Nella terra di nessuno

Scrivo a caldo, senza pensarci troppo, dopo aver saputo che le dimissioni di Walter Veltroni sono definitive. Oggi pensavo di parlare solo della sconfitta in Sardegna, invece eccomi qui. Spaesato, perché è la prima volta che mi capita nella vita e perché era stato proprio Walter – su suggerimento di Francesco Rutelli – a dare il via libera alla mia candidatura. E proprio da Rutelli, da una sua riflessione di oggi, prendo una frase che sento mia: indietro non si torna, perché indietro non c’è nulla. Altro che guerra delle targhe tra Ds e Margherita, altro che affitti non pagati. Siamo nella terra di nessuno, come il tennista che ha lasciato il fondocampo ma non è ancora arrivato a rete. E viene infilzato. Come il Pd in Abruzzo, in Sardegna e forse pure a Testaccio, se si votasse domani. Non so cosa accadrà ora, non ho risposte per tutti quelli che mi stanno mandando messaggi. So solo che bisogna avere coraggio e non aggrapparsi alle sicurezze, alle figure di garanzia, ad una classe dirigente nata quattro partiti fa. Bisogna avere coraggio – scusate se mi ripeto, ma Firenze insegna qualcosa – e basta. Leggetevi cosa ha scritto stamattina Andrea Romano, sul Riformista:

“Da una parte il modello Renzi, dall’altra il modello Bersani. Sono due strade del tutto opposte quelle che il Partito democratico può percorrere dopo l’incombente fallimento di Veltroni. Prima ancora che due proposte politiche, per il PD sono due metodi di selezione di una leadership e dunque di definizione di sé davanti all’opinione pubblica.
Quello di Bersani è il metodo di chi dovrebbe ricevere il bastone del comando da chi l’ha già perso nelle urne. Ha un dante causa (Massimo D’Alema) che prima gli toglie la patente di concorrente perché “il partito non capirebbe”, poi gliela restituisce perché “avvicina molta gente al partito”. E la cosa più sorprendente di questo mesto tira e molla è che Bersani, che pure è uomo di una certa fierezza, non avverta alcun imbarazzo per essere fatto scendere e poi risalire su un piedistallo che potrebbe essergli sfilato in qualsiasi momento.
L’altro modello lo abbiamo visto all’opera con Matteo Renzi nel fine settimana e racconta di un dirigente politico che solo in Italia possiamo confondere con un ragazzo alle prime armi. È il metodo di un amministratore pubblico di trentaquattro anni che guida la provincia di Firenze non da ieri ma dal 2004, e che prima di allora si era già dedicato per molti anni alla vita di partito. Due percorsi di vita all’apparenza simili, quello di Bersani e quello di Renzi, che divergono tuttavia per un punto decisivo. Renzi non ha atteso l’autorizzazione di comandanti senza truppe per giocare la propria partita, non ha preteso che gli fosse garantito l’appoggio di qualche capobastone né ha negoziato un salvacondotto personale nel caso in cui le cose non si fossero messe bene. Al contrario, ha creduto di interpretare nel senso più radicale sia il mandato ricevuto qualche anno prima dagli elettori sia il senso politico del Partito democratico. E ha dunque cercato e trovato l’investitura diretta contro il parere di dirigenti locali e nazionali che ne avevano certamente riconosciuto tutto il potenziale, salvo viverlo come una minaccia per la propria sopravvivenza tribale piuttosto che come una risorsa per la propria comune parte politica.
Non so se Matteo Renzi sia particolarmente coraggioso, né credo che la retorica del coraggio debba essere il metro della leadership politica. Anche perché la storia più recente della nostra sinistra è ricca di storie personali dove quella retorica è servita solo a camuffare meglio l’arte della fuga. Mi interessa di più riconoscere in questo suo percorso senza rete un metodo in grado di restituire speranza e vitalità al PD, se solo fosse seguito da un numero cospicuo di dirigenti politici molto simili per profilo biografico al nuovo candidato sindaco di Firenze. Dirigenti che ormai da anni si misurano con la responsabilità del consenso e dell’amministrazione della cosa pubblica, tirando la carretta in condizioni spesso disagevoli e costruendo con i propri elettori un rapporto intessuto non di mistica plebiscitaria ma di classica affidabilità democratica. Non sono più i sindaci-cacicchi degli anni Novanta, ma un più vasto personale politico sconosciuto al grande pubblico che dovrebbe essere la sostanza di un partito nato sulla carta per superare famiglie politiche sconfitte dal Novecento italiano. Se non fosse che gli ultimi eredi di quelle dinastie, avendo concepito il PD innanzitutto come strumento di salvaguardia personale e ormai privi della capacità di guardare al futuro del partito che si trovano a dirigere con lo sguardo della responsabilità, frappongono alla piena emersione di questa risorsa una selva di ostacoli comprensibile solo in chiave familistica.
Ma la politica, come al solito, ha una forza che difficilmente può essere imbrigliata. E il meccanismo avviato con il PD produce risultati che non riescono ad essere controllati da padrini a cui sta rapidamente sfuggendo di mano il controllo della situazione. Per questo la vicenda di Matteo Renzi rivela le vere potenzialità di un Partito democratico dove il valore della leadership è pari se non superiore a quello delle proposte politiche. Perché non è vero, come ha sostenuto di recente proprio Bersani, che “non esiste la leadership a prescindere visto che senza berlusconismo non esisterebbe Berlusconi”. In realtà proprio la storia politica di Berlusconi è quella di chi ha dato consistenza ad un blocco di opinione che attendeva di essere riconosciuto come tale.
Allo stesso modo, sappiamo tutti e da tempo cosa dovrebbe fare un Partito democratico che volesse competere ad armi pari con il centrodestra. Ma sappiamo anche che un gruppo dirigente ormai collettivamente inadeguato, impegnato com’è a tutelarsi vicendevolmente, non può riuscire a dare autonomamente un volto convincente a quel programma politico finché non vi sarà costretto da altri e più responsabili dirigenti. Il metodo per arrivarci è quello che Matteo Renzi ha sperimentato con successo a Firenze, dove da oggi il centrosinistra ha molte più possibilità di vittoria e dove il PD ha assunto un profilo più comprensibile.

