L’Africa dell’Europa

Una marea di sedie vuote – siamo a giovedì pomeriggio e si torna nei collegi – e pochissimi ad ascoltare: una mozione, d’altra parte, è poco più di un pizzicotto ad un governo che va dritto per decreti e non si ferma all’alt del Parlamento. Ma sono stato contento di firmarla, insieme a Livia Turco e ad altri miei colleghi, perché il grido dei poveri arrivasse a Montecitorio. Che siano in pochi ad ascoltarlo, purtroppo, non è una novità. Ho parlato anch’io, forse al vuoto ma ho parlato.

ANDREA SARUBBI. “I poveri sono anonimi e faticosi e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l´Africa dell’Europa: con più violenza e meno dignità”.
Sono parole di un gesuita, padre Antonio Valletti, del centro Hurtado di Scampia, alla periferia di Napoli. Napoli è il mio collegio elettorale. È il capoluogo della regione con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. “Migliaia di persone e di bambini – dice il presidente del banco alimentare di Caserta, Luigi Tamburro – ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità”.
Ho trovato queste dichiarazioni sulla Repubblica di sabato scorso, in una bellissima inchiesta sui nuovi poveri del Sud che emigrano al nord: “120 mila nell‘ultimo anno, 50 mila dalla sola Campania”. Tra emigrati al nord, all’estero e pendolari, Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. “Quasi un napoletano su tre non ha il necessario per sopravvivere, due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l’affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento e tra chi lavora, due su dieci guadagnano meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all´anno, contro i 33 mila della Lombardia. Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68.
Già questi dati sono agghiaccianti. Ma non è tutto qui, purtroppo, perché la povertà porta con sé una catena di conseguenze negative. Sempre alla Repubblica, il direttore della Caritas campana, Gaetano Romano, ha detto: “Ormai solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori”.
Se le cose stanno così – e purtroppo stanno così – non è un problema di destra o di sinistra. Tanto è vero che numerose associazioni ed organizzazioni della società civile italiana, dalla Caritas alla fio.PSD (Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora), dalla Rete Europea contro la Povertà al Gruppo Abele, dal CNCA (Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza) alla CISL ci stanno invitando in questi giorni a trattare la discussione con la massima serietà e senso di responsabilità, evitando di dividerci in faziosità sterili e controproducenti e cercando il massimo dell’intesa per produrre davvero anche nel nostro Paese una strategia organica e permanente di contrasto alla povertà.
Cos’è che non ci convince nella strategia del governo? È che, purtroppo, non si tratta di una strategia. Non c’è un approccio strategico alla lotta alla povertà. Faccio due esempi chiari. Il primo è la cosiddetta social card: un mezzo concepito in maniera non universale e di applicazione limitata, che taglia fuori migliaia di famiglie povere. Una carta che non migliora la vita delle persone in stato di grave emarginazione, o delle famiglie con persone non autosufficienti, che da troppi anni attendono una legge che riconosca pubblicamente il loro compito di cura. L’altro esempio è l’abolizione dell’Ici: definirlo, come abbiamo purtroppo sentito, una forma di contrasto alla povertà è un insulto alla povertà: chiunque di voi abbia conosciuto da vicino una persona povera, si sia relazionato realmente con una famiglia in difficoltà economiche, capirà subito perché, senza bisogno di ulteriori motivazioni.
Non è dunque con i colpi di genio che si risolve il problema della povertà, ma solo con un piano nazionale di contrasto strutturale e permanente. Un piano che l‘Italia non ha: insieme alla Grecia ed all’Ungheria, siamo in Europa l’unico Paese non dotato neppure di misure basilari di intervento, come un reddito minimo di inserimento o altri simili dispositivi. Non solo: alla lotta all’esclusione sociale, la Gran Bretagna, rispetto a noi, destina 17 volte tanto. L’1,7 per cento del Pil, contro il nostro 0,1. In Europa, la media è dello 0,9: nove volte più dell’Italia, che avrà pure problemi di spesa, ma è un dato di fatto che questa spesa non abbia mai seriamente toccato da vicino i poveri: è una questione di scelte, e quindi di politica. E la stessa Europa ci chiede di fare di più: con la dichiarazione scritta 111/2007 ci invita a porre fine entro il 2015 all’Homelessness di strada; sappiamo quanto grave e pesante sia la condizione delle persone senza dimora nel nostro Paese, diamoci subito obiettivi seri per risolvere questo problema.
Venga il Governo a riferire in Parlamento sul Piano Nazionale contro l’esclusione sociale 2008-2010 che l’Italia, come tutti i Paesi Europei, doveva presentare a Bruxelles entro il 30 Settembre, e discutiamo seriamente ed approfonditamente sul da farsi. Facciamo una vera e seria alleanza con la società civile, le associazioni, il terzo settore ed il volontariato; chiamiamo uniti il Paese ad una mobilitazione complessiva su questo tema.
Assistiamo in questi giorni, per volontà della politica, a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, accorrono a salvare la grande finanza ed imprese in crisi. Perché non dovrebbe essere possibile fare altrettanto per soccorrere ad aiutare a riprendere autonomamente il proprio cammino chi è davvero gravemente nel bisogno e lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza?

