Diritto di morire


Questa riflessione – che rischia di espormi a figuracce, perché non sono un esperto di diritto, e che vi prego di leggere come un contributo costruttivo – parte dalla domanda che Luana mi faceva nei commenti al post di ieri sulla morte di Eluana Englaro. In uno Stato democratico e laico, mi chiedeva, “posso io pensare che un cittadino sia libero di esprimere la sua morale, la sua etica personale nella propria vita (ovviamente senza danneggiare l’altro da sé)”? Se dovessi rispondere in maniera secca, direi di sì, ma soltanto per i beni che il diritto giudica disponibili. E la vita, per il nostro ordinamento giuridico (“democratico e laico”) non lo è. Risposta antipatica ed apparentemente talebana, lo so. Per questo, provo a spiegarmi con alcuni esempi. Dopo aver fatto una premessa, però: quello che segue non è un trattato di diritto, ma soltanto una riflessione personale ad alta voce che vuole cercare di spiegare cose difficili (anche per me) con parole semplici. Ecco i tre esempi, allora.
La pistola. Ammettiamo che io, ridotto a vivere in un letto d’ospedale in condizioni per me insopportabili, decida di spararmi. Chiedo dunque a mia moglie di portarmi una pistola, e mia moglie lo fa. Io mi sparo e muoio. La vita è mia, solo mia, e non danneggio nessun altro. Sono io che ho deciso in piena autonomia. Anzi, ho pure registrato su youtube un video con le mie volontà. Ma mia moglie risponde ugualmente di aiuto al suicidio, a norma dell’articolo 580 del codice penale.
Il ponte. Sono disperato e depresso, ho il mal di vivere. Lascio una lettera a mia moglie e le annuncio che sto andando a buttarmi giù dal ponte di Ariccia, ridente paesino dei Castelli romani. Mia moglie arriva a casa, legge la lettera e chiama il 118. I vigili del fuoco mi trovano in acqua mezzo morto, ma non mi lasciano annegare: si tuffano e mi tirano fuori, tentando di rianimarmi. Se non lo facessero, sarebbe – come minimo – omissione di soccorso. Anche qui, sto decidendo solo della mia vita (e di quella di nessun altro)… eppure, il nostro ordinamento giuridico (“laico e democratico”) non mi lascia libero di uccidermi.
L’incidente stradale. In un testamento biologico, che porto attaccato sul cruscotto della mia automobile, scrivo che in caso di grave incidente stradale, in cui io finisca in pericolo di vita, non voglio neppure essere portato in ospedale: preferisco restare nello stato di incoscienza e morire sul posto dissanguato anziché subire la tortura di 10 operazioni e rischiare di passare il resto dei miei giorni in carrozzella. L’infermiere dell’ambulanza lo legge, alza le spalle e mi porta di corsa al pronto soccorso, perché ha l’obbligo di farlo. Lo dice sempre il nostro ordinamento giuridico (“laico e democratico”), anche se la vita è la mia, solo la mia, e l’infermiere in cuor suo la pensa come me. La vita in carrozzina e con i tubi per me non è degna di essere vissuta, l’ho scritto chiaramente, ma l’infermiere non può lasciarmi morire dissanguato come vorrei.
In tutti e tre questi casi, come vedete, non ho mai chiamato in causa la fede, la Chiesa, il Vaticano, la Papamobile, il salmo responsoriale o le guardie svizzere. Ho solo parlato, laicamente, di quello che il nostro ordinamento giuridico prevede: del principio, cioè, che la libertà individuale non sia (nel caso di un bene indisponibile, come la vita) l’ultimo criterio. Potrà piacere o meno, ma questa libertà individuale è sempre sottoposta a dei limiti. Rispondendo alla domanda di Luana, quindi, potrei dire che il dibattito spesso viene approcciato in maniera sbagliata: la questione non è se un cristiano con i suoi valori personali possa mettere il cappello anche a chi non crede (perché la fede, come ho cercato di spiegare, c’entra poco), né se una legge “democratica e laica” possa o meno fermare la libertà (perché sarebbe una risposta retorica: sì, può farlo e spesso lo fa). Bisognerebbe rovesciare la domanda: a che punto metto l’asticella? Che cosa può rientrare nel novero delle scelte disponibili e cosa no? La Costituzione (articolo 32, più volte citato in questi giorni) parla genericamente della possibilità di rifiutare un “trattamento sanitario”, aprendo dunque la porta al dibattito sull’accanimento terapeutico; la legge sul testamento biologico definirà i confini di questo accanimento terapeutico in maniera più precisa. Sono certo che, alla fine, la legge non piacerà a tutti, perché alcuni troveranno l’asticella troppo alta ed alcuni troppo bassa, ma non per questo sarà meno laica e democratica. Ecco perché mi piacerebbe che, in queste settimane, mettessimo da parte i toni da guerra di religione e non ci delegittimassimo a vicenda.

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43 risposte a “Diritto di morire

  1. Laudato si mi Signore per sora nostra Morte corporale da la quale nullu homo vivente po scappare.
    Grazie Andrea per questi tuoi commenti alla vicenda di Eluana.
    In questo momento occorre ritrovare serenità e pacatezza.
    Ho scritto un brano di S. Francesco perchè mi pareva che davvero lui fosse un esempio importante perchè ha trovato un rapporto sereno, equilibrato con la morte e con la sofferenza.

  2. Una volta , quando esisteva la DC , c’era la distinzione fra “cattolici liberali” ( la corrente di centro-destra) e “cattolici sociali” ( la corrente di centro-sinistra ).. il fatto che oggi questa riflessione venga da un esponente del centro-sinistra è la dimostrazione che queste categorie non hanno più senso di esistere.

    Personalmente , da cattolico liberale quale credo di essere , sono anni che rifletto sulla questione da Lei sollevata e la risposta che mi sono dato è la seguente : il principio secondo cui “ciascuno è libero di fare quel che vuole purché non leda la libertà altrui” è un principio sacrosanto , ma che non va assolutizzato.

    Sulle conseguenze dell’assolutizzazione di questo principio lo stesso Ratzinger ci mette in guardia quasi quotidianamente : quello che Lei definisce ordinamento “laico e democratico” è in realtà permeato di cultura cristiana che ci obbliga a salvare il suicida sul ponte o assistere l’incidentato che rifiuta il nostro aiuto. Il suicidio nella cultura classica non veniva certo visto sotto una luce negativa come accade per noi. Pensi a Socrate. O pensi alla cultura giapponese.

    Il processo di annientamento dei valori cristiani che , indirettamente , permeano i nostri ordinamenti per via della nostra millenaria storia che abbiamo alle spalle è un processo lento e iniziato con la rivoluzione francese.

    Serviranno probabilmente decenni o forse secoli perché venga completato , ma se dovessero riuscirci non è difficile prevedere che , in futuro , potrebbe essere reato salvare un suicida che vuole gettarsi dal ponte. In fondo non fa del male a nessuno.

    Del resto basta guardare la deriva che stanno subendo i paesi dove questo processo è più avanzato , l’Olanda in testa : eutanasia infantile , suicidio assistito , partito dei pedofili.

