Art attack

In una Camera deserta, si sta svolgendo la discussione generale sul collegato alla Finanziaria: un ammasso di robe che non sto neppure a spiegarvi, ma che mette insieme di tutto. In mezzo a norme più o meno interessanti, ce n’è una sul nuovo museo di arte contemporanea che verrà inaugurato a Roma in autunno. Che siate artisti o meno, qui sotto c’è il mio intervento: temo di non essere molto obiettivo, ma a me piace.

ANDREA SARUBBI. In alcuni quotidiani – penso, ad esempio, alla Sicilia, il giornale di Catania, con il quale ho collaborato a lungo – esiste ancora la pagina omnibus: normalmente è la penultima, spesso mette insieme tutti i pezzi che non sono entrati altrove e non è raro che, tra un articolo ed una pubblicità, ci siano pure i necrologi, con i nomi dei defunti. Oggi davanti a noi abbiamo un disegno di legge, non un articolo di giornale, ma la logica è la stessa… un pezzo di questa norma, un pezzo di quella, e nei provvedimenti omnibus generalmente c’è pure il defunto: la Costituzione. Basta rileggere la lettera che il presidente della Repubblica ha inviato, nei giorni scorsi, al capo del governo ed ai presidenti delle Camere.
Prima di Pasqua, avevamo assistito a notevoli performance di costituzionalismo creativo: le quote latte inserite in un decreto che parlava di aziende in crisi, le pene per le molestie sessuali accorpate con i tempi di permanenza degli immigrati negli ex Cpt. Oggi, però, il governo si è superato, sottoponendo all’esame del Parlamento un disegno di legge che mette insieme la banda larga, lo spreco di carta negli enti pubblici, le rappresentanze diplomatiche, le norme sul processo civile, il Corpo forestale, la Croce Rossa e molti altri temi, signor presidente, tra i quali l’arte contemporanea. Che sarà poi l’oggetto del mio intervento, nella speranza che il rappresentante del governo presente in Aula sia più sensibile a questo argomento di quanto non lo sia stato, finora, il ministro della Cultura.
“Faccio fatica a trovare segni di bellezza nell’arte contemporanea. Quando vado ad una mostra, faccio finta di capire”. Così dichiarò il ministro Bondi ad un settimanale femminile, lo scorso agosto, ed io ci avevo riso sopra, considerandola una dichiarazione anche simpatica ed onesta: molti altri, al posto suo, avrebbero continuato a far finta di capirci qualcosa, per evitare figuracce. Ma oggi, 8 mesi dopo, quella confessione del ministro mi fa molto meno ridere. Perché a leggere l’articolo 25 di questo disegno di legge – che istituisce la Fondazione Maxxi, per gestire il grande museo di arte contemporanea che dovrebbe essere inaugurato a Roma in autunno – mi viene l’impressione che il gusto artistico del ministro abbia fatto scuola: anche lo Stato, come Sandro Bondi, di fronte all’arte contemporanea fa un passo indietro, affidandosi ai privati prima ancora che il museo stesso prenda forma.
Intendiamoci, signor presidente: non ho nulla di ideologico contro le Fondazioni, ci mancherebbe, visto che l’arte italiana deve la sua fama nel mondo anche ai tanti mecenati che l’hanno sostenuta nei secoli. Molti di loro, però, ricoprivano allo stesso tempo ruoli politici: penso ai Medici, signori di Firenze, che fecero sbocciare il Rinascimento; a Cangrande della Scala, al quale Dante dedica la terza cantica della Divina Commedia, che governava buona parte del Veneto, fino a Brescia, Lucca e Parma. E potrei citare mille altri esempi: da Federico da Montefeltro che cambiò il volto di Urbino, agli Sforza che chiamarono Leonardo a Milano, fino ai Gonzaga di Mantova ed agli Estensi di Ferrara. In ognuno di questi casi, il denominatore è comune: la promozione dell’arte ed il suo sviluppo sono percepiti come un dovere naturale dei governanti verso i cittadini. Vorrei che fosse così anche oggi, nonostante siano passati molti secoli, e tutto sommato mi pare di ricordare che l’operazione Maxxi fosse nata in questa cornice: come un atto dovuto del governo italiano – il governo Prodi, ad essere precisi – nei confronti dei suoi cittadini, tra i pochi in Europa a non avere un museo importante di arte contemporanea.
Non vorrei fare qui tutto l’elenco delle collezioni straniere. Ma a Londra c’è la Tate, a Parigi Beaubourg, a Bilbao il Guggenheim. Tutti nomi che parlano da soli. A Roma, con 35 anni di ritardo, è finalmente arrivato il Maxxi: l’idea, che girava da anni, ha preso corpo con il ministro Rutelli, che lo ha indicato tra le priorità del suo ministero. Un’opera non indolore per le casse dello Stato, è evidente, ma i mecenati del passato ci hanno insegnato che l’arte costa. E lo Stato, giustamente, ci ha investito parecchio. Continuerà a tirar fuori soldi anche nei prossimi anni, ed allora – con tutto il rispetto per le Fondazioni, lo ripeto, e senza nessuna preclusione ideologica – viene da farsi almeno una domanda ingenua. Le Fondazioni, e chiedo scusa per il linguaggio poco diplomatico, hanno un senso quando portano finanziamenti privati: a cosa servono, invece, se – come stabilisce questo decreto – lo Stato deve tirare fuori più di un milione e 600 mila euro l’anno (poco meno di 5 mila euro al giorno) per farle funzionare? Un milione e 637 mila euro nel 2009, un milione e 833 mila euro nel 2010, un milione e 406 mila euro dal 2011 in poi. Ai giornalisti (ripeto: ai giornalisti, non in Parlamento, visto che nel dibattito in Commissione non abbiamo avuto il piacere di ascoltare la sua voce), il sottosegretario Giro ha dichiarato che al Museo serve un’architettura giuridica, ed ha ragione; ma non vorremmo (visto che siamo noi ad avere in mano il bilancio dello Stato, e che le spese si pagano con le tasse dei cittadini) che la Fondazione Maxxi diventasse un poltronificio, un costo in più per i conti pubblici anziché un’opportunità di finanziare l’attività del Museo.
