Il coraggio di Firenze

Quando Matteo Renzi annunciò, sulla sua newsletter, che si sarebbe candidato alle primarie per il sindaco di Firenze, pensai – come molti, del resto – che fosse pazzo. Un 34.enne presidente di Provincia, con rielezione più che probabile, che rinuncia al secondo mandato per buttarsi in una sfida senza paracadute, con avversari tosti e più radicati di lui nelle logiche di partito, è quanto meno uno che ama scherzare col fuoco. La sua vittoria alle primarie di ieri, sul filo dei voti, significa due cose: da un lato, e lo sapevamo già, che la fortuna aiuta gli audaci; dall’altro, e ce lo dimentichiamo spesso, che solo gli audaci possono tentare di cambiare regole scritte sulla pietra. Matteo Renzi è dell’ala rutelliana: una componente che vale, in sede di trattative, circa il 10 per cento dei posti. Venti assessori? Ve ne toccano due. Dieci? Uno solo. Un sindaco? Aspetta, dobbiamo fare la mappa dell’Italia e vedere quanti ne avete in giro, per rispettare gli equilibri eccetera eccetera. Con questo ragionamento classico delle logiche di partito – un ragionamento che, mi sembra di intuire, ha contagiato anche molti Giovani democratici, nella spartizione dei delegati in talune assemblee regionali – Matteo Renzi non sarebbe mai stato scelto dal Pd per Palazzo Vecchio: non perché non fosse in gamba, ma semplicemente perché non gli toccava. Si sarebbe magari convenuto su un candidato di garanzia, che mettesse d’accordo tutti (tradotto: che scontentasse tutti un po’ e nessuno troppo), nel segno di uno slogan intramontabile: “Non spaccare il partito”. “Non spaccare il partito” è tipo “non bestemmiare”, è un qualcosa che non ammette repliche: una formula magica utilizzata da tutte le formazioni politiche quando si vuole mettere qualcuno con le spalle al muro, oppure quando si vuole far ritirare una candidatura scomoda. A Firenze, invece, il Pd ci ha dato una lezione di democrazia e di futuro: pur tra mille difficoltà, si sono svolte primarie vere, con quattro candidati forti, e la gente lo ha capito. Tanto è vero che hanno votato in 37.500, duemila in più rispetto a quel famoso 14 ottobre, e le logiche di partito sono andate a farsi benedire: ha vinto l’uomo che non avrebbe dovuto esserci, raccogliendo oltre il 40 per cento dei voti. E nella sua prima dichiarazione, Matteo ha azzeccato tutto, parlando di “una vittoria non di parte, ma di partito”, perché a Firenze ha vinto davvero l’idea di un partito nuovo, che ha il coraggio di rischiare per riavvicinare la politica alla gente. A questo punto, però, inizia la fase più difficile, che dobbiamo imparare dagli Stati Uniti: quella in cui ci si ricompatta, dopo le naturali divisioni delle primarie, e si dimentica addirittura di essere stati divisi, perché chi ne è uscito vincitore è il candidato di tutti. Nei caucus democratici, la squadra di Hillary e quella di Obama si scannavano; una volta deciso chi avrebbe corso per la Casa Bianca, però, è iniziata un’altra storia. Non è un caso, forse, che la prima festa democratica nazionale (quella di settembre scorso) si sia svolta a Firenze: sarebbe bello che la novità del Partito Democratico, rispetto a tutto ciò che è stato prima, si cominciasse a vedere proprio da qui.

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6 risposte a “Il coraggio di Firenze

  1. Speriamo che quest’aria di rinnovamento e ringiovanimento del PD a Firenze faccia bene e porti consiglio anche al PD nazionale…
    In bocca al lupo Matteo Renzi e complimenti per la vittoria.

  2. Caro Andrea, non devi convincere noi, che leggiamo il tuo blog, della bontà del “caso Firenze”. Là è accaduto quello che tutti coloro che votarono alle primarie nazionali del PD avrebbero voluto accadesse al vertice del partito: scelto un “capo”, quello avrebbe dovuto definire la linea politica e rappresentare unitariamente il partito. Già, unitariamente. Ma la realtà purtroppo è un’altra: un partito e tante anime, anche rissose. Ieri, sul Corriere della Sera, si attribuiva a Rutelli una frase emblematica: “non accetteremo il ruolo di «partito contadino» alla polacca “.
    E d’incanto la parola “scissione” non è più tabù.
    E allora come inquadrare il caso Firenze? L’ultimo spasmo di un malato agonizzante o la rinascita di uno spirito nuovo?
    Credo comunque che una cosa sia finalmente chiara: l’eventuale spaccatura del PD non sarà opera degli iscritti al partito, a qualunque delle varie anime appartengano, ma sarà un’operazione di vertice, con tutti i rischi e le conseguenze che questo porterebbe.

  3. Matteo Renzi santo subito, mi sembra francamente un po troppo per un candidato che ha usato il suo essere Presidente di provincia per partire in anticipo sulle primarie, che non è stato nè leale, nè alle regole e che è stato votato dai cosiddetti poteri forti, anche di destra.
    Aspettiamo prima di farne il Lorenzo il Magnifico, è solo un ragazzo arrogante e presuntuoso. E non lo dico solo io, leggersi Cardini please.

  4. Si .. Ok …. ha vinto il primo round complimenti a lui … Finalmente un giovane con idee nuove .. (si spera)……però………..I verticismi di partito .. lo appoggeranno…o .. lo silureranno tra un po .. in nome di quell’equilibrio interno di cui parlavi nel tuo articolo???

  5. @ giagina: non mi pare di aver santificato nessuno… tranne il Pd, che – una volta tanto – ha dato a tutti gli altri schieramenti una lezione di democrazia. Il difficile, come dimostra anche il tuo commento, viene ora. D’altra parte, dice il proverbio, “dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io”…

  6. @andreasarubbi
    L’unico segnale che ha dato il PD è stato quello di permettere che si potessero infrangere le regole imposte dallo stesso PD.
    Se questo è un merito per Matteo Renzi , non so visto che ha impostato la campagna tutta contro il PD, mi pare quanto meno ipocrita elogiare adesso lo spirito del PD.
    Io non sono un nemico, io sono una fiorentina che al rispetto delle regole e al rispetto dell’ intelligenza dei cittadini ci tiene. Visto che hai detto di non fare Santi ti invito a lasciare Dio fuori da tutto questo.

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