Questo matrimonio s’ha da fare!

Lama è un paesino piccolo, a pochi km da Città di Castello. Così piccolo che non lo nomina mai neanche Monica Bellucci, pur essendoci nata e cresciuta. Tuttavia, i miei amici del Pd locale ragionano come se fossero a New York: “Il resto d’Italia organizza tre giorni di mobilitazione, per parlare della crisi economica? Noi ne facciamo 13, per parlare di tutto! Gli altri fanno il Pd day? Noi facciamo la Festa democratica invernale!”. Chiama questo e chiama quello, alla fine la Festa è partita davvero, con un calendario mica male: da Rosy Bindi a Marco Minniti, da Giovanni Bachelet a Marina Sereni, da Giampiero Bocci a Cesare Damiano… oltre, naturalmente, a Walter Verini, che vive a due passi da qui. Ieri, giorno di San Valentino, ci voleva qualcosa di strano: così mi sono inventato – già, nell’organizzazione hanno coinvolto pure me, visto che da qualche anno ho una casa qui – un confronto fra due ex fidanzati che, un po’ per amore e un po’ per calcolo, hanno deciso di sposarsi. Titolo: “Questo matrimonio s’ha da fare! L’avventurosa storia d’amore fra Ds e Margherita”. Ospiti: Donatella Mattesini, deputato, e Damiano Zoffoli, consigliere regionale dell’Emilia Romagna. Lei di famiglia politica comunista, lui democristiana. Lei pidiessina, lui popolare. Lei diessina, lui margheritaro. Loro democratici. Moderatore: io, naturalmente. L’unico dei tre che non aveva un minuto di militanza in nessuno dei due partiti di provenienza, essendo entrato in politica quando ormai il matrimonio era già fatto. Mi sono divertito a prenderli in giro, a stuzzicarli, e sono stati al gioco. Donella ha riconosciuto che, da militante del Pci, vedeva i democristiani con la lente del pregiudizio, fino a quando non si è accorta che molte riforme sociali (per le quali si batteva anche lei) erano state fatte da loro. Come quella del 1962 per il diritto allo studio (riforma Fanfani), che permise a lei di frequentare le medie. Damiano ha raccontato il suo momento difficile nel passaggio dalla Dc al Ppi, compreso il giorno triste in cui Buttiglione licenziò con un telegramma tutti coloro che si erano opposti all’alleanza con Berlusconi, ed ha insistito molto sulla necessità di superare la logica delle appartenenze.  Ho fatto loro l’esempio di Amanda Sandrelli: per quanto potrà fare nella sua vita professionale, sarà sempre la figlia di Gino Paoli e Stefania Sandrelli, e molti la ricorderanno solo per questo. Se invece pensi alla Novartis – ci spiegava un esperto di comunicazione in un seminario recente, organizzato dal nostro gruppo parlamentare – neppure ti viene in mente che è il frutto della fusione di due importanti case farmaceutiche, perché il marchio nuovo ha superato quelli vecchi. “E il Pd?”, chiedevo loro. “È condannato ad essere il partito degli ex- qualcosa?” Sia Donella Mattesini che Damiano Zoffoli dicono di no e mostrano fiducia. Damiano ha ricordato, per esempio, che metà degli iscritti al Pd non aveva né la tessera dei Ds né quella della Margherita; Donella ha notato che le differenze si trovano soprattutto ai piani superiori, tra i personalismi dei dirigenti, ma non tra la gente comune, che ha già imparato a mischiarsi. Eppure, ha ammesso, nello stesso gruppo Pd alla Camera siamo ancora una somma di soggetti diversi, che produce risultati solo quando è capace di parlare ad una sola voce. Più che degli sposi Ds e Margherita, ha proseguito Damiano, dovremmo forse cominciare a preoccuparci del loro figlio Pd, che in parte assomiglia a mamma e in parte a papà, ma che non è l’uno né l’altro: un bambino ancora privo di una personalità autonoma, perché non ha avuto materialmente il tempo di formarsela, e che ha soltanto bisogno di essere lasciato crescere. Un bambino che dovrà imparare tre lingue: l’inglese, per raccordarsi con tutte le forze riformiste degli altri Paesi (dagli Stati Uniti all’Europa); l’italiano, perché a differenza del Centrodestra (che non esisterebbe senza Lega) noi dobbiamo costruire un partito nazionale; il dialetto, perché il Pd deve saper parlare la lingua della gente, stare vicino ai cittadini. L’importante è che non impari il politichese, ha concluso Damiano: una lingua strana, che tutti parlano ma nessuno capisce.

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3 risposte a “Questo matrimonio s’ha da fare!

  1. Buongiorno Andrea. Sì sì sì, “vogliamo fà l’americani”… Ieri sera è abdata proprio bene, sai questa idea dell’aperitivo democratico è stata una novità che abbiamo discusso nel circolo, perchè molti dicevano “non l’abbiamo mai fatta una roba così”, altri, “bello… ma a quell’ora la gente fa spesa, prepara la cena, sistema casa…”. Però invece funziona: chiaramente non è un bagno di popolo, ma coinvolgere 30-40 persone a chiacchierare di politica con ospiti significativi è proprio bello.
    E ieri sera è stato un bel successo: ho ricevuto complimenti per il ritmo, il clima e i contenuti del nostro San Valentino.
    Grazie Andrea.
    PS: c’è anche chi, da vecchio comunista ha detto: ci vuole un Partito com meno D’Alema e più Sarubbi… Più di così! 😉

  2. Ah, dimenticavo: mi piace proprio l’idea delle tre lingue del PD. Descrive in modo pratico e completo la necessità di parlare in modo globale e locale!

  3. Francesco...Rocco

    Complimenti…ero un po’ scettico all’inizio perchè mi sembrava che si andasse a finire a ritirar fuori la storia delle provenienze con le solite, infantili discussioni…invece mi sono dovuto ampiamente ricredere!! Un’idea geniale…Very good per dare un tocco newyorkese…PS la foto meglio così che la qualità era pessima!!!

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