Casa, dolce casa

L’articolo 42 del ddl sicurezza è un capolavoro di superficialità. Roba da citare nelle scuole, come esempio di come non si affronta un problema. Il problema in questione è il fatto che gli immigrati vivano in case fatiscenti, spesso al limite dell’abitabilità, nelle periferie delle grandi città; la soluzione proposta è quella di negare loro la residenza. L’iscrizione anagrafica non è possibile, stabilisce il disegno di legge, in mancanza “di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti uffici comunali”. Premesso che, come ha notato l’Anci, si tratta di adempimenti non sostenibili per le amministrazioni comunali (a Roma, per dire, ci vuole già un anno e mezzo per il certificato igienico-sanitario e l’abitabilità delle case nuove), la norma metterebbe nei guai 2 milioni di famiglie italiane: dai bassi di Napoli ai carrugi di Genova, da Librino (Catania) a Porta Palazzo (Torino), e potremmo andare avanti a lungo. La residenza, lo ricordo, è un requisito fondamentale per avere documenti, ricevere la pensione, richiedere una casa popolare, firmare un contratto di affitto, aprire un conto corrente bancario, iscriversi alle liste di collocamento, aprire una partita Iva. Non averne una, ricorda la Comunità di Sant’Egidio nel dossier consegnato alla Commissione, significa diventare invisibili e dunque non rintracciabili, “con conseguenti problemi sociali ed anche di ordine pubblico: basti pensare che la residenza è il presupposto anche per il sostegno pubblico alle famiglie in difficoltà, la notifica degli atti legali, il controllo sulla scolarizzazione dei minori, la programmazione dei servizi sociosanitari, non essendo possibile ad un italiano privo di residenza l’iscrizione al servizio sanitario nazionale”. Finito qui? No: c’è un’altra norma analoga, una sorta di variazione sul tema, che non leggerete mai sui giornali perché riguarda coloro che non fanno mai notizia. Per i senza fissa dimora – stabilisce l’articolo 50 del ddl sicurezza – non vale più l’autocertificazione, ma la loro residenza viene fissata nel Comune di nascita, a meno che non riescano a dimostrare di avere un alloggio altrove: il che, parlando appunto di clochard, appare quantomeno improbabile. Vi risparmio stavolta la citazione testuale delle associazioni cattoliche e della Fio.psd, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, il cui contenuto è facilmente immaginabile: un articolo del genere pone problemi di previdenza, inclusione sociale, assistenza e cura. Ma una domanda, a questo punto, la faccio io: da quando in qua i poveri senzatetto sono diventati una minaccia alla convivenza pacifica in Italia, tanto da meritarsi un posto nel ddl sicurezza?

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3 risposte a “Casa, dolce casa

  1. Andrea, tutto quello che dici, e sono parole sacrosante, bisognerebbe trasformarlo in slogan e gridarlo sui tetti, sulla stampa e su ogni mezzo di informazione perché tutti possano rendersene conto. Si stanno massacrando tutti i più sani principi di convivenza costruiti, magari faticosamente, negli ultimi secoli. C’è da sentirsi scoraggiati e capisco, anche se non sempre giustifico, la reazione verificatasi nella storia di una rivolta popolare.

  2. più sono deboli e più fanno paura

  3. sono oltre 10 anni che faccio volontariato con i senza dimora e non riesco ancora ad abituarmi all’assoluta indifferenza con cui vengono trattati nel nostro Paese.
    Invece di domandarsi le ragioni che spingono le persone ai margini della società, cercando di porvi rimedio, non abbiamo niente di meglio da fare che marginalizzarle ancora di più.
    A quando l’introduzione del reato di povertà?
    😦

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