Il solista involontario

La giornata di ieri non è finita con la Libia: dopo la ratifica del Trattato (63 i contrari e 37 gli astenuti: in un centinaio, insomma, abbiamo mostrato i nostri dubbi), si è passati all’approvazione del decreto sul rifinanziamento delle missioni internazionali. Anche stavolta, il Pd aveva scelto una linea collaborativa, visto che il governo aveva accettato di ridare 45 milioni di euro alla cooperazione internazionale per il primo semestre del 2009 ed una cifra non inferiore per il secondo. Anche stavolta, io non me la sono sentita ed ho votato in dissenso dal gruppo, astenendomi: le motivazioni sono tante, ma le semplifico dicendo che – fino a quando non rientreremo nei parametri fissati dall’Onu per gli Obiettivi del Millennio – non voterò mai a favore di uno stanziamento per le missioni militari all’estero, visto che il salvadanaio a cui si attinge è lo stesso utilizzato per la cooperazione. Per la seconda volta nel giro di un’ora, insomma, mi sono smarcato dalla linea ufficiale del Pd, e l’ho fatto con il cuore pesante: ancora più pesante, se considero che avevo già votato in dissenso sulla Georgia, che sul testamento biologico non mi identifico nella posizione prevalente, che sulla legge antibabà sto facendo una battaglia più dura di quella che il buonsenso politico vorrebbe. Se dovessi giudicare i miei comportamenti con i canoni classici della politica, sarei rifondarolo sulle missioni militari all’estero, radicale sulla Libia, vicino a Buttiglione (dunque dell’Udc) sul testamento biologico, liberale sulle limitazioni del tasso alcolemico per chi guida: un macello, insomma, su cui mi interrogo da ieri sera. Un mio collega del Pd mi ha rassicurato: “Se vieni dalla società civile, come è il tuo caso, è chiaro che rifletti una serie di sensibilità diverse e non allineabili. Chi ti ha candidato lo sapeva, quindi stai tranquillo”. Io, però, non mi scandalizzerei se, nei prossimi giorni, il buon Antonello Soro mi chiamasse da parte e mi ricordasse che appartengo ad un gruppo parlamentare e che questo gruppo, come è giusto che sia, ha una sua linea. Come è giusto che sia, lo ripeto, perché è un principio che teoricamente condivido: è inconcepibile un partito politico (che voglia contare qualcosa, intendo) senza una posizione comune, che va chiaramente perseguita con un ampio confronto ma che poi, quando si tratta di scegliere una sola delle diverse sfumature presenti, richiede pure un certo grado di disciplina interna. “Perché non vi siete confrontati prima, invece di spaccarvi?”, mi hanno chiesto ieri alcuni amici su Facebook. Non è che non ci siamo confrontati, ho risposto, ma certe volte il confronto non arriva da solo ad una posizione comune, se chi comanda non fa leva sul ricatto dell’autorità: sarebbe facile, ad esempio, ricordare a tutti i parlamentari del Pd che non siamo stati eletti con le preferenze, ma nominati dai leader e messi nelle liste, dunque dobbiamo fare quello che ci viene chiesto. Invece, in tutte queste occasioni che vi ho citato, nessuno è venuto ad accusarmi, a ricattarmi, a fare pressione su di me: mi hanno chiesto le motivazioni della scelta di dissenso, come è giusto che sia, ma poi mi hanno sempre dato libertà di voto. Anche nel Pdl ci sono sensibilità diverse, ma la manifestazione di dissenso non è altrettanto frequente: un po’ per il fatto che sono al governo, dunque vanno avanti come un plotone militare, ed un po’ perché – a differenza nostra – sono una monarchia assoluta. Qualcuno sostiene che, se lo fossimo anche noi, sarebbe meglio. Io, invece, mi tengo stretta la libertà che mi è stata riconosciuta finora e rimango convinto di stare dalla parte giusta.

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6 risposte a “Il solista involontario

  1. Alberto Defilippi

    La libertà di coscienza è uno degli aspetti in cui è più deficitaria la politica italiana… ogni parlamentare o rappresentante del popolo è una persona, non un “robot” che esegue meccanicamente gli ordini di un partito…
    La libertà di coscienza si coniuga al sistema delle preferenze, mentre attualmente ogni eletto è troppo stretto alle redini del partito, che se non lo considera più “affidabile” e semplice esecutore “in bianco” delle direttive di partito, la successiva elezione non lo ricandida…
    E non perchè lei appartiene alla “società civile”, ma TUTTI i parlamentari dovrebbe seguire le proprie sensibilità, per così meglio esprimere le varie correnti di pensiero che ci sono nella realtà del popolo italiano: è questo il succo della democrazia!
    Lei mi pare che con questo atteggiamento stia onorando il suo mandato parlamentare, nient’altro.

