Peace strategy

Da vecchio obiettore di coscienza, scrivevo ieri su Facebook, non sarei un buon ministro della Difesa. Mi guardo bene, dunque, dal fare polemica facile sui dissapori interni alla maggioranza – con Bossi che chiede il ritiro dall’Afghanistan entro Natale e La Russa che definisce la richiesta “incomprensibile” – perché credo che in questa storia abbiano ragione un po’ tutti. Ha ragione il ministro della Difesa, quando invita a “non lasciarsi intimidire”, ma ha ragione anche il suo collega alle Riforme, quando si chiede se la missione sia “esaurita”; ha ragione Di Pietro, quando ricorda che “siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno”, ma ha ragione anche il presidente Napolitano, quando ribadisce che l’Italia deve “tener fede agli impegni” con la Nato. Ha ragione Frattini, quando al Corriere afferma che “la missione va cambiata”, ed ha ragione Berlusconi, quando parla di transition strategy. C’è un po’ di vero in tutte le posizioni – anche nella mia di obiettore, mi auguro – tranne che in una: quella che invita a stare zitti, a non discutere, a non avanzare dubbi. Così come non riesco ad accettare l’ipocrisia delle parole, quella che definisce “missione di pace” una guerra vera e propria e quella che liquida la tragedia di ieri come un’azione di “vigliacchi aggressori” contro un “manipolo di eroi”. Perché alla fine, vuoi o non vuoi, finiamo sempre così, con la celebrazione degli eroi ogni volta che uno dei nostri militari perde la vita, pronti a ripiombare nel silenzio più assordante fino al prossimo attentato. Tempo fa, in occasione di un’altra morte in Afghanistan, ricordai al governo che il Parlamento non è un bancomat: non possono venire in Aula a parlarci delle missioni solo quando servono soldi per finanziarle, senza aggiornarci periodicamente su quello che sta accadendo. Vorrei poterne discutere serenamente, invece, senza evadere nulla: né le nostre responsabilità internazionali, né i pericoli che corriamo, né – soprattutto – l’obiettivo finale di qualcosa che, mi par di capire, al momento non abbiamo esattamente tra le mani. Corro forse il rischio di sembrare freddo, distaccato, ma sto cercando di ragionare da legislatore, sapendo che le decisioni non si prendono mai sull’onda delle emozioni: l’emotività me la tengo per altri momenti, come quello che ho appena vissuto qui a Napoli, da dove scrivo. Sono appena andato a visitare la famiglia di uno dei paracadutisti uccisi ieri: un po’ per dovere istituzionale, un po’ perché la sua storia umana aveva diversi punti di contatto con la mia, e leggendola sul giornale avevo riflettuto sul nostro impegno comune per l’Italia, pur su fronti diversi. Lui era contento di servire lo Stato ed era disposto anche a morire per questo, mi ha detto sua moglie, ma si chiedeva spesso – ha aggiunto – se lo Stato ne fosse degno.

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6 risposte a “Peace strategy

  1. Con il ricordo del paracadutista napoletano che hai visitato ieri mi hai commosso.

    Chi dice che dovremmo sta zitti in questi casi dovrebbe essere il primo a tacere. Invece, il governo dovrebbe aggiornare spesso, come dici tu, il paese sullo stato delle missioni, per esempio ad ogni cambio della guardia tra truppe. Chi torna potrebbe presentare pubblicamente un resoconto.
    Non mi sembra di esagerare…

  2. Quanto mi infastidisce questa retorica degli eroi. Trovo che sia molto più eroico un tizio che si butta tra le onde per salvare dei ragazzi o una donna (è capitato spesso quest’estate) e annega, piuttosto che un militare che subisce un attentato. Chiamalo vittima, martire se proprio vuoi esagerare, ma che ha avuto di eroico questa morte? Mah…

