Sulla Carta

Ai presidenti dei Parlamenti membri del G8, Giorgio Napolitano ha ribadito stamattina che il ruolo delle assemblee parlamentari è “insostituibile”. Ed ha pure ripetuto l’aggettivo, citando la sua esperienza nel Parlamento italiano -culminata nella presidenza della Camera – ed in quello europeo. Dopodiché, per rinforzare il concetto, ha evidenziato tre elementi: il principio della rappresentanza nelle assemblee elette dai cittadini, l’esercizio del potere legislativo e la funzione di controllo del potere esecutivo. Quello del presidente, mi pare chiaro, era un discorso generale, rivolto a tutti e non ristretto alla situazione italiana: può darsi che in Spagna sia effettivamente così, o magari in Germania, ma in Italia le cose stanno un po’ diversamente. Nonostante gli auspici del capo dello Stato e, soprattutto, nonostante la Costituzione. Cominciamo dal “principio di rappresentanza nelle assemblee elette dai cittadini”: con un sistema elettorale come il porcellum – e ve lo dice uno che ne ha beneficiato, nel senso che non mi sono neppure dovuto preoccupare di spiegare agli elettori quante erre e quante bi – la volontà dell’elettore viene sostituita da quella dei leader di partito, e le due cose non sempre coincidono. Anche le preferenze hanno i loro problemi, per carità, ma almeno c’è qualcuno che si prende la briga di scrivere il tuo cognome anziché quello di un altro. Così, invece, la rappresentanza dell’elettorato è solo a livello quantitativo (il numero di deputati che toccano a ciascuna forza politica), mentre a livello qualitativo (chi entra in Parlamento, insomma) non si può neppure parlare di un’elezione, ma piuttosto – non posso negarlo, nonostante mi pesi – di una nomina per delega. Il secondo aspetto sottolineato dal presidente Napolitano è “l’esercizio del potere legislativo”, e qui le cose vanno ancora peggio: dall’inizio della legislatura fino ad ora, non abbiamo fatto altro che convertire decreti, tranne – se non sbaglio – qualche piccola legge approvata nelle Commissioni (finanziamento per il restauro dell’abbazia di Pincopallo o per il Centro ebraico di Vattelapesca), un ddl dei radicali sul voto agevolato ai disabili ed infine il lodo Alfano, che di parlamentare aveva solo la forma, mentre il contenuto, come sappiamo, guardava dritto a Palazzo Chigi. La stessa mia proposta di legge sulla cittadinanza, che avrebbe pure i numeri per passare in Aula, dovrà superare parecchie difficoltà proprio perché il Parlamento non è nei fatti sovrano, ma subordinato agli equilibri di quel governo che dovrebbe, invece, controllare. E qui passiamo al terzo punto, “la funzione di controllo del potere esecutivo”, che in questo anno e mezzo da parlamentare non mi pare di aver mai esercitato: o meglio, qualche volta lo abbiamo fatto – come quando abbiamo bocciato le ronde o il prolungamento della permanenza negli ex Cpt – ma nel giro di due settimane quegli stessi articoli bloccati sono rientrati in Aula dalla finestra, incartati in un altro decreto a sua volta blindato dalla fiducia e dunque immodificabili. So bene che, in teoria, il presidente della Repubblica ha ragione, ma la pratica mi dice esattamente il contrario: mi dice, purtroppo, che questo Parlamento è sostituibilissimo, sia nelle funzioni che nei suoi membri. Morto un deputato se ne fa un altro, per carità, ma morta un’istituzione non è scontato il lieto fine.

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4 risposte a “Sulla Carta

  1. A chi non conosce la situazione politica italiana questa analisi dovrebbe sembrare eccessiva e invece è la triste realtà….

    Io spero sempre che qualcuno in questa maggioranza si svegli e agisca di conseguenza. Accadrà?

    In bocca al lupo col ddl sulla cittadinanza, sono riuscito a leggerlo e mi sembra un’ottima proposta!

  2. E c’è chi vuole peggiorare ulteriormente la situazione introducendo il “modello tedesco” … così, oltre a non poterci scegliere i rappresentanti, non potremo sceglierci nemmeno i governi. Allegria!

  3. I cittadini privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti? La favola bella del voto d’opinione?
    Chi non è più giovanissimo ricorda benissimo come funzionava il voto di preferenza ai tempi della Prima Repubblica: le grandi corporazioni (Confcommercio, Coldiretti, associazioni cattoliche) spingevano i propri candidati e condizionavano le decisioni dei partiti. Negli anni Ottanta la DC bloccò l’introduzione dei primi studi di settore e del reddito presuntivo sui commercianti. Come avrebbe potuto fare altrimenti, essendo condizionata e subalterna alla Confcommercio?
    E Sarubbi lo sa quanto costava una campagna elettorale ad un candidato DC alle politiche? E quanto favori avrebbe dovuto restituire una volta eletto?
    Senza voler ricordare fenomeni ancor più deplorevoli come il mercimonio dei voti (apparso anche nell’ultima campagna per le Europee).

    Capisco che il voto di preferenza è funzionale all’intesa con l’UDC, suggerisco tuttavia almeno un po’ di pudore, per favore.

  4. Ci vuole l’uninominale secco, senza proporzionali

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