Liberi e forti

La retorica degli anniversari ha colpito pure me, e così sono andato a rileggermi l’appello di don Luigi Sturzo ai liberi e forti, che proprio oggi compie 90 anni. Impressionante per l’attualità. E non mi stupisce, naturalmente, che sia attuale per le idee – il Vangelo ha 2 mila anni, ma è sempre lì – quanto per i problemi che denuncia e che l’Italia, quasi un secolo dopo, non è ancora riuscita a risolvere. Direi pure il mondo, visto che già nel 1919 Sturzo chiedeva alla Società delle Nazioni (oggi diremmo all’Onu)  di riconoscere “le giuste aspirazioni nazionali”, di affrettare “l’avvento del disarmo universale”, di difendere “la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose”, ma soprattutto di avere “la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli”. Non vi vengono in mente i civili uccisi a Gaza, la minaccia nucleare iraniana, la persecuzione dei cristiani in India, la guerra nel nord Kivu? È come se si stesse svolgendo una terza guerra mondiale, a 90 anni dalla prima, ma stavolta in maniera diversa, delocalizzata. Quanto ai problemi dell’Italia, leggi l’appello ai liberi e forti e ti sembra di leggere il giornale: convivenza tra Stato ed enti locali (non stiamo discutendo in queste ore del patto di stabilità per i Comuni?); centralità delle formazioni intermedie come la famiglia (che non si aiuta abolendo l’Ici, né con le social card); libertà di insegnamento (a proposito: sono appena entrato nell’intergruppo parlamentare per il buono scuola, formato da deputati e senatori di diverse provenienze); riforme necessarie ed urgenti “nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro”, per tendere “all’elevazione delle classi lavoratrici” (no comment, perché non c’è bisogno); riforma tributaria (avete letto che quest’anno si lavora per lo Stato due giorni in più?); soluzione del problema del Mezzogiorno (ma su questo, con la Lega al governo, stiamo tranquilli). Un programma di centro? No, un programma di sano realismo, che oggi sulla carta mette d’accordo tutte le forze politiche: tanto è vero che, se ti metti ad analizzare dove sia andata a finire l’eredità di don Sturzo, puoi dire tutto e il contrario di tutto. Se entri, per esempio, nella sede dell’Udc in via due Macelli, vai subito a sbattere contro un suo busto. Nel Pd, invece, è confluito il Partito popolare italiano, passato attraverso la Margherita. Mentre i popolari europei sono diventati ormai la versione internazionale del Pdl, visto che tra le ultime offerte di Berlusconi pare ci sia un “ruolo apicale” per Fini in Europa. Quando avrò finito gli anni (parecchi, temo) di Purgatorio e troverò don Sturzo in Paradiso, vorrei sapere cosa ne pensa.

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3 risposte a “Liberi e forti

  1. “Un programma di centro? No, un programma di sano realismo”
    Secondo Giovanni Bianchi è proprio questa la definizione di “Centro”.

  2. Rosario Amico Roxas

    Il tentativo di impostare un dibattito sul “Cattolicesimo politico” che fu di Sturzo e di tutti i fondatori della DC, oggi si scontra con una lunga serie di “distinguo”: dal nuovo cattolicesimo dei politici”, ambiguo e indirizzato al consenso elettorale, al “cattolicesimo degli atei” con antesignani come Pera e Ferrara. Siamo arrivati al paradosso per cui emerge anche un “cattolicesimo dei tifosi del calcio” per i quali Dio stesso interviene a sostegno di una squadra !!!
    Arriviamo, dunque, al cattolicesimo politico o si tratta, piuttodto di una pesca al consenso cattolico ?

    Prima di discutere di “cattolicesimo politico” urge sfrondare l’orizzonte dialettico dalle confusioni che ammorbano l’aria; necessita valutare con onestà intellettuale l’itinerario da perseguire e gli scopi da pianificare.
    In poche parole necessita analizzare le ipotesi divergenti, che, a parole, potrebbero apparire complementari, ma nei fatti si contrastano nel metodo, nel contenuto e nei fini.

