La bella politica

Dopo giornate come quella di ieri ti manca l’aria: dopo 275 ordini del giorno, votati secondo una logica di casacca e non secondo il loro contenuto, hai solo voglia di uscire fuori e respirare. Se sei fortunato, come è successo a me, puoi anche trovare aria fresca e pulita. L’occasione mi è stata offerta dal Movimento dei focolari, ed in particolare dalla nuova presidente, Maria Voce: eletta in queste settimane, a 4 mesi dalla morte di Chiara Lubich, ha espresso il desiderio di conoscere i parlamentari per proseguire il cammino di dialogo avviato in questi anni dal Movimento politico per l’unità. “Ama il partito altrui come il tuo”, diceva Chiara, e credo che sia una delle applicazioni più faticose della famosa “regola d’oro” di cui parla il Vangelo. Ma se spogli l’altro della sua appartenenza e lo vedi come “un altro te”, con idee diverse ma rispettabili, puoi cercare di creare con lui uno spazio di fraternità. A qualcuno è già successo: Emanuela Baio (senatrice Pd) raccontava, con le lacrime agli occhi, di quando Massimo Grillo (all’Udc nella scorsa legislatura, ora non ricandidato per lo scontro con Totò Cuffaro) la aiutò a preparare una relazione su un testo di legge del Pd. Qualcun altro, come Giacomo Santini (senatore Pdl), ha notato invece come sia più facile sentirsi fratelli all’Europarlamento, mentre nel panorama nazionale le linee di frattura (destra-sinistra, nord-sud) siano più marcate. Letizia De Torre (deputato Pd) ha raccontato il suo progetto di legge sull’istruzione, frutto di due anni di lavoro e condiviso anche dagli altri schieramenti politici: le è capitato, però, di sentirsi rimproverare per non avere fatto opposizione. E tanti altri hanno parlato: chi ci ha invitato a liberarci dalla schiavitù della contrapposizione (Savino Pezzotta, deputato Udc); chi ha denunciato il rischio di un dibattito sulle riforme “senz’anima, al contrario di quello svoltosi 60 anni fa” (Francesco D’Onofrio, ex parlamentare Udc); chi ha espresso il timore che il lievito dei cattolici diventi polvere (Maria Burani Procaccini, ex parlamentare di Forza Italia); chi ha lamentato la perdità del senso di comunità, soprattutto dal 1989 in poi (Leoluca Orlando, Idv). Io – con il mio solito linguaggio colorito, che non ha mancato di creare imbarazzi – ho spiegato la frustrazione di chi, cresciuto nella cultura della fraternità, si trova impelagato nella palude delle correnti: l’antitesi del dialogo, perché ti portano a chiuderti con i più simili a te. Poi ho raccontato del mio rapporto schietto e leale con Matteo Mecacci, deputato radicale, e del nostro tentativo di confrontarci sempre, anche se questo non significa renderci uguali. “I luoghi di fraternità sono possibili”, ha concluso Maria Voce, invitandoci a credere nei sogni: “Forse non saremo noi a vederne i frutti, ma almeno avremo fatto la nostra parte”.

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4 risposte a “La bella politica

  1. Massimiliano

    Grazie Andrea, sono Massimiliano (ufficio problemi sociali diocesi di città di castello di un paese vicino a te); non c’ero ieri perche’ non potevo, ma mi piacerebbe incontrarci da queste parti!

  2. Caro Andrea,

    appare sempre più di scottante attualità la questione dei cattolici impegnati in politica. Una questione che, personalmente, mi inquieta. A seguito della vittoria elettorale del centro-destra, il cattolicesimo democratico o vicino al centro-sinistra pare sempre più in crisi. I teo-con esultano, e un certo mondo culturale non ha perso l’occasione di sottolineare il fallimento della c.d. “scuola di Bologna”, del prodismo, ossia del dossettismo in salsa statalista o del cattocomunismo. Di certo non si può non prendere atto del fallimento di una coalizione che ha unito forze tra loro eterogenee e fortemente distanti.

    E i cattolici alternativi a quelli di centro-destra? Quali sono le loro prospettive future? E’ davvero una minoranza sempre più insofferente all’interno del Partito Democratico?

    Di sicuro occorre un riscatto: il c.d. “cattolicesimo democratico” deve rivendicare le proprie radici culturali ed identitarie, divenendo sempre più intransigente. Ahimè in questi anni invece vi sono stati segni di cedimento soprattutto sui temi etici fondamentali. Eppure i presupposti per la creazione di un’alternativa credibile e coerente sussistono…

    Innanzitutto, una riflessione sul “cattoberlusconismo”, coraggiosa e senza timori, deve essere fatta: i berluscònes militanti hanno infatti molti difetti che vanno denunciati. Spocchiosi, si credono di possedere la verità e straparlano di coloro che non sono a loro vicini. Fidati, caro Andrea: in futuro il teo-conservatorismo fallirà, perché si dimostrerà inidoneo ad affrontare le sfide della globalizzazione!