    So che è una affermazione forte , ma serve a portare un ragionamento alle sue estreme conseguenze e a svelare il paradosso che ci sta sotto : provi ad assolutizzare il principio sopra esposto e vediamo se riesce a proibire che un adulto consenziente e un dodicenne consenziente possano vivere una relazione. In fondo non fanno male a nessuno.

  3. Che dire… il post è semplicemente impeccabile! Non serve tirare in ballo la religione (a dire il vero nessun politico l’ha mai fatto) ma si sà… quando un ateo o un agnostico non sa’ come giustificare razionalmente le sue idee, inizia a parlare di religione (attaccandola ovviamente).

  4. paolo merafina

    Non credo che gli esempi portati mi facciano cambiare idea.
    I casi come quello de eluana sono casi limite, si tratta di soggetti devastati da anni di immobilità, senza possibilità di risveglio.
    Voglio disporre della mia vita ma soprattutto della mia morte.

  5. Ti ringrazio perché condividi con noi le tue riflessioni e particolamente per quest’ultima.
    Approvo pienamente l’invito a mettere da parte i toni da guerra…hanno scosso anche me togliendomi lucidità e lasciandomi andare in commenti poco ragionati…purtroppo ero già in forte sofferenza per l’eliminazione di questa donna in questo modo…come fosse un bene per lei…e ancora adesso non riesco a placare la carica emotiva che mi provoca e, non solo a me, so che siamo tanti ad averlo trovato un gesto senza umanità, senza legge e senza giustizia. La Costituzione all’art. 2 “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Dovrebbe…
    Mi permane la convinzione che ad essere rispettata sia stata la volontà di un padre con il cuore a pezzi che, al vedere sua figlia ridotta così, non sia mai riuscito ad accettarlo e si può capire…Mi auguro che in futuro riflettiamo meglio. Grazie per il tuo contributo!!!

  6. Francesca.Erry

    Caro Andrea, certo che non puoi convincere tutti. ma il cristiano è chiamato a rispondere di se stesso e delle sue scelte davanti a Dio e davanti agli uomini. Non è questione di guerra di religione. E questione che quando chiamati dobbiamo rispondere. Eluana è stata ammazzata. Da chi materialmente le ha staccato il sondino. Dai medici che hanno dichiarato che era un vegetale. Dalla politica perchè non è intervenuta in tempo. Dal Presidente Napolitano, dalla magistratura. Ed è uccisa ogni volta che qualcuno, in nome di una non ben definita pietas dichiara che era un vegetale e che la sua non era vita. La morte come la vita sono misteri a cui l’uomo non riesce a dare una spiegazione. Noi cattolici l’abbiamo e se siamo chiamati a testimoniarlo dobbiamo farlo. In tutti i campi, soprattutto in politica… Poi, la coscienza è individuale e il libero arbitrio ci consente di scegliere. Tu hai fatto la tua scelta. Io ho fatto la mia…

  7. Caro Andrea,
    tu fai un grossolano errore di fondo. Il principio dela sacrosanta libertà di scelta qui non vale proprio. Nel valore della vita il principio loberale va a farsi “benedire” perchè di mezzo c’è sempre una persona che appartiene ad una società di persone. Ecco perchè non è libero il gesto del suicidio, perchè oltre al dramma che vive l’interessato, restano coinvolti nell’atto di privazione anche le altre persone che appartengono alla società. Quando dunque diciamo no all’accanimento terapeutico, diciamo si all’alleanza sanitaria, perchè è il medico alla fine che sceglie la terapia, quando possibile di comune accordo con il paziente, sempre tutto nella prospettiva di salvare il paziente.
    Qui la cosa ridicola è che il principio di autodeterminazione vorrebbe violentare la figura del medico ad essere un semplice esecutore infermieristico. L’alimentazione e l’idratazione non sono terapie ma mezzi di sostentamento, come anche l’ossigenazione…

  8. @ Fabiana: probabilmente non hai letto bene il post. Io scrivo proprio che la libertà individuale non è mai (e non può essere) l’ultimo criterio, perché così vuole il nostro ordinamento giuridico e non si tratta di una questione religiosa. Prova a rileggerlo.

  9. Vi invito a leggere la lettera di Weltroni sul sito del Corriere della Sera. Qui un breve passo: “…Noi, che abbiamo responsabilità, facciamo le leggi. Leggi giuste, meditate, umane. Leggi coscienti dei limiti invalicabili per uno Stato liberale. Ad esse i cittadini si atterranno. Il resto è inconoscibile. E’ ciò che scorre nella mente e nel cuore di chi ama una persona che non può rispondere. Di chi da padre, o madre, vede il proprio figlio spegnersi nel silenzio, quando la natura vorrebbe il contrario. Questo e solo questo mi viene da dire, su Eluana Englaro, ragazza italiana. Che di amore e di dolore è stata circondata per seimiladuecentotrentatré giorni tristi e notti infinite”…a Voi l’onere di porre l’asticella…

  10. “La pistola. Ammettiamo che io, ridotto a vivere in un letto d’ospedale in condizioni per me insopportabili, decida di spararmi… Io mi sparo e muoio. La vita è mia, solo mia, e non danneggio nessun altro.Sono io che ho deciso in piena autonomia.” … e questa sarebbe la libertà individuale tanto osannata? E questo sarebbe un gesto di eoica autonomia???

  11. Ops mi è scappata una V….W.Veltroni…chiedo venia

  12. In dubia, abstine. Un conflitto d’interessi oggi mi pervade. No comment

  13. Sono convinto come ricorda Andrea e come dice la nostra Carta, che la vita non sia un bene disponibile. Il caso di Eluana, in effetti risulta veramente estremo, in quanto quella sorta di “diritto naturale” del rispetto della vita, tante volte ricordato anche dalla Chiesa Cattolica, aveva già subito una violenza.
    Mi spiego: la natura non avrebbe concesso una condizione di vita come quello di Eluana degli ultimi anni. La vita degli anni terminali di ELuana è il frutto della tecnologia, della medicina e dell’amore delle persone che l’hanno circondata. E in questo trovo l’esempio dell pistola e del ponte poco significativi. Il caso dell’incidente un po’ di più.
    E’ necessario avviare una discussione informata.
    Perchè di fronte al dramma di questi giorni purtroppo ho sentito ultras di qua e ultras di là e pochissima ragionevolezza.
    Grazie Andrea per il tuo contributo.

  14. @ Fabiana: evidentemente non capisci gli artifizi retorici (o almeno, non capisci i miei). I tre esempi sono narrati in prima persona, mettendomi nei panni di una persona che la pensa diversamente da me. Mi pareva fosse evidente.

  15. Perdonami Andrea, ma i tuoi esempi non hanno niente a che vedere con la questione di cui si discute.
    In tutti e tre i tuoi casi “io” sono in condizione di decidere per me, magari facendomi aiutare da mio marito ( che poi sarebbe eutanasia, altro capitolo) o non potendomi sottrarre al salvataggio dei pompieri. Il terzo esempio poi presuppone l’assurda eventualità di rifiutare preventivamente cure ovvero terapie, interventi chirurgici e di ogni altra natura medica pur di tornare ad una qualche condizione di “integrità”, fosse pure parziale.