    1) Quando la politica guarda al mondo cattolico come fine e non come mezzo per ereditarne, in versione laica, l’etica; il fine programmato, in questo caso è rappresentato dal consenso, che diventa abusivo, ipocritamente perseguito, finalizzato all’esercizio del potere. Tutto ciò ci fa assistere all’apertura della “pesca al consenso cattolico”; si tratta di una pesca a strascico che non opera selezioni, valutazioni, bensì acchiappa tutto pur di fare massa, numero.
    2) Quando il mondo cattolico si rivolge al mondo politico per stimolare la “qualità” dell’azione di governo, superando le apparenze che illudono i meno attenti. In questo caso l’itinerario è già ampiamente tracciato dal Magistero della Chiesa, in tutte le sue tappe evolutive, segnate dai momenti più significativi che vanno dall’esordio con l’enciclica rerum Novarum, alle successive precisazioni della Quadragesimo Anno, del Concilio Ecumenico Vaticano II, della Pacem in Terris, della Populorum Progressio e della Centesimus Annus. In questo itinerario non c’è posto per i neofiti per convenienza, per gli apostati per interesse, per i nuovi sofisti della parola

    Quando la politica guarda al mondo cattolico…..

    La vediamo e lo subiamo con un Magdi Allam, nelle tappe ben studiate di una sua presunta conversione che nasce dall’apostasia critica dell’Islam, identificato come la “religione del male assoluto” volendo far dimenticare la risoluzione del Concililo Ecumenico Vaticano II: “”Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il creatore, e tra questi in particolare i musulmani” (Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, 16).
    Le tappe successive dell’ itinerario di Magdi Allam, evidenziano una regia più o meno occulta che mira dritto agli scopi di visibilità, idonei a proporre una visione particolaristica del cattolicesimo.
    Battesino in San Pietro, la notte della resurrezione di Cristo, trasmesso in mondo visione, nello sfarzo delle luci, dei canti, dei salmi, con un Sommo Pontefice ridotto a figura di appoggio al prim’attore; funzione che ha avuto tutto il sapore di una studiata provocazione al mondo islamico, proprio mentre dal mondo cattolico e cristiano si levano le voci che chiedono un dialogo e un confronto con l’Islam, religione con la quale ci si sente accomunati dalla fede nel Dio Unico, dalla religiosa adesione all’insegnamento di Gesù (rappresentante di Dio in terra: Khalifat Allah e amore di Dio, “rahamatn minna”), dalla venerazione a Maria Vergine:

    “In verità, o Maria, Dio ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (Corano III, 42)

    “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota” (Corano LXVI, 11-12)

    Quindi la lettera che lo stesso Allam ha indirizzato allo stesso Pontefice, ispiratrice di odio, di razzismo, farcita di demagogiche e strumentali falsità, e ancora la fondazione di un partito politico che avrebbe la presunzione di raccogliere i consensi del mondo cattolico; il tutto in un apparente silenzio-assenso dello stesso Vaticano che non ha ritenuto opportuno prendere le distanze dalla demagogica apostasia che confonde il mondo cattolico.

