulla (vi prego, risparmiatemi la retorica) ma soltanto di capire. Le missioni di pace – o sedicenti tali, e questo è un capitolo che prima o poi toccherà aprire – sono necessarie perché, come ha giustamente detto il vescovo nell’omelia per i soldati uccisi, la globalizzazione non si esaurisce nella politica degli scambi commerciali: nel villaggio globale, tutto il mondo è casa mia; ogni popolo che soffre è un popolo da difendere. Purtroppo, però, questa regola non vale per tutti, altrimenti la comunità internazionale (Italia in testa) avrebbe inviato da anni una missione di pace in Tibet, mentre invece la Cina è oggi membro del Wto ed organizza pure le Olimpiadi. Non vorrei che valesse lo stesso discorso per la Libia, visto che ha il petrolio e che sottoscrive appalti milionari con le nostre aziende, ma ho paura di sì. E se passo per cattocomunista, me ne farò una ragione.

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12 risposte a “La responsabilità di proteggere

  1. evviva…

  2. Condivido in pieno quello che dici…
    Ogni grido di dolore dovrebbe essere ascoltato… ma evidentemente alcune grida arrivano meno lontano…
    Ed è nostro dovere farci sentire per loro!!!

  3. Caruccio ma potevi scrivere di meglio con maggior incisione su quanto espresso da mons. Vincenzo Pelvi 😉

  4. Quanta verità! Condivido…

  5. Caro onorevole, chiede di risparmiarle la retorica e poi ci si tuffa a capofitto chiamando in causa il Tibet! Ma soprattutto: la guerra è la guerra! E le guerre si fanno o vi si partecipa per interesse, non certo per difendere paroloni vacui come libertà e democrazia. E’ sempre stato così e nulla fa pensare che qualcosa possa cambiare in futuro.

  6. Possono esprimere il grande timore che tu (Andrea) abbia ragione anche sul Tibet e la Libia?

  7. Sono d’accordo anche sul “diritto di proteggere”.

  8. Condivido anche a costo di sentirmi dire a mia volta “cattocomunista”: mal comune…

  9. manlio laurenti

    I motivi per i quali non si manda una missione in Tibet sono due:il primo è che sarebbe come mandare una missione in Alto Adige per difendere i Sud Tirolesi:la Cina lo considererebbe un’invasione del suo trerritorio.ll secondo è che la Cina ha potenti amici in tutto il mondo,che in Europa sono innanzitutto il Governo e l’establishment della Germania.E’ questa,l”Europa”di Bruxelles e Strasburgo che perde sistematicamente tutti i referendum,che i popoli Europei sentono come un’entita’ ostile in mano ad interssi che non hanno nulla a che fare con gli interessi della gente,e che la Sinistra adora al punto di averci regalato la Tassa sull’Euro ed avere fatto fuori il Governatore della banca d’Italia che aveva osato opporsi all’establishment europeista(banche e Fiat).Quanto allONU,ha affidato alla Libia un comitato sui diirtti umani,e come le NU li difendano,a Srebrenica se lo ricordano ancora.

  10. Non nascondiamoci dietro un dito, l’Italia è in Afghanistan non mossa da un afflato umanitario, semplicemente perchè l’Afghanistan è stato il santuario del terrorismo islamico internazionale.
    Il nostro paese fa parte della NATO, un’alleanza militare che si regge sul principio che un’aggressione verso un membro è un’aggressione verso tutti i membri. Gli USA, paese leader della NATO, hanno subito un’aggressione terroristica. La Spagna ne ha subita un’altra, altrettanto grave. L’Italia può ignorare il terrorismo soltanto perchè la bomba è esplosa alla stazione di Madrid e non nella metropolitana di Roma? L’Italia può ignorare il rapporto con gli Stati Uniti ai quali dobbiamo la pace e la prosperità di oltre sessant’anni?
    Pane al pane, vino al vino. E lasciamo la protezione e gli alibi da parte.

  11. Caro Matteo Negri,

    il tuo ragionamento anche se amaro è fondato.

    Ammetti però che se lo fosse tutti i discorsi sui diritti umani, compresa l’omelia di Pelvi, sarebbero solo esibizioni di ipocrisia.

  12. il vero problema non è se la missione sia giusta o sbagliata, ma se si è disposti a sopportarne i costi anche umani, in relazione agli obiettivi da raggiungere

    la morte dei soldati italiani a Kabul nel quadro del conflitto in Afghanistan

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