    Non hai costruito neanche un’ipotesi cui applicare il tuo ragionamento per il concetto di “mantenere in vita” qualcuno che “naturalmente” vivo non sarebbe.

    Torno a ripetermi, e mi scuso se annoio, l’eventuale libertà che vorrei esercitare nel caso non fossi un domani in grado di esprimermi, è la libertà di non essere mantenuta artificialmente in vita.

    Tu mi confermi che la vita non è un “bene” disponibile, suppongo concorderai che non è neanche negoziabile o bene da manipolare con qualsivoglia mezzo e/o intento.

    Lo stato vegetativo è una condizione “innaturale” prodotta dagli uomini, non dalla natura, nelle sale di rianimazione e di terapia intensiva, ed è condizione nuova anche per la scienza che di fatto è costretta a farci i conti da quando l’ha prodotta, pochi decenni.

    Ovvero se per “vita” ti riferisci allo stato vegetativo – e già su questo ho chiarito il punto di vista ma è questione senza dubbio controversa e discutibile anche clinicamente – io mi domando come fai a dichiarare che non è un “bene disponibile” ma che è giusto manipolarla pur di conservarla? Di produrla artificialmente o meccanicamente al fine di garantirne almeno una pezzetto, tanto quanto basta a non seppellirmi, sapendo che non hanno capacità di restituirmi, neanche parzialmente, la mia integrità psicofisica.
    Dice questo la nostra costituzione? La vita non è un bene disponibile per me, ma per i reparti di rianimazione e di terapia intensiva , là dove riescano a “produrre” uno stato vegetativo deve essere un bene da conservare meccanicamente, artificialmente?

    Non ci siamo Andrea, scusa ma non ci siamo proprio.

    E’ su questo che ti chiedevo perché devi costringere me, la mia persona intesa come organismo vivente, unità psicofisica a sottopormi – anche contro la mia volontà precedentemente espressa e nella mia assenza di coscienza- a trattamenti mirati al solo mantenimento artificiale della mia condizione di malattia irreversibile che altrimenti mi porterebbe alla fine naturale, serena della mia esistenza.

  16. Prima di tutto vorrei ringraziare Andrea perchè non è da tutti mettersi in gioco così… condividendo apertamente il proprio pensiero, il proprio operato e mettendosi anche in discussione. Grazie! Poi volevo complimentarmi per questo apporto… altro che figuraccia! Gli esempi erano perfettamente calzanti ed il riferimento al diritto, alla nostra costituzione, alla “fede” in essa… bèh ritengo che rappresenti la giusta accezione al termine laicità ahimè tanto strumentalizzato e plurinterpretato.

    Io sono una giovane cristiana, francescana e (tra l’altro) non simpatizzante del PD ma apprezzo molto chi come te prova a caratterizzare ciò che fa con passione e, soprattutto, con quel sano idealismo che ci apre a prospettive più “alte”.
    Alla prox

  17. Io non capisco come possa affermare che la religione non c’entra.
    Il problema è proprio questo, invece.

    Non solo, ma se la questione che poneva Luana “posso io pensare che un cittadino sia libero di esprimere la sua morale, la sua etica personale nella propria vita (ovviamente senza danneggiare l’altro da sé)”? che c’entra parlare di beni disponibili?
    Mica ha chiesto possa fare quello che voglio della mia vita?

    La domanda è diversa: posso io vivere la mia vita e quindi anche la mia malattia nei modi che “io” ritengo adeguati ai miei valori personali, morali ed etici, alla dignità della mia persona?

    O devo vivere la mia vita assecondando i tuoi, che sono fondati e permeati del tuo credo religioso?

  18. In questo sito sono entrato grazie ad un persona conosciuta da poco ma come vedo ritrovo altri amici.( mariasperanza forse sara’ il caso ma Qualcuno ci ha fatto incontrare anche qui per puro caso)

    Le vicende degli ultimi giorni impongono una certa chiarezza nell’uso dei termini, spesso fonte di una voluta confusione. Ringrazio Andrea Sarubbi per aver aperto questa discussione,il caso Eluana in questi giorni ha diviso l ‘ Italia,ha spaccato le coscienze.
    Per favore, non chiamiamo “accanimento terapeutico” o “alimentazione forzata” il sostegno che fornisce cibo e acqua: tanti genitori proverebbero tanti sensi di colpa e dubbi morali nello spendere tanto tempo per dar da mangiare ai propri figli..Per favore, non parliamo di “scelta autonoma” perché qui viene terminato qualcuno proprio perché autonomo non è più: l’autonomia semmai è di qualcun altro che emette sulla ragazza un proprio giudizio di valore.( come dice il mio amico Emanuele).

    La vita e’ sacra e indisponibile come recita anche la nostra Costituzione.La vita non e’ una questione ”privata”., va difesa ad ogni costo!

    Mi domando quanto vale una vita? E in questi giorni mi pongo sempre la stessa domanda. Ho fatto abbastanza per Eluana , faccio abbastanza per difendere la vita?
    Eluana e’ il paradigma della fuga dell uomo dalla sua umanita’.
    Devo dire grazie ad Eluana perche’ ci ha insegnato veramente tanto. Grazie per aver risvegliato quelle coscienze che erano sopite!

  19. “la vita va difesa ad ogni costo”

    Ecco, ciò che ci divide è proprio questo. Difendere la vita, sì; ad ogni costo, no.

  20. marco brigliadori

    Vorrei condividere una considerazione ed offrire anch’io un piccolo contributo sperando per fare chiarezza e non aumentare la confusione. La considerazione riguarda Eluana ma riguarda più direttamente chi dovrà varare la legge sul testamento biologico.

    Quel che credo certo oggi è molto diverso da quel che crevevo altrettanto certo 10 anni fa.
    Che è diverso da quel che credevo ancor più certo 20 anni fa e che non somiglia per nulla a quel che credevo fondamentale 30 anni fa che invece somiglia, ma non troppo, a ciò che credo oggi. Scusate il giochino, ma quante cose nella vita mi hanno fatto cambiare idea su questioni fondamentali etiche e morali!
    Ho votato per la prima volta nella vita in occasione del referendum per abrogare l’aborto e votai no.
    Non so se oggi farei la stessa cosa, non lo so… appunto. Quanti eventi (a proposito ho 50 anni) quante vite e quante morti mi sottopongono ogni giorno a continue revisioni.

    Dunque un giorno dovrò decidere come morire.
    Il primo pensiero che mi viene in mente è :”E che ne sò!” Chi mi dà la certezza di cosa girerà nella mia mente (ammesso che la mia mente giri e non il mio cervello) chissà se le mie certezze e quelle di molti che sento parlare e leggo scrivere saranno le stesse del giorno in cui avremo “firmato”? E poi, a quanti anni si potrà firmare? 18?
    Mio figlio, il maggiore ha 20 anni. Dovrà decidere come morire a 80?
    E per i due piccolini chi decide, io, mia moglie, il giudice tutelare..?