    La “pesca a strascico al mondo cattolico” prosegue con il volume di Marcello Pera “Non possiamo non dirci cristiani”, che ha ricevuto il placet e l’imprimatur dallo stesso Pontefice, in una lettera di accompagnamento dal tono familiare, inusuale in un documento pontificio, farcito di lodi come “lettura affascinante….,conoscenza stupenda…, logica e coerente…, inconfutabile…, grande chiarezza…, per finire con l’auspico che il volume…trovi larga accoglienza.
    Già il titolo stesso premette la condizione di apparenza che viene privilegiata alla concretezza dell’essere; Pera privilegia il “dirsi” cattolico all’essere cattolico e il pontefice approva !!! Afferma, inoltre, di trovarsi d’accordo con il sen. Pera nel riconoscere che «all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio».
    Il mondo cattolico, così, è invitato a dimenticare che il liberalismo fu ed è il padre diretto del capitalismo economico di mercato, causa della strage degli innocenti per la povertà strutturale che genera a vantaggio dei ricchi e degli speculatori finanziari come l’attuale crisi mondiale dimostra. Aggiunge ancora che senza questo radicamento il liberalismo «distrugge se stesso», stabilendo così un nesso diretto e indissolubile tra liberalismo e cristianesimo. Si deve dedurre che un cristiano non può non essere liberista se vuole essere coerente con la propria fede ?
    Il papa, inoltre, facendo sue le tesi di Marcello Pera dichiara che
    «un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo»,
    distinguendo così, giustamente, fede e cultura, ma escludendo definitivamente qualsiasi incontro sul piano della fede che resta così chiusa a qualsiasi confronto. Questa affermazione si pone in netto contrasto con il magistero del concilio Vaticano II, che afferma:
    «Essa [la Chiesa] perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni … riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi»
    (Nostra Aetate, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le Religioni non cristiane, del 28 ottobre 1965, n. 2).
    (La Chiesa)…. Promuove quindi «riunioni che si tengono con intento e spirito religioso tra cristiani di diverse Chiese o comunità» e «il “dialogo” condotto da esponenti debitamente preparati, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria comunione e ne presenta con chiarezza le caratteristiche. Infatti con questo dialogo tutti acquistano una conoscenza più vera e una stima più giusta della dottrina e della vita di ogni comunione» (Unitatis Redintegratio, sull’Ecumenismo, 21 novembre 1964, n. 4).
    Per finire con la firma Benedetto XVI, che conferisce al saggio di Pera un’autorevolezza superiore a quanto meriti e non condivisa da moltissimi cattolici.

    Questa la sintesi aggressiva al mondo cattolico e la messa all’indice di chi osasse dissentire, perché allora vengono identificati come “marxisti e leninisti” che non meritano nemmeno di sedersi intorno ad un tavolo di confronto, appestati dal medesimo “virus” iniettato dal Magistero Sociale della Chiesa, che si vorrebbe stravolgere, in uno con lo sconvolgimento della Costituzione italiana.

    Quando il mondo cattolico guarda al mondo politico…..

    L’idea di un “cattolicesimo politico” ebbe la sua massima espressione nell’enciclica “Populorum Progressio” , momento alto dell’adesione sociale ai temi etici del cattolicesimo.
    Voci vecchie e antistoriche coniarono per Paolo VI il soprannome di ‘Papa comunista’, perché aveva voluto andare oltre l’interpretazione di un Vangelo consolatorio e aveva voluto calare nell’attualità il Verbo della universalità e della uguaglianza di tutti gli uomini non solo davanti a Dio, (sarebbe stato un discorso limitato al mondo dei credenti), ma identificando tale uguaglianza nell’intima natura dell’uomo, senza distinzioni di razza, cultura, qualità della vita, sviluppo tecnologico o religione: un discorso cattolico e, quindi, universale.
    Nel rigurgito di un anticomunismo antistorico e di propaganda che ci sta martellando in questi anni, che hanno superato il 2000, risulta molto evidente la ragione per la quale Paolo VI, con la Sua PP, sia stato messo da parte, con la segreta speranza che fosse anche dimenticato.
    Altre ragioni motivano il silenzio intorno alla PP, particolarmente in questi ultimi anni dopo il 2000, queste ragioni vanno ricercate nei temi dottrinali contenuti nel documento pontificio; tali temi non sono tutti preesistenti alla PP, alcuni vennero solamente ampliati, mentre altri rappresentarono una novità dottrinale caratteristica del tempo e profetica dei tempi futuri, come possiamo oggi ben constatare. L’elemento di maggior rilievo che oggi colpisce e condanna il metodo socio-politico dell’Occidente, è rappresentato dalla condanna esplicita dei principi del liberismo economico.