    I cattolici del Partito Democratico trovino un punto di equilibrio fondamentale, senza scivolare nel relativismo culturale o in forme anomale di sincretismo e senza incorrere nel grave errore commesso dai cattolici di centro destra: ossia l’ASSOLUTISMO CULTURALE.

    I difetti dei teo-con? Innanzitutto, l’ipocrisia. Basti pensare al caso di Eluana Englaro: difendere la vita di Eluana è un obbligo morale per un cattolico, ma dietro a tutto ciò si nasconde l’impotenza di una politica timorosa di decidere, e di giungere all’approvazione di una legge equilibrata ed eticamente accettabile sul testamento biologico.

    Altra questione scottante, il pluralismo religioso. Basti pensare alla candidatura di certi islamofobi alla Renato Farina o alla Gaetano Quagliariello. Persone ipocrite, che in apparenza difendono la libertà di culto anche per i non cattolici, ma che in realtà nascondono i loro veri istinti: pongono condizioni (solo in alcuni punti condivisibili) alla costruzione di moschee, alla presenza islamica in Italia, ecc. Ma perché non ammettono cosa pensano veramente: ossia che preferirebbero che nelle nostre città vi siano solo campanili con croci anziché cupolette con mezzelune? Una nuova forma di “intolleranza morbida” ed inaccettabile. Caro Andrea, io ti digito da Ravenna, e tempo fa c’è stata una polemica da parte dell’opposizione di centro-destra sulla costruzione di una moschea. Ti riporto di seguito il contenuto di un volantino distribuito alla popolazione sulla questione: “Perché si deve dire No alle Moschee. A Bologna, Ravenna, Rimini ed in altre città, si discute sulla costruzione delle moschee. Forse non a tutti è chiaro il concetto di “Moschea”. Il Teologo Hans Kung, nel volume “Islam” (mondolibri, pag. 165) dice: La Moschea che in principio è luogo e non un edificio serve contemporaneamente: 1) come luogo per la funzione religiosa 2) come luogo per assemblee politiche, dibattiti e per il tribunale 3) come luogo di preghiera personale 4) come luogo di lezioni teologiche e per lo studio. Mentre le Chiese Cristiane possono essere vendute abbattute e trasformate, la moschea rimane in ETERNO territorio dell’islam. In Emilia Romagna ci sono già 86 moschee che non potranno mai più essere trasformate in niente altro. Tutto questo non vi fa PAURA? Come Chiesa dobbiamo dare loro pane, lavoro, sanità, case e diritti, ma la moschea NO”.

    (Una piccola critica, mi deve essere concessa a sua eminenza card. Ruini, che in occasione di una delle sue ultime prolusioni ha ricordato Oriana Fallaci, sottoscrivendo implicitamente quanto da Lei affermato negli ultimi anni sull’Islam: tutto ciò deve far riflettere. La Fallaci ha sollevato delle questioni scottanti, che interpellano le coscienze di ognuno di noi; ma un esponente di Santa Romana Chiesa non può aderire con sconcertante facilità alle sue opinioni…)

    E’ UNA VERGOGNA!!!!!! Il centro destra ha vinto le elezioni facendo leva sulle paure della gente, parlando più “alla pancia” che alla testa dell’elettorato. Ecco in cosa deve distinguersi il cattolico democratico: che affronti, con orgoglio e conscio della propria identità, le sfide che l’età contemporanea ci pone innanzi, senza quella “paura dell’inevitabile” che spinge taluni ad aggrapparsi alla colonna del passato e della tradizione, robusta e fragile allo stesso tempo. Tutto questo, si ripeta, senza cedere in forme di relativismo, sincretismo, connivenza con la cultura laicista e radicale.

    I cattolici del Pd non devono temere: devono essere più coraggiosi, affermare la loro presenza e ribadire le loro posizioni, anche se contrarie alla “linea ufficiale” del Partito. Altrimenti il silenzio li schiaccerà sempre di più…

    Caro Andrea, sappi che ho stima di te, ti auguro un buon lavoro. E se trovi uno spazio di tempo, vorrei un tuo commento su questo mio modestissimo articolo. Con stima,