    Allora, direte, che facciamo? Buttiamo al mare la possibilità di regolamentare una questione così delicata? Penso, sarebbe meglio dire, mi trovo costretto a pensare qualcosa, allora dico: dove la metterei io l’asticella?
    La metterei lì dove i medici non hanno dato certezze certe. Lo sappiamo tutti che Eluana Englaro è stata sedata, e sappiamo tutti perchè anche se qualcuno finge di non ricordarlo.

    Bene, caro Andrea, secondo me il limite invalicabile sta prorprio nei limiti (sempre variabili) che oggi come domani la scienza ci imporrà. Per me oggi possiamo sospendere l’alimentazione soltanto se un medico, più medici in consulto, in scienza e coscienza, ci dirànno: “non sedatelo, tanto non sente niente”. Fatela così e sarò il primo a chiedere di mettere la firma sul testamento.
    Ciao Marco

  21. Concordo sostanzialmente con Luana De Vita: gentile Dott. Sarubbi, i tre esempi che lei fa non c’entrano proprio nulla. Se un cervello devastato che, nonostante tutto, è ancora in grado di mandare gli stimoli necessari alla respirazione e alle altre funzioni vitali di base è una condizione sufficiente a definire la vita siete liberi, voi cattolici, di crederlo. Ma non per tutti è così. Mi dispiace che lei si dispiaccia delle solite lotte tra guelfi e ghibellini, ma lei si nasconde dietro un dito. E’ come quando la Cei o il papa rilasciano dichiarazioni al vetriolo sui temi dell’etica, dando indicazioni precise di comportamento (e di voto) ai cattolici, politici e semplici elettori, come fossero uno stato dentro lo stato, per poi affermare il giorno dopo che non hanno alcuna intenzione di interferire nella vita politica italiana, giocando molto furbamente sulla libertà di espressione della Chiesa.
    Esiste vita senza coscienza? E’ corretto parlare, per il caso di Eluana Englaro, di malattia, di sofferenza, di disabilità? A mio parere no, per nulla! E non parlatemi di eugenetica, di selezione e altre sciocchezze del genere, perché siamo ipocritamente fuori strada.
    E mi sono sempre chiesto una cosa: perché papa Giovanni Paolo II ha avuto il diritto di rifiutare l’accanimento terapeutico su se stesso e a Piergiorgio Welby il Vaticano ha rifiutato il funerale religioso?

  22. Ecco Marco, io la firma la metterei subito quando il medico dice “irreversibile” o “stato vegetativo permanente ( che non è coma, sia chiaro, ma uno stadio successivo al coma)

    Non è la sofferenza la questione, ma l’inutilità di alimentare meccanicamente o far respirare a forza qualcuno per mantenere una condizione di irreversibilità, paralisi, assenza di coscienza.

    E qualsiasi intervento medico non finalizzato alla cura è un atto di accanimento, perché è inutile.

    Poi a lei nessuno la obbligherà mai a firmare un testamento biologico o dichiarazione anticipata di trattamento, mentre qualcuno vuole impedire a me e ad altri di farlo.

    Non è la vostra libertà in discussione, è la nostra che non abbiamo, non condividiamo gli stessi valori, culturali, etic, morali. (anche religiosi, ma Andrea li vuole tenere lontano dalle sue parole che però riecheggiano quelle del Papa sulla questione beni disponibili e della vita)

    In discussione c’è solo questo, è giusto che per ragioni assolutamente “religiose” ma diciamo pure “culturali”, per niente laiche si decida che io dovrò essere obbligata a sopportare trattamenti medici che in condizioni terminali, irreversibili e in assenza di coscienza io non voglio subire, preferendo – in quelle condizioni e a quel punto – una morte “naturale” al mantenimento “artificiale “della mia esistenza terrena?

    Infine, non è forse il genitore a firmare la liberatoria per gli interventi urgenti quando i figli non sono in condizione di poterlo fare? Sì
    Non sono forse i genitori quelli che firmano quando c’è la possibilità di espiantare organi? sì

    E perché in questo caso non dovrebbero essere i genitori a firmare?

    Non ha senso questa distinzione, giuridicamente non ha senso o la mia firma di genitore vale per tutto o si rivolgessero ai tribunali per tutti i casi i cui i nostri figli per età o condizioni non possono rispondere.

  23. No Andrea non ci siamo. Gli esempi che fai tu non fanno una piega ma non hanno nulla a che vedere con il problema di fondo . Voglio quindi estremizzare l’argomento: ammettiamo che in un futuro neanche troppo lontano la scienza riesca a tenere in vita in condizioni simili a quelle di Eluana un corpo ben oltre il limite posto dalla natura e che dopo 200 anni con il 30% delle cellule in funzione non accenni a spegnersi. La possiamo considerare vita ? Siamo o non siamo stati creati come mortali ? Fino a che punto la scienza può sostituirsi a Dio ? Io come laico ho visto il caso di Eluana come un accanimento terapeutico in questo senso: andiamo avanti che forse un giorno chissà sconvolgendo tutte le regole di natura senza avere neanche più come fine assoluto la salute della povera Eluana.

  24. Saverio Cascione

    Condivido pienamente le ragioni di Luana De Vita che ho letto qua sopra.

    Non capisco invece questi suoi tre esempi. Nel primo: anche ora uno potrebbe portarsi o procurarsi una pistola in un ospedale, e sarebbe fermato dagli agenti. Inoltre è un caso limite, e comunque non prevedibile: come un omicidio. Nel secondo Lei non continua a mio avviso a non tener conto della legge che è già in vigore (soccorrere qualcuno che è ancora sano e sta facendo una pazzìa*), mentre il caso di Eluana ci fa interrogare piuttosto sul significato di una lunga vita trascorsa in coma vegetativo, e sul significato che la vita stessa ha per ognuno di noi. Nel terzo mi chiedo: la legge sul testamento biologico che anche la Camera si appresterà a votare, non prevede che un infermiere mi neghi le cure dopo un incidente stradale!
    Inoltre c’era anche una sentenza da rispettare, sulla quale il governo avrebbe voluto passarci su. Su una sentenza che riguarda comunque dei cittadini, in una posizione già di per sé delicata. Votando da vero liberale, avrei votato due volte contro. Maggiormente per l’uso strumentale e pericoloso che si voleva (e vuole) fare della legge.

    * a tal proposito, spero per lei non sia una pazzìa se qualcuno avesse già deciso liberamente di non sottoporsi in futuro a delle cure purtroppo oramai inutili, o all’alimentazione dopo 10 anni di coma degenerativo. Personalmente e liberamente, lascerei in questi casi specifici ai cattolici l’opportunità di fare ciò che vogliono, purché sia garantita la mia libertà.
    La politica ha il dovere di mettere i giusti paletti per iniziare un dibattito sui casi limite come questi: in una discussione, e senza scavalcare una volontà personale.

    Saverio Cascione

  25. Non insegnate ai bambini
    non insegnate la vostra morale
    è così stanca e malata
    potrebbe far male
    forse una grave imprudenza
    è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

    Non elogiate il pensiero
    che è sempre più raro
    non indicate per loro
    una via conosciuta
    ma se proprio volete
    insegnate soltanto la magia della vita.

    Giro giro tondo cambia il mondo.

