Coraggio versus paura

Rutelli non se ne va dal Pd, ribadisce la fiducia a Veltroni ma attende novità su tre fronti: l’identità culturale del Pd (capire chi siamo), l’agenda del Paese (lotta ai cambiamenti climatici, credibilità in materia di sicurezza, favorire la libertà d’impresa, riconquistare la fiducia nei ceti medi) e la riorganizzazione del partito (che deve rispecchiare di più l’aggettivo democratico). L’Udc, da parte sua, è disponibile ad un’alleanza, ma dipende: dipende dai contenuti (Pezzotta) e dipende pure dal sistema elettorale che si sceglierà (Tabacci). Ecco, il mio lavoro di giornalista è finito. Ora inizia quello di politico, e vi racconto un attimo di questa due giorni a Montecatini (“Coraggio versus paura”), iniziata ieri mattina e finita oggi all’ora di pranzo. I giornali l’hanno raccontata come la riunione della corrente rutelliana, termine che non offende i più navigati, ma spiazza noi giovanotti di buone intenzioni; io l’ho percepita soprattutto come un’occasione di approfondimento: stando in Parlamento, a volte ho la sensazione di guardare le cose da troppo vicino e di perdere, quindi, il senso d’insieme e della prospettiva. Per questo ho apprezzato molto, ieri, la relazione di Nando Pagnoncelli (amministratore delegato dell’Ipsos) sul ruolo giocato dalla paura nelle ultime elezioni. Gli italiani – la riassumo in poche righe – sono preoccupati innanzitutto dalla disoccupazione, dall’insicurezza e dal costo della vita. Ma in tutte queste voci la preoccupazione è molto più diffusa in astratto (“Come si vive in Italia?” “Male, malissimo”) che non in concreto (“Come vivi tu?” “Benino, ringraziando Iddio”). Altre contraddizioni diffuse: siamo favorevoli alla meritocrazia, ma difendiamo il nostro vantaggio personale; siamo contenti della badante, ma contrari all’immigrazione. Dal punto di vista politico, Pagnoncelli ci ha mostrato un grafico che confronta il gradimento dei governi più recenti: per il primo anno si sale, poi la luna di miele finisce e si crolla, fino a sprofondare intorno al secondo anno (Prodi è caduto nel momento peggiore, insomma) e poi risalire lentamente… senza però tornare al punto di partenza, cioè la metà più uno degli elettori: questo spiega come, negli ultimi 15 anni, nessuno sia riuscito a riconfermarsi. Oltre alle assemblee plenarie, a Montecatini c’erano i lavori di gruppo: io ho scelto quello su “Laicità, libertà e pluralismo”, in cui abbiamo avviato un confronto sulle modalità di convivenza tra credenti e non credenti, sull’eredità del Concilio Vaticano II e sul rapporto con la Chiesa. Un tema, quest’ultimo, di cui ha parlato ieri sera anche Massimo Cacciari, che ci ha invitato a co-gitare, cioè ad agitarci insieme, a muoverci e contaminarci. Ed ha chiesto alla politica di riconoscere, alla Chiesa, una “riserva escatologica”: politicamente l’ho tradotto in “diritto di tribuna sulle questioni ultime”, ma per tradurre degnamente Cacciari ci vorrebbe qualcuno più bravo di me.

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4 risposte a “Coraggio versus paura