    • I diritti di proprietà e di libero commercio non sono assoluti, ma ‘subordinati’ alla ‘regola della giustizia, che è inseparabile dalla solidarietà’ (PP n. 22, 23, 58).
    • E’ un’esigenza la espropriazione dei beni non utilizzati con sufficiente socialità (PP n. 24).
    • Non sarà mai sufficiente la condanna del capitalismo ‘senza freno’ , della ‘concorrenza come legge suprema dell’economia’ e del ‘profitto come motore essenziale del progresso economico’ (PP n. 26).

    Questa condanna non è nuova, poiché è connaturata con tutta la polemica antiliberale, che, sviluppata a oltranza, ha indotto settori interessati della politica mondiale imperniata sul capitalismo, ad usare nei confronti del pensiero sociale della PP la qualifica equivoca di “socialismo cristiano”, che si affianca al “cristianesimo sociale”. Parallelamente alla condanna del neo-liberismo produttore del capitalismo monopolistico, altri temi vennero sviluppati seguendo l’evoluzione dei tempi, giungendo a momenti di vera profezia: un’analisi anche superficiale dei tempi attuali documenta la lungimiranza di Paolo VI. I temi ampliati e sviluppati sono quelli inerenti i principi di etica sociale nei rapporti tra individui (ricchi e poveri) o tra classi (datori di lavoro e lavoratori); nella PP questi stessi principi vengono estesi alla urgenza etico-giuridica dei rapporti tra popoli; la divisione del pianeta in Nord (ricco e sprecone) e Sud (arretrato tecnologicamente e vivente sotto i limiti della dignità della vita) è l’opposto di quanto Paolo VI auspicava e che ha lungamente predicato.

    • Nella Rerum Novarum il Pontefice Leone XIII aveva ritenuto insufficiente il libero consenso delle parti nella stipula dei contratti di lavoro, in quanto tali contratti devono rispondere ai criteri di giustizia obiettiva (PP n. 27).
    • Con la dilatazione delle tematiche a livello planetario Paolo VI estese lo stesso concetto anche ai contratti stipulati fra popoli, per tutelare l’equità a favore dei più deboli (PP. N.29)

    L’uso esclusivo dei beni, condannato già per l’individuo negando al diritto di proprietà privata ogni valore assoluto in tutta la tradizionale dottrina della Chiesa, non è ammissibile neppure per i popoli.

    • ‘Nessun popolo può pretendere di riservare a suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone’, si afferma con chiarezza nella PP, che si richiama allo stesso principio sostenuto dal Concilio Ecumenico Vaticano II (PP n. 48).
    • Sulla stessa via si continua con la valutazione riguardante il superfluo: il dovere che l’individuo ha di riversare sugli altri i beni che superano il proprio bisogno; nella PP diventa un dovere anche per i popoli ricchi nei confronti di quelli poveri (PP n. 49).
    • Il riferimento della PP al Concilio si collega al concetto di superfluo già indicato da Papa Giovanni XXIII e riportato in nota nella Gaudium et Spes: ‘considerare il superfluo con la misura della necessità altrui’ (Gaudium et Spes n. 69, nota 10).
    • La programmazione viene indicata come la via più corretta per facilitare l’intervento dei poteri pubblici nel coordinare le iniziative personali nel campo della solidarietà (Mater et Magistra, n. 19, 20, 21).
    • Così tecnicamente precisata, la programmazione venne rinforzata nella sua validità operativa e proposta sulla via della ‘liberazione dell’uomo dalle sue servitù’ materiali (PP n. 33, 34, 50)

    Su questo insieme di elementi dottrinali rielaborati e amplificati si innestò una dimensione nuova e originale, da sociale interpersonale e interclassista a sociale internazionale e universale.
    E’ certo che non si può affermare che la PP si sia fatta prendere la mano da una visione economicistica della vita; basta dire che il problema fu affrontato come una delle componenti economico-morali dello sviluppo dell’umanità, questo dato concorre ad attribuire alla PP quel volto di modernità e di attualità che si rinnova e riesce anche a diventare profetico.

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