    Non insegnate ai bambini
    non divulgate illusioni sociali
    non gli riempite il futuro
    di vecchi ideali
    l’unica cosa sicura è tenerli lontano
    dalla nostra cultura.

    Non esaltate il talento
    che è sempre più spento
    non li avviate al bel canto, al teatro
    alla danza
    ma se proprio volete
    raccontategli il sogno di
    un’antica speranza.

    Non insegnate ai bambini
    ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
    stategli sempre vicini
    date fiducia all’amore il resto è niente.

    Giro giro tondo cambia il mondo.
    Giro giro tondo cambia il mondo.

  26. Io credo proprio che i 3 esempi siano calzanti per il semplice fatto che ricordano principi e leggi presenti nella nostra costituzione (laica e repubblicana). Nella nostra carta (è nel nostro diritto) non c’è il “diritto al suicidio”; l'”omicidio del consenziente” è reato. L’omissione di soccorso è reato. Quindi, al di là di quello che uno pensa o crede, nessuna legge potrà andare contro questi principi perchè sono già contenuti nel diritto (oltre che nella carta costituzionale).

  27. Negativo, Paolo, mi spiace ma proprio non “calzano”.

    Suicidio, omissione di soccorso, omicidio di consenziente sono reati che si riferiscano nel nostro codice a persone vive e capaci di intendere e di volere.

    Nelle situazioni ipotizzate dal testamento biologico i soggetti
    – non sono persone capaci di intedere e di volere,
    – non hanno coscienza di Sé
    – non hanno relazioni con l’ambiente
    – sono in uno stato vegetativo irreversibile
    – non sono in vita ma in stato “artificiale” di mantenimento in vita.
    – non sono trattati per la cura o per la riabilitazione, fosse pure parziale, ma per il solo mantenimento “artificiale” in vita.

    Quindi gli esempi di Andrea c’entrano come c’entra a briscola il due di bastoni quando regna coppe.

  28. Luana
    a parte la prima affermazione che giuridicamente viene stabilita con un atto( incapacità di intedere e di volere) le altre sono giudizi, opinioni che per il diritto non hanno alcun effetto (e aggiungo meno male altrimenti come si fa se per qualcuno “è vita” e per altri “non è vita”?).
    Per gli incapaci di intendere e volere sceglie e sceglierà il “tutore” ma la legge non potrà consentire al tutore di … omettere soccorso o sopprimere il malato anche se consenziente.

  29. Inutile girarci intorno. Andiamo al nocciolo del problema: il tentativo di imposizione a tutta la società e all’intero ordinamento politico e giuridico di un’etica che fa riferimento ad una Chiesa, quella cattolica. Io apprezzo, da un certo punto di vista, gli sforzi del Dott. Sarubbi di uscire dalla logica della contrapposizione frontale laici vs. cattolici, conseguenza diretta della ricerca di una sua collocazione (al pari di quella di altri deputati cattolici) all’interno di un PD che tra l’altro si trova in una grave crisi identitaria. Purtroppo, a mio avviso, si tratta di un tentativo che non porta molto lontano, nella misura in cui non si accetta il dato di fondo: non esiste una sola etica a cui le leggi di uno stato dovrebbero ispirarsi.
    Mi dispiace, così non va, soprattutto se a dirlo sono i componenti del principale partito di centro-sinistra. Sarebbe un salto indietro di parecchi anni. Leggevo su questo sito un post in cui una persona faceva derivare tutta la rovina morale della nostra società dalla Rivoluzione Francese. Diamine! E’ questo, nel 2009, il livello culturale e politico dei cattolici italiani? Spero proprio di no.

  30. No Paolo, perché l’incapacità di intendere e volere è premessa dello stato vegetativo.

    Si definisce stato vegetativo un quadro clinico caratterizzato da:

    – nessun indizio di consapevolezza di sé e dell’ambiente e di capacità di interagire con gli altri (quindi nessuna capacità di intendere e di volere)
    – nessuna risposta comportamentale riproducibile, finalistica o volontaria agli stimoli sensoriali
    (visivi, uditivi, tattili, o dolorifici)( quindi nessuna espressione di capacità di intendere e di volere)
    – nessun indizio di comprensione del linguaggio altrui
    – presenza di un ciclo intermittente di sonno-veglia (con apertura degli occhi durante la veglia)
    – conservazione sufficiente delle funzioni vegetative, tale da permettere la sopravvivenza con semplici cure mediche ed assistenza infermieristica
    incontinenza urinaria e fecale
    -conservazione almeno parziale dei riflessi cranici.

    Ora in termini di diritto la nostra costituzione all’art. 32 dice che: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

    Infatti, anche ultimamente alcune persone hanno rifiutato amputazioni degli arti per diabete e sono morte. Nessuno è insorto, perché nessuno poteva obbligare queste persone a farsi amputare. Ma, in quei casi quelle persone potevano far valere il loro “DIRITTO COSTITUZIONALE” a rifiutare le cure.

    Il testamento biologico prevede che questo diritto, attraverso una dichiarazione anticipata, sia garantito anche nelle condizioni di assenza e incapacità ad esprimerlo, nei casi irreversibili ovvero nei casi in cui le cure non siano altro che un mantenimento “artificiale” in vita.

    L’eventuale decreto vorrebbe impedire questo, quindi io potrò rifiutare un amputazione e morire come voglio se sono malata di diabete, se invece sono in stato vegetativo il mio Stato mi obbligherà a passare 30 anni intubata e manipolata dai medici.

    Ecco questa è violenza, non diritto. Questo non è rispetto della persona umana.

  31. Beh… la risposta è proprio nell’art. 32 che non a caso non viene mai letto tutto… “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario… ” se non per disposizione di legge”. Cioè la Costituzione prevede che una legge può consentire ecc…

  32. 2004

    Morta Maria, la donna che rifiutò l’amputazione
    Si è spenta in Sicilia, inutili gli appelli per convincerla a operarsi Tutti i familiari hanno rispettato fino all’ultimo la sua decisione
    MILANO – Non ce l’ha fatta. Come purtroppo avevano previsto i medici, Maria è morta pochi giorni dopo aver lasciato l’ospedale negando il consenso all’amputazione del suo piede destro divorato da una cancrena. Un intervento che forse le avrebbe salvato la vita. Aveva scelto di morire e questa sua decisione è stata rispettata anche dai suoi familiari che fino all’ultimo e oltre l’hanno protetta dalla curiosità e da ogni invadenza esterna. Il caso aveva suscitato reazioni di ogni tipo, divise tra chi voleva che la donna fosse operata a tutti i costi, magari con la forza, e coloro che, al contrario, chiedevano che la decisione drammaticamente personale di Maria fosse rispettata fino alla sua più estrema conseguenza.
    Molti erano scesi in campo.

