L’Italia dei Comuni

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Non so – e mi piacerebbe molto saperlo – se fra i lettori di questo blog c’è qualcuno che vive in un piccolo Comune: un Comune, cioè, con meno di 5 mila abitanti, lontano dalle aree metropolitane e dunque dal loro indotto produttivo. Da noi ce ne sono circa 6 mila, occupano più della metà del territorio nazionale ma vi abita meno di un quinto della popolazione italiana; un altro quinto, normalmente, vi gravita intorno, specie nei fine settimana e nei periodi di vacanza (provate a prendere l’A24 oggi e poi mi dite). Non ne parla mai nessuno, nonostante l’economia italiana abbia bisogno dei loro prodotti: nei piccoli Comuni, infatti, si produce il 93% dei DOP e IGP e il 79% dei vini più pregiati. Per non parlare delle ricchezze culturali e paesaggistiche, che potrebbero – se sfruttate bene – alimentare un turismo dalle potenzialità ancora inespresse. Eppure, per vivere in un piccolo Comune oggi ci vogliono spirito d’avventura e resistenza al sacrificio: spesso è complicato trovare le medicine, fare benzina, mandare i figli a scuola, spedire una raccomandata… e così, resistono in pochi: le famiglie giovani emigrano in città, i territori si spopolano e molto di frequente lo spopolamento porta con sé l’abbandono del territorio, fra le cause principali del dissesto idrogeologico. Ad alcuni parlamentari del Pd interessati ai temi ambientali (inter quos ego), Ermete Realacci ha sottoposto il testo di una proposta di legge preparata tempo fa insieme a Maurizio Lupi (Pdl), che cerca innanzitutto di risolvere una serie di problemi pratici: le tasse e le bollette, per dire, possono essere pagate via telematica anche dal tabaccaio; l’erogazione di carburanti viene considerata servizio essenziale, per cui sono previste agevolazioni per gli esercenti; le Regioni sono invitate a stipulare convenzioni per garantire la distribuzione dei farmaci o per evitare la chiusura delle scuole; sono previste convenzioni anche tra Comuni e diocesi, per il recupero dei beni artistici; viene favorita la promozione e la messa in commercio dei prodotti tipici (ad esempio, destinando allo scopo alcune caserme dismesse o stazioni ferroviarie non in uso); sono stanziati 120 milioni di euro in tre anni per la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, e per l’incentivazione all’insediamento di istituti di ricerca, laboratori, centri sportivi. C’è pure una tutela “politica”, se vogliamo chiamarla così: considerando infatti la tipologia dei piccoli Comuni e la loro bassa densità demografica, la legge propone di abolire per i sindaci di questi centri il vincolo dei due mandati (anche perché, visto lo stipendio così basso, non c’è nessuno che possa pensare di accumulare capitali facendo il primo cittadino di Ligonchio o di Rotonda). Da destra o sinistra, sembrano tutti favorevoli… ma lo erano anche nella XIV legislatura, quando il testo fu approvato dalla Camera ma non ebbe il tempo di arrivare al Senato, e pure nella XV, quando successe esattamente la stessa cosa. Stiamo parlando, insomma, di una legge che piace a tutti (anche a me, che l’ho firmata), ma che il Parlamento non è riuscito ad approvare negli ultimi 7 anni, perché le Camere erano quasi totalmente impegnate a convertire in legge i decreti del Consiglio dei ministri. Vorrei fare due chiacchiere con la mia professoressa di educazione civica alle medie: ci diceva che il Parlamento ha il potere legislativo ed il governo quello esecutivo. Vorrei dirle che non è il caso di illudere così dei ragazzi innocenti.

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2 risposte a “L’Italia dei Comuni

  1. Ci vivo io in un paesello di 2500 anime. I vantaggi sono tanti, così come i “disagi” che però alla fine non sembrano neppure tali. Un esempio banale: è normale per chi vive nel mio paese dover prendere l’auto e far chilometri per comprare un paio di scarpe nuove. Ci si fa l’abitudine a dover far riferimento, per tante cose quotidiane, alle città vicine. Nella mia esperienza, un cinquantino fuso per la necessità di andare e venire e poi uno scooterone che ha fatto 10mila chilometri in meno di due anni sono sintomatici di come ci sia sempre bisogno di “andare fuori”. Il disegno di legge che va a svincolare i piccoli centri dal limite dei due mandati, però, non mi trova d’accordo. 10 anni, perchè sono sempre 10 raramente si viene bocciati nei piccoli comuni, sono abbastanza per fare qualcosa di buono, ed anche qualche sbaglio. E’ normale. Ma poi bisogna passare la mano. La comunità non va deresposabilizzata in questo modo. La mancanza di un posto di polizia, di una caserma dei carabinieri, delle scuole superiori se non addirittura delle medie, la mancanza di ogni genere di ufficio pubblico, a parte i comunali e quello postale, la mancanza di una vita politica, rende già lontana la presenza dello Stato. Se poi si accentra il potere su poche persone e si avalla questa pratica con la rimozione del limite dei 2 mandati, lo Stato allontana da sè ancora di più il cittadino del piccolo centro. In alcuni casi, parlo per il meridione, si riavvicinerebbe queste cittadine all’antico baronaggio. Oggi non ci sono più solo i “baroni” a conoscere la realtà fuori dalle 4 mura del paesello, a saper leggere, scrivere e far di conto. Ci sono tanti professionisti ed imprenditori che, messi di fronte alla necessità di dover costruire una classe dirigente per il prorpio paese, si possono mettere in gioco. Lasciamo i limiti dove sono, è una chiamata al lavoro per chi ha le capacità per fare qualcosa per il proprio paesello, ma magari lascia correre. Perchè non si sente chiamato e non sente necessario mettersi in gioco. C’è già chi ci pensa nel bene e nel male. Allora, lasciamoli, i limiti. Sono uno stimolo a crescere e a fare.

  2. Spero tanto che i DDL smettano di moltiplicarsi e che voi possiate fare i parlamentari e non i notai.

    Purtroppo chi ha il potere esecutivo negli ultimi anni si è appropriato di parte di quello legislativo (sarebbe concesso solo per le urgenze, ma in Italia l’urgenza è quotidiana). Inoltre, ultimamente, anche il potere giudiziario sta vacillando.
    Ad educazione civica mi hanno insegnato che questi poteri è meglio se restano separati…

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