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4 risposte a “L’Africa dell’Europa

  1. 2 domande:
    potresti aggiornarci nei prossimi giorni sull’esito della mozione e sulle risposte/non risposte che avrà dal governo?

    Ma esiste in Italia un’area di “bilancio sociale” (scuola, sanità, contributi ai paesi in via di sviluppo, contributi agli organismi umanitari internazionali, lotta all’esclusione sociale…) in cui siamo almeno a livello degli altri paesi del G8?

  2. Le segnalo questo breve ma significativo scritto di Fabrizio Centofanti che ho apprezzato su un blog interessante
    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/01/il-santo-bevitore/
    Lo faccio perché mi sembra che Lei voglia veramente fare politica, così come l’autore dello scritto (un sacerdote della periferia romana) si impegna veramente nella sua missione sociale oltre che religiosa.

    Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Mi passano davanti le immagini di persone che credono in noi, che ci hanno messo la faccia, e in qualche modo la vita. Se c’è un Dio, ce la farà pagare. Ogni tanto leggo il vangelo: mi spaventa quella cosa che chiamano Geenna, dove sarà pianto e stridore di denti. Vedo gente disperarsi, mentre noi ridiamo per come siamo capaci di infinocchiare il mondo. Penso che Dio, se c’è, ci punirà per questo: per non esserci commossi di fronte al debole che crolla, fra le nostre risate. Eppure Dio me lo immagino con la faccia di Rutger Hauer. Ecco, Dio è un santo bevitore, che ha bisogno di stordirsi per reggere ogni giorno il male del mondo. Vive sugli argini spogli del lungofiume, col vestito logoro e la camicia gualcita. Beve, mentre noi ridiamo. Non credo più in niente, da quando ho visto Dio dormire su una panchina, con la bottiglia che gli pendeva da una mano. Da quando sono entrato in politica, ho capito che lui dorme ogni notte sui giornali, con gli occhi azzurri pieni di lacrime, nell’eterna umidità del lungofiume.

  3. Enrico Di Roberti

    Sto cercando di organizzare qualcosa a Scampia… Appena posso ti mando aggiornamenti!!!

  4. umberto ingrosso

    Intervista su RAI 3 di qualche mese fa:sono circa le 23,30.Domanda dell’Intervistatrice:”Lei è Cattolico?””S,sono Cattolico”,risponde con un calmo sorriso l’intervistato.”Come mai utili cosi’ alti,quest’anno?””Godevamo di un eccesso di liquidita’”,risponde lui con compiacimento.L’intervistato è il Presidente di Unipol,la piu’ Rossa delle banche,la banca dei Rossi,insieme a MPS.Ecco dove sono i soldi per i suoi poveri,Don Valletti.”Non è un problema di Destra o di Sinistra”,no: è che per qualcuno che predica bene e razzola male il cuore sta a sinistra,i quattrini a destra.Berlusconi è Cattivo,per definizione,e con lui non c’è speranza,come non c’è speranza nella sensibilita’ del suo malvagio elettorato.Allora provi con Salvadori:si chiama cosi’,l’intervistato.

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