    Tra i tanti, il ministro della Salute Girolamo Sirchia («Le volontà del paziente vanno rispettate»), il sindaco di Milano Gabriele Albertini, che le ha perfino scritto una lettera aperta per convincerla a tornare sulla sua decisione. La Procura della Repubblica aveva tentato di fare qualcosa, ma si era dovuta fermare di fronte a un certificato stilato da uno psichiatra e da uno psicologo: la donna era in pieno possesso delle sue capacità mentali, era in grado di intendere e volere e, quindi, il suo «No» all’operazione doveva essere rispettato. A imporlo è la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina del 1997, a ribadirlo c’è una sentenza della Cassazione secondo la quale un medico che interviene contro la volontà del paziente può essere accusato di violenza privata.
    Maria non si era appellata a nulla se non alla sua «concezione parafilosofica della vita», così l’avevano definita i medici, per negare il consenso all’amputazione.

    La riservatezza dei familiari – fino a ieri hanno negato la morte della loro congiunta – ha impedito che in questa storia si scavasse per capire quali sono state le ragioni più profonde della decisione della donna, quale fosse quella sua visione dell’esistenza che l’ha portata alla morte. Maria (il nome è stato inventato per preservare la riservatezza della signora) era nata 62 anni fa in un piccolo paesino vicino a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Si era trasferita a Milano dove viveva un’esistenza dai tratti particolari insieme con il marito nella zona del Giambellino, un grande quartiere popolare alla periferia sud-ovest della città.

    Il 25 gennaio lei e il marito si presentano al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo. Le condizioni generali della signora milanese non sono buone: broncopolmonite e gravi problemi alla circolazione del sangue provocati dal colesterolo e dal diabete mal curati. Per di più, le vene della sua gamba destra sono ormai occluse e il piede è andato in cancrena. Una «gangrena gassosa», refertano i medici, che si sta già diffondendo all’intera gamba e che presto potrebbe degenerare in setticemia, un’infezione contro la quale c’è poco da fare. I sanitari spiegano a Maria che l’unica soluzione è l’amputazione. Ma lei non vuole.

    I medici tentano la strada del trattamento sanitario obbligatorio. In pratica, l’imposizione dell’intervento chirurgico che la legge consente nei casi in cui il paziente non sia in grado di ragionare. A fermare il bisturi, però, è la certificazione dello psichiatra e dello psicologo: Maria è sana di mente. Cos’altro fare? La direzione dell’ospedale si rivolge al comitato etico che invita ancora una volta lo psicologo a convincere Maria a cambiare idea. Impresa inutile.
    Si tenta la via giudiziaria.

    I medici chiedono cosa fare alla Procura di Milano. Ai magistrati non spetta intervenire, ma il pm di turno non si sottrae all’invito. Esaminati gli atti, è costretto a ribadire che non si può fare altro che rispettare la volontà di Maria. Il giovedì successivo la donna esce dal San Paolo accompagnata dal marito. Dopo qualche giorno, il 2 febbraio, prende un aereo che la porta a Catania. All’aeroporto l’attendono alcuni familiari che, in auto, la conducono a Porto Empedocle. Ci rimarrà poco. Si sposterà ancora in un paesino vicino.
    L’11 febbraio Maria muore. La storia sua e del suo «No» finiscono in un cimitero nell’hinterland di Milano.

  33. Rifiuta amputazione e muore, è polemica
    Repubblica — 29 dicembre 2008 pagina 16 sezione: CRONACA

    ROMA – Maria Grazia lo aveva detto ai genitori, lo ha ripetuto davanti ai magistrati venuti a trovarla nel letto di ospedale dove giaceva con l’ 80% del corpo ustionato. Lei di vivere menomata non aveva la benché minima intenzione. E così è stato. Con un cenno del capo e un soffio di voce ha rifiutato l’ amputazione di un piede e di una mano, intervento necessario a salvarle forse la vita dopo le gravi ustioni riportate in un incidente nei bagni del reparto di psichiatria di Sassari, ed è morta dopo diciannove giorni in rianimazione. Protagonista della vicenda Maria Grazia Pavin, 41 anni di Laerru e i suoi genitori che, come Beppino Englaro si sono battuti, rivolgendosi anche alla magistratura perché fosse rispettata la volontà della figlia: «Non avrei potuto guardarla negli occhi, non mi avrebbe mai perdonata se non lo avessi fatto», ha mormorato la madre. Una fine drammatica, una scelta difficile ma assolutamente legale che provoca polemiche in questi giorni in cui la storia di Eluana è sulle pagine dei giornali, in cui il diritto delle persone a decidere sulla propria vita e sulla propria morte, sul rifiuto delle cure anche da parte di chi è cosciente viene continuamente messo in discussione. «Il rifiuto di quella donna alle amputazioni è stato un rifiuto assolutamente legittimo», dice il vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica Lorenzo D’ Avack. «In base all’ articolo 32 della Costituzione il paziente può rifiutare o rinunciare ad un trattamento terapeutico, anche se si tratta di un trattamento salvavita. Le norme giuridiche stabiliscono l’ impossibilità di intervenire contro la volontà del paziente cosciente». Un rifiuto, dunque, «legittimo dal punto di vista giuridico, anche se dal punto di vista etico chi ritiene che la vita sia un bene indisponibile non potrebbe accettare un simile orientamento». Come l’ arcivescovo di Sassari, monsignor Paolo Atzei che sconvolto dalla notizia ha infatti stigmatizzato: «Di questa morte ognuno si dovrà assumere le proprie responsabilità. È una cosa orrenda». La storia di Maria Grazia ricorda la vicenda di Maria, 62 anni che nel 2004 se ne andò dall’ ospedale San Paolo di Milano dove le avevano detto che a causa di una cancrena se non si fosse fatta amputare la gamba, sarebbe morta. Decise di tornarsene in Sicilia dai parenti, dove morì due settimane dopo lontano dai giornali, televisioni, dai politici che le avevano scritto cercando di convincerla a ripensarci. Tra loro il sindaco Albertini e il presidente della Regione Formigoni che disse: «Il rispetto della volontà di una persona, perfettamente in grado di capire, è doveroso e sacrosanto, anche quando questa persona fa del male a se stessa. C’ era il dovere di informarla e di convincerla e questi doveri sono stati assolti, ora resta il mistero della libertà umana». Una libertà, una volontà che ha ribadito anche Maria Grazia, rispondendo no con un cenno del capo, alla domanda «vuole sottoporsi all’ intervento che le salverebbe la vita?» che le ha rivolto il magistrato, dopo che i genitori si erano opposti all’ intervento e avevano presentato un’ istanza in Procura. Tre magistrati affiancati da un perito si sono infatti presentati il 18 dicembre in rianimazione. Qui la donna – intubata e con l’ 80% per corpo devastato dalle ustioni – dopo che un perito ha appurato la sua lucidità, al pm che le ha chiesto più volte se acconsentiva all’ intervento, ha sempre replicato con la testa di no. «Non potevo permettere che facessero quell’ intervento a mia figlia – ha raccontato Antonina Casu – Lei mi diceva sempre: “Se mi succede qualcosa, lasciami morire”. Se avessi lasciato che le amputassero una mano e un piede, e le facessero la dialisi, e si fosse salvata, nonostante le gravissime ustioni, come avrei potuto guardarla in faccia? Non mi avrebbe mai perdonata».