Certo, in Italia ci sono esempi molto diversi di Fondazioni – alcune funzionano bene, altre meno – e non abbiamo nessuna intenzione di fare una guerra preventiva proprio su questo progetto che ci sta così a cuore. Ma c’è una cosa che non capiamo: nessuno, a tutt’oggi, è stato in grado di farci conoscere la missione del Museo, e se mi permette una malignità, signor presidente, neppure la sua struttura architettonica, visto che si vocifera di cubature ancora edificabili ma non inserite nel progetto attuale. Eppure, si ha già in mente quanti soldi finiranno alla Fondazione Maxxi: è come preoccuparsi dell’amministratore del condominio prima ancora di aver finito il palazzo! Voglio fare un esempio positivo, quello della Fondazione Museo delle antichità egizie di Torino: il primo esperimento italiano di costituzione, da parte dello Stato, di uno strumento di gestione museale a partecipazione privata. Nacque il 6 ottobre 2004, ma ci tengo a precisare che il Museo egizio è del 1824: esisteva da 180 anni! Ora, io non dico che per la Fondazione Maxxi sia necessario aspettare l’anno 2189, ma potremo almeno pazientare fino a quando si saprà qualcosa di più sul museo!
Avremmo preferito arrivare al punto in cui ci troviamo – a ridosso, cioè, della votazione sul disegno di legge – senza tutti questi dubbi: sarebbe stato sufficiente discuterne prima, anziché infilare un argomento importante come la nascita del Maxxi in un ddl
omnibus che parla di tutt’altro . Avremmo voluto discuterne seriamente in Commissione, e – ripeto – non abbiamo avuto l’onore di sentire l’opinione del governo. Ai colleghi senatori, poi, è andata anche peggio, perché questo articolo del ddl è stato presentato direttamente in Aula, senza neppure passare per la Commissione. Il Parlamento, insomma, non sa ancora quale sarà la competenza del Ministero in merito alla gestione del museo: le uniche certezze, scritte in questo disegno di legge, sono che il Ministero vigilerà “su livelli adeguati di pubblica fruizione delle opere d’arte” e che, come dicevamo, aprirà il portafoglio (già vuoto, per la verità, come testimoniano le difficoltà economiche della Sovrintendenza di Ostia, tanto per fare un esempio) per tenere in vita la Fondazione.
Ecco perché, signor presidente, chiediamo la soppressione dell’articolo sul Maxxi, o per lo meno il suo stralcio, in modo da poter affrontare la questione in maniera serena – e non pregiudiziale, lo ripeto – con l’attenzione che merita. Stiamo parlando del primo Museo di arte contemporanea in Italia. Di un investimento che darà uno slancio nuovo al settore e che, ci auguriamo, porterà turismo. Di un’opera da mettere in vetrina, come Londra ha fatto con la Tate, Parigi con Beaubourg e Bilbao con il Guggenheim. Liquidare il discorso in fretta, fra un articolo sul codice della navigazione ed un altro sulle farmacie nei piccoli Comuni, onestamente, mi sembra un’occasione persa. Per la cultura italiana e per lo stesso ministro Bondi, che magari – se fosse presente al dibattito in Aula – potrebbe scoprire qualche motivo in più per appassionarsi all’arte contemporanea.

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Una risposta a “Art attack

  1. Nei paesi seri-ovvero quelli che hanno a cuore la cultura, la tutela del patrimonio storico artistico, ecc..- le fondazioni private che si presentano a regolari gare per l’affidamento di progetti importanti di questo tipo hanno l’obbligo di presentare progetti estremamente dettagliati del lavoro che andranno a svolgere…Lo stesso vale anche per i direttori dei musei, che vengono scelti in base alla congruità dei loro progetti di valorizzazione della struttura che andranno a dirigere. In italia no. In Italia si tratta di cariche politiche…alle quali si accede quasi sempre senza neanche un curriculum adeguato, figuriamoci un progetto!!! (ne sa qualcosa il nostro super manager Resca, momentaneamente privo di cv inerente alla carica che ricopre, ma in compenso, un insigne studioso di hamburger…..).
    Aveva ragione Urbani (non il Ministro di Berlusconi, bensì lo storico dell’arte e Direttore dell’ISCR negli anni ’70), il quale già nel 1989 affermava che “(…) la tutela del patrimonio artistico si trova oggi nelle mani di chi ha tutto da guadagnare della sua rovina”.

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