  3. manlio laurenti

    Credo che in questo post di Sarubbi,come in tutto l’atteggiamento del PD in questa occasione,ci sia del buono,ci siano cose apprezzabili:e questo è consolante.Nessuno,nel PD,ha citato la parola :”IMPANTANATI”,che ho sentito durante un dibattito sulla boccuccia di un esponenete della Sinistra radicale,e che appartiene alla piu’ squallida epopea nostalgica del mito Vietnamita.Peccato pero’ avere citato DiPietro,unica voce abbaiante odio e livore in un silenzio solenne.Ma nessuno è perfetto.Se uno legge l’ultimo numero di FOREIGN POLICY ci trova un analisi onesta,obiettiva,limpida della situazione Afghana:un pezzo del piu’ bel giornalismo Americano,alla Kronkite,tutto fatti e niente chiacchiere,tutto onesta’e niente ideologia.FP non è affatto ottimista ed il sottoscritto,che FP non è,tenta in aggiunta di citare le numerose ed inquietanti assonanze col Vietnam:dalle richieste inevase dei generali,ai nemici piu’ orientati a contare sui giornali radical e liberal occidentali che sulle proprie forze,al santuario che qui è il Pakistan e li’ era il Nord Vietnam.Se dal Vietnam era possibile andarsene ,qui non lo è:non lo è perchè l’infezione si estenderebbe al Pakistan,potenza nucleare,ad altri paesi Islamici,ed alle nostre entita’ Islamiche che si tramuterebbero in metastasi incurabili:sopratutto in Paesi come la Francia,la Germania,gli UK. Che fare?Stringere i denti e restare,perchè gli eroi non ci mancano.

  4. Come il tizio che si butta in acqua quei militari sono là a fare qualcosa per gli altri.

    Possiamo non capire o non accettare le ragioni di questa missione (io per primo non sono mai stato d’accordo con la missione) ma almeno il rispetto per i morti….

    In fondo come dici tu non chiamiamo eroe anche il tizio che si butta in acqua? Per me quando fai qualcosa per gli altri SEI UN EROE, a prescindere!

  5. Credo che l’analisi sia giusta e che sia importante discuterne. Credo anche che se i soldati italiani sono in giro per il mondo per la pace e per la guerra sia in realtà per due motivi VERI:
    Oggi tutto quello che succede nel mondo ci cambia la vita, anche se a molte migliaia di chilometri e in qualche modo anche la crisi economica viene da lontano e si deve riflettere e discutere sulle cause che forse non sono solo da noi.
    Esiste qualcuno he crede fortemene che ammazzando e morendo migliore se ed il mondo, ma cosa significa questa cosa, come mai ci sono tanti terroristi suicidi?

  6. Caro Andrea,
    premesso tutto il mio cordoglio per i sei militari, che potrebbero essere amici, familiari, a noi vicini, e premesso che dovremmo provare cordoglio anche per le decine di altre vittime, meno vicine, come americani, britannici ed afgani, premesso che per capire meglio dovremmo, come fai, chiamare le cose con il loro nome, e quindi senza retorica parlare di guerra, vorrei dire qualcosa sugli interessi che questa guerra difendono.
    Abbiamo visto tutti 9/11 di Moore, tutti possiamo fare una ricerca su Google con le parolae chiave “gasdotto Afghanistan”, e scoprire gli interessi di personaggi chiave dell’amministrazione Bush, oltre a Karzai, coinvolti affaristicamente in questo, ma potremmo giudicare con sufficienza tutto ciò, in quanto cose datate, trite e ritrite.
    Allora voglio porre un link ad un quotidiano indiano (grazie Google News), http://www.indopia.in/India-usa-uk-news/latest-news/673090/National/1/20/1 , fresco di stampa (19 settembre 2009), dove apprendiamo dell’incontro tra il Ministro degli Esteri Indiano ed il Presidente Turkmeno volto ad approfondire il progetto di gasdotto tra il Turkmenistan ed il mare, passando per Afganistan , Pakistan ed India (TAPI), accordo già sottoscritto da tali governi l’anno scorso.
    Si stima che il Turkmenistan, già repubblica sovietica, sia secondo o terzo come giacimenti di gas a livello mondiale, e che l’alternativa all’Afganistan per poter raggiungere il mare, non volendo transitare per la Russia, è l’Iran (è così qualcuno peggio si sente.)
    Quindi forse più che di guerra, si può parlare di presidio militare armato di zone energeticamente strategiche. E non di missione di pace!
    Cari saluti

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