Io ritengo che non sia una follia. Per costruire una seria alternativa riformista al berlusconismo ci vorrà un po’ di tempo, questo sì, perché i laburisti inglesi ci misero anni prima di riprendersi dalla sconfitta con la Thatcher. Ma forse noi non siamo messi così male, e vale comunque la pena continuare a crederci.

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18 risposte a “Nella terra di nessuno

  1. Mario Lamboglia

    condivido

  2. Ci vuole un po’ di coraggio. Cambiamo i vertici, quelli attuali sono parte dei vecchi partiti (con molti meriti) ma non in grado di condurre il nuovo. Persone giovani, non solo di età ma soprattutto di idee.

  3. Vengo dal blog del Messaggero. Al di là delle sconfitte comunque credo che ci siano due cose importanti. uomini e valori. Credo che in questo momento nel PD ci sia una certa carenza di entrambi. Risulta quindi facile per Di Pietro affermare che il Pd non è nè carne nè pesce. Credo anche che manchi una strategia e che non ci sia bisogno di belle maniere. Con Berlusconi non funzionano. Lui è il principe della bugia, della mancanza alla parola data e della smentita del giorno dopo. In Sardegna hanno giocato contro anche l’unione sarda e videolina legate a imprenditori delle co9struzioni perchè, vede, non c’è nessun editore in Italia. Sono tutti finanzieri, costruttori, asfaltatori o legati alla sanità. Non è stata fatta nessuna legge sul conglitto di interessi e Berlusconi è andato alla grande: un’intera generazione è cresciuta a De Filippi, Grandi Fratelli, Isole etc. Guardi un po’ lei che può fare. Per il resto: Buona notte e Buona fortuna Italia! Ma non credo basterà a salvare gli italiani. Buon lavoro.

  4. Il futuro del centro-sinistra avrebbe il volto di Matteo Renzi? Sarebbe lui il “nuovo”? Le idee di sinistra sarebbero dunque il “vecchio”? Scusatemi, ma queste categorie analitiche sono proprio al di fuori della mie possibilità di comprensione “politica”.
    Addio PD (e lo dice uno che non lo ha mai votato)

  5. Povero PD….ahimé verranno tempi di passione.

    Mi dispiace tanto per Veltroni, circondato da capi-corrente politicanti e INGRATI che lo hanno spudoratamente utilizzato solo per le elezioni del 2008. E ora? Cari capi-corrente? Cosa volete fare? Ah, sì… magari c’è Bersani! Con la benedizione di D’Alema magari…

    Mi dispiace essere volgare, ma avrei tanto voglia di dare un grandissimo calcio nel SEDERE a tutti i dalemiani. Pronti a far suicidare il centro-sinistra, riaprendo l’era delle alleanza superallargate con la sinistra radicale. Domanda: non vi sono bastate le 2 esperienze “turbolentissime” dei 2 governi Prodi?

    Non credo che Bersani possa risollevare più di tanto le sorti del partito… Tanti auguri.