  34. Vorrei ricordare al Sig.Paolo alla Sig.ra De Vita che negli stati vegetativi persistenti ( perché questo sarebbe il termine più corretto ) non c’è alcuna certezza che le uniche funzioni emesse dal cervello siano quelle respiratorie e vitali , come non è vero che non ci sia alcuna possibilità di recupero parziale della propria integrità intellettiva.

    La “certezza” del non ritorno non è dovuta al rilievo di cause organiche , come nel caso della morte cerebrale , quanto da un calcolo probabilistico di quanti casi in letteratura sono “rientrati” a parità di tempo di permanenza in quello stato. Ma i casi in letteratura sono variabili col progredire della scienza medica , non a caso hanno fatto scalpore le nuove tecniche di cura dello stato vegetativo permanente all’ospedale Molinette di Torino balzati agli onori delle cronache a Dicembre 2008.

    Probabilmente conoscerete il caso di Salvatore Crisafulli ( ma non è l’unico ) , che da stato vegetativo definito permanente è rientrato e ha raccontato di aver percepito durante l’infermità quanto accadeva accanto al proprio letto. Se poi non riteniate nemmeno lo stato attuale di Crisafulli come degno di essere vissuto è un altro discorso , ma non potete accusare Andrea di aver posto esempi fuori luogo.

    Anche perché , come si discuteva giusto ieri su Facebook , si tratta appunto di paradossi , quindi di discorsi che portano un ragionamento alle estreme conseguenze.

    Pure l’altra argomentazione secondo cui i paragoni non sono calzanti perché l’alimentazione artificiale è uno stato innaturale mi sembrano sinceramente troppo deboli : se accogliessimo questa obiezione dovremmo staccare la spina a tutti i pazienti ricoverati nei reparti di rianimazione.

  35. Ho postato questi 2 articoli presi a caso per sottolineare che in Italia in questo momento non è in discussione la libertà di non sottoporsi alle cure, perché è un diritto sancito già dalla costituzione – diritto sacro e inviolabile- .

    La discussione è relativa solo alla possibilità di una legge che mi cosenta di esprimere anticipatamente la mia volontà e di farla valere in termini costituzionali , nel caso mi trovassi in determinate codizioni di malattia irreversibile, avessi perso la capacità di intendere, di volere e di poter esprimere la mia volontà e fossi mantenuta artificialmente in vita.

    Poi, detto fra noi, io mi farei amputare tutti e due i piedi e pure le mani pur di vivere, ma rispetto il diritto di chi rifiuta interventi di questo tipo esattamene come fa la nostra costituzione e il nostro diritto.

  36. Daniele ciampichetti, lo stato vegetativo persistente è la prima fase.
    Prima di dichiarare permanente, cioè irreversibile, lo stato vegetativo di origine traumatica in un soggetto adulto (il caso
    di Eluana) è necessario attendere almeno 12 mesi.
    Nei casi di stato vegetativo persistente di origine
    non traumatica, e in particolare in quelli di genesi anossica, sono sufficienti 3 mesi di osservazione.

    Quindi, mi consenta, ma il termine corretto è Stato vegetativo Permanente.

    Crisafulli non era in stat vegetativo permanente ma in una condizione clinica definita “locke-in syndrome” (LIS).

    E no, non credo proprio che usare i 3 paradossi di Andrea abbia un senso, PAOLO KAMA ha postato un “paradosso” coerente con l’rgomento.

    Non ultimo, staccare l’almentazione ai pazienti in rianimazione e perché? Non stiamo chiedendo che le ersone non vengano curate, rianimate o aiutate a recuperare uno stato di salute.
    Stiamo chiedendo la libertà di esprimere il nostro divieto ad essere mantenuti in vita artificialmente in situazioni clinihe precise e ben definite.

    Stiamo chiedendo di poter dichiarare anticipatamente a che tipo di cure non vogliamo essere sottoposti in certe condizione cliniche che non ci pemetteranno di esprimere la nostra volontà come previsto dalla nostra costituzione.

    Altri chiedono invece che sia un obbligo di legge restare attaccati ai tubi.

  37. Luana, d’accordissimo! Bisogna assolutamente fare qualcosa affinché il progetto di legge sul testamento biologico attualmente in discussione non venga approvato così com’è. Sarebbe disastroso.

  38. Sig.ra De Vita , Crisafulli e i suoi familiari riferiscono di aver ricevuto diagnosi di stato vegetativo permanente , che visti gli oltre 2 anni di permanenza è compatibile con la definizione da lei riportata.
    Che a posteriori si parli di diagnosi errate e di stato di locked in non contribuisce certo a diradare la questione dal punto di vista una eventuale regolamentazione giuridica di questi casi , tutt’altro , è casomai una argomentazione a favore di quanti vogliono regolamentare “per difetto” e non “per ecesso”.
    Se il Crisafulli non fosse sopravvissuto per raccontarlo e fosse stato permesso qualcosa di analogo a quanto è successo per Eluana, sarebbe rimasta la diagnosi di SVP.
    >Non ultimo, staccare l’alimentazione ai pazienti in rianimazione e perché?
    Perché l’innaturalità della condizione ( mi passi il termine che probabilmente non esiste nel vocabolario , ma artificialità non rendeva parimenti l’idea ) era l’obiezione che Lei ha portato per cassare i paradossi formulati da Andrea :
    > Non hai costruito neanche un’ipotesi cui applicare il tuo ragionamento per il concetto di “mantenere in vita” qualcuno che “naturalmente” vivo non sarebbe.
    A mio parere i paradossi formulati da Andrea sono corretti , perché volevano portare alle estreme conseguenze il principio secondo cui tanto il suicida sul ponte quanto il malato con la pistola in mano “agiscono nella sfera della propria libertà personale senza ledere la libertà altrui”. Principio che sta alla base delle posizioni dei sostenitori dell’eutanasia e di una interpretazione “inclusiva” del testamento biologico.
    Lei ha introdotto l’ulteriore elemento della in naturalità ( vedi sopra ), e con l’esempio dei ricoverati nei reparti di rianimazione volevo semplicemente farle notare che neanche la sua impostazione è logicamente corretta se portata alle estreme conseguenze.
    Se il mantenimento in vita di qualcosa che “naturalmente non sarebbe vivo” deve essere il metro di giudizio su cui formulare il testamento biologico che Lei auspica , i pazienti ricoverati nei reparti di ri-animazione ( come dice il termine stesso ) rientrerebbero a pieno nella sua definizione.
    E’ quindi questo che auspica? Poter scrivere su un pezzo di carta “se dovete ricoverarmi in rianimazione lasciatemi morire”? Se ci pensa il cerchio si chiude e questa casistica non si discosta poi eccessivamente dall’esempio dell’incidente stradale formulato da Andrea.

  39. Sig. Ciampichetti di quello che dicono i pazienti e/o di errori dei camici bianchi è piena la cronaca, non credo ci aiuti nella discussione. Comunque Crisafulli l’ha citato lei, non io.

    La questione della spina e della rianimazione o dello stato innaturale è legata non alle aspettative di ripresa ma allo stato di impossibilità di far valere le proprie volontà in merito ai trattamenti medici, volontà che in qualsiasi condizione clinica mi consente – se sono in grado di farlo- di rifiutare qualsiasi cura proprio come la legge italiana garantisce.

