Liberi democratici

Ci eravamo lasciati, a parte la parentesi di ieri sul ddl sicurezza, con Walter Veltroni che imputava l’immobilismo dell’Italia all’assenza di un ciclo riformista. Detta in soldoni, per i non addetti ai lavori: le cose vanno male perché il Centrosinistra non ha governato abbastanza e dunque non ha potuto attuare il suo progetto. Due giorni dopo, l’intervento di Francesco Rutelli al convegno “Liberi democratici” mi ha dato l’impressione di una campana diversa ma complementare: il problema, ha detto in sostanza, non è stato solo nella quantità di tempo passato al governo, ma anche nella qualità, perché agli italiani il nostro riformismo è apparso “astratto, troppo alto, arrogante”, non riuscendo a “misurarsi sulla carne viva degli italiani”. Rutelli ha certamente un pregio, quello del pragmatismo, e va ripetendo da un anno che le paure e le insicurezze degli italiani sono il fattore principale di spostamento dei voti: per questo, e faccio solo un esempio, non bisogna considerare gli elettori dei cretini se pensano che l’immigrazione sia un problema per la propria sicurezza, ma al contrario bisogna fare in modo che si sentano più sicuri e non limitarsi a convincerli che la loro percezione non corrisponde alla realtà. È il solito discorso sulla pancia dell’elettorato, di cui sta pagando il prezzo anche Obama: la sua legge sui tagli al carbone, approvata per un pelo al Congresso e grazie al voto favorevole di alcuni repubblicani, ha l’appoggio teorico del 62% dell’elettorato, ma si scende al 32% quando gli americani capiscono che il nuovo provvedimento costerà a ciascuno circa 175 dollari l’anno. Poi, alla fine, Obama la legge la farà lo stesso, ed è giusto che sia così perché è una legge sacrosanta, ma quello che Rutelli ha voluto dire è che il limite del riformismo italiano (leggi: del Centrosinistra degli ultimi anni) è stato l’incapacità (o il rifiuto spocchioso, fate voi) di mettersi nei panni dell’italiano medio: e così, pur avendo validi amministratori e militanti generosi, il Pd si è trovato spesso in difficoltà, apparendo agli elettori come un gruppo di potere di cui sbarazzarsi. Fu questo il leit motiv della campagna elettorale di Alemanno, lo scorso anno a Roma; è stato così anche per Cesaro, un mese fa, alle provinciali di Napoli: il cittadino medio oggi dubita che il Partito democratico sia dalla sua parte, e questo è un dato di fatto. Un po’ è certamente un problema di comunicazione, che invece alla Lega riesce benissimo, ma bisogna andare più in profondità. Fra gli errori di questi anni, Rutelli ha citato l’appoggio alla Cgil contro Cisl e Uil (“Se un settore sindacale agisce in modo settario, dobbiamo essere i primi a dirlo. Non dobbiamo difendere la faziosità di una minoranza che danneggia la credibilità della maggioranza al mondo del lavoro”) e la posizione conservatrice sulla giustizia (“Abbiamo il dovere di difendere l’autonomia della magistratura dagli attacchi della destra, ma non possiamo difendere la faziosità che allontana la magistratura dai cittadini”), così come l’incapacità di snellire la burocrazia (“Non ci possono volere 4 anni per le autorizzazioni, se no gli investitori stranieri scappano”). L’attacco più forte all’esperienza passata di governo, però, l’ex vicepremier lo ha fatto parlando della mancanza di coraggio in vari ambiti: la cedolare secca sugli affitti per far emergere il sommerso è stata giudicata poco politically correct, perché avrebbe favorito i proprietari di più case, e non è stata introdotta; la stessa abolizione dell’Ici per le classi meno abbienti è stata giudicata poco politically correct, perché andava ad urtare i Comuni, ed è passata a fatica, quasi sottovoce, perché non si sapesse troppo in giro. Poi il Centrodestra l’ha sfruttata, vincendoci le elezioni, e tra un po’ introdurrà anche la cedolare secca sugli affitti, che spingerà molti proprietari di case sfitte a rimetterle sul mercato. Sul piano congressuale, Rutelli ha detto di non volersi coinvolgere in prima persona, perché la carica di presidente del Copasir non glielo consente; ha invitato, comunque, a superare l’impostazione di una leadership solitaria, “perché nessun capo democratico potrà mai eguagliare i capi populisti come Berlusconi”. Ha manifestato insofferenza per il dualismo Veltroni-D’Alema (“Un regolamento di conti iniziato un quarto di secolo fa”) e dubbi sullo schema organizzativo (“Fu approvato per una riconferma del segretario in carica, ma non si adatta al contesto di oggi”), annunciando pubblicamente l’appoggio per Dario Franceschini “se il suo programma è compatibile con i nostri obiettivi (a proposito: date un’occhiata al documento che abbiamo approvato) e se le responsabilità vengono condivise lealmente. E se non succede? Resteremo democratici, ma saremo molto più liberi”.