    Una sola, magrissima consolazione sta nella constatazione che, nonostante tutto, Berlusconi e il PDL non costituiscono una valida alternativa. Prenderanno tanti voti… ma vedo solo quantità, e poca qualità.

  6. Abbiamo avuto 15 anni per costruire una “seria alternativa riformista al berlusconismo” e ancora una volta si rischia di dover ricominciare da capo.
    L’esempio della Thatcher (cui aggiungerei quello di Reagan) ed il cauto ottimismo dell’On. Sarubbi(“forse noi non siamo messi cosi’ male”) mi hanno rincuorato, ma solo per una frazione di secondo: subito mi e’ venuta alla mente l’Anomalia italiana di un premier che e’ asceso al potere anche grazie all’uso incontrollato dei suoi media e che ci rende, purtroppo, un caso unico.

    Per come stanno le cose, credo che il berlusconismo morira’ prima per cause naturali legate all’eta’ del leader che non per gli sforzi della fazione a lui avversa.
    Forse bisogna cominciare a guardare oltre Berlusconi, con la freschezza di idee e la lucidita’ senza compromessi di persone come il Matteo Renzi citato nel post.
    Credo che l’esperienza di Renzi insegni che si puo’ ripartire dalle amministrazioni locali, dove i riflettori dei media nazionali non hanno interesse e possibilita’ di soffermarsi se non per un attimo, e da li costruire una prospettiva per il Paese intero. E questo, a mio avviso, non perche’ tutti i media siano necessariamente di/per berlusconi (semplificazione eccessiva che consente ai berlusconiani di neutralizzare ogni polemica sul conflitto di interessi con una serie di controesempi) ma perche’ l’essenza del berlusconismo vuole che, non appena arrivino i riflettori e le telecamere, si dia inizio ad una commedia ed un gioco mediatico in cui Berlusconi e’ maestro (si veda l’esempio della Sardegna) e che stravolge i valori in campo.

    L’attacco vero al berlusconismo non puo’ essere prerogativa esclusiva delle sinistre (credo che tanti elettori di centro destra ne farebbero volentieri parte) e non puo’ essere centrale e frontale, su larga scala come hanno tentato Prodi e Veltroni. Esso parte piuttosto dalle cento citta’ d’Italia, come e’ nella storia del nostro antico paese e della nostra giovane Repubblica, in maniera sincrona e coordinata.

    A tutti noi nelle case, nelle piazze e sul posto di lavoro, il ruolo di non scendere a patti e proporre a nostra volta una classe dirigente nuova e libera dal peso di un passato di collusioni e compromessi.

  7. Amico mio,
    non ti chiedo risposte, però ti sono vicina in questo momento di “ricerca”…

  8. Dalla P2 al PiDdue.
    Povera Italia, Italia povera.

  9. è giusto cambiare? certo, ma se le alternative ci sono e sono migliori. Questo non avverrà, il partito andrà in mano a persone come Bersani o Letta e le loro aree politiche, che in questi 16 mesi hanno lottato non per il bene del partito ma in una pura logica di sfascio e lotta di potere.

    Andrò controcorrente, ma il PD per me è morto oggi. A meno che nel frattempo una personalità nuova, che crede nel PD e che riprenda il progetto del PD nelle sue radici profonde, diventi leader del PD battendo gli altri. Ma sono realista e so che questo non accadrà.

    Un giorno rimpiangeremo Veltroni,dopo a ver esaltato Bersani, come gli Italiani rimpiangeranno Prodi, dopo aver esaltato Berlusconi.

  10. Perdonami Andrea, ma questo PD era un “feto malformato”, questo è un aborto spontaneo.
    Inevitabile e naturale.
    Speroche nasca qualcosa, anzi almeno due cose distinte e separate. Io non avrei mai più dato il mio voto al PD e, fino a ieri, escludevo di tornare a votare. Oggi penso di poter riprendere in considerazione l’ipotesi di esprimere il mio diritto al voto, oggi spero che con Ualter fuori di scena escano anche tanti “uomini” dell’inciucio, quelli che tentavano di rccontare una sinistra che di sinistra non aveva niente. Giusto un tratto un po’ inquietante, sinistro appunto.
    Con affetto e stima, sapendo che non ti troverò tra le liste di quelli a cui darei la mia preferenza. Solo a sentirlo nominare Rutelli mi vengono i brividi, meglio Alemanno sindaco che quel tizio e sua moglie,ecco Alemanno è più di Sinistra di quei tizi messi insieme e questo Veltroni lo sapeva.