    Cordiali saluti.
    Alberto Defilippi.

  2. Rosario Amico Roxas

    vanno avanti come un plotone militare

    Questa sua, egr. on. Sarubbi, finisce con il diventare una definizione “buonista”.
    Apprezzo, come moltissimi altri, la sua spiccata vocazione a pensare (cosa rara in questo momento politico) con conseguente dissenso dalla linea ufficiale del partito, che non diventa un viatico per “saltare il fosso” verso più amene rive di un potere aggressivo e fagocitante.
    L’uso della maggioranza per legiferare CONTRO gli interessi nazionali, non identifica un plotone militare, piuttosto militarizzato, messo in riga, altrimenti si salta il rancio.
    Il dissenso interno è dialettica, è democrazia, è coerenza con se stessi, purchè non ceda alle lusinghiere sirene flautate che promettono paradisi artificiali e godurie da ingurgitare oggi, presto, senza guardare al domani immediato o al futuro per chi attende da noi una strada spianata.
    Onore al merito, che poi coincide con l’onestà morale e culturale, ma si corregga, o mi permetta di correggerla; quell’intruppato manipolo non è un plotone militare, ma un “plotone di esecuzione” sotto i cui colpi sta cadendo la libertà, la dignità, il coraggio, la speranza.

  3. “Se vieni dalla società civile, come è il tuo caso, è chiaro che rifletti una serie di sensibilità diverse e non allineabili.”
    Questo potrebbe essere un buon invito a tante persone restii a buttarsi nel gioco della politica che abbiano la fortuna, a differenza del sottoscritto, di non avere la gastrite che nel mondo politico si troverebbe a suo agio 🙂

    Il tuo modo di agire ti identifica come persona retta e trasparente e, secondo certe definizioni pratiche, come pessimo politico.

    Perchè queste famose maggioranze (o minoranze) trasversali che dovrebbero esserci (i cattolici, i liberali, i socialisti…), in realtà non ci sono. Non è possibile che ci siano leggi o iniziative che prescindano dai programmi (o dai dettami) di partito.
    D’altronde, c’è un caso lampante in cui un Sarubbi avrebbe dato fastidio: quando il governo Prodi cadde per mano di Rossi e Turigliatto su un tema, la politica estera, per cui mai governo italiano era caduto. Forse Rossi e Turigliatto non agirono in nome di una libertà, di una (parole grosse?) obiezione di coscienza.

    Bellissima poi quella descrizione: “sarei rifondarolo […], radicale […], vicino a Buttiglione […], liberale […]”.
    Forse, questa ridda di definizioni si potrebbe riassumere in una sola: sei giovane. E stai dando, magari, un esempio del perchè la politica, ma non solo, dei giovani abbia tanta paura.

  4. Caro Andrea, il tuo post è come sempre correttissimo: indichi la tua posizione analizzando le motivazioni senza però trascurarne le criticità. Non mi dilungo quindi sull’aspetto del vincolo del parlamentare al rispetto della linea di partito che l’attuale sistema elettorale gli “imporrebbe”, perché non è stato eletto dal popolo sulla base delle preferenze, ma solo in base ai voti percepiti dalla lista nel suo complesso.
    Voglio però tornare indietro con la memoria a 12 mesi fa. Il 24 gennaio 2008 il governo Prodi non ottenne la fiducia del Senato, ed iniziò la crisi di governo che avrebbe portato alle elezioni e alla vittoria del PdL.
    Tutto ciò avvenne per l’assoluta “indisciplina” dei parlamentari all’interno della coalizione di governo. Gli esponenti politici della maggioranza sembravano più interessati a rimarcare i loro distinguo rispetto all’azione di governo (con la conseguente visibilità mediatica) che a sostenere lealmente, e coerentemente con gli impegni della campagna elettorale, il governo.

    Oggi che sei rappresentante dell’opposizione la tua libertà di voto non crea problemi alla coalizione in cui ti trovi. Se però fossi un esponente di una risicata maggioranza, come agiresti? Quali tormenti nascerebbero nel tuo animo?

