La parità a senso unico

Dal giorno in cui ho fatto l’esame di demografia in poi, non sono mai stato contrario alla proposta di mandare le donne in pensione a 65 anni: per questo, quando il ministro Brunetta l’ha ritirata fuori, non ho avuto nulla di originale da dire. Avrei ripetuto un unico concetto, in due modi diversi: prima, ricordando che le donne campano più degli uomini e quindi il loro periodo di pensione è decisamente troppo lungo, perché a 60 anni sei ancora una ragazzina; poi, rimarcando che in genere le donne hanno una carriera più lenta della nostra (per l’assenza dovuta alle gravidanze se sei dipendente; per la difficoltà di rientrare nel mercato del lavoro dopo le gravidanze se non lo sei; per la conciliazione più difficile con i tempi familiari, in entrambi i casi) e dunque mi sembrerebbe giusto allungarla un po’, per permettere loro di “spingere sull’acceleratore” quando i figli sono ormai grandi. Ero indeciso se scrivere queste banalità o meno, quando una mia amica di Facebook, Elisabetta Suffredini, mi ha fatto leggere una sua nota: così lucida che ve la ripropongo.

Fa sempre piacere quando viene riconosciuta l’uguaglianza fra uomo e donna. È un passo avanti per i diritti, un segno di civiltà e di modernità… bla bla bla e compagnia cantante. Non mi strapperò quindi certo i capelli di fronte allo logica e condivisibile proposta di uniformare le età di pensionamento delle donne a quelle degli uomini. Mi viene però un po’ da ridere al pensiero che da noi la parità si afferma sempre a partire dall’uguaglianza dei doveri e mai da quella dei diritti. In Italia, le donne hanno maggiore difficoltà a trovare lavoro (anche in condizioni di parità o di superiorità di formazione scolastica), sono mediamente più impiegate con contratti atipici, guadagnano meno dei colleghi pari-livello uomini, fanno meno carriera (anche perché se devi occuparti della famiglia non puoi permetterti di lavorare 14 ore al giorno come impone il must del carrierista) e soprattutto sono costrette a fare i salti mortali per far quadrare le esigenze del lavoro con quelle della vita: se alle 8 accompagni i bambini a scuola e all’una li vai a riprendere come fai ad essere in ufficio? e se prendi una tata per questo, non rinunci a metà del tuo stipendio? se vuoi tornare al lavoro dopo la maternità puoi contare su un nido all’interno o in prossimità del posto di lavoro? [ma quando mai!] quanto è flessibile il tuo orario di lavoro se c’è un anziano da assistere in casa? [in genere zero]. Mi fermo qui perché tanto siamo tutti al corrente della situazione. Allora, qualche suggerimento al Ministro Brunetta che ha dichiarato che si adopererà per introdurre il limite dei 65 anni a partire dalla P.A.:
– un nido ed un asilo statali (con orario prolungato) ogni 100 donne impiegate dalla P.A., dei quali le lavoratrici di strutture della P.A. territorialmente vicine si possano servire;

– uno “sportello amico” che si occupi di trovare assistenza qualificata (colf, badanti, tate, etc.) gestendo tutte le pratiche connesse (contributi, dichiarazione di domicilio, etc.), di trovare le migliori soluzioni di “flessibilità lavorativa” (part-time, sostituzioni temporanee, telelavoro, etc.) e di organizzazione (scuolabus, car-sharing, etc.) per facilitare un pò la cogestione di lavoro e famiglia alle dipendenti.
E per favore, non tiriamo fuori il mantra “non ci sono fondi”. Noi siamo disposte a lavorare qualche anno di più, quindi – avendo redditi più alti – pagheremo qualcosa di più di tasse e non graveremo sull’INPS come pensionate. Questa “differenza”, creata dal nostro lavoro, usatela per noi. Per una volta.

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2 risposte a “La parità a senso unico

  1. Perfettamente d’accordo. Basta con il chiedere la parità solo quando conviene. Accade questo con le pensioni femminili, accade con l’Iva per Sky … sempre solo e quando conviene.

    Ciao

  2. Un applauso a Elisabetta Suffredini!!!!!!Concordo su tutto.

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