  11. Mi spiace ma non ci sto! Non ci sto alla continua contrapposizione di nomi, di candidature interne come unica soluzione alla crisi del PD: D’Alema contro Veltroni, Rutelli contro Bersani e così via, cambiando le coppie di nomi e lasciando inalterata la situazione.
    Chi persevera con questi comportamenti non vuole affrontare il problema, che è la mancanza di strategia politica.
    Il progetto c’era e c’é: il PD. Milioni di cittadini l’hanno votato alle elezioni politiche. Ancora prima, centinaia di migliaia di persone s’erano presentate alle primarie per scegliere il “capo” del partito.
    Però, non appena scelta, fra tante difficoltà, una classe dirigente, sono cominciati i fuochi incrociati. Spesso la mattina leggendo i giornali non si capisce quale sia la voce del partito, tante e tanto diverse sono le posizioni espresse dai famigerati “capi”.
    Eppure il Paese annaspa, la maggioranza di Berlusconi non sta tradendo nemmeno una delle paure che avevamo prima delle elezioni: insensibilità sociale, caccia allo straniero, lotta alla magistratura, attacco alla Costituzione, gestione schizofrenica dell’economia, tutela degli interessi delle classi dominanti…e con il Paese che annaspa e con la forza di milioni di voti il PD che fa? lincia il suo segretario e ricomincia il valzer delle nomine.
    No, non ci sto, non ci stiamo noi popolo delle primarie. Vogliamo un partito come noi: aperto, leale, trasparente, rigoroso sui principi e flessibile sulle modalità, ma soprattutto un partito che mostri di avere a cuore la sorte del Paese e non la sorte degli incarichi di chi, pro tempore, oggi ha una poltrona al Nazareno.

  12. Il congresso subito.
    Voglio essere io a scegliere il mio segretario. Penso che Veltroni abbia fatto molto. Forse anche troppo. Ma non abbastanza: occorre andare avanti. Inutili gli sguardi nostalgici a sinistra e a destra. Non esiste una vera UDC con cui allearsi e non esiste un Partito delle Rifondazione comunista. Sono contenitori vuoti che il malumore, la delusione e la sagace regia del centro destra, di volta in volta va a riempire di cattolici preoccupati o comunisti delusi…
    Ci vuole coraggio e speranza. Il coraggio della speranza o la speranza del coraggio.
    Costruire una identità, che è già lì, prionta scritta sulla costituzione della repubblica italiana.
    Strutturare una classe dirigente al 50% assolutamente nuova e possibilmente under 50.
    Quindi sono d’accordo con Andrea Romano.

    Veramente strano l’effetto della notizia alla Festa di Lama. C’è stata anche qualche lacrima. E in verità qualche sorriso “sotto i baffini”.

  13. ma davvero qualcuno pensava che potesse finire diversamente?

  14. Io ci speravo: il discorso del Lingotto, quello di Spello, il programma delle politiche, la vocazione maggioritaria…
    dalla presentazione delle liste elettorali, in poi ho cominciato ad avere tanti dubbi!

  15. Continuo a pensare che si possono fondere 2 partiti ma non si possono fondere due culture così diverse.

  16. Caro Andrea,
    non farti prendere dallo sconforto.

    Il progetto del PD non è morto con Veltroni, perché si è radicato e si sta continuando a radicare in quell’insieme di persone, provenienti da diverse esperienze all’interno di due diversi partiti (ormai disciolti) che continuano a credere in esso.
    Io ho la fortuna di girare per i circoli a Genova e da nessuna parte ho mai trovato persone che si dividessero sulle cose da fare, sugli impegni da prendere, in base ad appartenenze legate al passato.
    Paolo sostiene che non si possono fondere due culture… è una presa di posizione ideologica e inveritiera. Ci sono più elementi di contatto tra me, cattolico, e un ex-diesse, che con i cosiddetti cattolici-liberali di Giovannardi.

    Il problema è diverso. Se mi consenti il parallelo evangelico, il PD è nato come un “vino nuovo in orci vecchi”! Possibile che circolino sempre i nomi di persone che hanno vissuto di politica negli ultimi 20 anni? Forse sarebbe il caso che non soltanto il Segretario, ma tutta la Direzione nazionale si facesse un’esame di coscienza…

    Agostino

  17. Concordo con Agostino. Le divisioni che ci sono nel PD (anche in Umbria, dove svolgo la mia attività) non riguardano quasi mai (quasi) la diversità di cultura (politica), ma quasi sempre (quasi) specifici interessi personali o di gruppo o di casta.
    Ci vogliono orci nuovi per il vino nuovo!

  18. Roberto Gomiero

    Ma si rende conto che è proprio questa divisione (D’Alema-Rutelli; Bersani-Renzi) che ha fatto fallire il PD? Non è vero che è meglio l’una all’altra, entrambe dovevano essere superate, per creare qualcosa di nuovo…

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