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10 risposte a “Liberi democratici

  1. Angelo Serio

    L’espressione “saremo democratici, ma molto più liberi”, mi lascia alquanto perplesso per l’ambiguità. Sarubbi, lei saprebbe essere più preciso nel darci una traduzione “pragmatica”?

  2. “Benino” il documento, anche se insoddisfacente, non tanto per il contenuto in sè, ma per l’essere quasi interamente un elenco di principi senza proposte concrete, intese come “facciamo questo con questi soldi”. Vizio putroppo comune a tutti i documenti elaborati dal centrosinistra in questi anni … e questa mancanza di credibilità delle proposte è uno dei tanti motivi per la nostra perdita, appunto, di credibilità verso l’elettorato.

    Vero è che alla fine sono quattro pagine, forse pretendo troppo =)

    P.S. Alcuni punti però mi sono particolarmente piaciuti, tipo l’IBN al posto del PIL, per una crescita vera e non fittizia.

  3. @ Angelo Serio: io l’ho tradotta così: leali al progetto, innanzitutto. E per questo democratici. Ma allo stesso tempo, se ci ritrovassimo con un segretario che tradisse il progetto iniziale del Pd, liberi di agire in proprio. Sempre all’interno, per come la vedo io, che preferisco la rivoluzione di San Francesco alla riforma di Martin Lutero.

    @ Francesco Zanfardino: il passaggio sulla laicità è una delle poche cose credibili scritte in materia, all’interno del Pd, nell’ultimo anno.

  4. Caro Sarubbi,

    Un chiarimento: lei ha sottoscritto il documento dei Liberi Democratici, come mi sembra di capire?

    Sono perplesso, tenuto conto che pochi giorni fa ha sottoscritto il manifesto di Realacci. Si rende conto che sembrano appartenere, per toni e contenuti, a due partiti diversi?

    Un solo esempio: Realacci proclama i modo stentoreo il suo no a nucleare, mentre Rutelli scrive di diversificazione delle fonti energetiche in modo non ideologico e secondo valutazioni di convenzienza. Tradotto dal lessico esoterico dei democratici, a dir poco possibilista.

    Faccia lei, la distanza mi sembra abissale.

  5. @ GA: non è un approccio ideologico dire no a questo nucleare. Atttendiamo quello di quarta generazione, quello che risolverà il problema delle scorie e che ancora non c’è. Le dirò di più: anche Realacci fa parte dei Liberi democratici, come me, ed il suo no al nucleare è pragmatico, non ideologico: anche lui – come me, come tutti gli ambientalisti del mondo – aspetta le annunciate centrali di nuova generazione.

  6. Ho letto il documento e mi riservo di approfondirlo.
    Ma se la sfida dei Liberi Democratici è culturale-politica, di getto ti dico alcune cose. Non c’è interculturalismo senza multiculturalismo e rigetto l’idea che il primo sia saggio e il secondo astrattamente sbagliato: per me sono le due gambe senza le quali non è possibile un’idea della societ… Visualizza altroà contemporanea.
    L’autentica economia liberale (?) è un concetto ambiguo, meglio un ritorno al Keynes, ma andando ben oltre sul concetto di mercato (oggi esistono più mercati, non tutti riconducibili all’economia, che interagiscono producendo effetti economici). L’affermazione che la fragilizzazione sociale richiede più ordine è discutibile per il nesso causale che individua. La scommessa ecologica e ben di più e ben altro da quel che c’è scritto nel documento. La sfida dell’IBN definito da indipendenti: chi dà le patenti? Morin, Sen, Latouche, per esempio, lo sono oppure no?

