La questione trasversale


Da tempo sto lavorando sottotraccia ad una nuova proposta di legge sulla cittadinanza: in Italia, come sapete, si ottiene solo per ius sanguinis ma non per ius soli. In sostanza, se sei nato qui non conta nulla, né se hai frequentato qui le scuole: dipende tutto dai tuoi genitori, non da te. Ne ho parlato anche con Giorgia Meloni, ma la sua risposta è stata secca: “Per me la patria è un premio, che va meritato”. Pensavo fosse quella la linea di An, e calcolando anche la prevedibile ritrosia della Lega non mi ero fatto troppe illusioni sulla disponibilità della maggioranza. Fino a quando, oggi, non ho sentito le parole di Gianfranco Fini, che ricalcavano i concetti espressi poco prima da Giorgio Napolitano. Al Quirinale, il presidente aveva definito gli immigrati “un fattore di freschezza e di forza” per l’Italia, invitando ad “un clima di apertura e di apprezzamento”, in vista di una convivenza “feconda e pacifica”. Quanto agli ingressi, Napolitano ha tagliato le gambe alla proposta della Lega di bloccarli per due anni, citando tra gli obiettivi “l’accoglimento di un numero crescente di nuovi cittadini”. Proprio sul concetto di cittadinanza, dicevo, si è soffermato Fini, che ha definito “maturi i tempi per discutere di una nuova legge” e si è augurato una modifica già in questa legislatura. L’ho ringraziato personalmente, con un bigliettino, e gli ho espresso l’auspicio che la sua voce non resti isolata all’interno del Pdl: la giornata di oggi, infatti, segna a mio parere un momento importante nel dibattito sull’immigrazione, perché è la prima volta che il Centrosinistra non viene lasciato solo. Finora, noi a difendere gli immigrati ed a chiedere diritti; il Centrodestra ad attaccarli ed a mettere l’accento sui doveri. Gianfranco Fini, oggi, ha finalmente deideologizzato la questione, rendendola trasversale: se la nuova legge sulla cittadinanza passerà davvero, dovremo ringraziarlo a lungo per il coraggio di smarcarsi.

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7 risposte a “La questione trasversale

  1. Ho letto con attenzione questo tuo articolo, e sono pienamente d’accordo con una politica di accoglienza per gli immigrati e con ciò che ha detto Napolitano. Sono felice che Fini sia sensibile a queste questioni. Certo l’attuale legge sull’imigrazione ha anche la sua firma…

  2. Si … bisogna regolarizzare . chi è nato qui in Italia… nn è possibile che debbano aspettare i 18 anni per fare le procedure di cittadinanza…. però bisogna anche cambiare la legge di regolamentazione dei flussi ….e cercare di arginare l’enorme flusso di “” clandestini”””che si riversa giornalmente sulle nostre coste……

  3. umberto ingrosso

    Il problema non sono gli immigrati,ma i clandestini che vengono in Italia senza esserci invitati:alcuni ci vengono per delinquere,altri ci vengono e basta,senza nessuna prospettiva .Devono andarsene,a parte i casi piu’ disperati.A sognare di venire a sistemarsi in Europa ed USA sono,piuì o meno ,un paio di miliardi di prsone.

  4. Ooh, finalmente un’indicazione precisa da parte di UI: “…devono andarsene, a parte i casi più disperati”.
    Forse però, per svolgere una vera informazione di servizio potrebbe dare anche qualche suggerimento ai circa 2 mld di persone che ha identificato bisognosi di nuova sistemazione. Ad esempio dove potrebbero andare, con quale tour operator potrebbero prenotare il viaggio, se sono previsti punti mille miglia per la trasferta, se è meglio in nave da crociera o in jet… tutti temi che affliggono pesantemente i 2 mld diclandestini che cercano una nuova Patria!

  5. Beh, io penso a quelle povere persone che scappano dalla propria terra perchè vivono fra guerre, persecuzioni e carestia…mi immagino queste persone che vedono solo la morte davanti ad esse…(qualcuno muore anche di fame o sete)…e sperano di raggiungere le coste italiane (come quelle spagnole) solo per poter ‘campare’ un pò di +!
    Tanti immigrati aiutano l’economia del nostro paese, perchè, lo sappiamo bene, ormai noi italiani alcuni lavori non vogliamo più farli (come ad es. lavorare nella terra, ma anche tagliare ad esempio la stoffa per realizzare cravatte di un famoso imprenditore napoletano conosciuto in tutto il mondo…). Penso anche alla scuola italiana: senza i bambini ‘non italiani’ (non mi piace la parola stranieri) chiuderebbero molte scuole a causa del basso numero di alunni…penso alla chiesa, senza tutti i sacerdoti che ogni giorno sono al servizio dei fedeli…penso alle nostre famiglie che riescono a vivere con l’aiuto di badanti e colf…
    Però penso anche a coloro che vengono qui solo per delinquere e portare droga, armi e prostituzione…beh, se loro vengono vuol dire che forse qualcuno (mafia???camorra???) li ha chiamati ed ha creato ponti con loro…non si può fare di tutta l’erba un fascio e sono felice che anche il presidente della camera Fini sia d’accordo con Napolitano sulla freschezza e forza che gli immigrati possono dare al nostro Bel Paese.

