Una questione di famiglia

A Camere chiuse, o quasi, l’attività principale di un parlamentare di buona volontà è macinare chilometri. In poche ore ne ho fatti 800, molti dei quali sotto la pioggia, per onorare un impegno preso con alcuni giovani del Pd di Genova: un incontro, alla Festa dell’unità democratica (da loro si chiama così), su Europa e famiglia. Nel dibattito con Paolo Pezzana (da anni impegnato in Caritas italiana) e di Lorenzo Basso (consigliere regionale del Pd in Liguria), ho cercato di spiegare come mai nella laicissima Francia si facciano figli e nella cattolicissima Italia no: essenzialmente, perché la fecondità è una variabile indipendente dalle convinzioni religiose, mentre dipende eccome da altri fattori che fra un attimo tenterò di spiegare. La fede, dicevo, non c’entra: in Francia un figlio su due nasce fuori dal matrimonio (Ségolène Royal ne ha avuti 4 con François Hollande, suo compagno fino alle ultime elezioni) e, rispetto all’Italia, sono più numerosi aborti e divorzi. Perché, allora, nascono più figli? Perché lo Stato, pur rispettando le scelte individuali in materia di riproduzione, non dimentica che i bambini hanno una rilevanza pubblica e dunque interviene per migliorare il rapporto costi-benefici per i potenziali genitori: congedi di maternità e paternità, scuole materne, sgravi fiscali proporzionati al numero di figli a carico, deduzioni per l’istruzione… Ho citato anche la recente legge francese sul terzo figlio, che garantisce ad uno dei due genitori un aiuto di 750 euro al mese per un anno; dopodiché, le donne (nel 98% dei casi sono loro ad usufruirne) ritornano senza ostacoli nel mercato del lavoro. Proprio questo aspetto – l’attività lavorativa delle donne – è il secondo fattore determinante: se fino al 1985 c’era una proporzionalità inversa tra donne lavoratrici e bambini nati, oggi la proporzionalità è diretta. In sostanza, come è facile capire, nelle famiglie in cui ci sono due redditi (Bolzano), nascono più figli rispetto a dove ce n’è uno solo (Napoli). Non stupisce quindi che, in Europa, Gran Bretagna e Scandinavia facciano più figli di Italia e Spagna, dove l’occupazione femminile è al di sotto dei parametri fissati dal trattato di Lisbona (da noi siamo al 45%, contro l’obiettivo del 60% nel 2010). Ad aggravare il tutto, poi, c’è un altro dato: fra le donne italiane escluse dal mercato del lavoro, una su 10 ha lasciato dopo la maternità. Infine, un terzo fattore: tecnicamente si chiama empowerment dei giovani, in pratica è la facilità con cui i ragazzi lasciano la famiglia d’origine ed entrano nel mercato del lavoro, potendo contare su una flessibilità vera.

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Una risposta a “Una questione di famiglia

  1. umberto imngrosso

    In Francia i bambini crescono lontano dalla famiglia,negli asili(numerosissimi e costosi)perchè il costo della vita è tale da costringere i coniugi a lavorare entrambi,per avere una vita dignitosa…e pagare l’asilo(cosi’ che il serpente si morde la coda:si mettono i bimbi all’asilo per poter lavorare e pagare l’asilo).Cosi’ papa’e mamma sono due sconosciuti che il bambino incontra al mattino presto ed alla sera tardi:cosi’ mi dice una persona che conosco,e che in Francia ci vive.Inoltre si dimentica l’enorme peso della natalita’degli Islamici,le cui Banlieues si allargano continuamente,a macchia d’olio(o a metastasi che dir si voglia).In quel Paese,quando compri casa devi stare molto attento:se non lontano c’è un insediamento di islamici,tra 5 anni sara’ molto piu’ vicino,il che significa che la tua casa sara’scesa di valore,e la tua tranquillita’ compromessa.Cio’ che occorre in Italia è una riforma che promuova la famiglia attraverso un Indice famigliare che valuti il reddito della famiglia stessa,non quello di chi vi produce reddito.Se ne parla da anni,ed è ora di fare una legge apposta.Prima pero’ occorre raddrizzare il debito pubblico,perchè l’Indice famigliare è di fatto uno sconto fiscale.

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