  7. Bene, nessun poplismo, ma tornate dalla gente.
    Torniamo al territorio, on solo per sistema di potere, ma soprattutto per ascoltare.
    Apriamo le sezioni, anche qualla di Chiaia a Napoli, apriamo ai giovani, anche per le cariche dirigenziali.

  8. La sinistra avrà un bel lavoro da fare per avvicinare l’elettorato di nuovo.
    http://riflessioniquotidiane.wordpress.com

  9. Il documento mi piace poco; ma ciò è normale, appartenendo io ad un settore molto diverso della sinistra italiana.
    Mi piace poco soprattutto perché mi sembra un tentativo di andar dietro ad una cultura “destrorsa” che negli ultimi anni si è imposta in Italia proprio tra la gente. Mi dispiace, ma opporsi a queste derive non significa fare la figura dei soliti intellettualoidi astratti e lontani dalla gente. Stare dietro alla “pancia dell’elettorato” non mi sembra un buon metodo per tornare a vincere le elezioni. Cito a questo proposito non Paolo Ferrero ma Rosy Bindi, la quale tempo fa diceva che fare in politica discorsi di integrazione (delle minoranze) di questi tempi non porta voti (e al Nord questo lo vediamo molto bene). Ma ciò nonostante bisogna continuare a farli, correndo anche il rischio di stare antipatici all’elettorato. E’ solo un esempio per dire che se il Centro-Sinistra si mette su questa strada il pericolo di “snaturamento” della propria identità politica è dietro l’angolo. E questo si riflette su tutte le questioni focali: le politiche sull’immigrazione, che corrono il rischio di diventare simili a infauste politiche assimilazioniste; i rapporti tra il potere politico e la magistratura; la laicità dello stato, della quale mi permetto di non sentirmi garantito se a parlarne è proprio Francesco Rutelli (non è un attacco alla persona, rispettabilissima; è solo una constatazione sulla base delle posizioni da lui assunte negli ultimi anni).

  10. Il centrosinistra non ha governato abbastanza perché affetto, secondo me, da un “peccato originale” evidenziato dalla satira con il “ma anche” veltroniano. Era palesemente impossibile (se non in un’ottica di sola contrapposizione alla destra, senza però una spinta progettuale) far stare nella stessa maggioranza Mastella (non fosse altro che per la “leggerezza” dei suoi convincimenti in termini di coerenza e fedeltà politica) e Ferrero, la sinistra massimalista, il riformismo pragmatico, i cattolici e i laicisti ad oltranza.
    Il rischio che vedo alle porte del congresso del PD è simile: i 3 candidati ( ma forse solo 2, perché Marino almeno è chiaro: vuole un partito “laicista”, punto) pur di prevalere sono disposti a mille accomodamenti e a mille “tappature” di naso per raccogliere intorno a sé il maggior numero di consensi.
    Ma così sarà davvero difficile preparare una vera alternativa di governo alla destra.

    Andrea, sarebbe meglio dire (e forse Rutelli sta iniziando a farlo) che non siamo pronti a raccogliere in un unico soggetto politico la sinistra, i riformisti, i laicisti, i cattolici (scusa la banalizzazione che la suddivisione in categorie porta come conseguenza) e quindi nel paese potrà anche esserci una maggioranza anti destra, ma ancora non si intravede una maggioranza di governo alternativa alla destra.
    Lavoriamo quindi sui contenuti, avviciniamo le persone, interroghiamo le coscienze portando delle risposte concrete ai bisogni di un paese oggi in crisi di valori e poi proviamo di nuovo ad intraprendere un cammino di affiancamento tra forze politiche diverse.

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