  6. Io mi associo ad Umberto Grosso. Va bene regolarizzare, ma occorre distinguere tra chi delinque e chi, cerca, un vero lavoro e rifugio in Italia. A mio avviso, non siamo un paese in grado di dar lavoro…troppi Italiani vivono il dramma della perdita del posto di lavoro, le famiglie stanno tirando la cinghia…Ci sono tanti aspetti da considerare: un Italiano che non ha un lavoro ed ha una famiglia da mantenere che ha davanti un immigrato che lavora, perchè abbiamo regolarizzato, perchè lui si adatta ecc…può generare un caso di violenza nei confronti dell’immigrato?

  7. LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO
    di SUMAYA ABDEL QADER

    Autrice del libro Porto il velo, adoro i Queen-Nuove italiane crescono

    Al mio Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano

    Caro Presidente
    Le scrivo per esprimerLe gioia ed emozione, malinconia ed amarezza.
    I primi due sentimenti nascono dal suo storico incontro con i nuovi italiani, incontro in cui, forse, per la prima volta un’Istituzione così importante riconosce come tali.
    I secondi sentimenti invece nascono dalla delusione di non poter far parte, sulla carta, di quel gruppo di giovani.
    Nata in Italia, a Perugia, 30 anni fa. Per un disguido burocratico che ha creato una interruzione di 3 mesi nella residenza mia e delle mie sorelle sul suolo italiano, abbiamo perso la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana per diritto di nascita.
    Ma non parlerò delle difficoltà che tale situazione ci ha creato negli anni, tra rinnovi dei permessi di soggiorno, gite perse all’estero a scuola o con amici, lavori impossibili da ottenere e così via.
    No.
    Le voglio parlare dell’amore che provo per questo Paese, della voglia di farne parte comunque, sempre, al Suo servizio, fedele e cosciente.
    L’Italia ha accolto i miei genitori giovanissimi. Il suo popolo li ha curati, cresciuti, amati. La sua gente ha accolto noi figli. Ci ha amati, cresciuti, educati.
    Noi abbiamo risposto. Amando l’Italia, abbracciando i suoi principi e la sua cultura.
    Si, abbiamo radici altrove (che vogliamo curare e valorizzare come ricchezza e elemento aggiunto alla nostra identità), ma tutto il nostro tronco e i nostri rami sono qui. Qui i nostri frutti cresceranno, cadranno, doneranno nuovi semi che daranno nuova energia al grande e meraviglioso ciclo della vita.
    Caro Presidente, mi auguro che il Suo appello di serietà, rispetto, considerazione e “investimento” sui nuovi italiani, giunga al cuore di chi questo Paese lo guida e lo proietta verso il futuro. Un futuro che deve dar spazio a tutti, nel rispetto dei diritti umani chiedendo in cambio il giusto dovere civico e non solo.
    Noi, nuovi italiani (anche se non tutti confermati sulla carta) siamo in “piena identificazione con i valori di storia e di lingua, e con i principi giuridici e costituzionali che sono propri della nostra nazione e del nostro Stato democratico”.
    Chiediamo di essere riconosciuti, con più facilità e in tempi ragionevoli, non dimenticando che una fascia significativa dei potenziali nuovi italiani sono figli di immigrati nati e cresciuti nel nostro Paese, a maggior ragione con il diritto di ritrovarsi inseriti ufficialmente tra i cittadini italiani.
    Chiediamo di naturalizzare il nostro essere italiani anche se ne siamo un po’ una rivisitazione.
    Concedere e riconoscere tutto ciò non solo sulla carta ma anche socialmente e civilmente, evitando la creazione di ghettizzazione, l’esclusione sociale e i cittadini di serie B.
    Chiediamo un modello italiano di cooperazione, interazione e interdipendenza che faccia dell’Italia un esempio per tutto il mondo. Siamo ancora in tempo.
    Per una antica legge della natura, i caratteri nuovi sono spesso motivo di forza, innovazione, propulsione in avanti e perché no una risposta alle sfide del futuro.
    Fedele alla Repubblica e alla Patria italiana e in attesa che essa mi riconosca come sua nuova figlia, auguro a Lei e a tutte le donne e gli uomini che scelgono il bene e respingono il male, serenità, armonia, pace e amore.

    Sumaya Abdel Qader
    Milano, 14/11/08

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