    Capisco poi i commenti ricevuti su Facebook, ai quali la tua risposta si addice solo in parte. Sono infatti fortemente convinto che il Partito Democratico sia nato con una malformazione genetica che gli impedirà sempre di trovare un “alto punto di sintesi”, come si diceva una volta. Lasciatelo dire da uno che vive la vita di un circolo PD e di scaramucce interne ne vede e ne sente ogni giorno!

  5. Ho visto. Mentre è importante seguire le indicazioni del partito o del gruppo, e l’unità dell’azione è importante, alla fine dei conti qualche volte è necessario seguire la propria coscenza. Il parlamento, secondo la costituzione, è sovrano, e quindi un deputato non può essere solo uno strumento del partito (anzi, dovrebbe essere più veri il contrario).
    Alla fine, anche se il realpolitik è pravalso, almeno qualche voce di dissenso a favore di temi trascurati negli accordi internazionali come giustizia e etica sono stati sentiti. Quindi, bravo.
    Una cosa è seguire il partito in voti di fiducia o finanziaria, l’altro su questioni di implicazioni morale.

  6. E’ sempre interessante sentirti parlare della difficoltà che si incontra in aula nel conciliare il proprio giudizio (che è frutto della propria personale sensibilità, della propria formazione e del proprio vissuto) con le esigenze più generali di un gruppo parlamentare, con una strategia politica e con le posizioni di altri rappresentanti. Le tue descrizioni riescono ad “umanizzare” in modo singolare il dibattito politico e a riavvicinarlo al mondo reale (e il pizzico di umorismo dato dall’auto-definizione di “rifondarolo” non guasta…).
    Complimenti a parte, leggendo il tuo post e i commenti precedenti avrei un paio di riflessioni da fare:
    1. Se il tuo andare “in direzione ostinata e contraria” crea qualche perplessità perché da parlamentare nominato e non eletto dovresti seguire le direttive di chi ti ha messo in lista, bisogna considerare che lo stesso “deficit di rappresentatività” rispetto all’elettorato ce l’hanno coloro che costituiscono la corrente maggioritaria nel partito. Nessuno in questo parlamento è stato veramente scelto e quindi nessuno (nemmeno i leader che dettano la linea su alcuni temi) può considerarsi più legittimato di altri a dire che la propria posizione rappresenta quella dell’elettorato del PD. In fin dei conti, se su certi argomenti c’è una posizione che nel PD è maggioritaria, è solo perché nella compilazione delle liste si è supposto – sulla base di una conoscenza storica dell’elettorato – di doverla rappresentare in quella proporzione. Insomma, si sono fatti degli “assunti statistici”. Ma se si considerano validi certi assunti per le maggioranze, altrettanto validi devono essere considerati quelli sulle minoranze (talvolta) dissenzienti… Insomma, il tuo collega non ha tutti i torti quando dice che chi ti ha candidato lo sapeva. E io non mi stupirei più di un tanto se – attraverso l’assurdo giro imposto da questa legge elettorale – tu rappresentassi, su qualche tema, veramente la posizione di una parte degli elettori del PD.
    2. Il fatto che tu voti i provvedimenti valutandoli nel merito e non seguendo pedissequamente gli “ordini di scuderia” ti fa certamente onore, come fa onore al PD il fatto che permetta al proprio interno la possibilità di dissentire. E’ tuttavia più che probabile che tanta libertà di azione sia più facilmente tollerabile nell’opposizione laddove – non ce lo nascondiamo – lo spostamento di qualche voto, non crea oggettivamente problemi. La domanda dunque, come dice Magociclo, è: quale sarebbe il tuo comportamento ed il comportamento del partito di fronte ad una situazione di governo in cui ci fosse un voto decisivo? Negli anni passati, ciò che ha sempre distrutto ogni possibilità di governo con la cosiddetta sinistra radicale è stata la sua dichiarazione di “non negoziabilità” su un così vasto raggio di temi da rendere impossibile ogni forma di compromesso. Ma la politica è l’arte del compromesso, e in questo contesto, questa parola non ha affatto valenza negativa. Governare, in fin dei conti, è un po’ come giocare a scacchi: qualche pezzo (anche se di valore) va sacrificato se si vuole ottenere un risultato positivo alla fine. Quindi la domanda fondamentale è: su cosa saresti disposto a fare un compromesso e cosa invece è “non negoziabile” per te? Quali posizioni di coscienza accetteresti di sacrificare in cambio di un risultato vantaggioso per la collettività?

    Come sempre, buon lavoro.

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