  1. Negli ultimi 15 anni, a parte le elezioni del 2006, la sinistra moderata e riformista precursore per certi versi dell’attuale PD per la definizione delle sue alleanze politiche, soprattutto per ragioni di natura storica, ha guardato a sinistra, anche molto a sinistra scegliendo degli interlocutori, nonché compagni di viaggio (…il viaggio della giuda e dell’ammodernamento del paese) che hanno sempre anteposto ragioni di natura ideologica e poco pragmatica nelle scelte politiche che di fatto hanno impedito di fare molte scelte coraggiose ed importanti…nonché governare in modo sereno e deciso.
    Appurato che l’alleanza con la sinistra estrema non ha funzionato nelle precedenti “edizioni” del governo Prodi e dell’Unione e che, magari anche per i tempi strettissimi, nelle ultime elezioni politiche il PD ha mostrato si di essere un partito a vacazione maggioritaria, ma senza autosufficienza è evidente che vale la pena affrontare, già da oggi, il problema delle prossime alleanze. Ovviamente questo non significa che si deve necessariamente trovare un alleato per scongiurare il pericolo di un nuova legislatura di opposizione perché il rischio che si correrebbe sarebbe lo stesso dell’Unione. Però il dialogo con quell’area moderata (l’UDC di Casini) soprattutto su valori etici può essere una sponda importante per i teodem del PD. Ed inoltre nelle precedenti legislazioni Casini ha mostrato rispetto delle istituzioni, difficoltà a seguire le leggi ad personam del cavaliere e, soprattutto, rispetto delle scelte della coalizione. Del resto anche Fassino guarda con favore all’UDC come “un’alleanza politica di governo”.

  2. sorry il riferimento del primo rigo dell’intervento è al 2008 e non al 2006.

  3. Condivido l’idea di Fiore di ragionare sulle alleanze future, ma c’è un dubbio che mi tormenta: gli elettori (specie quelli di centro) seguono il “loro” partito nel caso questo si allei con ex avversari?
    Berlusconi, nel 2008, ha perso l’Udc, ma ha vinto le elezioni con un grande vantaggio; mentre le ha perse nel 2006 con l’Udc. E Casini forse non sarebbe in Parlamento senza i contributi – diversi tra loro – di De Mita e di Cuffaro.
    D’altra parte, il centrosinistra non ha certo trovato, nelle componenti centriste di Dini e Mastella, una garanzia di stabilità (e neanche di stile, per la verità). Quindi chi ci assicura che, imbarcato pure l’Udc, si prendano più voti e, nel caso, si riesca a governare più serenamente?
    In verità temo che la perdita di consenso sia data dal fatto che parliamo delle stesse cose della destra, giocando di rimessa.
    Non dico sul piano politico, ma almeno su quello culturale, cattolici e socialisti (soprattutto questi ultimi) non hanno più idee forti e non valorizzano neanche le esperienze e le idee che pure mettono in pratica con successo: cooperazione, sussidiarietà, dialogo internazionale (vd. proposta sulla cittadinanza di Andrea e della Comunità di S. Egidio), commercio equo, ecologia, liberalizzazioni, diffusione delle nuove tecnologie, semplificazioni amministrative.
    Quali e quanti dei 12 punti del PD sono nell’agenda, non dico del Paese, ma almeno del nostro partito?

  4. Innanzitutto grazie per l’aggiornament6o “dall’interno”, indispensabile perché ricco di informazioni del tutto trascurate dai giornali.
    Poi un commento: io sono membro del PD, anzi, socio fondatore, come recita il diploma. Eppure tutte le iniziative di questi mesi passano abbondantemente sopra la testa mia e dei miei amici del circolo PD nel quale ci ritroviamo periodicamente. E passano sopra la testa dei tanti elettori che hanno votato PD e che oggi, nei posti di lavoro, nelle chiese, nei mercati, sulle spiagge (anche lì si parla di politica) leggono stupiti e perplessi: alleanze, liti, tradimenti, il peggio della vecchia politica in un partito nato per rinnovare la politica.
    Mi lego perciò al tuo post successivo (quello sulla percezione del cambiamento di ruolo da giornalista a politico) per sollecitarti ad essere una voce “da fuori” all’interno del PD. Una voce che dica chiaramente quali sono i bisogni del paese, quali sono le idee, le speranze, i sogni degli elettori, usando anche la tua prosa “chirurgica” sgradevole quanto basta a svegliare qualche coscienza ancora stordita dalla batosta elettorale.

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