La strategia dell’emergenza

Il decreto che abbiamo appena votato alla Camera – o meglio, che ha votato la maggioranza, perché noi eravamo contrari – ha un nome complicatissimo (“Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente”) ed un contenuto non da meno. Cerco di spiegarlo ai non addetti ai lavori, ma non credo di riuscire a fare un discorso omogeneo perché si tratta – come spesso accade in questa legislatura – di un treno con molti vagoni, ognuno dei quali fa storia a sé. Fuori dai denti, il decreto mette insieme una serie di misure varie e confuse che vanno nella logica dell’emergenza, più che in quella della buona amministrazione. Un primo esempio è la riorganizzazione dei distretti idrografici, che ci viene imposta dalle norme dell’Unione europea: riguarda le cosiddette autorità di bacino (che hanno competenza nella salvaguardia delle risorse idriche e di riflesso anche nella pianificazione urbanistica, perché sono loro a mettere i vincoli), che l’Europa vorrebbe più ampie e meno spezzettate. Ma il governo ha deciso di prorogare quelle già esistenti, purché entro fine anno presentino i loro piani, ed ha lasciato fuori da questo provvedimento le Regioni, dirette interessate. Un altro articolo del decreto fa riferimento al danno ambientale: si occupa, in particolare, dei siti inquinati di interesse nazionale, sui quali occorrono opere di risanamento e bonifica. Siccome sono in atto da anni diversi contenziosi, che vedono protagoniste molte industrie del settore petrolchimico, Palazzo Chigi ha deciso di risolverli con una semplice transazione fra le parti: in sostanza, le aziende inquinanti se la caveranno con una specie di condono, lasciando fuori tutti gli altri soggetti coinvolti. Chi riconoscerà i danni alle istituzioni locali, per esempio, oppure alle persone ammalatesi di cancro per colpa dell’amianto? Anche qui, insomma, si risolve il problema immediato (quello dei contenziosi) ma non lo si affronta seriamente nel complesso. E lo stesso vale anche per la Protezione civile, per la quale il governo si vanta di aver stanziato 100 milioni di euro: saranno nelle mani del sottosegretario Bertolaso e serviranno per far fronte ai danni provocati dalle alluvioni dello scorso anno in Piemonte, Liguria e Toscana. Rimane invece vuoto, perché lo ha azzerato la Finanziaria, il Fondo regionale per la Protezione civile, che serve per la messa in sicurezza del territorio: per interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa del suolo, ad esempio, ma anche per tenere in vita il sistema del volontariato. Chiedevamo un centinaio di milioni per l’Emilia-Romagna, dopo il terremoto del 23 dicembre nell’Appennino tosco-emiliano, ma il decreto ne stanzia solo 19, che serviranno solo per la primissima emergenza e finiranno presto. Carpe diem.

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Una risposta a “La strategia dell’emergenza

  1. Vogliamo anche considerare che dal 2010 tutti i comuni italiani saranno obbligati a cedere la gestione dell’acqua potabile anche se molti stavano per fare marcia indietro perché la privatizzazione di questo bene primario stava e sta creando notevoli difficoltà nel diritto all’accesso per tutti. Non si vede tanto la logica di questi provvedimenti che dovrebbero essere a favore di tutti. Sembra che il “bene comune” nell’amministrare la cosa pubblica sia sempre di più un ideale che sta tramontando

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