In galera!

Quando metto piede in commissione Cultura – non sarebbe la mia commissione, ma la frequento perché spesso si parla di cose che mi interessano – è sempre uno spettacolo. L’altra volta, la litigata pazzesca sugli emendamenti al decreto Gelmini (una litigata inutile, visto che poi ci hanno messo la fiducia); ieri pomeriggio, un quasi ribaltone sul carcere ai giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche. Giorgio Lainati, già capo ufficio stampa di Forza Italia, ha cominciato il dibattito prendendola un po’ alla larga: per commuovere noi (ex) giornalisti presenti, ha citato addirittura Salvo Sottile, l’ex portavoce di Fini, che dalle intercettazioni telefoniche ha visto rovinata la sua vita professionale e familiare (le famose coccole alla Farnesina con Elisabetta Gregoraci nell’era pre-Briatore, do you remember?). Ma non ha convinto neppure i suoi, tanto è vero che Emerenzio Barbieri (Pdl anche lui) ha subito annunciato l’astensione, ritenendo il carcere una misura spropositata. In realtà – mi ha spiegato lo stesso Barbieri – nella maggioranza si erano già messi d’accordo per sostituire la detenzione con una pena pecuniaria, ma alla fine (in qualche segreta stanza, evidentemente) è passato il principio dell’alternatività: sarà il giudice, insomma, a decidere fra la prigione e la multa. Anche stavolta, mi dispiace non avere avuto una telecamera: Barbieri si è lamentato della scorrettezza dei suoi (“Vengo dalla prima Repubblica, in cui i patti si rispettavano”) e dell’eccessivo peso dato ai magistrati (“Proprio noi stiamo diventando come Di Pietro!”), mentre visibilmente imbarazzato era anche Marcello De Angelis (parlamentare Pdl, nonché direttore della rivista Area), che però è rimasto in silenzio. Per noi ha parlato Ricardo Levi, ribadendo le cose che abbiamo sempre detto: le nuove norme sulle intercettazioni sono addirittura pericolose, perché indeboliscono “uno strumento essenziale per la ricerca della prova, attraverso il quale in questi anni si sono risolti numerosissimi casi”. Non è questione di essere guardoni, di voler spiare l’Italia dal buco della serratura, ma di avere la possibilità di indagare seriamente: se non indago, come faccio a scoprire se una persona è colpevole o meno? Il decreto, invece, stabilisce che si possa intercettare solo in presenza di “gravi indizi di colpevolezza” (non sarebbero stati presi gli stupratori di Guidonia, per esempio) ed accomuna alle intercettazioni le riprese televisive in pubblico: se il testo non verrà modificato in Aula, insomma, anche le banche e gli stadi dovranno rinunciare alle telecamere interne, sempre in virtù della tutela della privacy. Non è solo una questione di intercettazioni, insomma: agli stessi cronisti è vietata la pubblicazione anche degli atti non coperti da segreto istruttorio (sequestri, perquisizioni, accertamenti tecnici, interrogatori), misura che il Csm ha definito “una evidente compressione dei valori riconducibili all’articolo 21 della Costituzione”. Per non parlare, naturalmente, della pena detentiva ai giornalisti, che tutti trovano folle ma che nessuno ha il coraggio di togliere per non sbugiardare il Capo. Ci ha provato Giancarlo Lehner su Libero di mercoledì. Ci ha riprovato Barbieri ieri in commissione. Lo aveva fatto, poco prima, anche Mazzuca, ex direttore del Resto del Carlino. Ci stanno provando altri 18 parlamentari della maggioranza, nei corridoi di Montecitorio. Ma è un muro di gomma, che non si ferma neppure davanti al grottesco: come il parere dato ieri dalla Commissione Cultura, appunto, che vi prego di leggere qui sotto.

La VII Commissione cultura, scienza e istruzione (…) considerato che la previsione della pena detentiva prevista per i reati commessi dai giornalisti appare non rispettosa del principio di proporzione della pena, rispetto alle fattispecie criminose individuate dal provvedimento in esame, esprime PARERE FAVOREVOLE con la seguente condizione: appare necessario ridurre nel minimo la pena detentiva prevista per reati commessi dai giornalisti, stabilendo altresì l’alternatività della medesima con la pena pecuniaria, allo scopo di consentire di valutare di volta in volta la gravità del comportamento posto in essere dai giornalisti.

Alzi la mano chi ha capito come si possa esprimere un parere favorevole essendo contrari. E comunque, il parere è passato per 20 voti a 18: noi (Pd + Idv) avevamo il pieno, loro (Pdl + Lega + Misto) 4 assenti e un astenuto. Assenti i due deputati dell’Udc, che comunque non avrebbero ribaltato il voto: un po’ perché in caso di parità prevale il presidente, un po’ perché l’Udc in Commissione Giustizia si era astenuto. E i miei ex colleghi giornalisti mi stanno già scrivendo, su Facebook, per chiedermi di andarli a trovare e di portare le arance a tutti.

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Una risposta a “In galera!

  1. D’altronde lo sappiamo che la maggior parte dei parlamentari del PDL sono “cavalli di caligola” (ottima metafora, a proposito) messi lì solo a schiacciare bottoni … mi chiedo quando riusciremo a liberarcene.

    P.S. Certo che, di questi tempim, se dicessi in giro che “conosco” un parlamentare che ha così tanta cura del proprio lavoro da partecipare non solo assiduamente ai voti in Parlamento (cosa rara), non solo alle sedute della propria Commissione (cosa ancora più rara), ma persino a quelle delle altre Commissioni (cosa rarissima), mi rinchiuderebbero in un manicomio …

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