    Manuele

  3. Ho un personale tormento. Da anni si discute di dibattiti sulle riforme senz’anima, di schiavitù della contrapposizione, di fratture sociali, di perdita di senso di comunità ma solo come racconto dei fatti senza mai aprire un serio ragionamento sul come arrivare ad una stagione riformista, al passaggio dalla contrapposizione alla corresponsabilità sui grandi temi, alla soluzione delle fratture sociali o al recupero del senso di comunità…Da tanto si sente discutere di socialismo europeo e di cattolicesimo democratico, come patrimonio della storia talmente indisponibile da non poterlo nemmeno rielaborare alle nuove esigenze e alle nuove sfide dei nostri tempi. Questa preoccupazione di immobilismo del pensare politico fu espressa già oltre trent’anni fa da Moro, preoccupato che questo avrebbe portato ad una deriva di destra del Paese…Sullo stesso Moro, in occasione del trentennale dell’omicidio, a ragione delle tante pubblicazioni che hanno raccontato quei fatti terribili, si è discusso tanto dell’attualità del suo ragionamento…allora mi viene una domanda, ma come in questi 30 anni è finita la DC e la stessa sorte è stata condivisa da tutti i partiti tradizionali, non c’è più l’Urss e la divisione del paese in due blocchi, i cattolici votano come vogliono…e tutto il pensiero di Moro è applicabile fedelmente oggi? Forse in questi anni, come disse Sciascia : “Dopo la morte di Moro non mi sento più libero di immaginare. Anche per questo preferisco ricostruire cose già avvenute. Ho paura di dire cose che possono avvenire” . Alla paura di Sciascia si è aggiunta in questi anni tanta incapacità e tanta apatia…Abbiamo preferito il motto andreottiano: “Tiriamo a campare…”

  4. IL MURO DI VETRO.
    L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009
    A cura di Paolo Naso e Brunetto Salvarani, EMI, Bologna 2009

    Recensione
    di Laura Tussi

    Il muro di vetro è una fragile osmosi che divide le molteplici realtà, i pluralismi religiosi, composti di intersezioni e persino di familiarità ricorrenti, ma che non permettono il contatto e la relazione reciproca diretta, anche se sussistono eccezioni, perché tutti i muri innalzati dall’umanità e dalle conseguenti ideologie presentano fratture e pertugi che consentono a volte scambi e contaminazioni dialogiche, in un panorama ampio di multiculturalità religiosa sempre più significativo anche a livello nazionale, nell’incontro religioso e nel dialogo ecumenico.
    La differenza è uno dei principi della cultura postmoderna, che insiste sulla diversificazione, sulla molteplicità e la complessità, contro i rischi della pianificazione e dell’omologazione sociale.
    La finalità di riconoscersi in un’identità deve diventare sempre fonte di confronto con l’alterità, l’altro da sè e quindi con l’implicita diversità che l’identità altrui presenta, nel concetto di differenza individuale, soggettiva, esistenziale e, per esteso, di varietà interetnica e multiculturale.
    La conoscenza di sé attraverso il percorso religioso di autoriflessione, di autonarrazione, di racconto di sé, permette di identificare ed approfondire una propria personalità in rapporto all’alterità di colui che si pone in dialogo.
    Di conseguenza le molteplicità religiose, le complessità interetniche e multiculturali si incontrano e si incrociano trasversalmente con le diversità religiose, psicologiche, identitarie, soggettive, di genere ed intergenerazionali in un pluriverso di alterità sociali, all’interno di un tessuto sociocomunitario che dovrebbe sempre più aprirsi all’accoglienza, al confronto, al dialogo, nell’interscambio tra molteplici aspetti che permeano l’intera umanità e che non si possono classificare e attribuire esclusivamente al concetto di razza ed etnia, perché la differenza è ubiquitaria e trasversale al concetto stesso di umanità.
    La considerazione e il riconoscimento dell’altro da sé permettono il reciproco confronto e la gestione educativa del conflitto dove spesso l’intesa e l’accordo si prospettano come una lontana utopia.
    Il concetto di diversità sollecita riflessioni e associazioni di idee varie e complesse, dal dibattito sulle opinioni della democrazia, ai contesti e agli scenari economici e sociali.
    Risulta spontaneo pensare alle diversità tra donna e uomo, tra generazioni, tra nazionalità, lingue e religioni dove è necessaria un’innovativa grammatica mentale per costruire la convivenza planetaria in dimensione interculturale.
    Infrangere la discriminazione, lo stereotipo e il pregiudizio, rappresentati dal “muro di vetro” consiste nella motivazione alla solidarietà, alla realizzazione di una società che abbia come valore fondante la pace e la convivenza civile tra popoli, genti e minoranze, nel rispetto dei diritti universali e sociali di cittadinanza multietnica, cosmopolita e internazionale, sanciti dalla carta costituzionale democratica.
    Oltre “il muro di vetro” vi è un mondo dove non esistano patrie e nazioni, frontiere e burocrazie, limiti e confini, ma comunità educanti aperte all’accoglienza, al dialogo, al cambiamento rivoluzionario, al progresso costruttivo, senza stereotipi, pregiudizi e conseguenti discriminazioni, nel rispetto delle culture altre, nella coesistenza pacifica che agevola il confronto tra diversità interculturali e differenze di genere ed intergenerazionali, per costruire una coscienza di convivenza civile che ponga come obiettivo prioritario la conoscenza, il dialogo, l’ accoglienza, il confronto nelle comunità, nelle città, nel mondo…per un’utopia della convivenza realizzabile a partire da ogni singola persona, nel contesto quotidiano, nella partecipazione collettiva, pluralista e democratica.

    Laura Tussi

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