    La costituzione mi consente di sottrarmi ad un intervento di amputazione e di morire di cancrena, in piena coscienza e libertà personale. Perché la legge ha stabilito che io posso sottrarmi alle cure, il trattamento sanitario obbligatorio si può disporre solo in caso di incapacità di intendere e di volere.

    Stiamo discutendo della possibilità che un cittadino italiano possa dichiarare le proprie volontà anticipatamente definendo in quali condizioni cliniche pretende che si sospendano i trattamenti medici sulla sua persona, nell’ipotesi che si perdano le facoltà e capacità di poterlo fare.

    Comincio a pensare che non stiamo parlando della stessa cosa.

    Allora sulla libertà di cura siamo protetti dall’art.32 della Costituzione. Al momento per obblighi di legge che intervengano su questa libertà ci si può rifare alla legge che regolamenta i trattamenti sanitari obbligatori, la “mitica” legge 180 (o Basaglia) poi recepita nel DL 833 ( sistema sanitario nazionale) che esplicitamente faceva riferimento all’incapacità di accettare le cure. Nello specifico quella legge era riferita alla chiusura dei manicomi e ai soggetti portatori di patologie psichiatriche, quindi in condizioni di incapacità di intendere e volere, anche solo momentanee e/o transitorie.

    Di cosa stiamo parlando oggi?

    Vogliamo cambiare l’art. 32 della costituzione? Spero di no.

    Vogliamo una legge che obblighi tutti i cittadini che dovessero cadere in Stato permanente vegetativo a restare attaccati a tubi per respirare, alimentarsi o evacuare al solo fine di mantenerli in quello stato? Quindi si parla di una legge che costituisca una deroga prevista dalla costituzione all’art.32 in cui si “obbligano” tutti i cittadini a sottoporsi a cure mediche in determinate circostanze?

    Vogliamo una legge che impedisca di anticipare le proprie volontà? Cioè impedire che io, vivo e vegeto in pieno possesso delle mie facoltà mentali, possa dichiarare come voglio essere medicalmente trattato, come l’art. 32 mi garantisce, nei casi in cui i trattamenti sono finalizzati al mero mantenimento della mia condizione vegetativa, ovvero non abbiano alcun intento di cura e io non sia in condizione di esprimere il mio diniego?

    O stiamo parlando di una legge che mi consentirà di esprimere questo diniego ma dobbiamo decidere in quali condizioni cliniche e di incoscienza mi devo trovare perché questo eventuale testamento biologico possa essere consentito?

    Mi sembrava si parlasse di testamento biologico non di legiferare per ledere i diritti personali dei cittadini italiani già sanciti dalla costituzione. E’ di questo che stanno discutendo in Parlamento?
    Forse non avevo capito. Succede.

  40. Ah, se fossimo tutti responsabili!
    Perche’ siamo condannati dalla nostra natura umana ad aver bisogno di una legge?
    Per me, riflettendo su scenari cosi’ opachi, fumosi, indefiniti, in tali situazioni ci sarebbe bisogno solo di buon senso. Medici e familiari dovrebbero interrogarsi sulla natura dello stato vegetativo (reso possibile, e non e’ un dettaglio, dall’intervento dell’uomo) e poi decidere. Personalmente non saprei cosa desiderare, se mi trovassi in quella situazione. Interessante in merito l’articolo di Eco sulla Repubblica di giovedi.
    Cosa succederebbe se la medicina trovasse il modo, non oggi ma nel febbraiodel 3212 o nel giugno del 52.715, di non far morire MAI un paziente in stato vegetativo? Ripeto, MAI! Sarebbe una persona, quella che non muore mai? Boh…
    La vita non e’ indisponibile. Madri muoiono per far nascere figli, con scelte consapevoli. Oppure, come negli articoli citati sopra, per non farsi amputare un arto.
    Forse si puo’ decidere di voler morire per far vivere meglio chi ci sta accanto (articolo di Eco), per non voler obbedire a un ordine ingiusto (e’ successo in guerra), per esprimere un dissenso (i bonzi in fiamme). Ci sono piu’ cose in cielo e in terra…
    Sicuramente ho aumentato la confusione, ma voglio esprimere la mia difficolta’ ad avere una posizione chiara e incontrovertibile sulla questione della disponibilita’ della vita. Sono consapevole di avere a disposizione la mia, ora che sono cosciente. Apro la finestra e mi butto di sotto, basta volerlo.
    In stato vegetativo, senza coscienza, che dire?…”di quello di cui non si puo’ parlare, bisogna tacere” Wittgenstein.

  41. se siete per la vita come dite allora protestate per l’aumento di 800 soldati che andranno in afghanistan, per la loro e quella degli afghani. per le migliaia di persone intrappolate nei cpt sempre piú simili a campi di concentramento. facile no?

  42. se siete per la vita come dite, allora protestate contro gli 800 nuovi soldati che andranno in afghanistan, per la loro vita e quella degli afgani, o per le migliaia di persone intrappolate nei cpt sempre piú simili a campi di concentramento. facile no?

  43. Caro Andrea, in riferimento al tuo scritto intitolato:”Diritto di morire” dell’11febbraio 2009, riguardante Eluana, vorrei esprimere il perché non sono d’accordo con te e con le argomentazioni che porti. Tu dici che il nostro ordinamento giuridico non lascia la libertà di decidere per la morte o la vita: obbliga alla vita. Però, se così non fosse lentamente sparirebbe il senso della solidarietà, dell’aiuto, della solidarietà nelle situazioni di necessità perché prima di salvare i nostri beni in pericolo la natura stessa ci porta a salvare la vita nostra e degli altri. Il cosiddetto senso di conservazione che abbiamo innato ciascuno di noi non è altro che il senso di conservare la vita, nostra e degli altri. Si potrà arrivare forse alla situazione assurda di trovare una persona o un gruppo di persone in grave ed evidente pericolo e ed i soccorritori doversi domandare: vogliono salvarsi dal pericolo oppure no? Allora piano piano sarà la legge della jungla dove ognuno potrà vivere “liberamente”come fosse l’unico arbitro. Il Far West a confronto sarebbe già più avanti perché aveva le sue norme e le sue regole. Anche l’esempio che porti di un incidente stradale che può portare a numerose operazioni e ad una vita in carrozzina non è molto calzante perché può portare a chiedere la fine, o a farla finita quando manca un piede,una mano,un occhio ecc. Il criterio per una scelta non rimane invariabile, ma potrebbe poi diventare il diritto di scelta fra la vita e la sua rinuncia quando la cosiddetta perfezione non c’è più quindi meglio rinunciare anche a priori alla vita. Vediamo quindi che l’asticella effettivamente non si potrà mai decidere di metterla in un qualunque punto perché sarà sempre più mobile fino a precipitare in un baratro forse senza fine. Non sono un giornalista come l’amico Bomprezzi però anch’io vivo su rotelle da tantissimi anni, ma ben sappiamo che quello che conta è l’armonia dentro e fuori di noi da portare a tutti, dritti o storti che siano.
    Mario Mozzi

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